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Metti una giornata ad Expo con una figlia di cinque anni (e una nonna).

Expo 2015, Milano: noi giochiamo in casa e non abbiamo potuto esimerci dall’andare a visitare la fiera. Oltretutto, alla materna di Gaia, in quest’anno in cui il tema è stato proprio “la terra”, intesa come elemento naturale che genera e come pianeta da salvaguardare, con risorse da utilizzare accuratamente, le hanno parlato ampiamente di Expo: ecco che sabato, quando siamo andati, abbiamo portato anche lei e la nonna Kiss. Abbiamo invece preferito lasciare LucAttila dai nonni, pensando che per lui, due anni, sarebbe stata una giornata eccessivamente faticosa e per noi sarebbe stato difficile gestirlo, probabilmente insofferente e stanco.

Prima di andare mi sono documentata un po’ su internet, ma soprattutto con amici che avevano già visitato l’Expo: avevo sicuramente idea di visitare alcuni padiglioni più a misura di bambino e il Children Park, ma anche di riuscire a fare una visita il più completa possibile, con i nostri ritmi da adulti a cui Gaia sembra sempre adattarsi così bene. Ci siamo armati di una bottiglietta d’acqua da riempire alle Case dell’Acqua, e di un passeggino che Gaia non utilizza più da almeno tre anni, ma che si è rivelato utile nel pomeriggio, negli spostamenti da un padiglione all’altro, quando ormai la stanchezza iniziava a farsi sentire. Nessuna strategia precisa, se non quella di percorrere il decumano (ingresso est) e fermarci ai padiglioni che sapevamo già di voler visitare e a quelli che ci avrebbero “ispirato” sul momento.

Qualche cifra: siamo entrati alle 10, usciti alle 21.30; 19 padiglioni visitati che diventano 20 con il Padiglione Zero + il Children Park; nessuna pausa pranzo, 1 gelato per merenda mangiato camminando, pochissimi minuti di coda grazie all’attenzione ai bambini di quasi tutti i padiglioni; 1 mappa su cui abbiamo messo i timbri di ciascun padiglione visitato.

Quindi, ecco il nostro percorso, in cui sottolineerò gli aspetti che l’hanno reso fruibile da parte di una bambina di cinque anni, curiosa e anche molto brava.

1- Indonesia: abbiamo iniziato da questo Paese, saltando il Sultanato dell’Oman solo perchè siamo stati direttamente là a gennaio. Sull’Indonesia, non molto da dire: nessuna tecnologia accattivante, molte spezie che Gaia ha potuto annusare, informazioni sull’ambiente e la fauna marina, riproduzione di oggetti. E’ forse il padiglione che ci sia piaciuto meno.

2- Estonia: abbiamo portato a casa informazioni sull’ambiente e il territorio e sulla cultura in generale, con il supporto di tecnologie digitali e non. Gaia, andando sull’altalena estone, ha contribuito a produrre energia; poi si è fatta una (finta) passeggiata con me in un paesaggio tipico, ed è entrata con la nonna in una foresta, tra alberi e specchi. Infine, un tuffo su un pouf tutte insieme.

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3- Turkmenistan: nonostante ci avessero parlato in termini poco entusiastici, il nome e l’estetica esterna del padiglione ci hanno attratto. All’interno, in effetti, è stato poco accattivante: Gaia si è incantata davanti alla fontana in ingresso, ai tappeti enormi e alla terrazza al terzo piano, mentre la nonna si lasciava incuriosire dai prodotti esposti.

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4- Giappone: uno dei padiglioni di cui tutti coloro che sono stati ad Expo hanno parlato in termini entusiastici per il percorso tecnologico ed interattivo che si trova al suo interno. Sabato era anche il National Day, con parate ad orari ripetuti nel corso della giornata. Per questo, al mattino il padiglione era chiuso e, quando siamo ripassati in serata, era ormai troppo tardi per entrare. Un timbro mancato sulla mappa, che dovremo recuperare in una seconda visita.

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5- Qatar: il primo padiglione che ci ha entusiasmato non solo per l’architettura, ma per la sua tecnologia e la possibilità di interagire. Ci sono stati presentati i piatti che caratterizzano il paese, da una parte quelli della tradizione, dall’altra quelli di importazione; abbiamo seguito i traffici di import-export ed è stata Gaia a scoprire che si poteva sbirciare sotto al container per guardare il funzionamento; infine, un albero (della vita) con immagini, testi, luci e musiche, che abbiamo potuto ammirare girandogli intorno in un percorso in discesa.

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6- Marocco: Paese che ha affascinato Gaia, per la presentazione delle diversità di ambienti, la concretezza e i colori delle rappresentazioni dei prodotti, per le installazioni originali. In particolare, Gaia è impazzita ad ascoltare le alghe del mare che trasmettevano ciascuna un suono diverso dell’ambiente marino, dal fruscio delle onde ai fischi dei delfini.

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7- Kuwait: l’acqua come risorsa, anzi, come chiave per la sopravvivenza. Di impatto l’architettura del padiglione, con vele che di sera si illuminano con colori diversi; un ingresso con una fontana verticale su cui veniva proiettato il tema centrale del Paese e alle spalle della quale troneggiava una palla azzurra che, al cessare dell’acqua, rappresentava il sole cocente. All’interno abbiamo assistito al miracolo del temporale nel deserto, con la nascita di una rigogliosa vegetazione. Infine, un doppio percorso, uno per adulti ed uno, separato, per bambini, alla scoperta del paese e della sua economia: dal plastico osservato dagli adulti abbiamo visto sbucare i sorrisi di Gaia che esplorava il Kuwait da un punto privilegiato. Riuniti grandi e piccini, il percorso è proseguito, con giochi interattivi per l’utilizzo delle risorse: conoscenza, acqua, energia.

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8- Svizzera: questo padiglione meriterà una seconda visita, non per la bellezza che ci potrebbe aver rapito, ma perchè non l’abbiamo compreso. O meglio, non abbiamo capito se l’abbiamo visitato interamente o meno: all’ingresso abbiamo prenotato dei biglietti per accedere alle torri, ma il primo orario disponibile era (nonostante fossero circa le 12.00) alle 18.00 e, per questo, ce lo siamo persi. Non abbiamo quindi vissuto l’esperienza del consumo responsabile, ma abbiamo riflettuto sulle diverse tipologie di energie, da un punto di vista di costi ed emissioni. Poi Gaia si è incantata davanti alla riproduzione del San Gottardo e ad un filmato del Canton Ticino, che ha fatto venire voglia di montagna a tutti noi, gente di mare. Infine, bendati, abbiamo partecipato ad una degustazione di tre tipi di cioccolato, fin troppo facile per noi che abbiamo riconosciuto marca e prodotto, ma perfetta per sedare temporaneamente gli appetiti di Gaia e nonna, abituate a pranzare presto.

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9- Austria: l’aria come elemento di vita, come nutrimento. Ecco che siamo entrati in una foresta, lungo un sentiero fresco, tra piante e ciclamini; Gaia ha avuto la possibilità di sbirciare ingrandimenti e piccoli animali del bosco: se le chiedete, vi racconterà di aver visto mamma uccellino che nutriva il suo piccolo passandogli un vermicello da becco a becco. In uscita, ha anche ricevuto una corona che l’ha trasformata nella principessa dei boschi.

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10- Regno Unito: siamo entrati in un alveare. Il Regno Unito ha infatti scelto di riprodurre un alveare di Nottingham, monitorato con sensori, nella forma e nella sua attività: si potevano scorgere delle luci, più o meno intense, ad indicare i punti in cui in quel momento nell’alveare inglese le api si davano maggiormente da fare. Era rappresentata, quindi, la vita dell’alveare, quindi, come esempio di operosità e cooperazione, e allo stesso tempo veniva sottolineata l’importanza del ruolo delle api nella natura.

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11- Spagna: mentre Gaia e nonna cedevano ad un centrifugato di frutta e verdura, Nico ed io abbiamo preferito ottimizzare i tempi senza a cedere a pause. Abbiamo scelto per comodità i due padiglioni più vicini a Gaia e nonna, primo dei quali la Spagna, dove il tema del giorno erano le isole Canarie (che, dal vivo, abbiamo avuto di visitare parzialmente, essendo stati con Gaia a Lanzarote e con Gaia e Luca a Gran Canaria). E’ stato un percorso molto colorato e molto didattico, poco interattivo e molto descrittivo; abbiamo partecipato ad un concorso, facendoci fare una foto che non sapremo mai se sia stata scattata (“bastano tre secondi, non sentite nè scatto nè flash”) e abbiamo guardato il gioco di luci e colori di una sala tapezzata di piatti con immagini dinamiche.

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12- Santa Sede: il secondo padiglione visitato senza Gaia e nonna, scelto per vicinanza e sempre nell’ottica di ottimizzazione dei tempi. Qua, il tema dell’alimentazione è stato rappresentato, in modo corretto ma un po’ retorico, tramite immagini affisse e video che mettevano in luce le disuguaglianze tra i paesi e, soprattutto, la povertà di quei popoli che stentano a nutrirsi. L’elemento clou del padiglione era rappresentato dall’Ultima Cena del Tintoretto.

13- Kazakhstan: uno dei padiglioni più tecnologici e accattivanti che abbiamo visitato. C’è stata una prima rappresentazione della storia del Paese, tramite le illustrazioni create sulla sabbia da mani in movimento; abbiamo poi avuto accesso ad una seconda zona in cui scoprire le coltivazioni e i prodotti su cui si basa l’alimentazione del Paese, e di osservare tramite lenti di ingrandimento le specie di insetti spesso causa di danno per le piantagioni; la sorpresa finale è stata una proiezione 4D del Paese, che ospiterà Expo2017, al termine della quale abbiamo già quasi prenotato i biglietti aerei.

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14- Children Park: finalmente l’attesa di Gaia è stata ripagata da questo bellissimo spazio tutto per lei. Abbiamo cercato di riconoscere alcune erbe aromatiche tramite l’olfatto, abbiamo imparato qualcosa di più sul ciclo dell’acqua e sull’importanza di evitare i suoi sprechi, abbiamo disegnato alberi con il nostro corpo, allungandoci per far fogliare più rami possibile, abbiamo pedalato per generare energia e creare fontane, ci siamo arrampicati su ortaggi e, dopo aver pescato il messaggio di un altro bambino al Pianeta, abbiamo lasciato il nostro. Infine, abbiamo giocato con specchi deformanti.

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15- Malaysia: un padiglione architettonicamente molto bello, che crea alte aspettative tradite dopo il percorso. Per Gaia rimane affascinante attraversare una piccola foresta amazzonica, in cui si riesce a sostare poco, sbirciare all’interno degli alberi, osservare l’incisione dell’albero della gomma con cui vengono creati numerosi oggetti d’uso quotidiano.

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16- Brasile: famosissimo per la camminata -non i salti! non si tratta di tappeti elastici- sulle reti, lascia poi un po’ delusi: anche Gaia ha apprezzato maggiormente altri padiglioni, e non solo perchè le si è incastrato un piede nella rete. All’interno, l’allestimento dei vasi e delle piante e, sotto le reti, i monitor, sono scenografici, ma poco accattivanti, soprattutto per i bambini.

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17- Angola: è stata Gaia a farci entrare in questo Paese che, probabilmente, non avremmo altrimenti considerato. Invece si è rivelato molto interessante anche per i bambini, con la presenza di monitor touchscreen e giochi per loro. Dall’esterno Gaia ha iniziato a spiare il territorio e poi ci siamo addentrati in un percorso snodato su tre piani.

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18- Nepal: probabilmente l’avremmo visitato comunque, ma il terremoto, il senso di rispetto e del dovere verso chi ha portato a termine la realizzazione del padiglione nonostante le difficoltà, hanno confermato la scelta. Anche questo padiglione, con la splendida riproduzione di un tempio buddista, con colonne intagliate e richiami geometrici ai mandala, è stato bellissimo. Anche per Gaia che, abituata a fare yoga con la nonna, ha ritrovato elementi della meditazione già respirati altrove.

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19- Padiglione zero: tra gli ultimi visitati, ma soltanto perchè all’ingresso opposto a quello della nostra entrata. Molto esteso ed emozionante nella sua riproduzione dell’evoluzione dell’uomo e del suo rapporto con la natura e l’alimentazione, con una riflessione sulla necessità di una maggior responsabilità nei consumi. “Quello è spreco, è immondizia?”.

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20- Corea: un padiglione ad alta tecnologia, giocato in bianco e nero, di impatto per tutti. In particolare, Gaia è stata colpita dall’installazione con l’ologramma di un bambino visibilmente denutrito, sulle cui necessità abbiamo riflettuto insieme; a catturare l’attenzione dei più piccoli, c’è stata la spiegazione, con tecnologie scenografiche, del processo di fermentazione a cui vengono sottoposti i cibi; a creare stupore e senso di magia anche la preparazione di una ricetta, di cui gaia è stata servita e di cui ha potuto servirsi digitalmente.

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21- Bielorussia: la giornata volgeva al termine e abbiamo provato ad entrare ancora in un padiglione “a caso”. Non molto ampio, con una ruota esterna che invita ad entrare, ci ha fatto scoprire informazioni sulle risorse del territorio: io e la nonna Kiss abbiamo sfogliato menu tipici alla ricerca di ricette da copiare, mentre Gaia giocava con le immagini in continuo movimento sul pavimento.

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22- Ecuador: l’ultimo padiglione prima di arrenderci alla fame e..all’orario di chiusura. Un percorso caratterizzato da video sulla per me inaspettata vasta biodiversità del territorio e, di conseguenza, di flora, fauna e prodotti alimentari. Gaia si è incantata davanti alle immagini della foresta amazzonica, delle tartarughe delle Galapagos, e ha assaporato il profumo di banane e cacao. Infine, ha incontrato Boobie, la mascotte che balla.

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Infine, l’Albero della Vita ci ha regalato un anticipo di quello che è lo spettacolo ufficiale e che sarebbe cominciato ad un orario troppo tardo per noi. Nico ed io abbiamo avuto modo di assistervi qualche sera fa, con un ingresso serale durante il quale non abbiamo visitato padiglioni, e per noi è stato molto bello: sicuramente, se non siete stanchi dopo 12 ore fuori casa e non avete una bambina e una nonna affamate, vale la pena tenere duro e lasciarsi affascinare da luci, musiche e fontane che ballano.

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In conclusione, ad Expo torneremo per conoscere un’altra parte di mondo. Ci sentiamo di consigliare a genitori di bambini di cinque anni di portarli con sè, e non solo per saltare le code, ma perchè anche per i bambini è un’esperienza unica. Come sempre, come nei veri viaggi, è importante catturare l’attenzione dei piccoli turisti, cercando di notare ciò da cui possano essere maggiormente incuriositi e rendendo il più piacevole possibile anche il padiglione meno interessante.

Categorie: Viaggi, Vita da mamme

Istanbul a Pasqua. Certo, con i bambini!

Quando ho detto che il nostro piano per Pasqua sarebbe stata una vacanza quasi-last minute ad Istanbul (pacchetto prenotato su Expedia, Volo Alitalia, alloggio presso The Stone Hotel – zona Sultanahmet), dopo qualche minuto di chiacchierata i miei interlocutori, immancabilmente, hanno esclamato un “Ah, ma anche con i bambini?!”.

Istintivamente, ogni volta, il pensiero è “certo, e chi me li tiene per cinque giorni?!”, poi segue un “eh, magari andassimo via da soli”, ma alla fine sopraggiunge la riflessione su quanto sia bello anche per loro trascorrere del tempo insieme, in vacanza e alla scoperta di nuovi mondi. Alla fine di ogni viaggio, in particolare, mi sento di aver fatto qualcosa di grande per loro, mi sembra che la fatica di portarli con noi (fatica consapevole, nessuno ci obbliga a partire, potremmo stare a casa nostra) e di mediare tra una vacanza di coppia e una vacanza a misura di bambino, cercando di coinvolgerli anche in attività che potrebbero essere per loro troppo faticose o poco allettanti, sia ripagata dalla loro frenesia nel raccontare che cosa hanno visto e vissuto, dalla malinconia del ritorno a Milano e dal desiderio di partire presto per un’altra meta.

Così, ecco che per questa Pasqua siamo andati a Istanbul, una città di cui mi sono innamorata. Anzi, Istanbul non è una città, Istanbul sono mille città, tutte diverse, troppe da visitare e conoscere in pochi giorni, un insieme di culture, religioni, abitudini e tradizioni che convivono senza distinzioni apparenti.

Siamo partiti attrezzati con: scarpe da ginnastica per tutti, un passeggino utilizzato pochissimo (LucAttila rimane seduto solo se obbligato e dopo scenate con grida e strepiti, oppure in braccio alla sorella), per Gaia una pedana per passeggino nuova, comprata per l’occasione, e rotta durante il viaggio aereo; in una borsa, qualche euro cambiato in lire turche una volta a destinazione, pannolini di ricambio, Istanbul Kart per i mezzi pubblici e macchina fotografica.

Partiti di mercoledì sera, abbiamo dedicato il primo giorno ad esplorare il quartiere di Sultanahmet. Chi va ad Istanbul per un weekend, va in questa zona: “è tutto lì”, dicono, la Grande Moschea (Moschea Blu), Santa Sofia, la Basilica Cisterna, gli Obelischi e la fontana tedesca, il Palazzo Topkapi, il Gulhane Park, la via con i ristoranti turistici e i negozi di souvernir, il Gran Bazar. In Santa Sofia non siamo riusciti ad entrare per via di una coda interminabile e dal Gulhane Park siamo, ahimè, dovuti scappare, per un quarto d’ora di temporale inatteso che ci ha inzuppati completamente.

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Il primo giorno i bambini hanno scoperto che, se noi spremiamo le arance, a Istanbul si spremono i melograni e il succo è buonissimo, sembra vino, lascia i baffi rossi e fa molto ridere; hanno avviato una gara all’avvistamento del gatto -animale quasi sacro e più che rispettato dalla popolazione, che gli lascia sui marciapiedi croccantini, ciotole d’acqua e casette di cartone- e una conta di fontane; hanno scoperto che ad Istanbul, con poche lire turche, per strada si possono assaggiare da ambulanti, mentre si cammina senza sosta con mamma e papà, delle specie di focaccine-ciambella, cozze con limone, panini con pesce arrostito al momento, dolci buonissimi, ceci caramellati e frutta secca, pannocchie da sgranocchiare o caldarroste; hanno scoperto che per cinque volte al giorno, per tutta la città, si sente cantare un inno di richiamo alla preghiera dai megafoni dei minareti, che sembrano la Torre di Rapunzel e invece sono parte delle moschee.

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Il primo giorno siamo riusciti anche ad esplorare la zona di Eminonu, con il bazar egiziano, anche chiamato Bazar delle Spezie, con colori, profumi e assaggi buonissimi, soprattutto per le bambine che guardano distese di dolci con gli occhi sgranati (per i bambini che, invece, si addormentano nel passeggino, purtroppo non rimane molto..). *nelle foto, immagini di vari bazar.

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Da lì abbiamo attraversato il ponte di Galata e, tra gradini e salite, siamo arrivati alla torre: neanche se avessimo provato a calcolare i tempi saremmo riusciti ad arrivare in cima così puntuali per il tramonto.

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Abbiamo trascorso la serata tra i sapori di Galata e siamo tornati in hotel a dormire, con Gaia che ancora saltellava per Sultanahmet.

Luca: “Dov’è Istabulle?”
Mamma: “Siamo a Istanbul, è qui!”
Luca: “E’ qui per terra?”

Il secondo giorno abbiamo incontrato, grazie a www.scoprireistanbul.com, Kadir, una guida eccezionale che ci ha accompagnato per i quartieri di Fatih, Fener e Balat, per mostrarci il volto della vera Istanbul, quella non turistica, quella della vita quotidiana. Kadir ci ha raccontato con passione storia e storie della città, ci ha accompagnato in moschee e bazar, ci ha spiegato l’architettura dei palazzi e insegnato a distinguere case ottomane e armene, ci ha intrattenuto con piacevolissime spiegazioni su dettagli che da soli ci saremmo persi, ci ha illustrato mosaici e raccontato leggende. La nostra guida meravigliosa ha fatto appassionare Gaia e Luca, che cercava la sua mano invece di quella di mamma o papà, che non ha chiuso occhio per tutto il giorno, che ha gustato, leccandosi i baffi, zuppa di lenticchie, carne e budino di riso in una locanda in cui ci siamo fermati a mangiare tutti insieme. Con Kadir abbiamo assaggiato anche il Salep, buonissima bevanda invernale fatta con latte, polvere di orchidea, zucchero e cannella: al primo sorso, Luca non ha potuto trattenere una risata di sorpresa e soddisfazione per il suo palato. Nonostante i dieci chilometri abbondanti percorsi e le ore di camminata sui colli di Istanbul, i bambini sembravano reggere bene e ne abbiamo approfittato per trascorrere la serata a Taksim, con Kadir che ci faceva strada: non abbiamo potuto non cenare insieme a lui, poi, iniziato a piovere, siamo tornati in albergo con una passeggiata in discesa e un comodo tram, per la gioia di Luca.

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Il terzo giorno è stato quello dedicato ai bambini: li abbiamo portati all’Istanbul Akvaryum, il primo acquario per entrambi. Gaia ne è rimasta affascinata, soprattutto per i faccia a faccia con gli squali, per le stelle marine e per il sentirsi sotto al mare senza bagnarsi. Un giro nel labirinto degli specchi, uno alla scoperta di un relitto e, nel primo pomeriggio, siamo tornati a Eminonu, pranzando con poche lire ai baracchini lungo la strada.

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Abbiamo poi attraversato di nuovo il ponte, fatto un giro nel quartiere di Galata, assaggiato sfoglie con formaggio e spinaci, fino a perderci e arrivare a Besiktas; ci siamo poi lasciati guidare dal lungomare, dalle strade costeggiate da tulipani e fiori viola, abbiamo giocato in un parco giochi sul mare, fotografato il Palazzo Dolmabahçe, ci siamo ritrovati in un’area per lo shopping, affollata al punto da essere quasi impraticabile.

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Tornando indietro, con la funicolare siamo saliti nuovamente a Taksim: i bambini hanno giocato rincorrendosi nell’enorme piazza, poi, seguendo i binari del tram nostalgico, abbiamo ripercorso la via principale, fino a fermarci a mangiare in un locale suggerito il giorno prima da Kadir. Gaia ha assaggiato i miei involtini di foglie di vite, i ravioli turchi con lo yogurt, Luca ha preferito polpette, humus per tutti; infine, dolci a volontà e, di nuovo, una passeggiata in discesa fino ad Eminonu e poi tre fermate di tram per tornare in hotel.

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Il quarto giorno, Pasqua, dopo che i bambini hanno scartato i piccoli ovetti della nonna Maria nascosti in valigia, abbiamo incontrato, invece, un’altra guida, Michelangelo, che, dopo un tour per Eminonu, ci ha fatto traghettare sul Bosforo alla scoperta dei quartieri di Üsküdar, Kadıköy e Yeldeğirmeni. Forse per il gruppo numeroso, per la guida meno empatica e accattivante di Kadir, o per le nostre aspettative troppo alte, la giornata è trascorsa con un po’ di insoddisfazione e con la sensazione di non aver scoperto tutto quello che quei quartieri asiatici avrebbero avuto da dirci. Abbiamo contato i numerosi Occhi di Allah, in realtà non simboli religiosi, ma apotropaici, che allontanano il malocchio da chi li porta con sè.

Gaia: “Sai che il braccialetto che mi hanno regalato al Gran Bazar mi protegge dal male all’occhio?”

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A metà pomeriggio, dopo un breve giro per Kadıköy, siamo tornati a Eminonu e al Bazar delle Spezie, in cui, tra assaggi vari- ci siamo dedicati alle negoziazioni per gli acquisti.

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Un po’ per stanchezza, un po’ per i tempi stretti, un po’ perchè carichi di pacchetti che ci impedivano di muoverci agevolmente sulle salite o sui mezzi pubblici, un po’ per un mio ginocchio provato da giorni di Converse, abbiamo preferito rimanere, come ultima sera, a Sultanahmet. Gaia per cena ha chiesto gli involtini di foglie di vite. Sulla via del ritorno in hotel si è lamentata di un dolore ai “mignoli dei piedi”, ha tolto le scarpe e il rientro è stato facile: per quello che mi riguarda, rimarrò sempre sbalordita per i chilometri e le ore macinate incessantemente, saltellando e divertendosi, senza mai lamentarsi, per quattro giorni pieni.

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Ancora una volta si è rafforzata la mia convinzione che viaggiare con i bambini sia fattibile, che ci sono mete migliori di altre per motivi di sicurezza e igiene (ma vale anche per gli adulti), ma che in realtà tutto dipenda da come si sceglie di organizzare la propria vacanza. Sono sufficienti poche accortezze, una pianificazione che tenga conto delle possibili esigenze dei più piccoli e, quindi, un’attrezzatura per far fronte ad esse (acqua, un cambio, snack, passeggino/fascia/zaino se pensiamo che i piccoli non cammineranno a lungo..); è necessario poi, più di tutto, la disponibilità dei genitori ad adattarsi, a modificare eventualmente sul momento i propri piani (ammetto che io stessa devo lavorare ancora un po’ su questo punto, da donna tabella mi innervosisco parecchio), ad adoperarsi per coinvolgere attivamente i bambini in ciò che si vede e che si fa, rendendo il mondo a loro misura.

Lunedì abbiamo avuto solo poche ore prima di tornare in aeroporto, giusto il tempo di un ultimo giro per Sultanahmet e di spendere le lire residue: Luca felice all’idea di rivedere il nonno Totò, Gaia con richiesta di tornare presto a fare un altro viaggio, noi con la consapevolezza che non sarebbe bastata una settimana intera per conoscere questa magica città e che, “il mondo è grande, non torniamo due volte nello stesso posto”, ma chissà..!

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Eccomi, ora inizio! Figli o lavoro?

Ciò che mi ha convinto e dato lo spunto per aprire il blog è stato un confronto di ieri con due mie colleghe: una, la bellissima Principessa che fa girare la testa a tutti –compresa mia figlia-, impegnata-ma-non-ancora-Fidanzata; l’altra, innamorata ciecamente del proprio maritino e Futura Mamma di un bimbo dal nome ancora incerto che nascerà in autunno.

Maternità e lavoro, non un tema facile nè semplificabile, spesso ricorrente e per tanti punti di vista diversi.

Ieri pomeriggio si parlava di mamme che tornano al lavoro subito dopo la nascita dei figli, mamme che rientrano dopo qualche mese, mamme che ricominciano  dopo l’ultimo giorno disponibile di maternità/ferie/permessi; ancora, mamme che riprendono con orario ridotto, mamme che non ritornano affatto. E’ chiaro che ogni scelta possa essere dettata da necessità o da intenzione, ma è di questo secondo caso che si discuteva.

Categorie: Il (mio) mondo del lavoro, Vita da mamme