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Natale all’avventura in Sri Lanka con bambini

Quest’anno Babbo Natale, circa a settembre, ha guardato le chiusure aziendali mie e di Nico e ci ha portato, con anticipo, quattro biglietti andata e ritorno per Colombo, capitale dello Sri Lanka: solo quello, tutto il resto è stato studiato e approssimativamente organizzato nei mesi successivi, lasciando una buona parte di viaggio all’improvvisazione in loco. I giorni sono stati 6, pochissimi per un viaggio in Sri Lanka, a mala pena sufficienti per vedere le cose principali: la vera rinuncia è stata la località di Anuradhapura, una delle più antiche capitali, troppo distante per poter essere incastrata nel nostro itinerario.

Per la prima volta sono partita senza aver pianificato al dettaglio tappe, tempistiche, imprevisti.
La cosa fondamentale è stata documentarsi sul paese, frequentare forum (grazie Tripadvisor) e trovare dall’Italia un driver che -concordato un prezzo- avrebbe pensato ai trasferimenti secondo i nostri piani indicativi e agli alloggi. Siamo partiti pronti a tutto, ad adattarci in situazioni di scarsa igiene, al cibo piccante, al monsone…

25 dicembre, ore 21:00: Decolliamo da Malpensa alla volta di Colombo, con un breve scalo a Muscat; il 26, nel primo pomeriggio -ora locale- togliamo piumini, felpe, magliette a manica lunga e iniziamo a respirare l’aria umida e afosa della capitale. Inizia con un viaggio di circa 4 ore la nostra avventura cingalese: in serata arriviamo a Polonnaruwa, pronti ad esplorarla l’indomani. La strada, come sarà poi in tutti i giorni a seguire, è uno spettacolo unico: ovunque ci si volti, in qualunque momento, si scoprono scene di vita quotidiana, natura meravigliosa, varani e animali di sorta, templi e architetture sorprendenti. La scelta di spostarci in auto (che poi è un pullmino, tutto per noi) è quella giusta.

27 dicembre: dedichiamo la mattinata alle stupende rovine di Polonnaruwa e il pomeriggio ad un safari al Kaudulla National Park, alla scoperta degli elefanti. Luca ha la febbre alta (ce l’aspettavamo e siamo attrezzati), ma questo -a parte qualche momento di stanchezza e debolezza- non smorza gli entusiasmi. L’esperienza della jeep, aperta ai lati e in alto e tutta per noi, è per i bambini un divertimento unico. Durante tutta la giornata iniziamo a prendere confidenza con il clima: fortissimi scrosci d’acqua, poi sole, poi pioggia, poi nuvolo, poi sole. Dash, il nostro driver, ci offre una merenda con frutta buonissima nel parco e, immediatamente dopo, fuggiamo in jeep  -tra le risate divertite- da uno dei temporali più forti a cui abbiamo mai assistito.

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28 dicembre: alle 5.30 esco a correre, potrei mai rinunciare ad avere lo Sri Lanka nelle mappe del Garmin? Nei primi 200 metri prendo uno spavento tremendo, con cani randagi che sbucano ringhiando, mi seguono e mi accerchiano: cammino lentamente, mani in alto, più immobile possibile, dopo un centinaio di metri tornano in dietro. Mi chiedo se ricominciare, mi rispondo di sì, e da quel momento incontrerò solo mucche, decisamente meno pericolose, e cingalesi che mi augurano il buon giorno tra l’incredulo e il divertito.
Rientrata in hotel, dopo colazione ci dirigiamo verso Sigiriya: l’idea è di vedere la roccia con il palazzo reale senza scalarla, per poi salire su una rocca simile, meno turistica, ad ammirare il panorama. In realtà, ci aspettiamo di vedere le famose zampe della rocca che non si vedono se non accedendo al percorso e ad un pezzo di scalata, quindi cambiamo i programmi ed entriamo: l’attesa è molto lunga, di fatto, tra la coda e la salita, trascorriamo metà mattina. I bambini chiedono poi di cavalcare un elefante, cosa che inseriamo come fuoriprogramma ma che lascia tutti delusi, l’elefante non è decisamente felice e l’esperienza è forzatamente turistica, con tanto di baldacchino e costi altissimi. Proseguiamo quindi verso Kandy, fermandoci a Dambulla, al meraviglioso tempio d’oro. Qua avrà origine il nostro vero grande rimpianto della vacanza: secondo il driver, non dovremmo neanche fermarci in questa tappa, ma per noi è irrinunciabile. Invece, quindi, di scattare foto dalla strada, scendiamo dal pullmino ed entriamo: Dash ci dice che abbiamo 10 minuti a disposizione e poi dovremo ripartire. Il tempio d’oro, anche da fuori, con il Buddha scintillante enorme e moltissimi dettagli, è immenso: avvicinandoci vediamo una scala e una rampa, sulla prima si indica “Rock temple”, sull’altra “Cave temple”. Togliamo le scarpe rispettosamente e optiamo per la scala in pietra, su cui vediamo più movimento. Non so esattamente quanti scalini facciamo, scalzi, di fretta, sicuramente troppi, ma arrivando in cima il panorama è meraviglioso, e siamo anche circondati da scimmie che per i bambini sono sempre estremamente divertenti. I dieci minuti sono scaduti e dobbiamo ancora scendere: vediamo l’entrata del tempio, ma non sembra ciò che ricordo che dovrebbe essere, do per scontato che avremmo dovuto optare per la rampa e non per la scalinata e andiamo via. Solo due giorni dopo, rimettendo insieme i pezzi e ripensando alle tappe, ci rendiamo conto che il tempio con gli affreschi nella roccia era esattamente quello in cui, per fretta, non siamo entrati. Proseguiamo quindi alla volta di Kandy, fermandoci lungo la strada al Giardino delle spezie -dove Nico gode di un massaggio con qualche olio profumato- e al tempio Indu di Matale, che visitiamo anche internamente, senza smettere di stupirci e rimanere incantati dai suoni e dai colori. Kandy, città sacra, la più importante dopo la capitale, in serata ci accoglie trafficata, piena di vita, caotica, rumorosa, viva.

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29 dicembre: Kandy. Il lago centrale ha un giro esterno di 3 km, lo percorro tre volte di primissimo mattino, sotto il monsone -che è molto peggio del più forte acquazzone mai preso in Italia- e tra le occhiate perplesse -ma sempre cordiali- dei locali. Ad inizio giornata, ci rendiamo conto di aver commesso l’errore di non aver rotto le scatole a sufficienza al driver per avere l’itinerario esatto all’arrivo: ho pensato di essere stata già sufficientemente pressante e di aver chiarito le nostre esigenze e idee, e ho mollato il colpo. Errore: solo quando Dash ci porta all’entrata del giardino botanico, dicendoci che verrà a prenderci dopo 3 ore perchè è molto grande, bocciamo categoricamente la proposta -ho una personale avversione per giardini e orti botanici- e rivediamo insieme il planning. Trascorriamo la mattina visitando una “fabbrica” di gioielli e lavorazione di pietre preziose -che cattura sorprendentemente i bambini-, una fabbrica di lavorazione del legno ed una della seta, in cui Gaia prova anche un sari bellissimo. Nel pomeriggio giriamo autonomamente per la città, pranzando al ristorante e facendo acquisti, anche impulsivi, da importare in Italia. Nel tardo pomeriggio assistiamo ad uno spettacolo di danze tipiche e ad una funzione nel tempio del Dente sacro. Di nuovo, in serata ci godiamo la chiassosissima città, tra street food piccantissimo, dolci molto molto dolci e la sensazione di essere fortunati a stare così bene tutti e quattro insieme. E’ il momento in cui diciamo ai bambini che è bello viaggiare con loro, che è facile viaggiare con loro, che al di là delle piccole arrabbiature e difficoltà che comunque non mancano mai, sono proprio bravi.

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30 dicembre: il cambio di programma, per incastrare tutto ciò che probabilmente il nostro driver aveva parzialmente perso di vista, prevede un’alzata di buon mattino. Alla stazione di Kandy riusciamo ad acquistare gli ultimi biglietti, ahinoi di prima classe, per arrivare a Nuwara Eliya, precisamente stazione di Nanu Oya. Teniamo particolarmente al viaggio in treno, sia per la passione di Luca per il mezzo, sia perchè pare sia un’esperienza molto bella. Saliti a bordo, ci accorgiamo che, pur nell’arretratezza locale, la nostra prima classe ha aria condizionata, finestrini chiusi e bloccati, e porte automatiche. Subito proviamo a barattare i nostri biglietti con passeggeri di seconda classe, ma senza riuscirci. Dopo un quarto d’ora dalla partenza, chiediamo al capotreno se ci siano dei posti liberi nelle classi inferiori, spiegando che vorremmo sporgerci dai finestrini e goderci il viaggio, anche se meno comodamente: purtroppo non ci sono posti liberi, ma ci apre le porte di salita del treno, invitandoci a guardare da lì. Inizialmente timorosi, presa confidenza, trascorriamo circa 3 ore di viaggio sporgendoci dalle porte e poi, con i bambini, seduti sui gradini. E’ meraviglioso, la giornata è bella, il treno si muove in salita, attraversiamo paesi, baracche, vegetazione che cambia, dalla giungla alle piantagioni di tè. Arrivati a Nanu Oya, il nostro driver aggiusta nuovamente il programma: torniamo in auto verso Kandy, attraversando le piantagioni, visitando una fabbrica di tè e ammirando le cascate.

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31 dicembre: alle 6 del mattino non vado a correre, ma un nuovo driver viene a prenderci in hotel per spostarci, con un viaggio di circa 4 ore, a Bentota, decisamente più a sud. Arrivati, è il momento del safari sul Bentota River, altra tappa a cui non volevo rinunciare, per consentire ai bambini di vedere i coccodrilli, tra mangrovie e altre piante da Libro della Giungla. Terminato il safari, ci viene proposto di spostarci in una spiaggia più a nord, più vicina all’aeroporto dove l’indomani avremo il volo di rientro all’alba, invece di permanere a Bentota. Il sole è molto caldo, è bastata un’ora di safari per avere la fronte e le spalle rosse, pensiamo di accettare la proposta, in modo da distenderci in spiaggia per le 14.00. Purtroppo, non capiamo bene per quale motivo, il driver impiega molto più tempo del previsto e arriviamo a Negombo solo alle 15.00. La spiaggia, inoltre, non è quella che ci aspettiamo, non sembra aver nulla a che vedere con le cartoline dello Sri Lanka, con il mare in cui volevamo fare il bagno. Siamo un po’ nervosi, soprattutto perchè è l’ultimo giorno, ma solo noi adulti: i bambini sono in spiaggia, in costume da bagno, a giocare con la sabbia e a correre in riva schizzandosi e, che l’acqua non sia maldiviana, a loro non importa. Gaia ed io facciamo anche il bagno, l’Oceano è caldissimo. In serata cerchiamo un locale per una cena cingalese: percorriamo la via centrale un paio di volte, leggendo i menu dei ristoranti, poi, dopo un’ora a piedi, prendiamo un tuk tuk perchè ci porti in prossimità del locale individuato. Chiediamo all’autista di consigliarci -specificando ripetutamente che cerchiamo non posti turistici nè europei, ma dove vanno a mangiare i cingalesi- e ci suggerisce il Coconut King; arrivati lì davanti, ci si presenta come un posto estremamente occidentale, ci guardiamo e ci incamminiamo di nuovo nella direzione opposta. Dopo un’altra mezz’ora a piedi, riprendiamo un tuk tuk che ci riporti all’inizio della via ma, ripetuto lo stesso discorso fatto al primo autista, ci ritroviamo di nuovo al Coconut King. Non può essere una coincidenza che in due su due ci diano lo stesso consiglio, proviamo a fidarci. Appena seduti, sfoglio velocemente il menu e il piatto tipico è il grande assente, e noi non vogliamo rinunciare alla nostra ultima cena. Gaia finge di sentirsi male ed io esco con lei, abbracciandola simulando preoccupazione mentre lei si tiene la pancia fingendo, tra risate trattenute, dei conati; in breve escono anche Nico e Luca e mezz’ora dopo ci sediamo finalmente nel “nostro” ristorante a cui ci arrendiamo per esasperazione. Ricorderemo per sempre il loro succo di mango, che di fatto è un frullato densissimo eccezionale, con cui brindiamo alla vacanza, all’anno che finisce, a quello che inizia, con un tavolino in spiaggia. Tornati a casa, i bambini crollano esausti; il padrone di casa viene a bussare alla nostra porta per invitarci a vedere i fuochi d’artificio in spiaggia. Titubanti, poco prima di mezzanotte, chiudiamo i bambini in camera e corriamo in spiaggia (a 50 metri) e iniziamo così il nostro 2017.

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1 Gennaio: di buon’ora andiamo in aeroporto dove ci imbarchiamo su un comodissimo volo Oman Air diretto, sigh!, a Malpensa. E’ stata una bella vacanza, gli intoppi sono stati pochi, i rimpianti solo due (la mancata entrata al Golden Temple e l’aver perso così tanto tempo a Kandy a discapito del sud dell’isola); sicuramente anche solo 24 ore in più avrebbero fatto la differenza,ma tutto sommato è stato anche questo un gran viaggio. Si rientra, felici della nostra breve avventura, i bambini contenti di ritrovare i giochi appena portati da Babbo Natale, noi impensieriti dalla routine che ci aspetta. Il 2017 sarà un anno di “ponti”; il budget a disposizione è basso, ma appena i nostri datori di lavoro definiranno il calendario, potremo iniziare a studiare nuove mete e a sognare vacanze low cost fai da te… pare che riescano bene!

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Consigli rapidi per un viaggio in Sri Lanka (con bambini):
– Documentarsi molto bene per avere le idee chiare su che cosa si possa trovare e che cosa aspettarsi (in termini di cose da vedere, da fare; di clima; di cibo)
– Cercare e prenotare un driver dall’Italia
– Definire con il driver, già dall’Italia, nella negoziazione, le tappe (e, se possibile, non fare come noi che ci siamo limitati a questo, ma insistere per avere un planning dettagliato e definito per essere certi che si riesca realmente a fare tutte le tappe; non conoscendo le distanze, non è detto che la nostra idea di viaggio sia realmente fattibile)
– Contrattare sempre sul prezzo. Sempre. Sempre. Alla mancia, invece, purtroppo non ci si può sottrarre.
– Avere con sè sempre acqua e frutta di scorta. Il cibo è molto piccante, molto piccante, molto.

Cosa mettere in valigia tra Natale e Capodanno:
– Magliette a manica corta; eventualmente canottiere, ma procurandosi qualcosa per coprire le spalle per entrare nei templi.
– Pantaloni lunghi o che arrivino almeno sotto al ginocchio -per lo stesso motivo di cui sopra- per gli adulti; i bambini possono stare senza problemi in shorts e canottiera. Ok a pantaloncini corti, ma procuratevi un pareo per coprirvi nei luoghi sacri.
– Un coprispalle leggero o maglietta a maniche lunghe per la sera se siete nelle zone interne.
– Scarpe comode per camminare, tipo tennis. C’è chi va in giro in infradito, noi lo sconsigliamo per praticità e igiene.
– Una bandana o un cappello se prevedete di stare al sole.
– Antizanzare tropicale, disinfettante gel mani, salviette umidificate, tachipirina e termometro, crema solare se state al sole.
– Costume da bagno in caso di spiaggia.
– Ombrello: noi l’avevamo ma non l’abbiamo mai usato. Ci si bagna, ci si asciuga, ci si ribagna.
– Spirito di adattamento, sapendo che, comunque, non si incontrano situazioni estreme.

Categorie: Viaggi, Vita da mamme

Salisburgo e Fussen con i bambini: la vacanza degli imprevisti

Una breve vacanza di Pasqua prenotata, anche questa volta, con largo anticipo, e low cost (viaggio in auto e prenotazione annullabile fino all’ultimo tramite booking), ma poco pianificata. Non è stato questo il problema, quanto una serie di imprevisti e condizioni che hanno reso il nostro viaggetto molto poco vacanza: il brutto tempo, Luca ammalato dal primo giorno, nervosismi diffusi.. condizioni che, a differenza di tutte le nostre esperienze precedenti, non ci hanno fatto essere completamente felici e sereni, a goderci l’itinerario.

Detto questo, siamo partiti venerdì mattina presto in auto in direzione Salisburgo, partenza con il sole, arrivo con la pioggia in un bellissimo Eco-Suite Hotel, a poche centinaia di metri dalla fermata dell’autobus nr. 6 che ci avrebbe portato rapidamente in centro, distante solo 3 km (in realtà, la prima cosa che noto è che l’hotel si affaccia esattamente sopra la ciclabile sul Salzach e inizio a puntare la sveglia per il giorno dopo).

Piove, siamo attrezzati: con stivali, mantelle e ombrelli trascorriamo il pomeriggio del primo giorno gironzolando per il centro, perdendoci tra le insegne in ferro battuto della Getreidegasse, i vicoli, la folla di turisti, le palle di Mozart, i ponti, vetrine e mercatini di Pasqua. In cerca di strudel e Sacher, facciamo invece una merenda golosa con assaggi di altre torte. Prima di scoprire che tutte le attività commerciali e le attrazioni turistiche chiudono alle 17.00, riusciamo a visitare la casa natale di Mozart. Gaia si perde tra i dettagli, piena di domande a cui spesso non sappiamo neanche rispondere, Luca invece è impaziente di incontrarlo, questo Mozart: continua a chiedere quando arrivi, visto che siamo a casa sua, nonostante gli abbiamo brevemente spiegato chi fosse e che non sia più vivo ai giorni nostri.

Dopo aver saltato un po’ tra le pozzanghere, ceniamo -tra gli ultimi!- verso le 18.45 e con calma torniamo in hotel per le 20.30: siamo tutti stanchi, l’indomani inizia la vacanza vera, a parte i ristoranti è tutto chiuso e piove, tanto vale rientrare e andare a letto presto per ricaricare le pile.

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All’alba del sabato diluvia, mi alzo, mi copro, faccio partire il Garmin con l’allenamento previsto da tabella e mi godo in solitudine il Salzach e il centro di Salisburgo per 16 chilometri di corsa.

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Rientro zuppa, sveglio la banda e dopo la colazione, facciamo tappa all’Haus der Natur: visitiamo due piani di museo di scienze naturali, tra dinosauri, acquari, balene, per poi spostarci nella parte di museo della scienza. I bambini impazziscono: il museo è davvero interattivo e a loro misura, pieno di giochi e attività con le quali perdersi per ore, tra cui un’esposizione a tema musicale meravigliosa. Trascorriamo la mattinata, ne avremmo ancora da vedere, ma ha smesso di piovere, si intravede uno spicchio di cielo azzurro e vogliamo approfittarne. Luca inizia a lamentarsi e ci accorgiamo che è bollente. Recuperato un veloce pranzo alle bancarelle in centro, Gaia ed io andiamo in cerca di una farmacia aperta, dove rimediamo del paracetamolo che ci salverà la vacanza.

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Nel pomeriggio, anche pensando a qualcosa di tranquillo per Luca, ci informiamo per il tour di 40 minuti con il battello sul Salzach (compreso e previsto dalla Salzburg Card che abbiamo fatto il primo giorno e che consigliamo a tutti), ma sfortuna vuole che ci sia acqua bassa e la navigazione sia sospesa per tutta la durata della nostra permanenza lì. Nel frattempo, mettiamo via mantelle e ombrelli e prendiamo la funicolare per salire alla famosa e bellissima fortezza Hohensalzburg, il castello. I bambini si tranquillizzano e sembrano apprezzare, Luca cerca i cavalieri, Gaia spia dalle mura; visitiamo anche il -piccolo- museo delle marionette che piace molto a tutti. Ci piacerebbe scendere a piedi, ma non ci sembra il caso di esagerare con Luca, quindi torniamo con la funicolare. Sono le 17, tutto chiuso di nuovo in centro. Siamo fortunati perchè sono ancora aperti i giardini del Mirabell e il parco adiacente, dove ci fermiamo fino alle 19: più si sale sullo scivolo, più la febbre scende, più si salta su mattonelle musicali, meglio si sta. Ceniamo e rincasiamo.

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Domenica, Pasqua, c’è una bella giornata: per prima cosa si aprono le uova importate da Milano, poi, dopo colazione, prendiamo un autobus che, in mezz’oretta trascorsa telefonando ai nonni per gli auguri e i racconti, ci porta al castello di Hellbrunn. Qui Gaia ed io ci divertiamo moltissimo, Nico meno perchè si trova a gestire Luca che invece è in sofferenza e piuttosto rognoso. I giochi d’acqua, gli scherzi delle fontane dell’Hellbrunn sono divertenti e inaspettati -io e Gaia accettiamo di fare da cavie inconsapevoli alla tavola del re, e diventiamo vittime di uno degli scherzi-, il teatro meccanico azionato dall’acqua con la musica del Don Giovanni è stupendo. Giusto in tempo perchè faccia in tempo la somministrazione di paracetamolo e arriviamo poi al parco giochi adiacente: anche qui, più si salta, più la temperatura cala. C’è anche una temperatura piacevole, Nico ed io riusciamo persino a sederci nel prato per qualche minuto da soli, guardando i bambini correre e giocare a distanza.

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Rientriamo per un pranzo tardivo nella zona più centrale di Salisburgo, un pranzo che è quasi merenda: vorremmo girare per i punti panoramici della città, le mura, passeggiare sul fiume, ma ci rendiamo conto che i bambini hanno bisogno di altro, e anche il clima sta volgendo al peggio. Optiamo per lo Spielzeugmuseum, il museo dei giocattoli in cui, oltre alle varie esposizioni, Gaia e Luca possono anche giocare con trenini, costruzioni, uno scivolo che collega il primo e il secondo piano, bambole, mercati, leggere nella sala lettura o -cosa che fanno per circa 3 minuti e mezzo- guardare un cartone animato nella stanza cinema. Infine, nella sala degli spettacoli, Gaia inventa e mette in scena per noi uno spettacolo di marionette. Anche qui, alle 16.45 ci fanno uscire per chiusura, terminiamo la giornata con acquisti di souvernir, una seconda merenda con la vera Sacher originale (finalmente!) e con l’acquisto di fette di strudel di vari tipi che Nico ed io assaggeremo al posto della cena; un altro breve giro per il centro e si rientra.

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Lunedì il tempo è di nuovo bello, ne approfitto per rivedere la ciclabile sul Salzach con il sole: l’alba è stupenda, faccio il pieno di energia e immagini meravigliose per 10 km (per fortuna, perchè la giornata sarà infinita).

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E’ il giorno della partenza per la seconda meta della nostra vacanza: Fussen.

Prima tappa: Castello di Herrenchiemsee.
E’ una bella sorpresa per molti motivi: la località è stupenda, il castello si trova su un’isola sul lago e dobbiamo prendere un piccolo battello per la gioia di Luca che non aveva potuto navigare il Salzach, il castello stesso è incantevole. Purtroppo le visite sono ad orari definiti e finiamo per spendere tutta la mattinata lì, ma ne vale la pena.
Giriamo prima per il parco e poi per le sale del castello mai concluso e mai abitato (anzi, abitato per 10 giorni), siamo tutti incantati dalla ricchezza e maestosità del tutto, Luca compreso che, per l’occasione, può sedersi -obbligato da noi- in un passeggino richiedibile all’ingresso (sì, lui non usa il suo passeggino da oltre un anno).

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Ci dirigiamo quindi verso i castelli di  Neuschwanstein e di Hohenschwangau, troviamo traffico lungo la strada, ad un certo punto la strada è anche interrotta e ci sono deviazioni non segnalate: non parliamo il tedesco e siamo in una zona poco popolata tra le montagne, chiedo informazioni (“Fussen?”) all’unica anima viva che incontriamo che mi risponde in tedesco. Con giochi di assonanze con l’inglese e gestualità internazionale, riusciamo a capire le indicazioni e, alla fine, arriviamo a destinazione esausti. Luca continua a non stare bene, si lagna, litiga con Gaia, si contendono i giochi, la nostra pazienza è al limite: arriviamo alla meta nervosi e con la sensazione di aver perso un sacco di tempo.

Dal basso, osservando i castelli arroccati, quello bianco de La Bella Addormentata e quello giallo, i bambini preferiscono entrambi quello giallo. Ci mettiamo in coda in biglietteria, sono le 16 ma un cartello avvisa che per il castello di Neuschwanstein c’è il tutto esaurito; nel frattempo, calcolando che l’altro chiude alle 17 e che siamo ancora in coda, ci rendiamo conto che, anche facendo i biglietti, non faremmo in tempo a visitarlo. Decidiamo quindi di visitarli entrambi gratuitamente solo dall’esterno, ma di concederci di andare in carrozza per la gioia dei bambini, che si risparmiano una camminata in salita e si sentono principe e principessa.
Durante la discesa, a piedi quella, Luca ricomincia a lagnarsi e Gaia a lanciare provocazioni: il nervosismo di tutti aumenta. Riusciamo a visitare il castello giallo, ma gli umori non sono dei migliori.

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Dobbiamo ancora fare il check-in nel nostro appartamento a Fussen e sono quasi le 18: scopriamo che non si trova in centro, ma a circa 5 km, su un lago meraviglioso. Si tratta del Ferienhaus und Landhaus Berger, esattamente a Hopfen Am See: appartamento molto bello in un luogo stupendo. E’ qua che Nico ed io addocchiamo una coppia, ciascuno con il proprio libro, seduta su una panchina vista lago, con il tramonto di fronte e silenzio intorno (fino al nostro passaggio, naturalmente): vorremmo fare cambio per qualche ora. Ci proviamo, scegliamo una panchina, sguinzagliamo i bambini e riusciamo a rilassarci finalmente un po’: di nuovo, loro giocano da soli felici, noi riusciamo a stare in due. Decidiamo di rimandare la visita a Fussen al giorno successivo, per prendercela comoda e non stressarci ulteriormente dopo una giornata già piena di nervosismi, ed è la scelta giusta. A differenza delle cene a Salisburgo, economiche e rapide, ceniamo anche finalmente in un ottimo ristorante tipico a due passi dal lago e a due dall’appartamento, con sala con vista tramonto sul lago.

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Martedì, giorno della partenza: mi alzo prima dell’alba, non posso resistere al lago e alla sfida di tutte quelle salite che in 5 chilometri mi portano in centro a Fussen prima che il mondo si svegli; inizio quindi la corsa più bella della vacanza, dove scopro che probabilmente non è vero che odio le salite, perchè quelle che percorro mi paiono meravigliose.

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Al rientro a casa, la magia finisce subito perchè pare che tutti si siano svegliati male: dovremmo visitare il centro di Fussen e il castello di Linderhof (Oberammergau e Schwangau è evidente che non ci staranno mai nel programma), ma Nico ed io preferiamo anticipare il rientro e poterci ritagliare un paio di ore milanesi di riposo e quiete prima di rientrare al lavoro il giorno successivo.

Facciamo quindi colazione in centro, giriamo Fussen sorprendentemente bella, acquistiamo dei dolci tipici, le Schneeballen – palle di neve, cerchiamo invano dello strudel da importare, e alle 11.00 iniziamo il viaggio di rientro. Ho mal di testa, penso sia stanchezza, il giorno dopo scoprirò che è una faringite acuta, con febbre molto alta e dolori ovunque. Insomma, avrei già bisogno di una vacanza per riprendermi dalla vacanza.

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In conclusione, è stata una vacanza faticosa in posti meravigliosi: ho e abbiamo la sensazione di non aver visto nè goduto di tutto ciò di cui avremmo potuto apprezzare, ma anche la consapevolezza che più di così questa volta non avremmo potuto fare. Ci siamo chiesti come mai questa volta sia stato così difficile: da un lato, era partita male, Nico non sapeva quasi neanche dove andassimo, il mio planning lasciava (e, conilsennodipoi, per fortuna!) molto all’improvvisazione, forse i bambini erano stanchi fin dall’inizio. Non è stata certo la vacanza più impegnativa: i ritmi di Istanbul o della Lapponia sono stati di gran lunga più pesanti, forse siamo partiti tutti poco convinti e gli imprevisti hanno fatto il resto.

Consiglierei a tutti Salisburgo e la Baviera, piuttosto un giorno in meno a Salisburgo e uno in più tra i castelli; come periodo, tra un mese sarebbe stato perfetto: a Milano gli alberi sono fioriti da un paio di settimane, là stanno per sbocciare e le temperature sono ancora basse. Abbiamo girato con la nostra auto per contenere i costi, per avere maggiore autonomia e libertà, per stare comodi anche con i bambini; a Salisburgo ci si sposta a piedi, con i mezzi pubblici o anche in bicicletta: è una città altamente accessibile, per persone con disabilità, mamme con passeggini, runner, sportivi. Per quello che riguarda gli alloggi, la soluzione di prenotare con mesi di anticipo su booking con opzione annullamento gratuito è risultata ancora vincente nel nostro caso.

La prossima vacanza sarà sicuramente quella estiva, con alcune opzioni individuate, ma meta ancora da definire: suggerimenti?

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Categorie: Viaggi, Vita da mamme

Istanbul a Pasqua. Certo, con i bambini!

Quando ho detto che il nostro piano per Pasqua sarebbe stata una vacanza quasi-last minute ad Istanbul (pacchetto prenotato su Expedia, Volo Alitalia, alloggio presso The Stone Hotel – zona Sultanahmet), dopo qualche minuto di chiacchierata i miei interlocutori, immancabilmente, hanno esclamato un “Ah, ma anche con i bambini?!”.

Istintivamente, ogni volta, il pensiero è “certo, e chi me li tiene per cinque giorni?!”, poi segue un “eh, magari andassimo via da soli”, ma alla fine sopraggiunge la riflessione su quanto sia bello anche per loro trascorrere del tempo insieme, in vacanza e alla scoperta di nuovi mondi. Alla fine di ogni viaggio, in particolare, mi sento di aver fatto qualcosa di grande per loro, mi sembra che la fatica di portarli con noi (fatica consapevole, nessuno ci obbliga a partire, potremmo stare a casa nostra) e di mediare tra una vacanza di coppia e una vacanza a misura di bambino, cercando di coinvolgerli anche in attività che potrebbero essere per loro troppo faticose o poco allettanti, sia ripagata dalla loro frenesia nel raccontare che cosa hanno visto e vissuto, dalla malinconia del ritorno a Milano e dal desiderio di partire presto per un’altra meta.

Così, ecco che per questa Pasqua siamo andati a Istanbul, una città di cui mi sono innamorata. Anzi, Istanbul non è una città, Istanbul sono mille città, tutte diverse, troppe da visitare e conoscere in pochi giorni, un insieme di culture, religioni, abitudini e tradizioni che convivono senza distinzioni apparenti.

Siamo partiti attrezzati con: scarpe da ginnastica per tutti, un passeggino utilizzato pochissimo (LucAttila rimane seduto solo se obbligato e dopo scenate con grida e strepiti, oppure in braccio alla sorella), per Gaia una pedana per passeggino nuova, comprata per l’occasione, e rotta durante il viaggio aereo; in una borsa, qualche euro cambiato in lire turche una volta a destinazione, pannolini di ricambio, Istanbul Kart per i mezzi pubblici e macchina fotografica.

Partiti di mercoledì sera, abbiamo dedicato il primo giorno ad esplorare il quartiere di Sultanahmet. Chi va ad Istanbul per un weekend, va in questa zona: “è tutto lì”, dicono, la Grande Moschea (Moschea Blu), Santa Sofia, la Basilica Cisterna, gli Obelischi e la fontana tedesca, il Palazzo Topkapi, il Gulhane Park, la via con i ristoranti turistici e i negozi di souvernir, il Gran Bazar. In Santa Sofia non siamo riusciti ad entrare per via di una coda interminabile e dal Gulhane Park siamo, ahimè, dovuti scappare, per un quarto d’ora di temporale inatteso che ci ha inzuppati completamente.

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Il primo giorno i bambini hanno scoperto che, se noi spremiamo le arance, a Istanbul si spremono i melograni e il succo è buonissimo, sembra vino, lascia i baffi rossi e fa molto ridere; hanno avviato una gara all’avvistamento del gatto -animale quasi sacro e più che rispettato dalla popolazione, che gli lascia sui marciapiedi croccantini, ciotole d’acqua e casette di cartone- e una conta di fontane; hanno scoperto che ad Istanbul, con poche lire turche, per strada si possono assaggiare da ambulanti, mentre si cammina senza sosta con mamma e papà, delle specie di focaccine-ciambella, cozze con limone, panini con pesce arrostito al momento, dolci buonissimi, ceci caramellati e frutta secca, pannocchie da sgranocchiare o caldarroste; hanno scoperto che per cinque volte al giorno, per tutta la città, si sente cantare un inno di richiamo alla preghiera dai megafoni dei minareti, che sembrano la Torre di Rapunzel e invece sono parte delle moschee.

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Il primo giorno siamo riusciti anche ad esplorare la zona di Eminonu, con il bazar egiziano, anche chiamato Bazar delle Spezie, con colori, profumi e assaggi buonissimi, soprattutto per le bambine che guardano distese di dolci con gli occhi sgranati (per i bambini che, invece, si addormentano nel passeggino, purtroppo non rimane molto..). *nelle foto, immagini di vari bazar.

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Da lì abbiamo attraversato il ponte di Galata e, tra gradini e salite, siamo arrivati alla torre: neanche se avessimo provato a calcolare i tempi saremmo riusciti ad arrivare in cima così puntuali per il tramonto.

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Abbiamo trascorso la serata tra i sapori di Galata e siamo tornati in hotel a dormire, con Gaia che ancora saltellava per Sultanahmet.

Luca: “Dov’è Istabulle?”
Mamma: “Siamo a Istanbul, è qui!”
Luca: “E’ qui per terra?”

Il secondo giorno abbiamo incontrato, grazie a www.scoprireistanbul.com, Kadir, una guida eccezionale che ci ha accompagnato per i quartieri di Fatih, Fener e Balat, per mostrarci il volto della vera Istanbul, quella non turistica, quella della vita quotidiana. Kadir ci ha raccontato con passione storia e storie della città, ci ha accompagnato in moschee e bazar, ci ha spiegato l’architettura dei palazzi e insegnato a distinguere case ottomane e armene, ci ha intrattenuto con piacevolissime spiegazioni su dettagli che da soli ci saremmo persi, ci ha illustrato mosaici e raccontato leggende. La nostra guida meravigliosa ha fatto appassionare Gaia e Luca, che cercava la sua mano invece di quella di mamma o papà, che non ha chiuso occhio per tutto il giorno, che ha gustato, leccandosi i baffi, zuppa di lenticchie, carne e budino di riso in una locanda in cui ci siamo fermati a mangiare tutti insieme. Con Kadir abbiamo assaggiato anche il Salep, buonissima bevanda invernale fatta con latte, polvere di orchidea, zucchero e cannella: al primo sorso, Luca non ha potuto trattenere una risata di sorpresa e soddisfazione per il suo palato. Nonostante i dieci chilometri abbondanti percorsi e le ore di camminata sui colli di Istanbul, i bambini sembravano reggere bene e ne abbiamo approfittato per trascorrere la serata a Taksim, con Kadir che ci faceva strada: non abbiamo potuto non cenare insieme a lui, poi, iniziato a piovere, siamo tornati in albergo con una passeggiata in discesa e un comodo tram, per la gioia di Luca.

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Il terzo giorno è stato quello dedicato ai bambini: li abbiamo portati all’Istanbul Akvaryum, il primo acquario per entrambi. Gaia ne è rimasta affascinata, soprattutto per i faccia a faccia con gli squali, per le stelle marine e per il sentirsi sotto al mare senza bagnarsi. Un giro nel labirinto degli specchi, uno alla scoperta di un relitto e, nel primo pomeriggio, siamo tornati a Eminonu, pranzando con poche lire ai baracchini lungo la strada.

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Abbiamo poi attraversato di nuovo il ponte, fatto un giro nel quartiere di Galata, assaggiato sfoglie con formaggio e spinaci, fino a perderci e arrivare a Besiktas; ci siamo poi lasciati guidare dal lungomare, dalle strade costeggiate da tulipani e fiori viola, abbiamo giocato in un parco giochi sul mare, fotografato il Palazzo Dolmabahçe, ci siamo ritrovati in un’area per lo shopping, affollata al punto da essere quasi impraticabile.

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Tornando indietro, con la funicolare siamo saliti nuovamente a Taksim: i bambini hanno giocato rincorrendosi nell’enorme piazza, poi, seguendo i binari del tram nostalgico, abbiamo ripercorso la via principale, fino a fermarci a mangiare in un locale suggerito il giorno prima da Kadir. Gaia ha assaggiato i miei involtini di foglie di vite, i ravioli turchi con lo yogurt, Luca ha preferito polpette, humus per tutti; infine, dolci a volontà e, di nuovo, una passeggiata in discesa fino ad Eminonu e poi tre fermate di tram per tornare in hotel.

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Il quarto giorno, Pasqua, dopo che i bambini hanno scartato i piccoli ovetti della nonna Maria nascosti in valigia, abbiamo incontrato, invece, un’altra guida, Michelangelo, che, dopo un tour per Eminonu, ci ha fatto traghettare sul Bosforo alla scoperta dei quartieri di Üsküdar, Kadıköy e Yeldeğirmeni. Forse per il gruppo numeroso, per la guida meno empatica e accattivante di Kadir, o per le nostre aspettative troppo alte, la giornata è trascorsa con un po’ di insoddisfazione e con la sensazione di non aver scoperto tutto quello che quei quartieri asiatici avrebbero avuto da dirci. Abbiamo contato i numerosi Occhi di Allah, in realtà non simboli religiosi, ma apotropaici, che allontanano il malocchio da chi li porta con sè.

Gaia: “Sai che il braccialetto che mi hanno regalato al Gran Bazar mi protegge dal male all’occhio?”

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A metà pomeriggio, dopo un breve giro per Kadıköy, siamo tornati a Eminonu e al Bazar delle Spezie, in cui, tra assaggi vari- ci siamo dedicati alle negoziazioni per gli acquisti.

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Un po’ per stanchezza, un po’ per i tempi stretti, un po’ perchè carichi di pacchetti che ci impedivano di muoverci agevolmente sulle salite o sui mezzi pubblici, un po’ per un mio ginocchio provato da giorni di Converse, abbiamo preferito rimanere, come ultima sera, a Sultanahmet. Gaia per cena ha chiesto gli involtini di foglie di vite. Sulla via del ritorno in hotel si è lamentata di un dolore ai “mignoli dei piedi”, ha tolto le scarpe e il rientro è stato facile: per quello che mi riguarda, rimarrò sempre sbalordita per i chilometri e le ore macinate incessantemente, saltellando e divertendosi, senza mai lamentarsi, per quattro giorni pieni.

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Ancora una volta si è rafforzata la mia convinzione che viaggiare con i bambini sia fattibile, che ci sono mete migliori di altre per motivi di sicurezza e igiene (ma vale anche per gli adulti), ma che in realtà tutto dipenda da come si sceglie di organizzare la propria vacanza. Sono sufficienti poche accortezze, una pianificazione che tenga conto delle possibili esigenze dei più piccoli e, quindi, un’attrezzatura per far fronte ad esse (acqua, un cambio, snack, passeggino/fascia/zaino se pensiamo che i piccoli non cammineranno a lungo..); è necessario poi, più di tutto, la disponibilità dei genitori ad adattarsi, a modificare eventualmente sul momento i propri piani (ammetto che io stessa devo lavorare ancora un po’ su questo punto, da donna tabella mi innervosisco parecchio), ad adoperarsi per coinvolgere attivamente i bambini in ciò che si vede e che si fa, rendendo il mondo a loro misura.

Lunedì abbiamo avuto solo poche ore prima di tornare in aeroporto, giusto il tempo di un ultimo giro per Sultanahmet e di spendere le lire residue: Luca felice all’idea di rivedere il nonno Totò, Gaia con richiesta di tornare presto a fare un altro viaggio, noi con la consapevolezza che non sarebbe bastata una settimana intera per conoscere questa magica città e che, “il mondo è grande, non torniamo due volte nello stesso posto”, ma chissà..!

Categorie: Viaggi, Vita da mamme