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Estate in Grecia: bambini alla scoperta di Milos.

Ferie. Agosto. Più precisamente, la settimana di Ferragosto e quella successiva.
Il periodo più caro dell’anno, noi siamo in quattro e io detesto la gente spiagge e luoghi affollati.
La casa dell’anno scorso in Salento è stata già affittata, cogliamo l’occasione per cambiare meta, promettendoci che dovremo assolutamente trovare qualcosa che compensi pittule leccesi e pasticciotti.

Dopo una breve ricerca, decidiamo di orientarci su Milos che, delle Cicladi, sembra ancora abbastanza selvaggia e non meta tra le più gettonate. Prenotiamo per ciascuno di noi un volo Milano-Atene e, decidendo di viaggiare leggeri con bagaglio a mano, un volo interno con paio d’ore di intervallo: ci costa meno del traghetto ed è più comodo e rapido; fermiamo anche un appartamento ad Adamas, presso l’hotel Almyris, che si rivelerà estremamente comodo, piacevole e gestito da due persone decisamente accoglienti e amichevoli; infine, sempre dall’Italia, blocchiamo un’auto a noleggio perchè noi l’isola vogliamo girarla tutta.

Milos è un’isola con un’estensione territoriale pari quasi all’Isola d’Elba, molto varia nel suo territorio: le mappe che ci consegnano e che troviamo più o meno ovunque ad Adamas riportano chiaramente ben segnate le due strade principali, le strade sterrate che consentono di avvicinarsi alle spiagge e le strade sconsigliate, quelle su cui l’assicurazione non copre i danni e per le quali non si prevede servizio di carroattrezzi. Queste ultime, avvertono gli autonoleggi e le piantine, sono accessibili solo in 4×4; per noi, su una Peugeot 107, la zona ovest dell’isola sarà p-r-o-i-b-i-t-a.

Molto bene. Inizia la vacanza e nei primi tre giorni visitiamo ciò che a me preme di più: con una corsa mattutina e un allucinante discreto dislivello, Nico ed io visitiamo all’alba Klima, tipico villaggio di pescatori, pieno di colori, con rimesse delle barche praticamente in acqua; ci incantiamo poi a Sarakiniko, la mia preferita, con il suo paesaggio lunare e il mare blu, impetuoso, e il forte vento (sarà la spiaggia, per i bambini, delle “meduse che non urticano”, che loro raccolgono con le mani e con cui giocano tutta la mattina); arriviamo a Firiplaka, la spiaggia più a misura di bambino, con l’acqua limpida e bassa, il fondo sabbioso chiaro, e il faraglione che per noi diventerà Il Sederone; Firiplaka si affolla per l’ora di pranzo, noi arriviamo sempre intorno alle 9.30 e poi trascorriamo il pomeriggio altrove. Nei primi giorni ci spingiamo anche a Tsigrado, spiaggia che è un azzardo raggiungere con Luca, tramite una corda e due scale di dimensioni un po’ troppo grandi rispetto a lui e ad altezze -con il senno di poi- rischiose. A Tsigrado ci accoglie un cartello che segnala il pericolo e avverte che la discesa sarà affar nostro; superate le difficoltà e le paure, già di buon mattino, ci tuffiamo in un’acqua meravigliosa e facciamo colazione con i dolci locali; ripartiamo subito, così da non trovare ingorghi nè crearne sulle scale di accesso alla spiaggia. Pranziamo anche al famoso Medousa di Mandrakia -in cui torneremo una seconda volta-, dove non ci tiriamo indietro nè agli antipasti, nè al polpo eccezionale nè al primo assaggio di koufeto, il tipico dolce locale, servito tradizionalmente ai matrimoni, che altro non è che yogurt con marmellata di zucchini –in realtà zucca gialla.

       

Pianificata la gita in barca che ci porterà alla cava di Sikia, a Kleftiko e, soprattutto, alla piscina di Milos, Kalogries irraggiungibile via terra (o meglio, irraggiungibile in tempi rapidi, a piedi, con bambini, in infradito), iniziamo a girare in modo casuale le spiagge, orientandoci con la mappa e, spesso, improvvisando lungo la strada. Decidiamo di spingerci anche nella zona proibita, leggendo rassicurazioni di turisti con auto come la nostra e vedendole con i nostri occhi.

Milos è molto varia, Milos è bellissima: troviamo sabbia fine chiara, sabbia fine scura, sabbia grossa, ciotoli, sassi, spiaggia mista, scogli scuri, scogli bianchi, rocce rosse. Impossibile elencare tutte le spiagge in cui siamo stati: quelle indicate sulle mappe le abbiamo battute pressochè tutte, ad eccezione di quella di Pollonia. Quelle di cui, tornati da una quindicina di giorni, ancora si parla sono sicuramente la baia di Thiorichia, con la miniera di zolfo abbandonata e mille colori meravigliosi; il nostro angolo nascosto di Provatas, spiaggia senza nulla di particolarmente eccezionale, ma con un tratto di sabbia tra le rocce, a misura di famiglia di 4-5 persone, che un paio di volte è diventata la nostra “spiaggia privata a Provatas”; Agathia, una spiaggia lunga e deserta, nella zona proibita, con tre tamerici sotto cui ripararsi dal sole, ed una sorta di rientranza del mare, la palude che ci colorava disgustosamente i piedi di nero; Fyropotamos, con i suoi sassi grandi tra le miniere e Plathiena da cui si assiste al tramonto; Papikinou, la spiaggia di Adamas, senza nulla da rilevare ma comoda per l’ultimo tuffo prima di rincasare o per la pausa pranzo all’ombra sotto le tamerici;  Kyriaki, con tamerici sotto cui ripararsi dal sole e l’acqua, che diventa subito fonda, con dei colori meravigliosi grazie al primo tratto di fondale coperto da sassolini bianchi; Papafragas e Pachena, ammirate dall’alto perchè, con il mare mosso che purtroppo accumulava sporcizia, e le rocce da scalare non le abbiamo scelte per soste lunghe; Agios Ioannis, enorme, interamente per noi, con un masso che ci ha protetto dal vento e il bagno tra le onde; Paliochori, in cui, al di là del tratto attrezzato, si può trovare ampio spazio sulla spiaggia larga, con le spalle protette da rocce rosse con cui colorarsi e disegnarsi addosso. Scoperta il penultimo giorno ed eletta a miglior spiaggia con l’acqua più bella dell’isola (raggiungibile via terra), e in cui siamo tornati anche per l’ultimo bagno, è Gerontas, nella zona sud-ovest, vicino a Kleftiko. 

 

Milos è stato anche cene e pranzi fuori casa, con prezzi decisamente economici e convenienti rispetto alla spesa nei supermercati carissimi (e al valore del tempo da spendere per cucinare, pulire…). La nostra panetteria-pasticceria preferita è quella di Adamas, nella zona portuale: si acquistava qualcosa per il pranzo ed era poi meta per il dolce del dopocena -spesso, poi, in realtà, mangiato a colazione; l’ultimo giorno, per salutarci, ci hanno regalato un sacchetto enorme con biscotti misti. Abbiamo provato anche la concorrenza, che effettivamente produceva prodotti altrettanto buoni, ma di una scortesia e antipatia più uniche che rare. Gaia si è trasformata in una spanakopita, Luca in una tiropita; le nostre cene non potevano non iniziare con la pitarakia, una sorta di sfoglia fritta sottilissima ripiena di un altrettanto sottile strato di formaggio ed erbe, e proseguivano con polpette di zucchini / melanzane, feta con il miele, tortino di cipolle, tzatziki… Tra i ristoranti, siamo stati due volte al Medousa di Mandrakia a pranzo e, per le cene, siamo tornati ripetutamente da Oh Amos di Adamas, che ci ha colpiti per gli antipasti, per la torta di arance e per la mastika o mastiha, termine con cui si indica sia il liquore offerto agli adulti che un dolce simile ad un marshmallows offerto ai bambini. Quello che a fine vacanza, tra un compito di matematica e un gioco per allenarci con le addizioni e i calcoli, ha ottenuto il punteggio più alto, è stato il ristorante Methismeni Politeia di Tripiti, in cui Gaia ha scoperto un’ottima moussaka, Luca il classico pastitsio greco, e noi della carne strepitosa. A pari merito, ma per un altro genere di cena, si è posizionato il miglior pita gyros di Adamas, quello di O Gyros tis Milou, dove più di una volta abbiamo cenato spendendo 12 € in 4, bevande incluse. Infine, ha incantato tutti -Luca compreso, impazzito per il polpo- per la qualità del pesce, Mikros Apoplous, sul lungomare di Adamas, a pochi metri dal nostro alloggio, con tavolino praticamente sul mare. 

Per quello che riguarda la parte di pasticceria, oltre al koufeto, un altro dolce tipico è la karpouzopita, una watermelon pie, insomma, una torta di anguria con sesamo, dalla consistenza tra una torta e un budino, e dal sapore che non convince subito, ma poi conquista. Si può impazzire con i vari tipi di baklava e di kataifi -il dolce “con i capelli”-, con le varianti di forma (i nidi) e sapori; si trova una torta al cioccolato con noci, che al ristorante viene servita con ulteriore copertura di cioccolato ed una pallina di gelato, e dolcetti di piccola pasticceria, tendenzialmente fritti e trasudanti melassa. In generale, ahinoi, anche le torte di impasto soffice, hanno il fondo inzuppato nella melassa. Alla fine della vacanza, i dolci che inizialmente ci sembravano irresistibili, iniziavano a deluderci e a non sembrarci più poi così buoni. Non siamo abituati, ma per fortuna siamo partiti prima di tornare nauseati, riuscendo a mantenere buoni ricordi anche per il palato.

Milos ci è rimasta nel cuore, i bambini ancora ieri giocavano ai turisti: dal soggiorno, li sentivo in camera loro, mentre uno faceva il check-in discutendo con la poliziotta che non lasciava imbarcare il vasetto di koufeto, mentre si sedevano al ristorante e lui ordinava un pita gyros e lei una moussaka, mentre insieme decidevano di andare ad esplorare le grotte e gli anfratti subacquei. Anche Nico ed io ce la siamo goduta: siamo riusciti a ritagliarci i nostri spazi, correndo ogni tanto insieme all’alba -così da dividere la fatica delle salite-, e insieme anche in spiaggia, finalmente, forse, con i bambini autonomi e quella sensazione di essere fuori dal tunnel. La cosa che non mi riesco a spiegarmi del tutto è l’incapacità di rilassarmi completamente, stavolta però per colpa di quella sensazione di voler dare un occhio ai bambini, per quell’incapacità di ignorarli mentre giocano felici insieme, incuranti di noi, per quella curiosità di divertirmi e compiacermi nell’assistere ai loro discorsi e alla loro complicità. E vedere quanto accidenti crescono velocemente. 

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Estate in Sardegna:
suggerimenti per una vacanza diversa dalla nostra

Dovrei esserci: all’inizio della seconda intensa settimana di lavoro, lavata via ogni traccia di abbronzatura, ripresi nido e materna per Luca e Gaia, ricacciata a dormire la mamma-mostro che abita in una grotta dentro di me, le vacanze sono ufficialmente diventate un ricordo. Come promesso -a me stessa, soprattutto-, fatta la disamina degli errori che avremmo potuto evitare, terremo i ricordi belli che, nell’insieme di un’estate complicata, sono stati comunque presenti.

Per leggere del nostro viaggio, sono necessarie alcune premesse:

La scelta della meta è stata dettata unicamente dal desiderio di approdare al mare bello, da cartolina, unico elemento che è mancato alle due precedenti estati in Abruzzo. Alla vigilia della partenza, nè Nico nè io eravamo convinti della decisione, ancora con un po’ di rimorso per aver tradito una regione di cui avremmo avuto -e avremo- tantissimo da scoprire, con la sua biodiversità, le attività diversificate, le sagre..
La Sardegna è una regione enorme, che varia moltissimo da zona a zona; è tutta bella, innegabilmente. La nostra insoddisfazione di fondo è dovuta ad una scarsa informazione prima di partire e ad una certa disorganizzazione. Avevamo aspettative che, senza conoscenza del territorio e pensando di improvvisare una volta a meta, non si sarebbero mai potute realizzare.
Lo stress della non-vacanza è derivato da qualche sfortuna e da nostri errori di valutazione, di cui sono stati poi conseguenze i quasi 4.000 km percorsi in auto, le frequenti insofferenze dei bambini, la difficoltà nella gestione familiare, la quasi assenza di momenti di coppia, il nervosismo generale e la sensazione di aver sbagliato a monte.

Detto ciò, abbiamo trascorso poco più di 20 giorni in Sardegna, alloggiando presso l’Agriturismo biologico Santa Lucia a Tratalias, (l'”Agriturissimo”, come diceva Luca), nel Sulcis, a pochi chilometri da Carbonia, quindi non sul mare. La scelta è stata consapevole, con l’intento che avremmo, come nostro solito, girato senza aver necessità di una spiaggia attrezzata di riferimento, e con l’idea che, come speravamo, i bambini potessero vivere un contesto a loro misura, in campagna, in liberà, a contatto con la natura e con gli animali. In effetti, è stato così: cavalli, asini, pavoni, capre, pony, gatti, fichi d’india, vitigni..sono stati compagnia e ambiente ideale per Gaia e Luca che, soprattutto nell’ultima settimana, presa ormai confidenza con gli spazi, si aggiravano da soli, giocando tra loro, con altri ospiti e con gli animali.

Ciò che non avevamo considerato, nell’organizzazione del viaggio, è stata la morfologia del territorio: abbiamo scoperto solo una volta arrivati che -come scherzavamo tra noi- 1 km sardo corrisponde ad almeno 2 km milanesi (in macchina o anche nelle corse all’alba!). C’è voluto qualche giorno per accettare dei ritmi nuovi, tanto tempo perso speso in auto, gli arrivi in spiaggia in tarda mattinata, con il sole a picco e file di ombrelloni disordinati, e i rientri dalle spiagge, per poter arrivare puntuali a cena, non più tardi delle 17/18.00, rinunciando ai colori del mare al tramonto. L’alternativa sarebbe stata girare meno, recarsi alle spiagge più vicine e conoscere meno il territorio. Naturalmente non abbiamo cercato solo mare: rinunciando a percorsi di trekking, al di sopra della nostra impreparazione ed equipaggiamento, abbiamo esplorato grotte, rovine, miniere.

Queste le nostre tappe:

Porto Pino:
Splendida nella stagione giusta, osannata da tutti, vicina al nostro alloggio, ci si è però presentata male; purtroppo la spiaggia, sia nella parte libera che in quella attrezzata, era coperta da alghe, così come i primi 3 metri di ingresso in acqua; acqua splendida, la prima in cui ci siamo immersi il giorno dell’arrivo, calda, trasparente, viva. Non siamo tornati altre volte, nonostante le indicazioni di spostarci a Porto Pineddu, insenatura adiacente, con qualche scoglio e con meno -come diceva Luca- insalata.

Chia: identifica un’affollata zona di spiagge e calette numerose; siamo tornati due volte, la prima fermandoci a Su Giudeu, per l’entusiasmo di Gaia affascinata dai colori, e la seconda, per fuggire -invano- dal maestrale della nostra zona, a Cala Cipolla, che però nella settimana di Ferragosto è apparsa sporca, coperta di immondizia, con mare torbido. Chia ci ha illuso anche con una sagra del pesce, in realtà organizzata male, con un menu poco accattivante e molto caro, con scarso intrattenimento: poco male, finito il nostro piatto, lungo la strada per tornare, ci siamo fermati alla sagra del Pane di Teulada, in cui abbiamo osservato gli attrezzi del mestiere e concluso la serata con l’assaggio di pane con ricotta e ravioli fritti.

Is Aruttas e Mari Ermi: i colori più belli di cui ci siamo riempiti gli occhi, nella zona di Oristano, 4 ore di auto in giornata tra andata e ritorno, assolutamente ripagate. La spiaggia di Is Aruttas è costituita da granito, piccoli chicchi come di riso, bianchissimi.

S’Archittu, San Giovanni Sinis, Tharros: tornando nella zona di Oristano una seconda volta, abbiamo esplorato senza fermarci la spiaggia di S’Archittu, in tarda mattinata assolutamente impraticabile nel mese di agosto, a meno di innervosirsi per questioni di centimetri e ombre altrui, per sostare a San Giovanni, ampia, dal mare molto freddo ma con sfumature meravigliose. Prima di rientrare, naturalmente, abbiamo visitato il sito di Tharros: per coinvolgere i bambini, trascinati per ore in auto alla ricerca di ciò che, spesso, era più una nostra necessità -l’affannosa ricerca del mare, quello caraibico-, abbiamo investito in un trenino che ci ha portati con un giro di circa mezz’ora lungo l’istmo della penisola del Sinis, facendoci fare tappa nel sito dei resti dell’antica città fenicia di Tharros, per altro lambita da acque in cui -a saperlo prima- avremmo fatto in modo di trascorrere la giornata.

Isola di Sant’Antioco: siamo tornati  quattro volte, è un’isola piuttosto ricca di spiagge, nonostante non sia molto estesa, e molto varia. La prima volta abbiamo scelto Turri, terza insenatura della spiaggia, in cui bisognava arrampicarsi un po’ per poi godere della solitudine e della libertà di giocare, gridare, lanciare sassi, sabbia, sentirsi selvaggi. Ci siamo spostati poi a Cala Grande, parte di Calasetta, dopo aver guardato incantati le rocce e le acque di Cala Tuffi: 15 metri di altezza da cui ragazzini di ogni età si tuffavano in colori incredibili, a cui ho resistito sotto lo sguardo minatorio di mio marito e di quello preoccupato di Gaia: “Mamma, ma non ti vuoi tuffare, vero?”. Nella nostra seconda visita, invece, siamo stati meno fortunati, fermandoci a Coaquaddus, con acque tranquille, sabbia scura, ma nessuna emozione incredibile. In compenso, abbiamo preso un pedalò per la gioia infinita dei bambini. Le nostre ulteriori due visite sono state dedicate invece, su richiesta di Gaia che ci aveva sentito leggere informazioni turistiche, alla visita alle Tombe dei Giganti e al complesso nuragico di Grutti Acqua, in cui io e lei abbiamo potuto fare le esploratrici, arrampicandoci e lasciando indietro gli uomini.

Dune Is Arenas Biancas: Si può accedere alla spiaggia, da quanto abbiamo appreso, sia da Porto Pino, sia -come abbiamo sempre fatto noi- dalla zona militare di Teulada; si percorrono circa 6 km di sterrato, poi 500 metri a piedi dal parcheggio alle dune che incorniciano la spiaggia, lunga e ampia. E’ la spiaggia in cui, complice la breve distanza dall’alloggio, siamo tornati con più frequenza, fino a conquistare, gli ultimi due giorni di vacanza, il posto in prima fila. E’ qui che ho visto i miei figli giocare insieme nel modo più spensierato, divertendosi e (Luca) fidandosi del mare, rincorrendosi sul fondale basso per molti metri, tra acqua calda e secche, facendo immersioni con gli occhi aperti e giocando con le onde a riva.

Piscinas: molto distante in auto dalla nostra zona, ci ha rubato il cuore per la sua ampiezza, il suo mare agitato e pericoloso, con forti correnti, sabbia scura e pochissima gente. Siamo tornati due volte, sperando di riuscire a vederla senza il mare mosso, ma così non è stato: la ricorderemo come la spiaggia dei cavalloni, quelli in cui anche papà non si fida a fare il bagno, in cui si scappa dalle onde che, anche a riva, trascinano via adulti e bambini con la loro forza e, allo stesso tempo, una trasparenza incredibile.

Campionna: nella settimana di Ferragosto, osservando l’aumento della folla sulle spiagge più ampie, abbiamo sperimentato alcune calette nella zona tra Chia e Teulada; di queste, conosciamo solo il nome di Campionna, in cui abbiamo trascorso una giornata, e di Pixinni, in cui non ci siamo fermati perchè, ahinoi, coperta di alghe. Abbandonando invece l’auto su una piazzola di sosta sulla strada costiera, inerpicandoci per un sentiero, siamo arrivati ad una piccola insenatura di cui neanche sardi locali a cui abbiamo chiesto sapevano il nome. Siamo tornati più volte, non appena i bambini ci hanno detto di preferire i sassi alla sabbia: lì, inoltre, hanno potuto trovare acqua calda e fondale accessibile in ingresso in acqua, scogli su cui arrampicarsi e costruire tende da un lato, mare tranquillo e calmo anche in giornate di forte vento. E’ stata la nostra Spiaggia Sconosciuta, in cui a Ferragosto eravamo in cinque famiglie.

Capo Pecora e San Nicolò/Portixeddu: nella zona di Buggerru, già visitata per interessi di miniere, abbiamo esplorato Capo Pecora, in cui Nico ed io, se fossimo stati ancora una coppia senza figli, avremmo trascorso un paio di giorni, tra sassi, scogli, acque dai colori meravigliosi, profondità da scoprire, insenature rocciose e prati di gigli marini che conducevano all’accesso al mare. Decisamente inadatta a Gaia e Luca, per morfologia e per la giornata ventosa e di mare mosso che avrebbe complicato le cose, abbiamo poi passato la giornata a San Nicolò, molto simile a Piscinas: mare profondo con onde alte e trasparenti, spiaggia ampia, aria di libertà, corse e ruote sulla sabbia.

Sentendoci parlare di miniere e passando quotidianamente da Carbonia, Gaia -e a ripetizione Luca- hanno manifestato interesse e curiosità. Abbiamo quindi dedicato, anche per intervallare le giornate di sole e mare, alcuni giorni a questi siti, visitando, nell’ordine:

Buggerru: è una cava, non una miniera. La differenza c’è ed è sostanziale. Qua c’è la possibilità, con la visita guidata, di percorrere alcune centinaia di metri sul trenino, ovvero sul mezzo per il trasporto dei minerali, all’interno della galleria. Il ritorno è a piedi, su uno spettacolo a strapiombo sul mare da perdere il fiato. La guida che abbiamo avuto non è stata a misura di bambino, ma -come sempre- è compito dei genitori provare ad incuriosire e a far conoscere con parole adatte ciò che si sta esplorando.


Grande miniera di Serbariu, a Carbonia: una miniera vera e propria, con una visita guidata molto interessante, adatta anche ai bambini, con riproduzioni visive e sonore del lavoro, corredata da un museo organizzato e ricco di informazioni e reperti, anche tattili e concreti, da cui anche un bambino di due anni e mezzo e una di cinque e mezzo sono riusciti a farsi incuriosire. Museo, galleria, riproduzioni, all’esterno un altro trenino e poi un’area giochi: “domani ci torniamo alla miniera?”.

Masua e Galleria di Porto Flavia: si percorre una galleria che si affaccia sul mare, da cui partivano i carichi di minerale; la spettacolarità estetica che lascia senza parole vale la pena cercarla da un’escursione via mare, guardando dal Pan di Zucchero verso la costa. A Masua, in attesa della visita alla galleria, abbiamo anche fatto il bagno in spiaggia, assolutamente non attrezzati: mutande per noi adulti, nudità integrale per i bambini, e non abbiamo rinunciato alle onde.

– Non ci siamo privati dello spettacolo delle grotte che, avendomi sempre affascinata, sapevo che sarebbero piaciute, con quell’alone di mistero e la sensazione di un’esplorazione segreta, anche a Gaia. Belle le grotte di Is Zuddas, con concrezioni stupefacenti; spettacolari nella loro profondità le grotte di Su Mannau, in cui un percorso artificiale comodo e la presenza di acqua rendono il tutto ancora maggiormente fruibile e affascinante per i bambini.

Castello di Acquafredda: la giornata era iniziata con il cielo nuvoloso e qualche goccia di pioggia, era mattina tardi e abbiamo deciso di andare a fare un’altra gita. La salita al Castello di Acquafredda, che dura circa un’oretta con calma, è stata molto bella per tutti: i bambini hanno camminato, corso, si sono arrampicati e aiutati; abbiamo letto insieme le descrizioni delle varie rovine, fino a raggiungere la posizione frontale rispetto al corpo centrale della rocca. Abbiamo guardato dalle mura, controllato eventuali attacchi da terra e scrutato l’orizzonte sul mare, per essere sicuri di non avvistare navi nemiche. Non sono sfuggite ai bambini pale eoliche, campi, cavalli.

Infine, naturalmente, non ci siamo persi il borgo di Tratalias Vecchia, esplorato da me all’alba durante una delle mie corse sulla SP74, e poi rivisto in occasione di una sagra e non. Abbiamo girato anche Iglesias e il suo centro pedonale. Al ritorno, un po’ per trascorrere del tempo e intrattenere i bambini prima dell’imbarco sul traghetto, un po’ perchè la soddisfazione nel sorriso di Luca è enorme, siamo saliti su un trenino turistico ad Olbia che ci ha guidato per un breve tragitto. Per il resto, non abbiamo visitato città o centri abitati, cosa che però nessuno di noi rimpiange. Ciò che invece manca alla spunta di ciò che avremmo voluto fare sono sicuramente un’escursione via mare (gommone, barca, motoscafo..), eccessivamente cara per le nostre tasche, la visita a Carlo Forte e una giornata alla spiaggia di Cala Domestica, che avevamo tenuto per gli ultimi giorni, ma a cui abbiamo rinunciato a favore della comodità e della serenità dei bambini alle dune Is Arenas Biancas.

Insomma, alla fine di tutto, ecco alcuni suggerimenti per chi non conosce la Sardegna e vuole avventurarcisi con bambini:

  1. Tenete bene a mente che le distanze, pur con strade ben praticabili e ampie, sono enormi: ricordate che 1 km sardo non corrisponde ad 1 km continentale, ma è moooolto più lungo (e impervio).
  2. Scegliete accuratamente la zona da visitare e, se avete intenzione di rimanere a lungo come noi e allo stesso tempo di esplorare il territorio, valutate due soluzioni abitative, in modo da potervi concentrare -anche se a fronte di un piccolo trasloco a metà vacanza (sì, con due figli e 23 giorni di vacanza si parla di trasloco!)- su due zone come si deve, invece di impazzire e percorrere quotidianamente centinaia di km.
  3. Pianificate il più possibile, da casa, prima di partire, le mete principali che non volete perdervi e calcolate i tempi (gmaps è abbastanza attendibile).
  4. Prenotate con largo anticipo, se in alta stagione, le visite a siti archeologici o minerari: a Buggerru siamo entrati per un soffio di fortuna, a Masua siamo dovuti tornare due volte.
  5. Tenete a mente, cosa che avevamo sottovalutato e che è stata fonte di stress mentale, che sì, la Sardegna è cara: ad esempio, in moltissime spiagge il parcheggio è obbligatorio, è esclusivamente a pagamento e varia dai 5 ai 10€ al giorno (che, moltiplicati per 20 giorni di vacanza possono essere parecchi, se non considerati nel budget; ecco perchè cambiare lidi e lasciare l’auto sulla strada statale per inerpicarsi su sentieri mal tracciati), un pedalò costa 12 € per mezz’ora, e così via per ogni eventuale extra richiesto dai bambini (gelato, treccine, braccialetto, cappellino..). Naturalmente c’è la possibilità di dire di no, o di contenere le spese: non abbiamo quasi mai acquistato il pranzo in baracchini in spiaggia, ma facevamo una spesa frugale nei vari Lidl/Eurospin, a base di frutta e verdura, succhi di frutta o focaccia e prosciutto..e così via.

Detto questo, io per qualche anno in Sardegna non tornerò: la prossima volta voglio viverla diversamente, cercando di esplorarla, come isola selvaggia, in modo più spartano e itinerante, pianificando le tappe e non i vincoli, e lo potrò fare quando i bambini saranno cresciuti entrambi, in modo da poterne godere di più tutti.

portixeddu (5)

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Che cosa mettere in valigia

Pare che siano finalmente arrivate anche le mie vacanze. Anzi, chiamiamole ferie, perchè con un marito e due figli, il tempo libero dal lavoro, comunque, non si chiama vacanza.
Quest’anno, un po’ a malincuore, abbiamo salutato Montesilvano, per andare in cerca del mare bello, bello vero, di cui i nostri occhi avevano la necessità di riempirsi; andremo in Sardegna, sentendo la mancanza delle sagre abruzzesi, del peperone dolce di Altino, dei castelli, della varietà dell’entroterra, ma con alte aspettative su colori e trasparenza del mare. Se ne sarà valsa la pena, lo sapremo al ritorno.

Ecco gli indispensabili nella mia valigia di quest’anno:

1- Costumi da bagno: non quindici come al solito, ma uno bianco, uno nero, uno rosso e uno azzurro..perchè non si dica che vesto solo con colori neutri.

2- Maschera e pinne..per Gaia. Abbiamo sperimentato a luglio in piscina che, dotata solo di un paio di occhialini, anche senza tuffo, va a toccare il fondo e a recuperare oggetti a due metri di profondità; nuota senza niente ormai per intere vasche dove non si tocca, e fa capriole avanti e indietro. E’ ora di iniziare con lo snorkeling in acque alte, e sarò la sua istruttrice: un po’ di movimento in più e -tra i riflessi- anche un’abbronzatura più decisa?

3- Zaino da montagna..per Luca. Non crediate che passeremo la vacanza in spiaggia. O magari sì, ma senza evitare percorsi naturalistici da fare a piedi, escursioni e camminate. Quindici chili di LucAttila sulle spalle di papà.

4- Libri da leggere: agosto è il mese del rifornimento annuale. Da quando vado al lavoro in bici, ormai quattro anni, leggo pochissimo durante l’anno, ma recupero in agosto. Tra Amazon e Feltrinelli, ho riempito la valigia. Libri. Cartacei: perchè mi piace tenere il volume in mano e, una volta letto, sullo scaffale, perchè non devo viaggiare in aereo e non mi pesano la valigia all’imbarco, perchè economicamente non ho visto grandi vantaggi sui titoli che mi interessavano.

libri agosto 2015

5- Drifit, Nike Pro, scarpe da running, bra, Garmin e fascia cardio, porta cellulare. Sì, sto provando a ricominciare a correre. Tre settimane fa Maga Marina ha dato l’ok per due uscite a settimana, dapprima da 12 minuti, che poi sono diventati 15 e, da questa settimana addirittura 4 km. Settimana prossima, se il ginocchio non si lamenta, proverò con cinque lentissimi chilometri, con un po’ di timore perchè sarà la soglia alla quale la mia bandelletta si è sempre incazzata -come dice Maga Marina. In valigia, anche la maglia della Stramilano, per ricordarmi dove sono arrivata pochi mesi fa e che -anche se sto ricominciando da zero, da un anno fa, senza fiato, con gambe da riallenare come si deve, con lentezza e fatica- pian piano, se mi tratto bene, allungando le distanze, potrò riprendermi la rivincita che aspetto da mesi.

running in valigia

6- Reflex, Nikon compatta di Gaia, videocamera Sanyo subacquea, cavalletto universale e relative doppie batterie di scorta e caricatori. Chissà se quest’anno riuscirò ad esserci anche io nelle foto di famiglia.

La valigia, preparata a ormai 8 mani, è strapiena, ma ciò che conta per me si riduce a questo: in controtendenza, ho lasciato più spazio agli altri.

E per voi, quali sono i vostri indispensabili?

Buone vacanze!

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Istanbul a Pasqua. Certo, con i bambini!

Quando ho detto che il nostro piano per Pasqua sarebbe stata una vacanza quasi-last minute ad Istanbul (pacchetto prenotato su Expedia, Volo Alitalia, alloggio presso The Stone Hotel – zona Sultanahmet), dopo qualche minuto di chiacchierata i miei interlocutori, immancabilmente, hanno esclamato un “Ah, ma anche con i bambini?!”.

Istintivamente, ogni volta, il pensiero è “certo, e chi me li tiene per cinque giorni?!”, poi segue un “eh, magari andassimo via da soli”, ma alla fine sopraggiunge la riflessione su quanto sia bello anche per loro trascorrere del tempo insieme, in vacanza e alla scoperta di nuovi mondi. Alla fine di ogni viaggio, in particolare, mi sento di aver fatto qualcosa di grande per loro, mi sembra che la fatica di portarli con noi (fatica consapevole, nessuno ci obbliga a partire, potremmo stare a casa nostra) e di mediare tra una vacanza di coppia e una vacanza a misura di bambino, cercando di coinvolgerli anche in attività che potrebbero essere per loro troppo faticose o poco allettanti, sia ripagata dalla loro frenesia nel raccontare che cosa hanno visto e vissuto, dalla malinconia del ritorno a Milano e dal desiderio di partire presto per un’altra meta.

Così, ecco che per questa Pasqua siamo andati a Istanbul, una città di cui mi sono innamorata. Anzi, Istanbul non è una città, Istanbul sono mille città, tutte diverse, troppe da visitare e conoscere in pochi giorni, un insieme di culture, religioni, abitudini e tradizioni che convivono senza distinzioni apparenti.

Siamo partiti attrezzati con: scarpe da ginnastica per tutti, un passeggino utilizzato pochissimo (LucAttila rimane seduto solo se obbligato e dopo scenate con grida e strepiti, oppure in braccio alla sorella), per Gaia una pedana per passeggino nuova, comprata per l’occasione, e rotta durante il viaggio aereo; in una borsa, qualche euro cambiato in lire turche una volta a destinazione, pannolini di ricambio, Istanbul Kart per i mezzi pubblici e macchina fotografica.

Partiti di mercoledì sera, abbiamo dedicato il primo giorno ad esplorare il quartiere di Sultanahmet. Chi va ad Istanbul per un weekend, va in questa zona: “è tutto lì”, dicono, la Grande Moschea (Moschea Blu), Santa Sofia, la Basilica Cisterna, gli Obelischi e la fontana tedesca, il Palazzo Topkapi, il Gulhane Park, la via con i ristoranti turistici e i negozi di souvernir, il Gran Bazar. In Santa Sofia non siamo riusciti ad entrare per via di una coda interminabile e dal Gulhane Park siamo, ahimè, dovuti scappare, per un quarto d’ora di temporale inatteso che ci ha inzuppati completamente.

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Il primo giorno i bambini hanno scoperto che, se noi spremiamo le arance, a Istanbul si spremono i melograni e il succo è buonissimo, sembra vino, lascia i baffi rossi e fa molto ridere; hanno avviato una gara all’avvistamento del gatto -animale quasi sacro e più che rispettato dalla popolazione, che gli lascia sui marciapiedi croccantini, ciotole d’acqua e casette di cartone- e una conta di fontane; hanno scoperto che ad Istanbul, con poche lire turche, per strada si possono assaggiare da ambulanti, mentre si cammina senza sosta con mamma e papà, delle specie di focaccine-ciambella, cozze con limone, panini con pesce arrostito al momento, dolci buonissimi, ceci caramellati e frutta secca, pannocchie da sgranocchiare o caldarroste; hanno scoperto che per cinque volte al giorno, per tutta la città, si sente cantare un inno di richiamo alla preghiera dai megafoni dei minareti, che sembrano la Torre di Rapunzel e invece sono parte delle moschee.

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Il primo giorno siamo riusciti anche ad esplorare la zona di Eminonu, con il bazar egiziano, anche chiamato Bazar delle Spezie, con colori, profumi e assaggi buonissimi, soprattutto per le bambine che guardano distese di dolci con gli occhi sgranati (per i bambini che, invece, si addormentano nel passeggino, purtroppo non rimane molto..). *nelle foto, immagini di vari bazar.

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Da lì abbiamo attraversato il ponte di Galata e, tra gradini e salite, siamo arrivati alla torre: neanche se avessimo provato a calcolare i tempi saremmo riusciti ad arrivare in cima così puntuali per il tramonto.

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Abbiamo trascorso la serata tra i sapori di Galata e siamo tornati in hotel a dormire, con Gaia che ancora saltellava per Sultanahmet.

Luca: “Dov’è Istabulle?”
Mamma: “Siamo a Istanbul, è qui!”
Luca: “E’ qui per terra?”

Il secondo giorno abbiamo incontrato, grazie a www.scoprireistanbul.com, Kadir, una guida eccezionale che ci ha accompagnato per i quartieri di Fatih, Fener e Balat, per mostrarci il volto della vera Istanbul, quella non turistica, quella della vita quotidiana. Kadir ci ha raccontato con passione storia e storie della città, ci ha accompagnato in moschee e bazar, ci ha spiegato l’architettura dei palazzi e insegnato a distinguere case ottomane e armene, ci ha intrattenuto con piacevolissime spiegazioni su dettagli che da soli ci saremmo persi, ci ha illustrato mosaici e raccontato leggende. La nostra guida meravigliosa ha fatto appassionare Gaia e Luca, che cercava la sua mano invece di quella di mamma o papà, che non ha chiuso occhio per tutto il giorno, che ha gustato, leccandosi i baffi, zuppa di lenticchie, carne e budino di riso in una locanda in cui ci siamo fermati a mangiare tutti insieme. Con Kadir abbiamo assaggiato anche il Salep, buonissima bevanda invernale fatta con latte, polvere di orchidea, zucchero e cannella: al primo sorso, Luca non ha potuto trattenere una risata di sorpresa e soddisfazione per il suo palato. Nonostante i dieci chilometri abbondanti percorsi e le ore di camminata sui colli di Istanbul, i bambini sembravano reggere bene e ne abbiamo approfittato per trascorrere la serata a Taksim, con Kadir che ci faceva strada: non abbiamo potuto non cenare insieme a lui, poi, iniziato a piovere, siamo tornati in albergo con una passeggiata in discesa e un comodo tram, per la gioia di Luca.

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Il terzo giorno è stato quello dedicato ai bambini: li abbiamo portati all’Istanbul Akvaryum, il primo acquario per entrambi. Gaia ne è rimasta affascinata, soprattutto per i faccia a faccia con gli squali, per le stelle marine e per il sentirsi sotto al mare senza bagnarsi. Un giro nel labirinto degli specchi, uno alla scoperta di un relitto e, nel primo pomeriggio, siamo tornati a Eminonu, pranzando con poche lire ai baracchini lungo la strada.

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Abbiamo poi attraversato di nuovo il ponte, fatto un giro nel quartiere di Galata, assaggiato sfoglie con formaggio e spinaci, fino a perderci e arrivare a Besiktas; ci siamo poi lasciati guidare dal lungomare, dalle strade costeggiate da tulipani e fiori viola, abbiamo giocato in un parco giochi sul mare, fotografato il Palazzo Dolmabahçe, ci siamo ritrovati in un’area per lo shopping, affollata al punto da essere quasi impraticabile.

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Tornando indietro, con la funicolare siamo saliti nuovamente a Taksim: i bambini hanno giocato rincorrendosi nell’enorme piazza, poi, seguendo i binari del tram nostalgico, abbiamo ripercorso la via principale, fino a fermarci a mangiare in un locale suggerito il giorno prima da Kadir. Gaia ha assaggiato i miei involtini di foglie di vite, i ravioli turchi con lo yogurt, Luca ha preferito polpette, humus per tutti; infine, dolci a volontà e, di nuovo, una passeggiata in discesa fino ad Eminonu e poi tre fermate di tram per tornare in hotel.

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Il quarto giorno, Pasqua, dopo che i bambini hanno scartato i piccoli ovetti della nonna Maria nascosti in valigia, abbiamo incontrato, invece, un’altra guida, Michelangelo, che, dopo un tour per Eminonu, ci ha fatto traghettare sul Bosforo alla scoperta dei quartieri di Üsküdar, Kadıköy e Yeldeğirmeni. Forse per il gruppo numeroso, per la guida meno empatica e accattivante di Kadir, o per le nostre aspettative troppo alte, la giornata è trascorsa con un po’ di insoddisfazione e con la sensazione di non aver scoperto tutto quello che quei quartieri asiatici avrebbero avuto da dirci. Abbiamo contato i numerosi Occhi di Allah, in realtà non simboli religiosi, ma apotropaici, che allontanano il malocchio da chi li porta con sè.

Gaia: “Sai che il braccialetto che mi hanno regalato al Gran Bazar mi protegge dal male all’occhio?”

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A metà pomeriggio, dopo un breve giro per Kadıköy, siamo tornati a Eminonu e al Bazar delle Spezie, in cui, tra assaggi vari- ci siamo dedicati alle negoziazioni per gli acquisti.

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Un po’ per stanchezza, un po’ per i tempi stretti, un po’ perchè carichi di pacchetti che ci impedivano di muoverci agevolmente sulle salite o sui mezzi pubblici, un po’ per un mio ginocchio provato da giorni di Converse, abbiamo preferito rimanere, come ultima sera, a Sultanahmet. Gaia per cena ha chiesto gli involtini di foglie di vite. Sulla via del ritorno in hotel si è lamentata di un dolore ai “mignoli dei piedi”, ha tolto le scarpe e il rientro è stato facile: per quello che mi riguarda, rimarrò sempre sbalordita per i chilometri e le ore macinate incessantemente, saltellando e divertendosi, senza mai lamentarsi, per quattro giorni pieni.

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Ancora una volta si è rafforzata la mia convinzione che viaggiare con i bambini sia fattibile, che ci sono mete migliori di altre per motivi di sicurezza e igiene (ma vale anche per gli adulti), ma che in realtà tutto dipenda da come si sceglie di organizzare la propria vacanza. Sono sufficienti poche accortezze, una pianificazione che tenga conto delle possibili esigenze dei più piccoli e, quindi, un’attrezzatura per far fronte ad esse (acqua, un cambio, snack, passeggino/fascia/zaino se pensiamo che i piccoli non cammineranno a lungo..); è necessario poi, più di tutto, la disponibilità dei genitori ad adattarsi, a modificare eventualmente sul momento i propri piani (ammetto che io stessa devo lavorare ancora un po’ su questo punto, da donna tabella mi innervosisco parecchio), ad adoperarsi per coinvolgere attivamente i bambini in ciò che si vede e che si fa, rendendo il mondo a loro misura.

Lunedì abbiamo avuto solo poche ore prima di tornare in aeroporto, giusto il tempo di un ultimo giro per Sultanahmet e di spendere le lire residue: Luca felice all’idea di rivedere il nonno Totò, Gaia con richiesta di tornare presto a fare un altro viaggio, noi con la consapevolezza che non sarebbe bastata una settimana intera per conoscere questa magica città e che, “il mondo è grande, non torniamo due volte nello stesso posto”, ma chissà..!

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Oman, diario di viaggio: sole, mare, deserto, incenso e molto altro.

E’ fine ottobre, ricevo da Alpitour una promozione “prenota prima” per un viaggio per tutta la famiglia; in più, se parto entro il 23 febbraio, Luca non avrà ancora due anni, quindi non pagherà: è ora del Viaggione di cui sentiamo la mancanza da tempo. Le opzioni sono: Zanzibar, Cayo Largo e Salalah, in Oman. Avevo già sentito parlare dell’Oman l’anno scorso, ma avevamo optato per Gran Canaria a marzo, soluzione sicuramente più adatta ad un bambino di un anno. Quest’anno però è diverso, Nico ed io non abbiamo dubbi, blocchiamo l’opzione e iniziamo a sognare le notti d’oriente: Muscat, il palazzo del Sultano, Nizwa, gli echi da Mille e una notte, il deserto, i forti, i paesini da presepe, i wadi, il famoso Bimmah Sinkhole, l’isola di Al-Hallaniyah, tartarughe, delfini, balene, cammelli.

No. Scopriamo che l’Oman (con l’accento sulla a) è una nazione molto vasta e che noi saremo nella regione più a sud, nel Dhofar, al confine con lo Yemen. Salalah (con l’accento sull’ultima a), dove ci troveremo noi, e la capitale Muscat (sempre con l’accento sulla a), per capirci, distano più di mille chilometri. Scopriamo anche che per visitare l’Oman nella sua interezza converrebbe un tour itinerante, una o, meglio, due settimane, con partenza da Muscat per poi scendere verso Salalah. Ormai abbiamo prenotato a Salalah e, comunque, con due bambini -ma, soprattutto, con LucAttila ancora così piccolo, da una parte sarà meglio così.

Partiamo il 5 gennaio sera e arriviamo, dopo circa sette ore di volo e con tre ore in più di fusorario, nella mattinata del 6 gennaio al Salalah Rotana Resort, da tre settimane Bravo Club, un villaggio molto bello in cui però abbiamo vissuto poco. La prima sorpresa è quella di

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Delle meraviglie d’Abruzzo

Alzi la mano chi conosce l’Abruzzo.
Rettifico: alzi la mano chi dell’Abruzzo sa qualcosa di più dell’ “è una regione dell’Italia centrale, dovrebbe esserci il mare, ma forse no, però ci sono le montagne; il suo capoluogo è Pescara, anzi, L’Aquila, boh, ah sì L’Aquila, dove qualche anno fa c’è stato il terremoto. In Abruzzo si mangia bene.”

Io, fino all’estate scorsa, dell’Abruzzo non conoscevo nulla. Sono approdata nella provincia di Pescara per caso, cercando su gmaps una località di villeggiatura adatta anche a Luca di soli sei mesi, con un mare più invitante di quello della Riviera Romagnola e più vicino di quello splendido di Puglia/Calabria, e più economica delle Marche o della Toscana che, da preventivi, erano al di sopra del nostro budget familiare.

Nel 2013 ci siamo finiti per caso, nel 2014 siamo tornati per scelta.

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