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Estate in Grecia: bambini alla scoperta di Milos.

Ferie. Agosto. Più precisamente, la settimana di Ferragosto e quella successiva.
Il periodo più caro dell’anno, noi siamo in quattro e io detesto la gente spiagge e luoghi affollati.
La casa dell’anno scorso in Salento è stata già affittata, cogliamo l’occasione per cambiare meta, promettendoci che dovremo assolutamente trovare qualcosa che compensi pittule leccesi e pasticciotti.

Dopo una breve ricerca, decidiamo di orientarci su Milos che, delle Cicladi, sembra ancora abbastanza selvaggia e non meta tra le più gettonate. Prenotiamo per ciascuno di noi un volo Milano-Atene e, decidendo di viaggiare leggeri con bagaglio a mano, un volo interno con paio d’ore di intervallo: ci costa meno del traghetto ed è più comodo e rapido; fermiamo anche un appartamento ad Adamas, presso l’hotel Almyris, che si rivelerà estremamente comodo, piacevole e gestito da due persone decisamente accoglienti e amichevoli; infine, sempre dall’Italia, blocchiamo un’auto a noleggio perchè noi l’isola vogliamo girarla tutta.

Milos è un’isola con un’estensione territoriale pari quasi all’Isola d’Elba, molto varia nel suo territorio: le mappe che ci consegnano e che troviamo più o meno ovunque ad Adamas riportano chiaramente ben segnate le due strade principali, le strade sterrate che consentono di avvicinarsi alle spiagge e le strade sconsigliate, quelle su cui l’assicurazione non copre i danni e per le quali non si prevede servizio di carroattrezzi. Queste ultime, avvertono gli autonoleggi e le piantine, sono accessibili solo in 4×4; per noi, su una Peugeot 107, la zona ovest dell’isola sarà p-r-o-i-b-i-t-a.

Molto bene. Inizia la vacanza e nei primi tre giorni visitiamo ciò che a me preme di più: con una corsa mattutina e un allucinante discreto dislivello, Nico ed io visitiamo all’alba Klima, tipico villaggio di pescatori, pieno di colori, con rimesse delle barche praticamente in acqua; ci incantiamo poi a Sarakiniko, la mia preferita, con il suo paesaggio lunare e il mare blu, impetuoso, e il forte vento (sarà la spiaggia, per i bambini, delle “meduse che non urticano”, che loro raccolgono con le mani e con cui giocano tutta la mattina); arriviamo a Firiplaka, la spiaggia più a misura di bambino, con l’acqua limpida e bassa, il fondo sabbioso chiaro, e il faraglione che per noi diventerà Il Sederone; Firiplaka si affolla per l’ora di pranzo, noi arriviamo sempre intorno alle 9.30 e poi trascorriamo il pomeriggio altrove. Nei primi giorni ci spingiamo anche a Tsigrado, spiaggia che è un azzardo raggiungere con Luca, tramite una corda e due scale di dimensioni un po’ troppo grandi rispetto a lui e ad altezze -con il senno di poi- rischiose. A Tsigrado ci accoglie un cartello che segnala il pericolo e avverte che la discesa sarà affar nostro; superate le difficoltà e le paure, già di buon mattino, ci tuffiamo in un’acqua meravigliosa e facciamo colazione con i dolci locali; ripartiamo subito, così da non trovare ingorghi nè crearne sulle scale di accesso alla spiaggia. Pranziamo anche al famoso Medousa di Mandrakia -in cui torneremo una seconda volta-, dove non ci tiriamo indietro nè agli antipasti, nè al polpo eccezionale nè al primo assaggio di koufeto, il tipico dolce locale, servito tradizionalmente ai matrimoni, che altro non è che yogurt con marmellata di zucchini –in realtà zucca gialla.

       

Pianificata la gita in barca che ci porterà alla cava di Sikia, a Kleftiko e, soprattutto, alla piscina di Milos, Kalogries irraggiungibile via terra (o meglio, irraggiungibile in tempi rapidi, a piedi, con bambini, in infradito), iniziamo a girare in modo casuale le spiagge, orientandoci con la mappa e, spesso, improvvisando lungo la strada. Decidiamo di spingerci anche nella zona proibita, leggendo rassicurazioni di turisti con auto come la nostra e vedendole con i nostri occhi.

Milos è molto varia, Milos è bellissima: troviamo sabbia fine chiara, sabbia fine scura, sabbia grossa, ciotoli, sassi, spiaggia mista, scogli scuri, scogli bianchi, rocce rosse. Impossibile elencare tutte le spiagge in cui siamo stati: quelle indicate sulle mappe le abbiamo battute pressochè tutte, ad eccezione di quella di Pollonia. Quelle di cui, tornati da una quindicina di giorni, ancora si parla sono sicuramente la baia di Thiorichia, con la miniera di zolfo abbandonata e mille colori meravigliosi; il nostro angolo nascosto di Provatas, spiaggia senza nulla di particolarmente eccezionale, ma con un tratto di sabbia tra le rocce, a misura di famiglia di 4-5 persone, che un paio di volte è diventata la nostra “spiaggia privata a Provatas”; Agathia, una spiaggia lunga e deserta, nella zona proibita, con tre tamerici sotto cui ripararsi dal sole, ed una sorta di rientranza del mare, la palude che ci colorava disgustosamente i piedi di nero; Fyropotamos, con i suoi sassi grandi tra le miniere e Plathiena da cui si assiste al tramonto; Papikinou, la spiaggia di Adamas, senza nulla da rilevare ma comoda per l’ultimo tuffo prima di rincasare o per la pausa pranzo all’ombra sotto le tamerici;  Kyriaki, con tamerici sotto cui ripararsi dal sole e l’acqua, che diventa subito fonda, con dei colori meravigliosi grazie al primo tratto di fondale coperto da sassolini bianchi; Papafragas e Pachena, ammirate dall’alto perchè, con il mare mosso che purtroppo accumulava sporcizia, e le rocce da scalare non le abbiamo scelte per soste lunghe; Agios Ioannis, enorme, interamente per noi, con un masso che ci ha protetto dal vento e il bagno tra le onde; Paliochori, in cui, al di là del tratto attrezzato, si può trovare ampio spazio sulla spiaggia larga, con le spalle protette da rocce rosse con cui colorarsi e disegnarsi addosso. Scoperta il penultimo giorno ed eletta a miglior spiaggia con l’acqua più bella dell’isola (raggiungibile via terra), e in cui siamo tornati anche per l’ultimo bagno, è Gerontas, nella zona sud-ovest, vicino a Kleftiko. 

 

Milos è stato anche cene e pranzi fuori casa, con prezzi decisamente economici e convenienti rispetto alla spesa nei supermercati carissimi (e al valore del tempo da spendere per cucinare, pulire…). La nostra panetteria-pasticceria preferita è quella di Adamas, nella zona portuale: si acquistava qualcosa per il pranzo ed era poi meta per il dolce del dopocena -spesso, poi, in realtà, mangiato a colazione; l’ultimo giorno, per salutarci, ci hanno regalato un sacchetto enorme con biscotti misti. Abbiamo provato anche la concorrenza, che effettivamente produceva prodotti altrettanto buoni, ma di una scortesia e antipatia più uniche che rare. Gaia si è trasformata in una spanakopita, Luca in una tiropita; le nostre cene non potevano non iniziare con la pitarakia, una sorta di sfoglia fritta sottilissima ripiena di un altrettanto sottile strato di formaggio ed erbe, e proseguivano con polpette di zucchini / melanzane, feta con il miele, tortino di cipolle, tzatziki… Tra i ristoranti, siamo stati due volte al Medousa di Mandrakia a pranzo e, per le cene, siamo tornati ripetutamente da Oh Amos di Adamas, che ci ha colpiti per gli antipasti, per la torta di arance e per la mastika o mastiha, termine con cui si indica sia il liquore offerto agli adulti che un dolce simile ad un marshmallows offerto ai bambini. Quello che a fine vacanza, tra un compito di matematica e un gioco per allenarci con le addizioni e i calcoli, ha ottenuto il punteggio più alto, è stato il ristorante Methismeni Politeia di Tripiti, in cui Gaia ha scoperto un’ottima moussaka, Luca il classico pastitsio greco, e noi della carne strepitosa. A pari merito, ma per un altro genere di cena, si è posizionato il miglior pita gyros di Adamas, quello di O Gyros tis Milou, dove più di una volta abbiamo cenato spendendo 12 € in 4, bevande incluse. Infine, ha incantato tutti -Luca compreso, impazzito per il polpo- per la qualità del pesce, Mikros Apoplous, sul lungomare di Adamas, a pochi metri dal nostro alloggio, con tavolino praticamente sul mare. 

Per quello che riguarda la parte di pasticceria, oltre al koufeto, un altro dolce tipico è la karpouzopita, una watermelon pie, insomma, una torta di anguria con sesamo, dalla consistenza tra una torta e un budino, e dal sapore che non convince subito, ma poi conquista. Si può impazzire con i vari tipi di baklava e di kataifi -il dolce “con i capelli”-, con le varianti di forma (i nidi) e sapori; si trova una torta al cioccolato con noci, che al ristorante viene servita con ulteriore copertura di cioccolato ed una pallina di gelato, e dolcetti di piccola pasticceria, tendenzialmente fritti e trasudanti melassa. In generale, ahinoi, anche le torte di impasto soffice, hanno il fondo inzuppato nella melassa. Alla fine della vacanza, i dolci che inizialmente ci sembravano irresistibili, iniziavano a deluderci e a non sembrarci più poi così buoni. Non siamo abituati, ma per fortuna siamo partiti prima di tornare nauseati, riuscendo a mantenere buoni ricordi anche per il palato.

Milos ci è rimasta nel cuore, i bambini ancora ieri giocavano ai turisti: dal soggiorno, li sentivo in camera loro, mentre uno faceva il check-in discutendo con la poliziotta che non lasciava imbarcare il vasetto di koufeto, mentre si sedevano al ristorante e lui ordinava un pita gyros e lei una moussaka, mentre insieme decidevano di andare ad esplorare le grotte e gli anfratti subacquei. Anche Nico ed io ce la siamo goduta: siamo riusciti a ritagliarci i nostri spazi, correndo ogni tanto insieme all’alba -così da dividere la fatica delle salite-, e insieme anche in spiaggia, finalmente, forse, con i bambini autonomi e quella sensazione di essere fuori dal tunnel. La cosa che non mi riesco a spiegarmi del tutto è l’incapacità di rilassarmi completamente, stavolta però per colpa di quella sensazione di voler dare un occhio ai bambini, per quell’incapacità di ignorarli mentre giocano felici insieme, incuranti di noi, per quella curiosità di divertirmi e compiacermi nell’assistere ai loro discorsi e alla loro complicità. E vedere quanto accidenti crescono velocemente. 

Categorie: Viaggi

Salisburgo e Fussen con i bambini: la vacanza degli imprevisti

Una breve vacanza di Pasqua prenotata, anche questa volta, con largo anticipo, e low cost (viaggio in auto e prenotazione annullabile fino all’ultimo tramite booking), ma poco pianificata. Non è stato questo il problema, quanto una serie di imprevisti e condizioni che hanno reso il nostro viaggetto molto poco vacanza: il brutto tempo, Luca ammalato dal primo giorno, nervosismi diffusi.. condizioni che, a differenza di tutte le nostre esperienze precedenti, non ci hanno fatto essere completamente felici e sereni, a goderci l’itinerario.

Detto questo, siamo partiti venerdì mattina presto in auto in direzione Salisburgo, partenza con il sole, arrivo con la pioggia in un bellissimo Eco-Suite Hotel, a poche centinaia di metri dalla fermata dell’autobus nr. 6 che ci avrebbe portato rapidamente in centro, distante solo 3 km (in realtà, la prima cosa che noto è che l’hotel si affaccia esattamente sopra la ciclabile sul Salzach e inizio a puntare la sveglia per il giorno dopo).

Piove, siamo attrezzati: con stivali, mantelle e ombrelli trascorriamo il pomeriggio del primo giorno gironzolando per il centro, perdendoci tra le insegne in ferro battuto della Getreidegasse, i vicoli, la folla di turisti, le palle di Mozart, i ponti, vetrine e mercatini di Pasqua. In cerca di strudel e Sacher, facciamo invece una merenda golosa con assaggi di altre torte. Prima di scoprire che tutte le attività commerciali e le attrazioni turistiche chiudono alle 17.00, riusciamo a visitare la casa natale di Mozart. Gaia si perde tra i dettagli, piena di domande a cui spesso non sappiamo neanche rispondere, Luca invece è impaziente di incontrarlo, questo Mozart: continua a chiedere quando arrivi, visto che siamo a casa sua, nonostante gli abbiamo brevemente spiegato chi fosse e che non sia più vivo ai giorni nostri.

Dopo aver saltato un po’ tra le pozzanghere, ceniamo -tra gli ultimi!- verso le 18.45 e con calma torniamo in hotel per le 20.30: siamo tutti stanchi, l’indomani inizia la vacanza vera, a parte i ristoranti è tutto chiuso e piove, tanto vale rientrare e andare a letto presto per ricaricare le pile.

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All’alba del sabato diluvia, mi alzo, mi copro, faccio partire il Garmin con l’allenamento previsto da tabella e mi godo in solitudine il Salzach e il centro di Salisburgo per 16 chilometri di corsa.

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Rientro zuppa, sveglio la banda e dopo la colazione, facciamo tappa all’Haus der Natur: visitiamo due piani di museo di scienze naturali, tra dinosauri, acquari, balene, per poi spostarci nella parte di museo della scienza. I bambini impazziscono: il museo è davvero interattivo e a loro misura, pieno di giochi e attività con le quali perdersi per ore, tra cui un’esposizione a tema musicale meravigliosa. Trascorriamo la mattinata, ne avremmo ancora da vedere, ma ha smesso di piovere, si intravede uno spicchio di cielo azzurro e vogliamo approfittarne. Luca inizia a lamentarsi e ci accorgiamo che è bollente. Recuperato un veloce pranzo alle bancarelle in centro, Gaia ed io andiamo in cerca di una farmacia aperta, dove rimediamo del paracetamolo che ci salverà la vacanza.

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Nel pomeriggio, anche pensando a qualcosa di tranquillo per Luca, ci informiamo per il tour di 40 minuti con il battello sul Salzach (compreso e previsto dalla Salzburg Card che abbiamo fatto il primo giorno e che consigliamo a tutti), ma sfortuna vuole che ci sia acqua bassa e la navigazione sia sospesa per tutta la durata della nostra permanenza lì. Nel frattempo, mettiamo via mantelle e ombrelli e prendiamo la funicolare per salire alla famosa e bellissima fortezza Hohensalzburg, il castello. I bambini si tranquillizzano e sembrano apprezzare, Luca cerca i cavalieri, Gaia spia dalle mura; visitiamo anche il -piccolo- museo delle marionette che piace molto a tutti. Ci piacerebbe scendere a piedi, ma non ci sembra il caso di esagerare con Luca, quindi torniamo con la funicolare. Sono le 17, tutto chiuso di nuovo in centro. Siamo fortunati perchè sono ancora aperti i giardini del Mirabell e il parco adiacente, dove ci fermiamo fino alle 19: più si sale sullo scivolo, più la febbre scende, più si salta su mattonelle musicali, meglio si sta. Ceniamo e rincasiamo.

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Domenica, Pasqua, c’è una bella giornata: per prima cosa si aprono le uova importate da Milano, poi, dopo colazione, prendiamo un autobus che, in mezz’oretta trascorsa telefonando ai nonni per gli auguri e i racconti, ci porta al castello di Hellbrunn. Qui Gaia ed io ci divertiamo moltissimo, Nico meno perchè si trova a gestire Luca che invece è in sofferenza e piuttosto rognoso. I giochi d’acqua, gli scherzi delle fontane dell’Hellbrunn sono divertenti e inaspettati -io e Gaia accettiamo di fare da cavie inconsapevoli alla tavola del re, e diventiamo vittime di uno degli scherzi-, il teatro meccanico azionato dall’acqua con la musica del Don Giovanni è stupendo. Giusto in tempo perchè faccia in tempo la somministrazione di paracetamolo e arriviamo poi al parco giochi adiacente: anche qui, più si salta, più la temperatura cala. C’è anche una temperatura piacevole, Nico ed io riusciamo persino a sederci nel prato per qualche minuto da soli, guardando i bambini correre e giocare a distanza.

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Rientriamo per un pranzo tardivo nella zona più centrale di Salisburgo, un pranzo che è quasi merenda: vorremmo girare per i punti panoramici della città, le mura, passeggiare sul fiume, ma ci rendiamo conto che i bambini hanno bisogno di altro, e anche il clima sta volgendo al peggio. Optiamo per lo Spielzeugmuseum, il museo dei giocattoli in cui, oltre alle varie esposizioni, Gaia e Luca possono anche giocare con trenini, costruzioni, uno scivolo che collega il primo e il secondo piano, bambole, mercati, leggere nella sala lettura o -cosa che fanno per circa 3 minuti e mezzo- guardare un cartone animato nella stanza cinema. Infine, nella sala degli spettacoli, Gaia inventa e mette in scena per noi uno spettacolo di marionette. Anche qui, alle 16.45 ci fanno uscire per chiusura, terminiamo la giornata con acquisti di souvernir, una seconda merenda con la vera Sacher originale (finalmente!) e con l’acquisto di fette di strudel di vari tipi che Nico ed io assaggeremo al posto della cena; un altro breve giro per il centro e si rientra.

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Lunedì il tempo è di nuovo bello, ne approfitto per rivedere la ciclabile sul Salzach con il sole: l’alba è stupenda, faccio il pieno di energia e immagini meravigliose per 10 km (per fortuna, perchè la giornata sarà infinita).

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E’ il giorno della partenza per la seconda meta della nostra vacanza: Fussen.

Prima tappa: Castello di Herrenchiemsee.
E’ una bella sorpresa per molti motivi: la località è stupenda, il castello si trova su un’isola sul lago e dobbiamo prendere un piccolo battello per la gioia di Luca che non aveva potuto navigare il Salzach, il castello stesso è incantevole. Purtroppo le visite sono ad orari definiti e finiamo per spendere tutta la mattinata lì, ma ne vale la pena.
Giriamo prima per il parco e poi per le sale del castello mai concluso e mai abitato (anzi, abitato per 10 giorni), siamo tutti incantati dalla ricchezza e maestosità del tutto, Luca compreso che, per l’occasione, può sedersi -obbligato da noi- in un passeggino richiedibile all’ingresso (sì, lui non usa il suo passeggino da oltre un anno).

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Ci dirigiamo quindi verso i castelli di  Neuschwanstein e di Hohenschwangau, troviamo traffico lungo la strada, ad un certo punto la strada è anche interrotta e ci sono deviazioni non segnalate: non parliamo il tedesco e siamo in una zona poco popolata tra le montagne, chiedo informazioni (“Fussen?”) all’unica anima viva che incontriamo che mi risponde in tedesco. Con giochi di assonanze con l’inglese e gestualità internazionale, riusciamo a capire le indicazioni e, alla fine, arriviamo a destinazione esausti. Luca continua a non stare bene, si lagna, litiga con Gaia, si contendono i giochi, la nostra pazienza è al limite: arriviamo alla meta nervosi e con la sensazione di aver perso un sacco di tempo.

Dal basso, osservando i castelli arroccati, quello bianco de La Bella Addormentata e quello giallo, i bambini preferiscono entrambi quello giallo. Ci mettiamo in coda in biglietteria, sono le 16 ma un cartello avvisa che per il castello di Neuschwanstein c’è il tutto esaurito; nel frattempo, calcolando che l’altro chiude alle 17 e che siamo ancora in coda, ci rendiamo conto che, anche facendo i biglietti, non faremmo in tempo a visitarlo. Decidiamo quindi di visitarli entrambi gratuitamente solo dall’esterno, ma di concederci di andare in carrozza per la gioia dei bambini, che si risparmiano una camminata in salita e si sentono principe e principessa.
Durante la discesa, a piedi quella, Luca ricomincia a lagnarsi e Gaia a lanciare provocazioni: il nervosismo di tutti aumenta. Riusciamo a visitare il castello giallo, ma gli umori non sono dei migliori.

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Dobbiamo ancora fare il check-in nel nostro appartamento a Fussen e sono quasi le 18: scopriamo che non si trova in centro, ma a circa 5 km, su un lago meraviglioso. Si tratta del Ferienhaus und Landhaus Berger, esattamente a Hopfen Am See: appartamento molto bello in un luogo stupendo. E’ qua che Nico ed io addocchiamo una coppia, ciascuno con il proprio libro, seduta su una panchina vista lago, con il tramonto di fronte e silenzio intorno (fino al nostro passaggio, naturalmente): vorremmo fare cambio per qualche ora. Ci proviamo, scegliamo una panchina, sguinzagliamo i bambini e riusciamo a rilassarci finalmente un po’: di nuovo, loro giocano da soli felici, noi riusciamo a stare in due. Decidiamo di rimandare la visita a Fussen al giorno successivo, per prendercela comoda e non stressarci ulteriormente dopo una giornata già piena di nervosismi, ed è la scelta giusta. A differenza delle cene a Salisburgo, economiche e rapide, ceniamo anche finalmente in un ottimo ristorante tipico a due passi dal lago e a due dall’appartamento, con sala con vista tramonto sul lago.

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Martedì, giorno della partenza: mi alzo prima dell’alba, non posso resistere al lago e alla sfida di tutte quelle salite che in 5 chilometri mi portano in centro a Fussen prima che il mondo si svegli; inizio quindi la corsa più bella della vacanza, dove scopro che probabilmente non è vero che odio le salite, perchè quelle che percorro mi paiono meravigliose.

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Al rientro a casa, la magia finisce subito perchè pare che tutti si siano svegliati male: dovremmo visitare il centro di Fussen e il castello di Linderhof (Oberammergau e Schwangau è evidente che non ci staranno mai nel programma), ma Nico ed io preferiamo anticipare il rientro e poterci ritagliare un paio di ore milanesi di riposo e quiete prima di rientrare al lavoro il giorno successivo.

Facciamo quindi colazione in centro, giriamo Fussen sorprendentemente bella, acquistiamo dei dolci tipici, le Schneeballen – palle di neve, cerchiamo invano dello strudel da importare, e alle 11.00 iniziamo il viaggio di rientro. Ho mal di testa, penso sia stanchezza, il giorno dopo scoprirò che è una faringite acuta, con febbre molto alta e dolori ovunque. Insomma, avrei già bisogno di una vacanza per riprendermi dalla vacanza.

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In conclusione, è stata una vacanza faticosa in posti meravigliosi: ho e abbiamo la sensazione di non aver visto nè goduto di tutto ciò di cui avremmo potuto apprezzare, ma anche la consapevolezza che più di così questa volta non avremmo potuto fare. Ci siamo chiesti come mai questa volta sia stato così difficile: da un lato, era partita male, Nico non sapeva quasi neanche dove andassimo, il mio planning lasciava (e, conilsennodipoi, per fortuna!) molto all’improvvisazione, forse i bambini erano stanchi fin dall’inizio. Non è stata certo la vacanza più impegnativa: i ritmi di Istanbul o della Lapponia sono stati di gran lunga più pesanti, forse siamo partiti tutti poco convinti e gli imprevisti hanno fatto il resto.

Consiglierei a tutti Salisburgo e la Baviera, piuttosto un giorno in meno a Salisburgo e uno in più tra i castelli; come periodo, tra un mese sarebbe stato perfetto: a Milano gli alberi sono fioriti da un paio di settimane, là stanno per sbocciare e le temperature sono ancora basse. Abbiamo girato con la nostra auto per contenere i costi, per avere maggiore autonomia e libertà, per stare comodi anche con i bambini; a Salisburgo ci si sposta a piedi, con i mezzi pubblici o anche in bicicletta: è una città altamente accessibile, per persone con disabilità, mamme con passeggini, runner, sportivi. Per quello che riguarda gli alloggi, la soluzione di prenotare con mesi di anticipo su booking con opzione annullamento gratuito è risultata ancora vincente nel nostro caso.

La prossima vacanza sarà sicuramente quella estiva, con alcune opzioni individuate, ma meta ancora da definire: suggerimenti?

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Categorie: Viaggi, Vita da mamme

Estate in Sardegna:
suggerimenti per una vacanza diversa dalla nostra

Dovrei esserci: all’inizio della seconda intensa settimana di lavoro, lavata via ogni traccia di abbronzatura, ripresi nido e materna per Luca e Gaia, ricacciata a dormire la mamma-mostro che abita in una grotta dentro di me, le vacanze sono ufficialmente diventate un ricordo. Come promesso -a me stessa, soprattutto-, fatta la disamina degli errori che avremmo potuto evitare, terremo i ricordi belli che, nell’insieme di un’estate complicata, sono stati comunque presenti.

Per leggere del nostro viaggio, sono necessarie alcune premesse:

La scelta della meta è stata dettata unicamente dal desiderio di approdare al mare bello, da cartolina, unico elemento che è mancato alle due precedenti estati in Abruzzo. Alla vigilia della partenza, nè Nico nè io eravamo convinti della decisione, ancora con un po’ di rimorso per aver tradito una regione di cui avremmo avuto -e avremo- tantissimo da scoprire, con la sua biodiversità, le attività diversificate, le sagre..
La Sardegna è una regione enorme, che varia moltissimo da zona a zona; è tutta bella, innegabilmente. La nostra insoddisfazione di fondo è dovuta ad una scarsa informazione prima di partire e ad una certa disorganizzazione. Avevamo aspettative che, senza conoscenza del territorio e pensando di improvvisare una volta a meta, non si sarebbero mai potute realizzare.
Lo stress della non-vacanza è derivato da qualche sfortuna e da nostri errori di valutazione, di cui sono stati poi conseguenze i quasi 4.000 km percorsi in auto, le frequenti insofferenze dei bambini, la difficoltà nella gestione familiare, la quasi assenza di momenti di coppia, il nervosismo generale e la sensazione di aver sbagliato a monte.

Detto ciò, abbiamo trascorso poco più di 20 giorni in Sardegna, alloggiando presso l’Agriturismo biologico Santa Lucia a Tratalias, (l'”Agriturissimo”, come diceva Luca), nel Sulcis, a pochi chilometri da Carbonia, quindi non sul mare. La scelta è stata consapevole, con l’intento che avremmo, come nostro solito, girato senza aver necessità di una spiaggia attrezzata di riferimento, e con l’idea che, come speravamo, i bambini potessero vivere un contesto a loro misura, in campagna, in liberà, a contatto con la natura e con gli animali. In effetti, è stato così: cavalli, asini, pavoni, capre, pony, gatti, fichi d’india, vitigni..sono stati compagnia e ambiente ideale per Gaia e Luca che, soprattutto nell’ultima settimana, presa ormai confidenza con gli spazi, si aggiravano da soli, giocando tra loro, con altri ospiti e con gli animali.

Ciò che non avevamo considerato, nell’organizzazione del viaggio, è stata la morfologia del territorio: abbiamo scoperto solo una volta arrivati che -come scherzavamo tra noi- 1 km sardo corrisponde ad almeno 2 km milanesi (in macchina o anche nelle corse all’alba!). C’è voluto qualche giorno per accettare dei ritmi nuovi, tanto tempo perso speso in auto, gli arrivi in spiaggia in tarda mattinata, con il sole a picco e file di ombrelloni disordinati, e i rientri dalle spiagge, per poter arrivare puntuali a cena, non più tardi delle 17/18.00, rinunciando ai colori del mare al tramonto. L’alternativa sarebbe stata girare meno, recarsi alle spiagge più vicine e conoscere meno il territorio. Naturalmente non abbiamo cercato solo mare: rinunciando a percorsi di trekking, al di sopra della nostra impreparazione ed equipaggiamento, abbiamo esplorato grotte, rovine, miniere.

Queste le nostre tappe:

Porto Pino:
Splendida nella stagione giusta, osannata da tutti, vicina al nostro alloggio, ci si è però presentata male; purtroppo la spiaggia, sia nella parte libera che in quella attrezzata, era coperta da alghe, così come i primi 3 metri di ingresso in acqua; acqua splendida, la prima in cui ci siamo immersi il giorno dell’arrivo, calda, trasparente, viva. Non siamo tornati altre volte, nonostante le indicazioni di spostarci a Porto Pineddu, insenatura adiacente, con qualche scoglio e con meno -come diceva Luca- insalata.

Chia: identifica un’affollata zona di spiagge e calette numerose; siamo tornati due volte, la prima fermandoci a Su Giudeu, per l’entusiasmo di Gaia affascinata dai colori, e la seconda, per fuggire -invano- dal maestrale della nostra zona, a Cala Cipolla, che però nella settimana di Ferragosto è apparsa sporca, coperta di immondizia, con mare torbido. Chia ci ha illuso anche con una sagra del pesce, in realtà organizzata male, con un menu poco accattivante e molto caro, con scarso intrattenimento: poco male, finito il nostro piatto, lungo la strada per tornare, ci siamo fermati alla sagra del Pane di Teulada, in cui abbiamo osservato gli attrezzi del mestiere e concluso la serata con l’assaggio di pane con ricotta e ravioli fritti.

Is Aruttas e Mari Ermi: i colori più belli di cui ci siamo riempiti gli occhi, nella zona di Oristano, 4 ore di auto in giornata tra andata e ritorno, assolutamente ripagate. La spiaggia di Is Aruttas è costituita da granito, piccoli chicchi come di riso, bianchissimi.

S’Archittu, San Giovanni Sinis, Tharros: tornando nella zona di Oristano una seconda volta, abbiamo esplorato senza fermarci la spiaggia di S’Archittu, in tarda mattinata assolutamente impraticabile nel mese di agosto, a meno di innervosirsi per questioni di centimetri e ombre altrui, per sostare a San Giovanni, ampia, dal mare molto freddo ma con sfumature meravigliose. Prima di rientrare, naturalmente, abbiamo visitato il sito di Tharros: per coinvolgere i bambini, trascinati per ore in auto alla ricerca di ciò che, spesso, era più una nostra necessità -l’affannosa ricerca del mare, quello caraibico-, abbiamo investito in un trenino che ci ha portati con un giro di circa mezz’ora lungo l’istmo della penisola del Sinis, facendoci fare tappa nel sito dei resti dell’antica città fenicia di Tharros, per altro lambita da acque in cui -a saperlo prima- avremmo fatto in modo di trascorrere la giornata.

Isola di Sant’Antioco: siamo tornati  quattro volte, è un’isola piuttosto ricca di spiagge, nonostante non sia molto estesa, e molto varia. La prima volta abbiamo scelto Turri, terza insenatura della spiaggia, in cui bisognava arrampicarsi un po’ per poi godere della solitudine e della libertà di giocare, gridare, lanciare sassi, sabbia, sentirsi selvaggi. Ci siamo spostati poi a Cala Grande, parte di Calasetta, dopo aver guardato incantati le rocce e le acque di Cala Tuffi: 15 metri di altezza da cui ragazzini di ogni età si tuffavano in colori incredibili, a cui ho resistito sotto lo sguardo minatorio di mio marito e di quello preoccupato di Gaia: “Mamma, ma non ti vuoi tuffare, vero?”. Nella nostra seconda visita, invece, siamo stati meno fortunati, fermandoci a Coaquaddus, con acque tranquille, sabbia scura, ma nessuna emozione incredibile. In compenso, abbiamo preso un pedalò per la gioia infinita dei bambini. Le nostre ulteriori due visite sono state dedicate invece, su richiesta di Gaia che ci aveva sentito leggere informazioni turistiche, alla visita alle Tombe dei Giganti e al complesso nuragico di Grutti Acqua, in cui io e lei abbiamo potuto fare le esploratrici, arrampicandoci e lasciando indietro gli uomini.

Dune Is Arenas Biancas: Si può accedere alla spiaggia, da quanto abbiamo appreso, sia da Porto Pino, sia -come abbiamo sempre fatto noi- dalla zona militare di Teulada; si percorrono circa 6 km di sterrato, poi 500 metri a piedi dal parcheggio alle dune che incorniciano la spiaggia, lunga e ampia. E’ la spiaggia in cui, complice la breve distanza dall’alloggio, siamo tornati con più frequenza, fino a conquistare, gli ultimi due giorni di vacanza, il posto in prima fila. E’ qui che ho visto i miei figli giocare insieme nel modo più spensierato, divertendosi e (Luca) fidandosi del mare, rincorrendosi sul fondale basso per molti metri, tra acqua calda e secche, facendo immersioni con gli occhi aperti e giocando con le onde a riva.

Piscinas: molto distante in auto dalla nostra zona, ci ha rubato il cuore per la sua ampiezza, il suo mare agitato e pericoloso, con forti correnti, sabbia scura e pochissima gente. Siamo tornati due volte, sperando di riuscire a vederla senza il mare mosso, ma così non è stato: la ricorderemo come la spiaggia dei cavalloni, quelli in cui anche papà non si fida a fare il bagno, in cui si scappa dalle onde che, anche a riva, trascinano via adulti e bambini con la loro forza e, allo stesso tempo, una trasparenza incredibile.

Campionna: nella settimana di Ferragosto, osservando l’aumento della folla sulle spiagge più ampie, abbiamo sperimentato alcune calette nella zona tra Chia e Teulada; di queste, conosciamo solo il nome di Campionna, in cui abbiamo trascorso una giornata, e di Pixinni, in cui non ci siamo fermati perchè, ahinoi, coperta di alghe. Abbandonando invece l’auto su una piazzola di sosta sulla strada costiera, inerpicandoci per un sentiero, siamo arrivati ad una piccola insenatura di cui neanche sardi locali a cui abbiamo chiesto sapevano il nome. Siamo tornati più volte, non appena i bambini ci hanno detto di preferire i sassi alla sabbia: lì, inoltre, hanno potuto trovare acqua calda e fondale accessibile in ingresso in acqua, scogli su cui arrampicarsi e costruire tende da un lato, mare tranquillo e calmo anche in giornate di forte vento. E’ stata la nostra Spiaggia Sconosciuta, in cui a Ferragosto eravamo in cinque famiglie.

Capo Pecora e San Nicolò/Portixeddu: nella zona di Buggerru, già visitata per interessi di miniere, abbiamo esplorato Capo Pecora, in cui Nico ed io, se fossimo stati ancora una coppia senza figli, avremmo trascorso un paio di giorni, tra sassi, scogli, acque dai colori meravigliosi, profondità da scoprire, insenature rocciose e prati di gigli marini che conducevano all’accesso al mare. Decisamente inadatta a Gaia e Luca, per morfologia e per la giornata ventosa e di mare mosso che avrebbe complicato le cose, abbiamo poi passato la giornata a San Nicolò, molto simile a Piscinas: mare profondo con onde alte e trasparenti, spiaggia ampia, aria di libertà, corse e ruote sulla sabbia.

Sentendoci parlare di miniere e passando quotidianamente da Carbonia, Gaia -e a ripetizione Luca- hanno manifestato interesse e curiosità. Abbiamo quindi dedicato, anche per intervallare le giornate di sole e mare, alcuni giorni a questi siti, visitando, nell’ordine:

Buggerru: è una cava, non una miniera. La differenza c’è ed è sostanziale. Qua c’è la possibilità, con la visita guidata, di percorrere alcune centinaia di metri sul trenino, ovvero sul mezzo per il trasporto dei minerali, all’interno della galleria. Il ritorno è a piedi, su uno spettacolo a strapiombo sul mare da perdere il fiato. La guida che abbiamo avuto non è stata a misura di bambino, ma -come sempre- è compito dei genitori provare ad incuriosire e a far conoscere con parole adatte ciò che si sta esplorando.


Grande miniera di Serbariu, a Carbonia: una miniera vera e propria, con una visita guidata molto interessante, adatta anche ai bambini, con riproduzioni visive e sonore del lavoro, corredata da un museo organizzato e ricco di informazioni e reperti, anche tattili e concreti, da cui anche un bambino di due anni e mezzo e una di cinque e mezzo sono riusciti a farsi incuriosire. Museo, galleria, riproduzioni, all’esterno un altro trenino e poi un’area giochi: “domani ci torniamo alla miniera?”.

Masua e Galleria di Porto Flavia: si percorre una galleria che si affaccia sul mare, da cui partivano i carichi di minerale; la spettacolarità estetica che lascia senza parole vale la pena cercarla da un’escursione via mare, guardando dal Pan di Zucchero verso la costa. A Masua, in attesa della visita alla galleria, abbiamo anche fatto il bagno in spiaggia, assolutamente non attrezzati: mutande per noi adulti, nudità integrale per i bambini, e non abbiamo rinunciato alle onde.

– Non ci siamo privati dello spettacolo delle grotte che, avendomi sempre affascinata, sapevo che sarebbero piaciute, con quell’alone di mistero e la sensazione di un’esplorazione segreta, anche a Gaia. Belle le grotte di Is Zuddas, con concrezioni stupefacenti; spettacolari nella loro profondità le grotte di Su Mannau, in cui un percorso artificiale comodo e la presenza di acqua rendono il tutto ancora maggiormente fruibile e affascinante per i bambini.

Castello di Acquafredda: la giornata era iniziata con il cielo nuvoloso e qualche goccia di pioggia, era mattina tardi e abbiamo deciso di andare a fare un’altra gita. La salita al Castello di Acquafredda, che dura circa un’oretta con calma, è stata molto bella per tutti: i bambini hanno camminato, corso, si sono arrampicati e aiutati; abbiamo letto insieme le descrizioni delle varie rovine, fino a raggiungere la posizione frontale rispetto al corpo centrale della rocca. Abbiamo guardato dalle mura, controllato eventuali attacchi da terra e scrutato l’orizzonte sul mare, per essere sicuri di non avvistare navi nemiche. Non sono sfuggite ai bambini pale eoliche, campi, cavalli.

Infine, naturalmente, non ci siamo persi il borgo di Tratalias Vecchia, esplorato da me all’alba durante una delle mie corse sulla SP74, e poi rivisto in occasione di una sagra e non. Abbiamo girato anche Iglesias e il suo centro pedonale. Al ritorno, un po’ per trascorrere del tempo e intrattenere i bambini prima dell’imbarco sul traghetto, un po’ perchè la soddisfazione nel sorriso di Luca è enorme, siamo saliti su un trenino turistico ad Olbia che ci ha guidato per un breve tragitto. Per il resto, non abbiamo visitato città o centri abitati, cosa che però nessuno di noi rimpiange. Ciò che invece manca alla spunta di ciò che avremmo voluto fare sono sicuramente un’escursione via mare (gommone, barca, motoscafo..), eccessivamente cara per le nostre tasche, la visita a Carlo Forte e una giornata alla spiaggia di Cala Domestica, che avevamo tenuto per gli ultimi giorni, ma a cui abbiamo rinunciato a favore della comodità e della serenità dei bambini alle dune Is Arenas Biancas.

Insomma, alla fine di tutto, ecco alcuni suggerimenti per chi non conosce la Sardegna e vuole avventurarcisi con bambini:

  1. Tenete bene a mente che le distanze, pur con strade ben praticabili e ampie, sono enormi: ricordate che 1 km sardo non corrisponde ad 1 km continentale, ma è moooolto più lungo (e impervio).
  2. Scegliete accuratamente la zona da visitare e, se avete intenzione di rimanere a lungo come noi e allo stesso tempo di esplorare il territorio, valutate due soluzioni abitative, in modo da potervi concentrare -anche se a fronte di un piccolo trasloco a metà vacanza (sì, con due figli e 23 giorni di vacanza si parla di trasloco!)- su due zone come si deve, invece di impazzire e percorrere quotidianamente centinaia di km.
  3. Pianificate il più possibile, da casa, prima di partire, le mete principali che non volete perdervi e calcolate i tempi (gmaps è abbastanza attendibile).
  4. Prenotate con largo anticipo, se in alta stagione, le visite a siti archeologici o minerari: a Buggerru siamo entrati per un soffio di fortuna, a Masua siamo dovuti tornare due volte.
  5. Tenete a mente, cosa che avevamo sottovalutato e che è stata fonte di stress mentale, che sì, la Sardegna è cara: ad esempio, in moltissime spiagge il parcheggio è obbligatorio, è esclusivamente a pagamento e varia dai 5 ai 10€ al giorno (che, moltiplicati per 20 giorni di vacanza possono essere parecchi, se non considerati nel budget; ecco perchè cambiare lidi e lasciare l’auto sulla strada statale per inerpicarsi su sentieri mal tracciati), un pedalò costa 12 € per mezz’ora, e così via per ogni eventuale extra richiesto dai bambini (gelato, treccine, braccialetto, cappellino..). Naturalmente c’è la possibilità di dire di no, o di contenere le spese: non abbiamo quasi mai acquistato il pranzo in baracchini in spiaggia, ma facevamo una spesa frugale nei vari Lidl/Eurospin, a base di frutta e verdura, succhi di frutta o focaccia e prosciutto..e così via.

Detto questo, io per qualche anno in Sardegna non tornerò: la prossima volta voglio viverla diversamente, cercando di esplorarla, come isola selvaggia, in modo più spartano e itinerante, pianificando le tappe e non i vincoli, e lo potrò fare quando i bambini saranno cresciuti entrambi, in modo da poterne godere di più tutti.

portixeddu (5)

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Che cosa mettere in valigia

Pare che siano finalmente arrivate anche le mie vacanze. Anzi, chiamiamole ferie, perchè con un marito e due figli, il tempo libero dal lavoro, comunque, non si chiama vacanza.
Quest’anno, un po’ a malincuore, abbiamo salutato Montesilvano, per andare in cerca del mare bello, bello vero, di cui i nostri occhi avevano la necessità di riempirsi; andremo in Sardegna, sentendo la mancanza delle sagre abruzzesi, del peperone dolce di Altino, dei castelli, della varietà dell’entroterra, ma con alte aspettative su colori e trasparenza del mare. Se ne sarà valsa la pena, lo sapremo al ritorno.

Ecco gli indispensabili nella mia valigia di quest’anno:

1- Costumi da bagno: non quindici come al solito, ma uno bianco, uno nero, uno rosso e uno azzurro..perchè non si dica che vesto solo con colori neutri.

2- Maschera e pinne..per Gaia. Abbiamo sperimentato a luglio in piscina che, dotata solo di un paio di occhialini, anche senza tuffo, va a toccare il fondo e a recuperare oggetti a due metri di profondità; nuota senza niente ormai per intere vasche dove non si tocca, e fa capriole avanti e indietro. E’ ora di iniziare con lo snorkeling in acque alte, e sarò la sua istruttrice: un po’ di movimento in più e -tra i riflessi- anche un’abbronzatura più decisa?

3- Zaino da montagna..per Luca. Non crediate che passeremo la vacanza in spiaggia. O magari sì, ma senza evitare percorsi naturalistici da fare a piedi, escursioni e camminate. Quindici chili di LucAttila sulle spalle di papà.

4- Libri da leggere: agosto è il mese del rifornimento annuale. Da quando vado al lavoro in bici, ormai quattro anni, leggo pochissimo durante l’anno, ma recupero in agosto. Tra Amazon e Feltrinelli, ho riempito la valigia. Libri. Cartacei: perchè mi piace tenere il volume in mano e, una volta letto, sullo scaffale, perchè non devo viaggiare in aereo e non mi pesano la valigia all’imbarco, perchè economicamente non ho visto grandi vantaggi sui titoli che mi interessavano.

libri agosto 2015

5- Drifit, Nike Pro, scarpe da running, bra, Garmin e fascia cardio, porta cellulare. Sì, sto provando a ricominciare a correre. Tre settimane fa Maga Marina ha dato l’ok per due uscite a settimana, dapprima da 12 minuti, che poi sono diventati 15 e, da questa settimana addirittura 4 km. Settimana prossima, se il ginocchio non si lamenta, proverò con cinque lentissimi chilometri, con un po’ di timore perchè sarà la soglia alla quale la mia bandelletta si è sempre incazzata -come dice Maga Marina. In valigia, anche la maglia della Stramilano, per ricordarmi dove sono arrivata pochi mesi fa e che -anche se sto ricominciando da zero, da un anno fa, senza fiato, con gambe da riallenare come si deve, con lentezza e fatica- pian piano, se mi tratto bene, allungando le distanze, potrò riprendermi la rivincita che aspetto da mesi.

running in valigia

6- Reflex, Nikon compatta di Gaia, videocamera Sanyo subacquea, cavalletto universale e relative doppie batterie di scorta e caricatori. Chissà se quest’anno riuscirò ad esserci anche io nelle foto di famiglia.

La valigia, preparata a ormai 8 mani, è strapiena, ma ciò che conta per me si riduce a questo: in controtendenza, ho lasciato più spazio agli altri.

E per voi, quali sono i vostri indispensabili?

Buone vacanze!

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Oman, diario di viaggio: sole, mare, deserto, incenso e molto altro.

E’ fine ottobre, ricevo da Alpitour una promozione “prenota prima” per un viaggio per tutta la famiglia; in più, se parto entro il 23 febbraio, Luca non avrà ancora due anni, quindi non pagherà: è ora del Viaggione di cui sentiamo la mancanza da tempo. Le opzioni sono: Zanzibar, Cayo Largo e Salalah, in Oman. Avevo già sentito parlare dell’Oman l’anno scorso, ma avevamo optato per Gran Canaria a marzo, soluzione sicuramente più adatta ad un bambino di un anno. Quest’anno però è diverso, Nico ed io non abbiamo dubbi, blocchiamo l’opzione e iniziamo a sognare le notti d’oriente: Muscat, il palazzo del Sultano, Nizwa, gli echi da Mille e una notte, il deserto, i forti, i paesini da presepe, i wadi, il famoso Bimmah Sinkhole, l’isola di Al-Hallaniyah, tartarughe, delfini, balene, cammelli.

No. Scopriamo che l’Oman (con l’accento sulla a) è una nazione molto vasta e che noi saremo nella regione più a sud, nel Dhofar, al confine con lo Yemen. Salalah (con l’accento sull’ultima a), dove ci troveremo noi, e la capitale Muscat (sempre con l’accento sulla a), per capirci, distano più di mille chilometri. Scopriamo anche che per visitare l’Oman nella sua interezza converrebbe un tour itinerante, una o, meglio, due settimane, con partenza da Muscat per poi scendere verso Salalah. Ormai abbiamo prenotato a Salalah e, comunque, con due bambini -ma, soprattutto, con LucAttila ancora così piccolo, da una parte sarà meglio così.

Partiamo il 5 gennaio sera e arriviamo, dopo circa sette ore di volo e con tre ore in più di fusorario, nella mattinata del 6 gennaio al Salalah Rotana Resort, da tre settimane Bravo Club, un villaggio molto bello in cui però abbiamo vissuto poco. La prima sorpresa è quella di

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