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Firenze Marathon: la mia prima Maratona.

Finalmente è arrivato il venerdì: dopo mezza giornata di lavoro e scuola, partiamo tutti e quattro alla volta di Firenze, arrivando per l’ora di merenda. Decidiamo di andare subito al Village e improvvisamente tutto diventa sempre reale: leggo il mio nome tra i 10.000 partecipanti, ho finalmente il mio pettorale tra le mani (ancora GRAZIE a Technogym per avermi fatto questo regalo con tutta la fiducia possibile!!), aggiungo la mia firma sul muro, inizio ad essere contagiata dal clima di festa e agitazione. Saluto Marcella e Laura allo stand di Rare Partners, le prime a vedermi e a scoprire che sono lì anche io: tra un incoraggiamento e l’altro, mi dicono che saranno al 38esimo chilometro anche per me. T R E N T O T T E S I M O? Ma che sto facendo?

 

Sabato mattina, a casa, iniziamo a studiare il percorso e l’organizzazione generale: dal nostro appartamento al chilometro 4 ci sono circa 300 metri e, nell’arco di un paio di chilometri lineari, si troverà il diciassettesimo, dove i miei tifosi potrebbero appostarsi. Proviamo il tragitto a piedi, proseguiamo, come in gara, sul Lungarno e, dopo una sosta ad un parco giochi, continuiamo fino a Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Duomo, supermercato e a casa per pranzo, con Garmin che segna 12.000 passi. Come da raccomandazioni: non camminare troppo, riposa e non stancarti prima della gara. Per rimediare, nel pomeriggio dormo abbondantemente. Nel frattempo arriva in città anche il gruppo Urban Runners: passo da casa loro per ritirare la mia maglietta da gara e iniziano le prime lacrime trattenute, gli occhi lucidi, gli abbracci nella trepidazione generale. Tommy mi telefona, Fabio, l’altro Fabio, Rudy, Elisa, Francesca e Francesca, Valeria…gli amici mi scrivono, così come mia mamma e mio papà.

    

Sono scaramantica, ho le mie routine, non ceniamo insieme, torno a casa: alle 20.30 sono a letto insieme ai bambini, dopo il mio abbondante piatto di pasta di mais condita con olio. Prendo sonno abbastanza rapidamente, mi sveglio alle 2.20 e poi, definitivamente, alle 5.15. Colazione, vestizione, ancora sotto il piumone: si sveglia per prima Gaia che mi chiede se io sia pronta, guardiamo un documentario sugli uccelli migratori, fingendo -probabilmente entrambe- interesse; si alzano poi anche Luca e Nico. Non piove, sembra anche che ci sia una buona temperatura. Li saluto presto e alle 7.45 sono a casa Urban Runners: ci si avvia in griglia. Occhi lucidi, groppo in gola, lacrime, sorrisi: ci siamo. Scopro che non sono la sola esordiente, siamo in 4, accompagnati dal nostro angelo biondo, Valentina. Quando le avevo chiesto le canzoni per la playlist, Valentina mi aveva risposto “Io te le mando, ma io sarò lì con te. In silenzio o chiacchierando o dietro o di fianco, ma non ti mollo neanche per un metro”. Avevo avuto un po’ di paura perchè, quando la mia testa parte, vado fuori controllo e non volevo rischiare di pesare su qualcun altro; ora però siamo lì, griglia fucsia, l’ultima, quella dei lenti e di quelli alla prima volta.

Allaccio e slaccio e riallaccio le scarpe, accendo il Garmin e, alle 8.29 avvio la mia playlist. All’improvviso un boato: sono partiti, cioè, siamo partiti! “Ragazzi, ho sentito una goccia!”. Non mi credono, forse pensano che io stia scherzando. “Ragazzi, seconda goccia”. In pochi minuti passiamo sotto lo start e inizia il diluvio: più battesimo di così, mi dico! Il primo pensiero va a Nico e ai bambini: ho detto loro di non stare a prendere freddo, qua la pioggia è esagerata da subito, in cuor mio però so che almeno al quarto km ci saranno, perchè Nico ha comprato mantelle per tutti.

La playlist inizia con Shakira e la sua Try Everything, colonna sonora di Zootropolis, che ripete “I won’t give up, no I won’t give in till I reach the end (And then I’ll start again)”, pioggia non mi fermerai. A seguire arriva una canzone di Tommy, i Kadebostany con Mind if I stay, che non so bene che cosa dicano ma capisco che ripetono “Don’t be scared” e io no, non ho paura adesso. Ed Sheeran canta Shape of you e so solo che è la canzone della mia bambina, quella che si è portata dietro dopo la prima vacanza da sola a luglio. 

Sono insieme a Valentina ed Enrico, abbiamo un passo simile, almeno inizialmente, un occhio a loro e concentrazione su di me. Intorno al quarto chilometro chiedo di aiutarmi a vedere dove possano essere Nico e i bambini: sono lì, nelle loro mantelle colorate a prendere la pioggia, corro da loro, Luca non è felicissimo della situazione. “VI AMOOOO!” e proseguo. 

   

Sul retro della mia maglia c’è scritto “La mia prima mara…cosa?!” e al sesto chilometro ricevo l’incitamento e l’in-bocca-al-lupo da una runner, mi chiede se Valentina sia la mia guida, le rispondo che è anche quella spirituale. Proseguiamo ed entriamo nel parco delle cascine, continua a piovere. Dopo il Katalicammello, Nico fa suonare Woodkid con Run boy run. Nella direzione opposta alla nostra intanto passano i primi, io resto focalizzata sul passo, con sguardo basso per non scivolare. Al decimo chilometro ho bevuto dell’acqua, ma aspetto il quindicesimo per prendere il primo gel come mi ha suggerito Andrea: è anche un modo per provare a superare la “Maledizione del quindicesimo”, che da sempre mi colpisce. E’ lì che io incontro sempre una specie di muro, chiamiamolo muretto, dove la testa probabilmente si stufa, in allenamento o nelle mezze: Vale mi chiede come vada, le dico che non sento le gambe, le ho ghiacciate, mi risponde che è presto, che mancano ancora 27 chilometri. Eh, lo so, mica mollo, però non è che vada benissimo. I Prozac+ cantano Acido- Acida+, scusami Vale, non rispondo di quello che dico. “Guarda, per me, puoi anche insultarmi”. Non lo farò.

Agli spugnaggi c’è chi commenta che sembra una presa per il culo, ma i volontari le spugne oggi le danno asciutte. Io vorrei solo dell’acqua calda sui quadricipiti e uno scaldino per le mani. Penso a Fabio che mi ha scritto che la maratona è tutta testa: quindi, testa, piantala di farmi pensare che ho i quadricipiti congelati, non è vero, è solo un trucco, uno scherzo di pessimo gusto.

Uscita dal parco delle cascine: cerco loro, Vale me li indica, li raggiungo felice e li bacio tutti e tre. Luca continua ad avere una faccia non convintissima. Ora so che li rivedrò solo all’arrivo.

Proseguiamo, Enrico va avanti e sono contenta così: dico a Vale che me ne frego del passo ma ho bisogno di rallentare perchè le gambe non girano e preferisco cautelarmi. Gli Articolo31 cantano “Domani smetto” e, ridacchiando, inizio a pensarci; penso anche che se domani non avrò 39 di febbre sarà un miracolo. Il lungarno è un inferno, è il pezzo in cui soffro di più: intorno al 19esimo -credo- c’è Monica, neanche la riconosco inizialmente, ci fa un sacco di feste, si sgola, ci incoraggia, riesco solo a farle il segno universale di pollice su. Fatico e voglio controllare la testa. Gli Abba attaccano con “SOS”, voglio dirlo a Vale per riderci su, ma conservo ogni forza: anche lei ha freddo e ha le mani gelate. Io non vedo niente: già sono miope, con tutta l’acqua che viene giù, faccio proprio fatica anche con la vista; tengo lo sguardo basso a pochi metri, mentre la pioggia scorre incessante anche su faccia e capelli.

 

Ponte vecchio, so che da quelle parti ci sarà Rudy, mi ha detto che mi aspetta in curva, ma nelle due curve, in salita e in discesa, non lo vedo. Ci chiama Anna, la riconosco, non ricordo se ho risposto anche con la voce o solo con il sorriso. Poco più avanti ecco anche Rudy, gli devo un abbraccio che non mi sono fermata a dargli: in realtà lo vedo all’ultimo e quasi non lo riconosco, ho un altro ponte davanti a me. Al ristoro sono quasi tentata di versarmi sulle gambe del tè caldo, ma per fortuna sono ancora un po’ lucida e questa cazzata la evito. Vasco Rossi canta Sally, io devo portare Margherita al traguardo, e con lei anche Paola: chiedo loro di essermi ali, alleggeritemi un po’.

Non troviamo la Bonny alla mezza, proseguiamo su un drittone che mi sembra interminabile. Piove. Diluvia. Chissà se mio fratello riuscirà ad esserci al ventiseiesimo chilometro, con queste secchiate d’acqua, poi..! Poco prima della fine del venticinquesimo mi sento chiamare: “Vale?!”, mi giro, è lui, chissenefrega del tempo, torno indietro di qualche metro, lo abbraccio, lo bacio, gli dico che oggi è durissima con tutta questa pioggia, lui e un paio di signori a fianco mi dicono un dai, dai, vai! Riparto, ma non vedo più Valentina, si vede che è andata avanti: gliel’avevo detto di sentirsi libera di proseguire, chè io sono un po’ difficile da gestire (scoprirò solo all’arrivo che in realtà non è stata bene, si è fermata un attimo senza dirmi nulla per non condizionarmi). I circa 7 minuti di Sweet Judy blue eyes mi fanno superare il momento più critico, traghettandomi direttamente oltre il ventiseiesimo chilometro. 

Se fino ad ora lungo tutto il tracciato ho trovato tifo e partecipazione, adesso iniziano un po’ di chilometri in una zona più desolata; paradossalmente, però, io inizio a stare meglio. Dal ventottesimo inizia a smettere di piovere e il trentesimo chilometro mi sembra vicino: Eric Clapton mi canta Cocaine, io mi accontento dei miei GU ogni 10 chilometri. Mi affianca un runner che non conosco e che più volte nell’arco di pochi chilometri prova a parlarmi: ad un certo punto, quando sembra risentirsi per la mia chiusura, mi scuso per l’antipatia, ma sono concentrata, non sono una da chiacchiere in gara e voglio conservare ogni piccola energia. 

E’ in questo momento che emerge il mio essere lupo solitario: sono da sola, sulle mie gambe, e per fortuna sono abituata a fare affidamento (e a fare i conti) sempre e solo con me stessa. Sto bene, non riesco a governare le gambe, vanno da sole, non riesco a cambiare passo nè per accelerare nè per ridurre, ma di testa sto bene: ha smesso di piovere e finalmente riesco a guardarmi intorno e a godermi quello che sto facendo. E’ paradossale, là dove ci si schianta o si scavalca il muro, io mi riprendo, almeno di spirito. Ho dolore ai quadricipiti, è stato troppo il freddo che ho preso nella prima parte della gara, so che è per quello, ma ormai la gara è in discesa. Fatti 30, vuoi non farne 42?! Per me non è che “ne mancano ancora 12”, a me scatta un “ne hai già fatti 30!”: la testa c’è. Ad un certo punto mi sento canticchiare gli Avicii e, contemporaneamente, un runner mi chiede “Ma canti mentre corri tu?”: sarà l’euforia del trentesimo, mi viene da ridere, mi riconcentro sul concetto di non disperdere energie. 

Trovo una sorpresa al trentacinquesimo: non posso chiamarlo ponte, non so cosa sia, ma è una breve ripidissima salita che mi è impossibile correre. Si sale, si scende, nessun tratto in piano: agli spettatori sul ponte ridendo chiedo “Ma che scherzo è questo al trentacinquesimo?!”. Sulla discesa però ricordo il sole e sento la voce di Gaia che mi fa lucidamente presente che “cosa saranno 7 chilometri per me?!”, sette sono quelli che mancano al traguardo. Meno di un allenamento standard infrasettimanale. 

Aspetto il trentottesimo, dove so che troverò Marcella e Laura. Sono al di là della paura / in quella prateria infinita / piena di pericoli e strapiena di vita / e adesso sono qui / è un superpotere essere vulnerabili / e adesso sono qui / dove sono possibili cose impossibili: c’è Veronica con me con questa canzone che adesso è perfetta. 

Si rientra in centro, i pedoni ormai iniziano ad attraversare il tracciato di gara. Guardo davanti a me, non più per terra; vedo una ragazza che incita qualcuno “dai, dai, sei bravissima, forza!”, penso che dica a qualcuno dietro di me, ma più mi avvicino più mi rendo conto che è con me che parla: annuisce, sgrano gli occhi, mi incoraggia di nuovo, si sgola, le sorrido di gratitudine sincera e tiro dritto. 

Arriva il km 39 ed ecco lì Rare Partners: Marcella e Laura, energicissime e casiniste più che mai, mi gasano, corrono con me qualche metro, finchè Laura mi minaccia “Non ci provare neanche a mollare, chè ti prendo a calci nel sedere!”. No, no, non ho fiato per rispondere ma figurati se mollo: come mi sta dicendo Gaia nella testa “Ormai ti mancano solo 3 chilometri! Meno dei chilometri di riscaldamento di un allenamento normale!”. Scoprirò dopo che, nello stesso momento, mentre io passo il trentanovesimo, Gaia chiederà a Nico di potersi togliere la giacca e prepararsi perchè ormai sto arrivando. Tre chilometri non sono proprio niente.

“…You’re giving me a million reasons to let you go
You’re giving me a million reasons to quit the show
You’re givin’ me a million reasons, Give me a million reasons
I’ve got a hundred million reasons to walk away
But baby, I just need one good one to stay…”

Inizio anche a fare qualche conto: ho perso un po’ dal trentesimo e dal trentacinquesimo, sarei potuta arrivare meglio, ma sono ancora in tempo per stare nelle 4h20′. E’ la maratona numero zero mi dicevano, basta arrivare al traguardo; io però mi sono sempre detta che se fossi arrivata entro le 4h15′ “avrei fatto fuochi d’artificio”, entro le 4h20′ “sarei stata soddisfatta”, entro le 4h25′ “va beh, è la prima”, oltre non sarei stata contenta. Sono ancora comoda per godermi la soddisfazione, riesco anche a camminare qualche passo per bere di nuovo al ristoro del 40esimo.

    

Gli ultimi due chilometri sono interminabili e non ricordo molto, se non la folla di runner, turisti, spettatori. Non ricordo nemmeno quando Garmin suona il quarantaduesimo a ricordarmi che mancano solo 200 metri scarsi; non vedo neanche il cartello. Non mi rendo bene conto che sia finita, sono stanca, ma non metto bene a fuoco ciò che ho fatto e ciò che sto per concludere. 

Corro verso piazza Duomo, sulla curva a destra ecco di nuovo Monica che mi chiama a gran voce, poco più avanti vedo Nico e i bambini: mi sbraccio felice, mi corrono incontro, mi bloccano. Dobbiamo andare di là, urlo, gli indico la direzione giusta: la gara non è finita, corriamo insieme fino a là, poi, a quel punto, festeggeremo. Pochi metri per allinearci, ci prendiamo per mano, tagliamo quella finish line in 4h19′: soddisfatta. 

      

Abbraccio Gaia e Luca, mi dispiace non avere lì subito anche Nico; sono maratoneta, mi mettono la medaglia al collo, spiego a Luca che no, quella non posso dargliela, quella è tutta mia. Un ragazzo mi aiuta con la coperta termica, ho per mano i bambini, le dita congelate, uno strano senso di euforia e di…e adesso?.
Ci ritroviamo tutti insieme, con Nico, con Vale e gli Urban, la festa inizia, la festa continua per i giorni seguenti.

Il viaggio è iniziato il giorno in cui ho deciso che avrei corso una maratona, prima di entrare in tabella e quando poi ci sono entrata, quando ho iniziato a rispondermi a tutti i perchè, quando ho deciso di affrontare le fatiche fisiche e interiori. Il viaggio è arrivato ad una prima fermata, Firenze, ma non si esaurisce qui: non so se correrò altre maratone -anzi, sì che lo so-, ma comunque prosegua il viaggio della vita, questa corsa è stata una tappa importante.

Nel mio viaggio, quello della vita e quello della corsa, entrano ed escono costantemente delle persone: c’è chi si ferma di più, chi di meno, chi va via e chi resta mentre sono io che mi allontano. Ogni persona che incontro, però, mi lascia un pezzo di sè, che mi porterò dietro per sempre: è così che mentre suonavano le canzoni scelte dagli affetti di oggi, riecheggiavano gli affetti di ieri, è così che nella corsa di oggi vinco e supero fatiche e dolori trascurati nel tempo. Un grazie speciale a chi sceglie di restare, oggi, ma anche a chi c’è in questo momento, a chi mi ha accompagnato e magari domani non ci sarà; un grazie di cuore alla mia famiglia, tutta, ai miei bambini e a Nico, a mamma e a mio papà e a mio fratello, nonostante i nostri modi diversi di rapportarci tra noi. Oggi grazie a Yuri, Alino, Rudy, Paola, Marghe, Tommy, Valentina, Gianluca, Fabio l’avvocato, Fabio che compie imprese surreali, La Bozz, Veronica, Francesca; grazie a Luana, Elisa, Fra per i messaggi inaspettati e commoventi, grazie al coach Andrea e grazie a chi ogni giorno crede in me e mi aiuta a farlo sempre un pochino di più.

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Mara…cosa? Ecco come è iniziato tutto.

Era metà maggio quando ho deciso definitivamente di non correre la Jesolo Moonlight Half Marathon, ma di prendermi 15 giorni di riposo, riflettere su ciò che stavo facendo e come lo stavo facendo. Ho preso in mano il telefono, ho scambiato (ben più di) due chiacchiere con Andrea, che dal giorno dopo avrei arruolato come mio nuovo coach. 

Qualche giorno di stacco, di uscite libere, di corse come viene viene, per il piacere di correre anche senza sapere che cosa si stia facendo. Poi, il 5 giugno sono, come si dice, entrata in tabella. 

Obiettivo: 26 novembre, la mia prima…maracosa?!
E’ così difficile da pensare e da pronunciare, non so se sarò in grado, però, insomma, ci capiamo, intendo quella roba lì, quella di 42 chilometri e spicci.

Da quel momento, non è passato un solo giorno in cui io non abbia pensato alla mia maracosa, a quella meta così lontana, ma che nei mesi, giorno per giorno, avrebbe condizionato ogni mia scelta. Ho iniziato ad andare da una nutrizionista, a limitare i danni alimentari estivi, a concentrarmi su di me. Ho avvisato Stefano, il mio fisioterapista, che avrei avuto bisogno di lui, se non per problemi, almeno per prevenirli. 

Ho scelto che avrei aspettato a condividere apertamente un obiettivo così lontano, in fondo ad una strada così impervia e tortuosa, lunga, con chissà quali possibili deviazioni; ne ho parlato in casa e con un paio di amici.

“Sei FOTTUTA.”
Così mi ha detto Yuri il 10 maggio, prima ancora che tutto iniziasse davvero, quando la maracosa iniziava ad essere ancora solo un pensiero che andava a sostituirsi alla gara di Jesolo. Poi ha aggiunto:
“Lo sapevo! Ricordati che la maratona si corre nel momento in cui si inizia a pensare di volerla fare.”
E ha concluso rincarando:
“Ormai sei fottuta!”

Il 5 giugno, dicevo, ho iniziato la mia tabella, con un nuovo coach, un obiettivo mai immaginato prima, un percorso che non è stato solo di gambe-frequenza cardiaca-testa, ma molto di più.

Non è stato sempre facile, nè sempre divertente: i chilometri che ho percorso in questi mesi non sono stati solo distanze su ciclabili, ma momenti di riflessione, di scoperta di me, di autocritica e concessioni. Non è bastata unicamente la passione per la corsa a farmi scendere dal letto o a farmi rinunciare a molti sgarri, spesso ho dovuto forzarmi per assecondare la sveglia, arrabbiarmi per le ripetute riuscite male, vivere qualche frustrazione che, dalla vita quotidiana, si trasferiva nella corsa.

Quello che poi, mesi dopo, ho avuto in cambio -e precisamente ieri, il 26 novembre 2017-, è stata una gioia che mi ha restituito molto di più.

*L’immagine qua sotto documenta, in ordine cronologico, quasi tutti gli allenamenti -con qualche dimenticanza- terminati in questi mesi. Negli ultimi due riquadri ci sono io alla partenza e al traguardo della mia prima Firenze Marathon.

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Move it Garda Half Marathon in coppia

E’ prevalentemente colpa di Francesco e Letizia se quest’anno, dopo che per due anni me ne hanno parlato in termini entusiastici, mi sono iscritta -anzi, ho iscritto sia me che Nico- alla Move it Garda, ex Garda Trentino, con partenza e arrivo a Riva del Garda.

Effettivamente, l’organizzazione è eccellente e il percorso si rivela uno dei più belli -forse il più bello in assoluto- su cui io abbia mai corso in gara. Arrivati al village sabato all’ora di merenda, dopo aver ritirato rapidamente un ricchissimo pacco gara, scopriamo che, a disposizione per atleti e accompagnatori, ci sono tavoli in cui vengono offerti affettati e formaggi, panini di patate / con olive / con le noci, strudel di mele, frutta… Incontriamo Fra e Lety che ci svelano che, dalla parte opposta del capannone, vengono offerte anche frittelle di mele. Praticamente sono circa le 17 e noi abbiamo anche già cenato. 

Sono abbastanza carica e motivata: il coach in tabella mi indica un ritmo medio che qualche giorno fa mi sembrava surreale, ma che in realtà mi convinco di poter provare a raggiungere. L’importante, mi dico, è gestire la gara; idealmente immagino i primi 10 km ad una certa andatura, poi ulteriori 5 un po’ più accelerati, per poi andare “a cannone” per gli ultimi 5, in modo da poter esalare l’ultimo respiro al termine del 21esimo che avrò tirato fino a sfinirmi. Ci rido su, mi ripeto che è fattibile, che ho voglia di spingerla questa gara. E’ la prima mezza maratona che corro in gara da aprile: l’ultima, quella di Rovigo, mi aveva regalato grandi gioie e un personal best che ho intenzione di polverizzare.

Fatto il check-in al nostro appartamento, azzardiamo una passeggiata sul lungolago: ormai il tramonto ce lo siamo persi da un pezzo, le nuvole, la nebbia e il freddo ci fanno preferire il divano di casa. Alle 21.40 siamo nel letto, sveglia puntata per le 6.45, in modo da avere tutto il tempo per risvegliarci con calma, fare colazione e le cose senza fretta. 

Quando mi sveglio, trovo un messaggio di Francesca che stavolta non correrà, ma accompagnerà il suo Nicola: sono contenta di vederla, è una di quelle persone positive, semplici e fresche da fare bene allo spirito. Ovviamente, nel frattempo, la mia voglia di correre e tutta la grinta e arroganza della sera prima, sono sparite.
“Scrivimi quando sei qui, chè ti cerco”
“Sì!! Mi riconoscerai dall’immensa voglia che ho di correre”
“La stessa che abbiamo tutte le domeniche, insomma”. 

Aspettiamo la partenza insieme, Fra ci accompagna in griglia, i due Nicola -il mio e il suo- correranno la gara pressochè allo stesso ritmo. Io la mia voglio correrla da sola, gestirla di testa e, preferibilmente, spingerla perchè so che posso raggiungere quell’obiettivo ben preciso che ho in mente. 

 

Presi dall’ironizzare sui nostri battiti già alle stelle prima di iniziare a correre, dal sole che ha alzato le temperature e forse non era il caso di indossare una maglia a maniche lunghe sotto la t-shirt Urban Runners, presi dalla trepidazione del pregara, ci perdiamo lo sparo, peccato. Iniziamo la processione verso il gonfiabile dello start e iniziamo a correre, ovviamente Nicola&Nicola mi salutano dopo i primi 20 metri, mentre io resto immersa in un denso fiume umano da cui non riesco a cavarmi fuori prima di 4-5 chilometri. 

Controllo i palloncini dei pacer: supero quelli dell’1:59, e meno male. Guardo il Garmin, il secondo km risulta percorso in 5:18, malissimo, non posso essere già ad un ritmo così superiore alla media che dovrei avere alla fine. In realtà non riesco proprio a gestirmi, è uno slalom unico per non calpestare nessuno e non inciampare nella folla. Davanti a me altri palloncini, immagino siano quelli dell’1:55 che seguirei volentieri fino allo sprint degli ultimi km: in realtà, non capisco perchè ma sono un altro gruppo di pacer per l’1:59. Come spesso succede, ‘fanculo ai palloncini, penso a me stessa e proseguo. 

Fa molto caldo, a questo punto; inizio a tirarmi su le maniche della drifit, immaginando anche che, se continua così, quasi quasi potrei fermarmi a toglierla e abbandonarla sulla strada; valuto i pro e i contro, compreso il costo della maglia con baffo Nike. La cosa meno logica che io possa fare a questo punto -ma che faccio, ovviamente-, è saltare il ristoro del quinto chilometro: posso tirare il decimo, mi dico, e intanto mi libero di un po’ di gente che mi fa da tappo.

La sorpresa arriva quando al decimo non c’è nessun ristoro: mi dicono che si trova “alla Cattedrale, finito l’11esimo chilometro”. In effetti, non appena il Garmin mi avvisa al termine del lap , ecco il ristoro. E’ qua che perdo circa un minuto e mezzo: mi dico che, a questo punto, prenderò adesso acqua e gel e ricaricherò gambe e fiato, per poi non perdere più tempo fino all’arrivo. 

Ricomincio, felice di essere ormai al dodicesimo: lo scherzo del ristoro spostato un chilometro più in là ha ingannato la mia testa che però ha retto bene. Il percorso adesso è meraviglioso: se nella prima parte di gara ho corso con gli occhi tra la strada, le montagne e i meleti, adesso corro lungo il fiume, bellissimo. Intorno al tredicesimo chilometro ringrazio il cielo per aver messo la famosa maglia a maniche lunghe: non solo il sole è scomparso, ma nebbia, nuvole basse e soprattutto un vento freddo -ovviamente contrario- mi accompagneranno fino al traguardo.

Arrivo in zona quindicesimo, ma stavolta non mi aspetto il ristoro: del resto, se il decimo l’hanno spostato all’undicesimo, il successivo lo immagino al sedicesimo. Così è. Poi, mi dico, è ora di dare tutto, mancano solo 4 km + 1 (perchè l’ultimo, in una mezza, per me non conta): vedo che la media, dopo il minuto e mezzo perso al primo ristoro, si è alzata notevolmente, ma ce la posso ancora fare. Arrivo al diciottesimo con un paio di minuti in più rispetto a quanto avessi pianificato, ma non voglio mollare, magari qualcosa posso recuperare, mi dico. Inizio a fare anche qualche calcolo mentale sullo scenario peggiore e ho la conferma che, con lo scenario peggiore, avrei la sufficienza in pagella. 

Spingo, o meglio, vorrei spingere, mi sembra di farlo, sia le gambe che il fiato mi danno chiari segnali che ciò stia avvenendo, ma in realtà Garmin mi fa presente che sono ben più lenta che ad inizio gara: ormai si tratta di tenere la media, difficile riguadagnare qualcosa. Gli ultimi 3 chilometri costeggiano il lago, bellissimo, agitato per il vento, tra le montagne: è tutto di un colore grigio-blu, dall’acqua alle pareti rocciose. Fino ad ora sul percorso non è certo mancato il tifo, anzi: adulti e bambini, gente che suona strumenti musicali o riproduce musica da casse, gente che agita campanacci da bestiame o oggetti per far casino. Nell’ultimo tratto la partecipazione aumenta ancora di più: le facce dei runner sono stanche, il vento ci ostacola, ma allo stesso tempo ci porta chiari gli incitamenti dei presenti. 

L’ultimo chilometro, come spesso accade, quello in cui do tutto -o meglio, dovrei dare tutto, ho la percezione che ciò stia avvenendo, ma il tempo effettivo mi dirà poi che forse per oggi era tutto, ma che non è certo il meglio che io possa fare- sembra non finire mai. Suona il 21esimo chilometro, gli ultimi scarsi 100 metri sono sicuramente di più, non vedere il gonfiabile dell’arrivo mi irrita.

Improvvisamente, eccolo là, io me l’aspettavo sul lago e invece è in pieno centro. Mi lancio verso il traguardo, le gambe girano, sapendo che sono gli ultimi metri, uno sguardo al tabellone e poi oltre: Nico è lì che mi aspetta. Ha l’aria di chi è lì da un pezzo, ed effettivamente è così, è arrivato più di 10 minuti prima di me, avevamo sbagliato i conti: lui si aspettava di essere più lento, io di impiegare circa 4/5 minuti di meno. Ci diciamo subito che il percorso, bellissimo, non è certo semplice, e che abbiamo avvertito entrambi il cambio di temperatura: l’unica differenza è che lui ha fatto il suo personal best, io ho la sufficienza. Io però questa volta, pur non avendo gestito le forze, credo di aver gestito la testa: non c’è mai stato un momento in cui mi sia detta che non ce l’avrei fatta, fino agli ultimi chilometri ho creduto di poter recuperare. Non ho subito la maledizione del quindicesimo chilometro, non ho camminato le salite dei sottopassi nonostante una vocina, nel tratto in discesa, mi dicesse di farlo. La testa stavolta c’era. Quando, per straordinario allineamento dei pianeti e di tutti gli astri celesti, riuscirò a mettere d’accordo gambe, fiato, cuore, testa e Garmin, beh, allora sarà festa grande -e qualcuno griderà al miracolo o al doping.

La sensazione finale, nonostante tutto, è quella di una piccola delusione e di una grande voglia di riprovarci: non ho in programma altre mezze maratone da qui alla fine dell’anno, ma vorrei riscattarmi, voglio la rivicinta, so che quel numero posso leggerlo sul tabellone. Per ora ho in mente altro e un po’ di weekend con impegni già presi, ma se non sarà per Natale, sicuramente con l’anno nuovo tornerò a lavorare sulla mezza maratona.

Oggi ho voluto, dopo tanto tempo, risperimentare la collaudata strategia del “parti a razzo, arrivi a cazzo”,  conilsennodipoi posso confermare che sì, rimane una legge sempre valida e attuale. 

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Salomon Running 2017: 25 km e 23 piani di scale

In una mail di 12 giorni fa al mio coach -che, poverino, ultimamente ha a che fare con una squilibrata-, nel picco della demoralizzazione e sconforto, scrivevo: “Continuo a dirmi che non voglio fare la Salomon, che mi fa schifo, che odio i trail e le salite e che quei 23 piani di gradini mi fracasseranno, che correre a Milano è orribile, che la gara parte alle 10 e morirò di caldo etc… ma la Salomon la farò, non fosse altro perchè, magari, facendo qualcosa che la mia testa non vuole fare, allenerò anche lei.”. Pieno delirio, insomma.

Sono due settimane che non riesco a correre come dovrei, come vorrei, come ho per altro sempre fatto fino, appunto, a 15 giorni fa. Mi sono chiesta più volte, con rabbia o demotivazione o sconforto o sogni di domeniche sul divano, perchè mai mi fossi iscritta alla Salomon Running, dopodichè, pur non avendo trovato in me risposte attualmente soddisfacenti, ho fatto un patto e definito le basi per affrontarla nelle condizioni in cui sto adesso.

La Salomon Running è un city trail su tre distanze: quella scelta da me è la gara Hard, 25 km con scalata della Torre Isozaki, ovvero 23 piani di scale a salire e altrettanti a scendere.

Obiettivi della giornata: correre la gara, con calma, lentamente, puntando a finirla senza troppe soste; sorridere ai fotografi e, se possibile, correre in gruppo; piazzare i bambini da qualche parte affidare i figli ai nonni e partecipare al pre e al post-corsa con gli Urban Runners, per stare insieme dopo tanto tempo. Nico avrebbe corso con me, con l’opzione di staccarsi per gestire la propria gara in qualunque momento avesse voluto o dovuto.

All’arrivo in Arena prima della corsa, Nico ed io attraversiamo il prato bagnato e fangoso per le piogge degli ultimi due giorni cercando di entrare nell’ottica della gara che non sarà del tutto su asfalto; non mi vedo, ma sento di avere una faccia da interrogazione a sorpresa senza aver studiato, per fortuna ci pensano gli Urban Runners a darmi un po’ di carica. Si scherza, chiedo di tenermi un posto a tavola, ci si spalma di cremine (opto per quella per ginocchia, che me le ghiaccerà all’ottavo km e me le renderà bollenti dal 20esimo in poi). Margherita mi regala un portafortuna, che porto con me fino alla fine e che mi accompagnerà ancora a lungo da oggi in poi: correrò con lei, correrò per lei.

Siamo in tanti: i primi a partire sono quelli della 15 km, poi tocca a noi. Nel frattempo incontro Elena ed Erica, le due mamme del gruppo Running4mommies con cui sono partita anche alla Sarnico Lovere; in griglia mi guardo intorno e finalmente compare anche Francesca, Urban Runner, Runlover e compagna di Martesana, pause pranzo e chiacchiere. Nico a fianco. Lo sparo, si parte. Ci si ferma, si riparte; un po’ ad imbuto usciamo dall’Arena e dal Parco Sempione. 

Passo tranquillo, non guardo il Garmin, ma voglio correre a sensazione, lentamente -come mi ero detta- per arrivare alla fine, e sento che più o meno ci sono: tra i 6 e i 6’15″/km. Le gambe vorrebbero andare oggi, ma non mi faccio fregare: negli ultimi allenamenti il cuore non si è allineato alle gambe e sono scoppiata, oggi è lunga, è la testa che deve guidare. Inizio a chiacchierare e i primi km passano abbastanza veloci: mi dicono che siamo anche passati dentro Palazzo Marino, io ricordo solo che Francesca ha detto un “ah sì, eccolo lì”, ma non ricordo altro: chissà su che argomento ero concentrata. Giro in centro e torniamo nei pressi del Castello: attraversiamo il fossato, noi entriamo quando il gruppone Urban Runners sta già uscendo, ci chiamiamo e salutiamo. All’uscita, purtroppo, dopo circa 5 km insieme, Francesca mi dice di andare al mio passo e, dopo un momento di titubanza, proseguo con Nico. 

Chiacchieriamo meno, il ritmo è leggermente aumentato, quando vedo il passo sui 5’45” rallento e cerco di controllarmi: arriviamo quasi senza accorgercene al decimo km. Bevo a tutti i ristori, cammino per il tempo necessario a bere un paio di bicchieri d’acqua, e riparto; saluto e ringrazio chi ci incita, chi chiude le strade, chi ci dà indicazioni; dirò poi ridendo a Yuri che, in questo, mi sono sentita un po’ lui.

Non ricordo bene a che punto corrispondessero i chilometri, correvo e basta, sapevo che passati i primi 10, avrei puntato ai 15, poi ai 18 dove, più o meno, avrei trovato la Torre, e poi alla fine. Ricordo bene però i passaggi della Montagnetta, le salite che ho percorso a passo svelto ma camminando, troppo ripide e troppo fangose da correre, le discese in cui invece mi sono lanciata agilissima (promemoria: devo trovare una gara da correre tutta in discesa), ricordo quando ho incontrato Elena, partita veloce con Erica, e lo scambio di incoraggiamenti, ricordo la salita -agile, contro ogni aspettativa- sul cono elicoidale del Portello, le scale della Fiera e lo spuntare di una vescica enorme sulla pianta del piede destro. Ricordo Nico che indica Casa Milan, una nonnina in sedia a rotelle che ci applaude e incoraggia a cui io dico passando “Signora, lei è una grande!” e che mi ringrazia a sua volta, ricordo le voci di chi ci grida “Forza Urban”, a cui rispondo con sorriso di orgoglio e gratitudine “Evviva gli Urban!”, ricordo il passaggio nella buca del golf, che nemmeno sapevo cosa fosse, e l’emozione dell’avvicinamento alla torre Allianz.

Non so che cosa aspettarmi, però trovo positivo che siamo già intorno al ventesimo km -me l’aspettavo tra il 15esimo e il 18esimo, facendo una media tra quello che amici mi avevano detto-: l’entrata sul tappeto blu è emozionante, sembra di essere a Gardaland in qualche tunnel prima di un’attrazione spaziale, e poi i gradini. Sto bene attenta a non commettere l’errore di farli sulle punte dei piedi, chè già i polpacci, per quanto ahimè grossi, sono il mio punto debole: Nico ed io saliamo cauti ma agili, superiamo una ventina di persone, arriviamo in alto, diamo una rapida occhiata al panorama e scendiamo. Niente, in discesa -anche sui gradini- me la cavo bene. Incontriamo il gruppone Urban che nel fossato del Castello ci aveva preceduto, ma preferiamo procedere al nostro passo. Appena scesi, dopo pochi metri, Nico ha un crampo ad una gamba, mi dice di andare, si ferma un attimo e ripartirà. Io continuo, però mi sento in colpa: per tutta la gara ha seguito il mio passo, per lui troppo lento, per accompagnarmi e ora che è in difficoltà lui io continuo la mia corsa? Penso che sia amore, penso anche che, al contrario, accadrebbe la stessa cosa perchè io vorrei che lui proseguisse; e poi penso che mi raggiungerà. Mi giro un paio di volte per guardarmi indietro e ad un certo punto lo vedo comparire qualche centinaio di metri alle mie spalle: bene, so che mi riprenderà e finiremo insieme. Nel frattempo incontro Paola, scambio due chiacchiere anche con lei e, quando Nico mi affianca, ripartiamo per i due km che ci separano dal traguardo. 

Le gambe a questo punto vanno, io mi sento benissimo, penso che non solo ce l’ho fatta -cosa che penso dal 17esimo km- ma che è anche già praticamente finita! Vediamo l’Arena, un mezzo giro esterno, l’ingresso. E’ finita.

No, non ancora: l’emozione più grande è adesso: quanti saranno quegli Urban Runners, i veloci della 25 km insieme a quelli che hanno concluso la 15 km e la 9.9 km, lì in curva a tifare per noi? Sento praticamente un boato, riconosco troppe facce, ci incoraggiano, ci danno il cinque, a me vengono le lacrime agli occhi e un groppo in gola. Mi carico come una molla e l’ultimo mezzo giro di pista è velocissimo: “Nico, mi sa che forse ho sprintato un po’ troppo” [Garmin mi darà gli ultimi 500 metri a 4’58”].

Arriviamo per mano, sorrisi a non finire.

   

Dietro di noi, ad un paio di minuti, ecco arrivare anche il gruppone Urban Runners. Vedrò poi Francesca ed Elena. Iniziamo a festeggiare, si stappa anche una bottiglia. Prima di andare a pranzo, aspettiamo in Arena l’arrivo di Constantin e lo scortiamo  mentre taglia il traguardo della sua incredibile 25 km con Torre Isozaki. I momenti di commozione per me continuano.

 

In conclusione, ho mantenuto un passo lento, tranquillo, quello che fino a 15 giorni fa avrei detto troppo lento, ma sono arrivata e arrivata felice, sana, senza dolori e sorridente. Oggi gli amici Urban Runners mi fanno notare che Il Giorno ha scelto una foto di me e Nico per l’articolo sulla Salomon: siamo sulla scala che precede l’ingresso alla Torre Allianz, abbiamo percorso circa 20 km e stiamo per affrontare 23 piani di scale in salita. Sorridiamo, anzi, ci stiamo proprio divertendo. 

Stamattina ho riscritto una mail al coach, raccontandogli sommariamente della gara di ieri: non è ancora giunta l’ora di darmi agli scacchi, qua si continuerà ad allungare le distanze!

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Lierac Beauty Run: la mia prima volta da Pacer

Era esattamente un anno che non partecipavo a gare sui 10 km, ma in un anno di programmazione di mezze maratone, sapevo fin dall’inizio che alla Lierac Beauty Run non avrei rinunciato: già l’anno scorso l’ottima organizzazione e il ricco pacco gara mi avevano convinto! Sapevo anche che avrei corso, appunto, per il pacco gara, per la compagnia e per il divertimento serale dei miei figli, non certo per la prestazione, considerato l’orario di partenza -che coincide quasi con quello a cui abitualmente vado a dormire- e il caldo assurdo delle serate di giugno a Milano. Ma lo sapete, vi avevo anche già invitati qua, qualche settimana prima della gara.

Quando si è presentata l’opportunità di candidarsi come Pacer, ci ho pensato due volte sì, ma poi ho deciso di provare: il pacer, o lepre, è colui che garantisce a chi lo segue un determinato passo costante per il raggiungimento del traguardo in un tempo ben preciso dichiarato in partenza. Per me, da runner, il pacer è quello con i palloncini che cerco con lo sguardo qualche centinaio di metri avanti a me, quello che quando sorpasso è perchè sto andando bene, quello che se mi supera è segno che difficilmente raggiungerò il mio tempo; da candidata pacer, esserlo significa avere una responsabilità, quella di portare al traguardo chi corre, garantendo l’andatura, ma anche incoraggiamenti ed entusiasmo.

Sì, alla fine sono stata scelta come pacer, insieme a Claudia e Susanna, splendide compagne di viaggio, per chi avesse voluto correre i 10 km in 1h05′, ovvero con un passo di 6’25/6’30” a chilometro, il mio ritmo chiacchiera preferito.

E ora, il racconto lo dedico, più di tutto, a voi, splendide donne, ognuna con la propria battaglia nel cuore, che avete inondato la città di energia, sorrisi e bellezza. Mi perdoneranno gli uomini che hanno corso, se mi verrà da parlare al femminile.

La giornata di sabato era caldissima, ma alle 16.00 ero già in Arena: quest’anno l’organizzazione mi è sembrata perfetta, venivano addirittura distribuiti ghiaccioli e bevande fresche, le code erano snelle e gli stand organizzati molto bene; dal palco l’animazione coinvolgeva le runner e, dall’altro lato del campo, EcoLife regalava massaggi sportivi, eccellenti come sempre. A me un massaggio pre-gara, a Gaia un’acconciatura allo stand Phyto.

Da parte mia, dopo aver curiosato nel pacco gara, questa volta, per la prima volta, avendone l’occasione, ho fatto subito personalizzare la maglietta: come spesso accade, si hanno sempre idee brillanti tranne quando si è costretti a trovarle in pochi istanti. Alla fine, non ho fatto scrivere il mio nome, ma quello che mi gridano i miei bambini quando corro, “Supermamma”, che può sembrare banale, ma mi ricorda sempre che, nel mio essere normale, qualcuno a volte riesce a percepire uno sforzo in più, o addirittura qualcosa di straordinario, di…super!

In realtà, nel corso della giornata, mi sono trovata a cambiare ben tre maglie: la prima, quella ufficiale, quella personalizzata, la Mizuno con uno scollo stupendo e un colore che sta bene a tutte; la seconda, quella della mia squadra, gli Urban Runners, quella di cui vado fiera, quella nera che mi sta molto bene, quella con cui ho fatto le foto di rito e con cui sono stata investita del ruolo di pacer; la terza, quella gialla fluo che mi identificasse per tutte le runner come pacer per la 10 km. Nel frattempo, mentre Gaia e Luca giocavano al Kikolle Kids Village e poi con il papà e il pallone da rugby nel prato, presentate le crew e terminato il riscaldamento collettivo, dopo il briefing pacer e fatto un po’ di casino, abbiamo iniziato a prepararci.

Magliette gialle, pettorali spillati, palloncini annodati, il sole che calava e noi pacer, disposti nel campo: dietro di noi iniziavano a radunarsi le runner che avremmo accompagnato al traguardo. Sorridevo, pensando che questa volta non ero io a dover fare i calcoli di andature, passo, tempo finale, pensare alla strategia di gara, cercare i palloncini da seguire: questa volta ero dalla parte di chi spiegava il passo che avemmo tenuto, l’obiettivo, il percorso (e sì, anche le differenze tra la 5 e la 10 km).

Alle 20.30, circa, inaspettatamente e piacevolmente si è alzato un leggero venticello e, pian piano, ci si è posizionati in griglia: calcare la pista dell’Arena è sempre un’emozione, farlo in un gruppo prevalentemente di donne, con l’energia che solo noi possiamo sprigionare, lo è ancora di più, farlo con la responsabilità di portare qualcuno al traguardo è stata gioia immensa!

Continuavo a pensare che, se il pacer dei 45′ generalmente si trova a spronare runner presumibilmente desiderosi di migliorare il loro miglior tempo, io, quella sera, come pacer dei 65′ avrei avuto da spronare runner desiderose di chiudere la gara, magari la loro prima 10 km, runner che avrebbero esultato anche solo per il fatto di essere arrivate al traguardo: e io ce li avrei portate!

Start! Si parte, prima la 10 km competitiva e non, poi la 5 km, in una nuvola di coriandoli rosa; sorrisi per noi stesse, sorrisi per i fotografi, sorrisi per la bella città che abbiamo attraversato in un momento quasi irreale: sabato sera, le strade tutte per noi, le luci del tramonto in una Milano che, anche se noi corriamo, sembra rallentare e fermarsi al nostro passaggio.

Ho cercato di dare il massimo, cercando non solo il ritmo costante che vi avevo promesso, quello che era scritto sui miei palloncini rosa e nero, ma anche incoraggiandovi, indicandovi gradini, pavè, rotaie, sorreggendovi le bottigliette d’acqua e rispondendo ai quanto manca?, a quanto siamo?, non so se accelerare adesso, che dici?. Nell’ultimo quarto di pista, Gaia e Luca hanno corso con noi tre pacer, mano nella mano con me, tirandomi e provando uno scatto finale con grande soddisfazione.

Ho visto tanta fatica, un caldo pazzesco che ha toccato tutte noi, ho visto donne che non hanno mollato, ragazzine entusiaste e veloci, papà che al secondo km ci hanno affidato le loro figlie dicendoci che le avrebbero aspettate all’arrivo, donne che hanno rallentato e poi ripreso, donne che si sono godute il momento, la festa, la città, quei 10 km tutti nostri, donne dai sorrisi increduli e felici sulla finish line.

Poi sono rimasta lì ancora un po’, sulla finish line, intendo: ho corso la mia gara da pacer, non per me stessa ma per voi, per il vostro risultato, per la vostra felicità, per il vostro traguardo. E allora ho scelto di godermelo un po’ il vostro successo, facendomi riempire il cuore dai vostri sorrisi dell’arrivo, dai visi sconosciuti ma uniti da quel traguardo comune, dalle facce stanche ma incredule, dai volti sudati ma felici: vi ho dato il cinque, vi ho fatto i complimenti, vi ho detto che siete state bravissime, ragazze, ce l’avete fatta, questa Lierac Beauty Run l’avete vinta tutte voi!

Aspettati gli ultimi arrivi, sono tornata dai miei figli e dal marito, dai miei Urban Runners, ho approfittato velocemente del ristoro e poi mi sono nuovamente sdraiata nelle mani di EcoLife e, nello specifico, di Serena che, piccolina ma potente, mi ha incredibilmente messo a posto il piriforme che mi faceva disperare da diversi giorni.

 

Insomma, una giornata perfetta in cui di più non avrei potuto chiedere, in cui ho ricevuto molto e, mi auguro, restituito altrettanto; della mia felicità non posso che ringraziare l’organizzazione impeccabile, Lierac, EcoLife, i miei compagni di avventura ma, soprattutto, ancora una volta, gli Urban Runners, la mia Squadra, che mi ha dato la possibilità di vivere questa esperienza da un punto di vista privilegiato, con un ruolo importante in cui mettermi alla prova, mai sola, ma anche questa volta affiancata da chi non ti lascia mai.

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Sarnico Lovere 2017: c’è vita oltre i 21 Km.

Finalmente è arrivata la Sarnico-Lovere, gara lunga poco più di 25 km per la quale l’anno scorso non mi sentivo pronta. Quest’anno era lì che mi chiamava, a detta di tutti una gara meravigliosa per i paesaggi, oltre la distanza che fino ad ora era stato il mio limite, corsa da godermi senza altri obiettivi.

L’idea era quella di correrla tranquilla (a circa 6’/km per i primi 15 km, per poi eventualmente accelerare), possibilmente farla in compagnia e godermi il tutto. A seguire pranzo con gli Urban Runners.

Ritirati i pettorali il giorno prima, domenica incontro un sacco di facce amiche e inizio ad entrare nel clima di festa che immaginavo per questa corsa: Elena, Davide, il gruppone UR… Nico e i bambini si appostano poco dopo la partenza, io nell’ultima griglia, anzi, tra gli ultimi dell’ultima griglia, in buona compagnia.

 

Si parte, ci si ferma. Ah no, si parte. No, ci si riferma. Il primo chilometro è a singhiozzo, 4000 runners intasano il primo tratto di strada: noi delle retrovie ci ridiamo su e sorridiamo ai fotografi. Per i primi tre/quattro chilometri il gruppetto dei 6’/km è abbastanza compatto, mi raggiungono altri amici a sorpresa, e ancora sorrisi e chiacchiere. Corro con Cristina, oscillando tra i 6′ e i 5’45”, a noi si affianca Fede di Udine, che si trova bene al nostro passo, e proseguiamo insieme. Fa molto caldo, lo sento subito, i battiti sono già alle stelle; in più la gara non è certo pianeggiante come mi avevano detto (quasi) tutti: come dico sempre, io corro a Milano, per me “gli scivoli dei marciapiedi sono salite”, la Sarnico Lovere è un continuo saliscendi

Poco prima del quindicesimo chilometro, inizio a sentire la bandelletta che probabilmente è un po’ stranita da quel passo lento e pesante unito ai saliscendi: dopo il ristoro, saluto Cri e Fede, chiedo loro di andare avanti in modo da gestirmi da sola. Mi fermo per bere al ristoro e, mentre cammino per finire la mia acqua, mi sento chiamare: Francesca e Daniela, belle come il sole, sono lì dietro di me.

Proseguo con loro ed è a quel punto che la corsa si trasforma: sorrisi e chiacchiere da una parte, e un paesaggio che inizia ad essere davvero emozionante. Tutte noi tre siamo un po’ provate, chi dal caldo, chi da acciacchi, ma corriamo insieme, rallentiamo a turno l’una per l’altra: nessuna di noi ormai può andare a podio e decidiamo di divertirci insieme. Tra avvistamento di asinelli, selfie e “ragazze, fotografo!”, arriviamo al ristoro del ventesimo chilometro, mentre io continuo a sognare all’arrivo gelati giganti e un tuffo nel lago (in realtà non mangerò gelati e non puccerò neanche i piedi in acqua).

 

Poco dopo il ristoro, Daniela ci dice di andare avanti, che ci raggiungerà. Siamo titubanti, ormai si finisce insieme, ma lei insiste. Proseguiamo Francesca ed io fino al km 23, un po’ a singhiozzo, ma sempre senza mancare i fotografi, perchè di sorrisi ne abbiamo ancora in abbondanza. Ad un certo punto anche Francesca mi dice di andare avanti: non so se aspetterà Daniela, o se mi raggiungerà dopo: le chiedo un paio di volte se sia sicura e mi pare convinta, quindi continuo da sola. A questo punto ho anche voglia di arrivare al traguardo, sono quasi due ore e mezza che sono sulle gambe.

  

L’ultimo tratto di gara è in discesa, si vedono runner che tornano a ritroso, segno che effettivamente il traguardo è vicino; un’ultima breve salita (Sì, ok, salita. Salita. Salita. Se, appoggiando sulla strada una pallina, questa rotola in giù, evidentemente non si tratta di piano, questa è la mia tesi), curva e traguardo. 

Vedo Nico e i bambini, corro con loro l’ultimo tratto, con Luca inizialmente un po’ indeciso, che poi mi prende per mano e corre velocissimo tra chi fa il tifo per noi e me che grido “dai che vinciamoooo!”.

   

E’ un bel traguardo, in tutti i sensi: l’essere arrivata con i bambini, e l’aver concluso una gara “oltre”, oltre il mio limite, oltre i minuti a chilometro, oltre il Garmin al polso. Non sono emozionata come pensavo che sarei stata, forse perchè non l’ho vissuta come una gara, ma come una semplice corsa, o forse perchè “fatti 21, se ne fanno 25,3”, ma va bene così.

Come dice Francesca, adesso sono un’ULTRA-MEZZA-MARATONETA

Il fatto che abbia voglia di sperimentarmi di nuovo oltre i 21km è un buon segno, il fatto che, per la prossima volta, abbia voglia di farlo più seriamente, ancora meglio.
Intanto però, largo all’estate, al caldo, ai battiti alle stelle, alle soste alle fontane: inizia il periodo degli allenamenti a lungo termine e delle competizioni senza grandi obiettivi, delle corse in compagnia e delle gare che sono pretesti per weekend fuoriporta. La Moonlight Half Marathon di Jesolo, ad esempio?

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(Mezza) Maratona di Pisa: famiglia, amici, testa, cuore, festa per l’ultima gara dell’anno.

E’ chiaro a tutti che, nonostante le premesse, alla fine io non mi sia data nè allo yoga, nè al pilates, nè tanto meno allo Zumba. Ho ripreso in mano la tabella, dopo una strigliata incoraggiante del coach (il cui messaggio fondamentale è stato più o meno: “Stai lavorando alla grande, ti impegni, ti metti in gioco..[..]..non associare la gara al tuo successo come persona”), e ho deciso di rimandare il riposo alle vacanze di Natale.
Per una serie di incastri, cambi di programma, sorprese e vicissitudini di vario tipo, mi sono ritrovata iscritta alla mezza maratona di Pisa. Questa volta avrei portato con me anche i bambini, che da troppo tempo non mi seguivano nelle gare, decisi a goderci anche la città da turisti.

Venerdì sera partiamo da Milano e sabato mattina alle 9, riposati, siamo ai piedi della Torre, che sì, pende veramente! E’ stata una giornata non organizzata, ma piena di cose belle e inaspettate. Al mattino esploriamo la città intorno e al di fuori delle mura e trasciniamo i bambini ricattandoli andiamo tutti insieme al village, per il ritiro del pacco gara e, soprattutto, per fare man bassa di caramelle grazie a Ricola, sponsor della gara [domenica, finita la corsa, i promoter Ricola offrono nuovamente caramelle a Gaia e Luca, per poi chiedermi -ancora sudata e avvolta nella coperta termica ai piedi della Torre- se non ci fossimo già visti allo stand. Sì, ecco, forse le manine che continuavano a rubare caramelle e le mie occhiatacce, non sono passate inosservate]. Un pranzo veloce alle 13.30 e un paio d’ore di riposo (con compiti per Gaia) a casa. Per l’ora della merenda, ci dirigiamo sui ponti del Lungarno e alla mostra di Dalì: è una splendida occasione, i bambini sono entusiasti di poter avere le loro proprie audioguide con i quadri da selezionare e, alla fine, entrambi hanno chiedono un po’ risentiti se sia già finita. A me, anche questa volta, si verifica la solita stranezza: di nuovo, incontro il mio Unicorno, simbolo nato e associato a me diversi mesi fa da una presa in giro degli amici runner, ma che, da allora, avvisto davvero pressochè sempre prima di ogni gara. Questa volta si fa trovare protagonista in uno dei disegni di Dalì per l’Autobiografia di Benvenuto Cellini, ma lo so che è lì per me. Giriamo per il centro, i bambini con un enorme bastoncino di zucchero filato -che sì, è il male assoluto, ma è un weekend di festa e nelle feste tutto è concesso-, ascoltiamo per strada un concerto di un coro gospel che incanta Luca (“Da grande voglio essere lui”, indicando il tastierista, nonchè direttore del coro) e ammiriamo un’esibizione di ragazze che fanno acrobazie su tessuti aerei. In una breve tappa a casa, la tifoseria si organizza per il giorno dopo, quando finalmente arriva il gran momento tanto atteso: La Cena Urban (Runners). Ci troviamo tutti insieme in una lunga tavolata e alla fine sia Gaia che Luca chiacchierano e fanno domande, parlando di “NOI URBAN”: il loro coinvolgimento in questo mio pezzo di mondo, dove si incontrano sport, amici e concetto di squadra, è la vittoria più importante.

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Domenica mattina mi sveglio alle 4.40, ok è troppo presto, non devo pensare alla gara, ma se poi arrivo tardi? Sono sicura di non voler lasciare nulla al deposito borse? E se non trovo gli UR alla partenza? Ma poi ho disattivato i lap automatici sul Garmin? Ah, giusto, devo settare il live track per Nico. Dai, sono le 5.30, mi posso rilassare, ho ancora mezz’ora da passare sotto le caldissime coperte. Ore 5.50, al diavolo, mi alzo. A partire dalle 6.30, passi di diverso peso e dimensione, mi raggiungono un po’ alla volta in cucina: sì, io ho già fatto colazione, vi guardo. Mi vesto e canticchio, Luca reclama -per poter tifare bene– una bandiera Urban Runners e, non avendola, gli faccio indossare la mia maglietta; Gaia allora indossa quella blu della gara, a cui attacchiamo –come fosse il mio pettorale, ma più piccolo– l’adesivo del deposito borse. Ripassiamo il programma della giornata, li saluto e mi avvio in griglia. In qualche modo trovo gli UR, si fa un po’ di casino e si parte tutti insieme. Sono tranquilla e felice, non mi sembra vero che ci sia un gruppo così numeroso che stavolta corra al mio passo.

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Dopo il primo chilometro però è il mio passo che diventa un altro, non ci faccio troppo caso, vado e basta. Subito cerco Nico, Gaia e Luca al primo ponte, c’è un sacco di gente, mi vedono all’ultimo e i bambini restano un po’ spaesati, Luca mi sembra un po’ confuso; so che li ritroverò circa al quarto chilometro, ripassando dall’altra sponda dell’Arno, e così è. Sono in cima alla salita (sì, per me è salita, ok?!) del ponte, li vedo e non mi accorgo che il percorso piega a sinistra, poco male, prendo la curva larga gridando e salutandoli, osservata -così vedrò dalle foto- dai runner intorno a me. Da questo momento so che li rivedrò al traguardo e inizio la mia gara.

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Poco prima del ristoro del quinto chilometro, raggiungo i pacer delle 2 ore: una delle due corsie stradali è aperta al traffico, quella dedicata alla gara è intasata, si crea un imbuto che mi innervosisce, supero un po’ di gente zigzagando in salita (sì, un’altra, per me era un’altra salita), e decido di non fermarmi a bere. Sto benissimo, fa freddo e penso che l’acqua giacciata mi sarebbe più di danno che di sollievo. Continuo pensando che sia un bel percorso, che la giornata è stupenda, il sole e il clima sono perfetti: di tanto in tanto guardo il passo, un po’ mi spavento per paura di “bruciarmi”, un po’ mi dico che sto benissimo e che oggi andrà così. Mi sento così bene che ad un certo punto mi viene una specie di magone, come solo un’altra volta mi è successo, un groppo in gola e mi viene da piangere: il respiro si blocca, non si riesce a correre piangendo, quindi sarà il caso di ritrovare la mia solida razionalità, almeno fino al traguardo. Al nono chilometro, prendo il mio GU e al decimo bevo con calma acqua ghiacciata.

Ho gli auricolari, so che Alino e tanti altri mi sgriderebbero, ma io mi devo divertire e svagare, e per me la musica bassa di sottofondo è solo piacere: riesco comunque a sentire i miei passi e il mio respiro, a rimanere concentrata. Ad un certo punto Robbie Williams canta Love my life, penso a quando in auto, ogni volta, chiedo il parere a Luca e mi risponde che anche a lui piace questa canzone, e allora alzo il volume e cantiamo il ritornello tutti insieme: I love my life / I am powerful / I am beautiful / I am free / I love my life / I am wonderful / I am magical / I am me / I love my life. Ed  è proprio così.

Il ristoro del quattordicesimo chilometro mi sorprende, lo aspettavo alla fine del quindicesimo: ogni tanto guardo il Garmin, in alcuni momenti mi sembra di aver bisogno di recuperare e mi trovo con un’andatura di 5’20”, a volte mi sembra di rallentare eccessivamente e sono solo a 5’35”. Per non fissarmi, trovo davanti a me un runner travestito da Babbo Natale che mi sembra abbia un passo costante sui 5’30”: inizio a tallonarlo. Per circa un chilometro e mezzo vedo che con la coda dell’occhio ogni tanto sbircia, finchè ad un certo punto si gira e gli dico “Sei il mio pacer, ti sto seguendo da un po’!”, mi risponde ridendo “Ma nooo, dai, chè qua si va tutti insieme!” e rallenta per aspettare un paio di amici indietro di poco. Proseguo di nuovo sulle mie gambe, con la mia testa e il mio fiato.

Il diciassettesimo, per me, vuol dire che ci sono, che di chilometri ne mancano solo 3+1 e che si tratta dell’ultimo sforzo; guardo l’andatura media, al di sotto di quella a cui puntavo e inizio a figurarmi il traguardo. Il diciottesimo è il chilometro dei calcoli, l’unico momento in cui avevo stabilito che avrei realmente pensato al tempo, al di là delle mie sensazioni fisiche: per stare nel mio obiettivo, sarei dovuta arrivarci in 1:41, ma sono lì in 1:38 e non posso non iniziare ad immaginare un risultato insperato.

E’ davvero l’ultimo sforzo, gli ultimi due chilometri sono faticosi, le gambe iniziano ad essere pesanti, tengono il passo ma sembrano non accelerare come avrei voluto. L’ultimo ponte, la via dell’appartamento, il rettilineo finale: una voce di donna grida il mio nome (amica, chi sei?), sento poco più avanti Gianluca che mi chiama, lo vedo, mi incita di nuovo. Trovo la forza per dirgli “Sì, e allora vado!” e riesco ad allungare, finchè in curva ecco i bambini: sono pronti a scattare, con le loro magliette da gara, fino al traguardo. Gaia a sinistra, Luca in mezzo, io a destra: guardo il tempo, accidenti, correte più veloci, chè qua sono vicinissima al colpaccio! Dai Luca, con quelle gambette corte, dai! Mi viene voglia di prenderlo in braccio, è questione di secondi per vedere anche quel numero sul tabellone, ma lui ansima e dice che ha caldo. Amore della mamma, il suo sforzo su quei 70 metri è forse più impegnativo del mio su tutta la mezza maratona. Guardo avanti, per la prima volta vedo il traguardo, tra noi e i fotografi stavolta non sembra intromettersi nessuno, ci siamo noi, insieme, a vincere!

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E’ fatta, il tempo ufficiale, il real time, è di 1:56:00, tondi tondi. Treminutiemezzodimeno del mio miglior tempo, treminutimeno di quanto mi aspettassi realisticamente di fare, dueminutimeno di quanto mi sarebbe piaciuto ottimisticamente raggiungere. Io sono alle stelle, i bambini più su; Luca viene medagliato, io e Gaia ci facciamo l’occhiolino e delle foto insieme.

“Mamma, abbiamo vinto!!”
“Abbiamo stravinto!”
“E adesso ci danno anche da mangiare?”

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Il ristoro è un po’ deludente, io cerco Nico e gli altri UR, condividiamo la gioia e il successo. Qualche abbraccio, qualche foto, molta euforia, e ripartiamo subito per Milano. Lungo la strada sono assolutamente incredula, mi chiedo come sia stato possibile, come io abbia potuto tenere quel passo -che è così poco distanze dalle ripetute lunghe che sembravano uccidermi- per 21 chilometri; ripenso alla gara, alle sensazioni, penso che sia stata tutta mia questa volta, tutta sulle mie gambe e con la mia testa e il mio fiato, senza personal pacer e senza spalle di sostegno ad accompagnarmi. Poi penso a Yuri, che la sera prima, con convinzione, mi ha detto che mi avrebbe fatto bene correre, dopo tanto tempo, da sola e che mi ha chiesto come fosse possibile che mi affidassi così tanto allo strumento e così poco alle mie sensazioni, e penso che ci ho riflettuto e in gara questa frase mi si affacciava nella testa; penso poi che lui e Chicco prima della partenza mi hanno indicato i pacer delle 2 ore, e penso che ho risposto che i pacer mi mettono ansia e che poi quei pacer li ho superati; penso che nelle salite c’erano Fabio, a dirmi di spostare il baricentro in avanti chè così praticamente vai da sola e che poi, tu che sei bassa, in salita sei avantaggiata, e Alino a dirmi di mantenere un’andatura costante in salita e, soprattutto, di non esagerare in discesa, chè poi ci si impianta sul rettilineo; penso che c’è Alino dall’inizio alla fine con quello che ci siamo detti in una chiacchierata in Gae Aulenti a settembre; penso a Rudy, chè ci si è visti al ristoro del decimo e ci si è capiti subito; penso che al quinto chilometro ho visualizzato Nico sconfortato, a scuotere la testa e temere che, di nuovo, la mia partenza a razzo sarebbe finita a cazzo, ma che intorno al quattordicesimo probabilmente anche lui avrà pensato che ce l’avrei fatta, tirando un sospiro di sollievo; penso a quanto siano bastati due incitamenti di Gianluca e dell’amica che non ho ancora capito chi fosse sul rettilineo finale, per far venire fuori delle energie che pensavo esaurite; penso ai messaggi ricevuti, alla catenina con i due cuoricini che ho attaccata al collo, a mio papà che non osa chiederlo ma aspetta una chiamata, a mia mamma che ho l’impressione che non approvi del tutto, ma che mi chiede sempre a che ora io corra e ai bambini pronti a fare festa… E penso che, tutto sommato, anche questa volta la gara, forse forse, non l’ho fatta proprio tutta da sola.

 

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Cangrande Half Marathon 2016: ansie da prestazione

E’ passata ormai quasi una settimana dalla mia, nostra Cangrande Half Marathon, gara non esattamente memorabile. Sono arrivata carica di aspettative, dopo il successo inatteso alla mezza di Cremona e dopo un mese di durissima tabella, con allenamenti nuovi che, per la prima volta, mi hanno provato fisicamente e mentalmente.
Il giovedì prima della gara, mentre gli Urban Runners iniziavano a partire per la maratona di Valencia, mi è subito venuta in mente una cosa che mi aveva detto Yuri: non gli sembrava normale che io stessi bene, mi divertissi e provassi soddisfazione in tabella, mentre vivessi male e non riuscissi a godermi il giorno della gara. Questa volta sentivo che qualcosa era cambiato e gliel’ho scritto:

“Non ne posso più di questa tabella di mer*a che per questo mese mi ha fatto sputare sangue!! Domani ho un lentissimo di mezz’ora e poi grazie al cielo me ne libero!!! Insomma, finalmente domenica posso correre come caz*o mi pare, anzi, come caz*o mi viene!!! Ecco, è la prima volta che mi succede, io a questo giro questa tabella di mer*a l’ho odiata. Tu un giorno mi hai detto <Io non capisco, tu la tabella la dovresti odiare!>: Yuri profeta, tabella di mer*a, cardiofrequenzimetro al rogo!”

Con questo spirito sono partita venerdì sera con Nico per Garda. Ci siamo regalati un aperitivo con un bicchiere di vino rosso e pesce di lago, una cena fuori leggera e sabato mattina siamo andati a ritirare il pacco gara. In generale, la voglia di correre la gara era a quel punto molto bassa, scherzando ci dicevamo che sarebbe stato bello goderci prima o poi un weekend senza bambini ma anche senza gare e senza impegni..! Nel pomeriggio, sentiti Fabio, Marco e Rudy, due Urban-Runners-più-uno che avrebbero corso la maratona -quella intera-, ho iniziato ad avvertire da una parte la voglia di sfidarmi, dall’altra l‘ansia da prestazione e il desiderio malsano non di correre, ma che fosse già finito tutto. In serata Nico ed io siamo usciti per una passeggiata di due ore e un quarto nel buio del lungolago deserto.. giusto per sgranchire le gambe e distrarci.

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Domenica mattina abbiamo provato ad incontrarci con gli altri per una foto collettiva, ma senza riuscirci: abbiamo visto Fabio, nella gabbia che precedeva la nostra, e abbiamo corso i primi 100 50 20metri.. va beh, siamo arrivati fino al gonfiabile della partenza ufficiale insieme, poi ciascuno ha iniziato la propria gara.

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Poco dopo la partenza mi sento chiamare da dietro “Ciao Urban Runner! Io sono una Woman In Run!”: non ci conosciamo, ma conosciamo le nostre rispettive famiglie sportive milanesi e trovo che sia bellissimo salutarsi ed incoraggiarsi, semplicemente accomunate dalla passione e dalle strade che percorriamo.

Parto forse un po’ troppo veloce, ma come per Cremona decido di non guardare il Garmin se non al termine del chilometro e di correre come mi sento; fa inaspettatamente caldo, al primo ristoro penso di togliermi la maglietta a maniche lunghe, cosa che fortunatamente non faccio, visto che poi attraverseremo campagne, nebbie in un’aria decisamente fredda. Al km 7 inizio a sentire delle fitte ai fianchi -saranno anche state fitte immaginarie, ma i dolori a sinistra mi sono durati fino a mercoledì sera- e le gambe pesanti: non girano, non riesco ad allungare neanche nei tratti in discesa. Faccio l’errore di verbalizzarlo a Nico: “Oggi non va”. Al km 10 bevo e recupero un po’, per poi iniziare a calare con gambe e testa: mi arrabbio con me stessa, guardando a posteriori i parziali in modo ingiustificato, me la prendo con la tabella, le sveglie all’alba, il mio coach, i sacrifici e gli sforzi, i soldi, l’impegno, la costanza.. tutto mi sembra vano, io non miglioro, io in gara non ce la faccio. Non-ce-la-faccio.

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Al km 13 mollo il colpo. Cammino per il tempo necessario per prendere un GU, chissà che non avvenga un miracolo. Ricomincio, rallento, accelero, Nico mi rimprovera, io me la prendo, litighiamo.
Non c’è niente da fare: di fiato sto benissimo, ne ho un sacco, corro sprecandone tantissimo in insulti, accuse e promesse a me stessa. “Basta, con la corsa ho chiuso, non ne voglio più sapere di tabelle, gare, ripetute…ripetute da nove minuti, capito? Basta!! Da domani solo yoga, anzi, pilates, anzi, zumba! Ecco, Z U M B A!”. (Nico mi confesserà poi che a quel punto gli veniva da ridere, ma temeva per la sua incolumità).

Km 16, il ristoro.
Km 17 rallento ulteriormente.
Km 18 crampi ai polpacci. “Fermati a lato strada, mettiti a terra”, “No, finiamo ‘sta caz*o di gara, chè non ne posso più!”

Finish line, traguardo, medaglia. Il tempo ufficiale è di 2:03:54, un’enormità.

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Non c’è soddisfazione, c’è delusione, c’è rabbia, ci sono per la prima volta sconforto e desiderio di mollare. Che io corra a caso o che corra in tabella, ottengo i medesimi risultati in gara; so che i miglioramenti ci sono e sono notevoli, ma se non riesco a metterli a frutto e ad allenare anche la mia testa alla competizione, tutto lo sforzo non serve a niente. Infine, se non mi diverto più neanche in allenamento, che senso ha? Penso che la vita sia sufficientemente impegnativa per poter decidere di aggiungere agli obblighi -famiglia, lavoro, figli, incombenze..- dei piaceri che siano tali.

Mi cambio e mi rivesto, poi mi posiziono sulla finish line della Maratona -quella intera. Gli arrivi sono commoventi, ogni maratoneta agli ultimi metri mi sembra alla fine di un viaggio che è molto più di una corsa, gli sguardi, la sofferenza e la gioia che quei corpi sprigionano, sono pazzeschi. Io mi sento piccola piccola, io che qualche settimana fa, un po’ per gioco un po’ sulla scia degli entusiasmi della Maratona di New York, ho sfogliato il calendario maratone dell’inverno 2017, io che non ho la testa per concludere una mezza.
Guardo il tempo sul tabellone, il primo ad arrivare è Fabio, poi Marco, infine Rudy: Nico ed io li vediamo, tifiamo per loro, scattiamo qualche foto e riusciamo a riprendere persino il video dell’arrivo, mentre loro -che pure guardano nella nostra direzione- non si accorgono di noi, sono alla fine di un viaggio impegnativo. Sono contenta di essere lì, tutti si meritano qualcuno che li aspetti all’arrivo.

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Gli abbracci finali, i sorrisi, i loro racconti.
Marco scriverà poi “Avervi visto tutti all’arrivo era come essere a casa”: di nuovo, pur provando a ridimensionare delusioni e gioie di una gara, ogni volta mi rendo conto che c’è dell’altro. Non è mai solo una corsa, non è mai solo una delusione o un personal best, è sempre un forte senso di appartenenza, una condivisione di emozioni e sensazioni fisiche che solo chi vive la preparazione e l’evento può capire, è qualcosa a cui non voglio rinunciare.

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Mezza del Naviglio: fotografi distratti, teste che non girano, amici, traguardi e cose importanti.

Archiviata Padova e passati i primi momenti in cui avevo pensato che non avrei più voluto per un po’ sentir parlare di corsa, tabelle, lunghi, gare, mezze maratone, naturalmente, il lunedì dopo la gara mi sono iscritta -con l’idea che sarebbe stata l’ultima della stagione- alla Mezza Maratona del Naviglio, Da Cernusco a New York: una corsa a casa mia, sulla Martesana, di cui per un bel tratto conosco le buche, le radici che sollevano l’asfalto, i tratti all’ombra, e la fauna; una corsa a cui l’anno scorso ero iscritta per poi rinunciare perchè infortunata: ero però andata all’arrivo con Gaia ad aspettare Yuri.

Yuri: l’ho conosciuto per caso in un gruppo su Facebook quando, due estati fa, postando le corse estive, abbiamo scoperto di correre sullo stesso lungomare di Montesilvano-Pescara. In quell’agosto non ci siamo mai incontrati perché lui usciva all’alba, ma io prima e, per altro, lui correva più velocemente e più a lungo di me. Ci siamo conosciuti dal vivo a settembre 2014 in una delle mie prime volte con gli Urban Runners. Da lì in avanti, in questi quasi due anni, ho sempre detto che avrei voluto avere uno Yuri nel taschino, per attingerne la positività e il sorriso ogni volta che a me fossero mancati. Dal taschino, poi, Yuri è finito nel cuore e, in un certo senso sì, me lo porto dietro all’occorrenza.

E’ proprio lui che ha scelto di correre con me e per me la mia mezza del Naviglio, con l’intento di farmi riappacificare con la distanza che sia a Milano che a Padova mi ha mandato in crisi troppo presto, di farmi divertire e, se possibile, alla fine, di farmi anche raggiungere l’obiettivo per il quale mi sto allenando con costanza da tre mesi. 1:59:59, il tempo finale di gara.

Sono arrivata alla gara carica come una molla, sentendomi in perfetta forma fisica, con un ultimo mese di tabella decisamente tosto, portato a termine allenamento dopo allenamento, ripetute, fartlek, lunghi; i battiti notevolmente abbassati, i ritmi di conseguenza più sostenuti, non un dolore in corpo. Nei giorni precedenti ero gasatissima, non vedevo l’ora di correre e convinta che avrei raggiunto i miei obiettivi, tutti.
Naturalmente non è mancata una certa ansia, un decalogo semi-serio per Yuri (tra cui: 2- Non pronunciare velocità / medie / statistiche invano; 3- ricordati di (farmi) santificare i ristori; 5- non uccidere (me); 10- scatta selfie, fai video, chiacchiera, ridi..), poi le sue rassicurazioni “penso a tutto io”, e la convinzione che io avrei messo gambe e fiato, e lui avrebbe tenuto a bada la mia testa. Avrei affidato a lui anche il mio Garmin, che tutti identificano come mia fonte di ansia in gara. “Ci sono”, mi dicevo, “ci sei”, mi sentivo dire da Alessandro e gli altri.

Ci siamo messi d’accordo. Le mie richieste base sono state solo due: i primi 3 km a non meno di 6’/km e rispondermi, qualora glielo avessi chiesto, un rassicurante “5’50″”, qualunque fosse stato il nostro passo.

Domenica mattina, partenza anticipata dalle 9.30 alle 9, meglio ancora: abituata a correre prima dell’alba, meno aspetto meglio è; inoltre, con il sole e il caldo della giornata avremmo evitato una mezz’ora bollente. Alla partenza, incontri con altri Urban Runners, sorrisi, foto.

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Si parte, ce la prendiamo comoda, stiamo in fondo: i primi 3 km so che dovremmo farli tranquilli, quindi inizio a chiacchierare, ho giusto un paio di argomenti che conservo da tempo. Finisce il terzo km e chiarisco che da quel momento starò zitta, o corro, o parlo: il quarto km sarà quello più veloce (il mio Garmin darà 5.30, il suo Tom Tom 5.34), poi si continua con sole in fronte e sterrato. A Cassina De’ Pecchi si unisce a noi Ana, detta amichevolmente Frecciarossa: sapevo che sarebbe stata lì per accompagnarci per qualche chilometro. Mi chiede come vada, rispondo più o meno a gesti, mi sembra di andare ad un ritmo decisamente sostenuto, conservo il poco fiato. Yuri è perfetto, ho Ana avanti di un passo e lui dietro di un passo. Intorno al km 7, o 8, inizio a pensare di non farcela: rallento, mi rincuorano dicendo che lo sterrato dovrebbe finire a breve e che poi si passerà dall’altro lato della Martesana, dove c’è ombra, mi chiamano perchè mi affianchi a loro, un metro più avanti. Chiedo quale sia il passo, Yuri mi risponde 5’50”, ma non so se sia vero o se sia la risposta che mi doveva come da patti: nel dubbio, non gli credo e aumento il mio stress, convinta di andare al di sopra delle mie possibilità. Nella mia testa non è il caldo, è il fiato che sembra mancare e il pensiero che, accidenti, ero convinta di tenere il ritmo ma evidentemente non ce la farò. So anche che ragionare così a nemmeno metà gara è un’assurdità. Al km 9 il primo ristoro, cammino, bevo, cammino, bevo: finchè bevo sono autorizzata a camminare; sul ponte ricominciamo.

Si cambia lato, un chilometro ancora, non ce la faccio, lo dico anche ad alta voce. Ascolto lo scambio di battute di Ana e Yuri, vorrei intervenire nei discorsi, sto partecipando silente, ma -da quello che mi hanno detto dopo la gara- non comunico neanche con lo sguardo che pare solo incazzato. Vorrei dire ad Ana che adoro gli involtini di riso e foglie di vite, ma che quelle che vuole raccogliere in Martesana sono foglie di platano: seguo le risposte di Yuri, a cui manca un pezzo del discorso.. mi annoto tutti gli argomenti di cui dovrò dire la mia a fine corsa. Scherzando, prima della gara, avevo detto a Yuri che avrei comunicato con i pollici: pollice in su = tutto ok / sono d’accordo, pollice in giù = va male / non sono d’accordo, pugno chiuso = non riesco neanche a muovere il pollice. Comunico così, Yuri ci scherza, lo apprezzo, ma continuo a non parlare. Faccio fatica, le gambe girano bene, senza che neanche le senta, ma il fiato non mi basta e ho male al fianco sinistro; vado a singhiozzo, ad un certo punto sento l’applicazione Nike di un runner dietro di me che informa che il passo medio è di 6.25 al km.

“Yuri, è uno scherzo, vero?”
“Che cosa?”
“Il passo che ha detto l’app”
“Eh, non so, cosa hai sentito?”
“6.25!!!”
Vedo il suo orologio, 6.17. Fanculo.

E’ lì che, a metà gara, mi dico che sto andando peggio che mai, che neanche nei lipidici, mi fermo e cammino. Ana e Yuri mi spronano, finchè verbalizzo che no, non mi sto divertendo: ormai la gara è in vacca, adesso cammino, decido che si rinuncia ad uno degli obiettivi e si finisce come viene cercando di nuovo di divertirsi.

Da quel momento sarà tutto un andare a singhiozzo fino al 13esimo: alle variabili si aggiunge il colpo di sonno che mi prende spesso e che avevo già avvertito prima del settimo. Yuri non ci crede, ci ride, vorrei dirgli che mi era già successo e ne avevo parlato anche con Rudy, glielo dirò poi. Come fa a venire sonno mentre si corre? Non lo so, ma a me ogni tanto succede.
Non ci fossero i bambini ad aspettarmi al traguardo -e poi mi dico: anche Yuri, ingrata, che è qui per te!-, stavolta vorrei ritirarmi.

Bevo e cammino al 13esimo, poi riprendo e passo il maledetto km 15 con un buon ritmo: là dove pensavo che avrei avuto la solita crisi, al cartello in cui negli ultimi allenamenti immaginavo di sorridere per aver vinto la maledizione del 15esimo, sono passata, pur di buon passo, ma avendo già mollato da un pezzo, inaspettatamente. Più o meno da quelle parti, credo, ecco che Yuri mi avvisa che c’è finalmente un fotografo: ce ne fossero di più, per la mia vanità forse correrei meglio. “Dove?!” – “Là!”. Sorrido bella fresca e in quel momento, nella direzione opposta arrivano tre biciclette, che si inseriscono tra me e il fotografo. Mentre Ana si rotola dalle risate, trovo la forza per sorridere e allo stesso tempo gridare “Ma no, cazzo, le bici adesso nooo!!”

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Yuri intanto, eccezionale, con la sua spontaneità, è uno spettacolo: saluta tutti coloro che lo chiamano -mi dirà poi che molti conoscono lui, ma che lui non conosce tutti-, rallenta per guardare bambini che danno da mangiare alle anatre come se non avesse mai visto scene del genere, ma soprattutto ringrazia ripetutamente e augura buona giornata ai vigili e allo staff che blocca le auto al nostro passaggio: “grazie eh, grazie, grazie, buona giornata, grazie”. Mi viene troppo da dirgli qualcosa e da ridere, non riesco a farlo in modo evidente, ma in cuor mio assolutamente sì. “Mi dicono che, se smettessi di salutare tutti, di chiacchierare, di cazzeggiare, di badare a fotografi etc, probabilmente migliorerei di molto i miei tempi”. Pollice in su.

Ristoro del 16esimo, poi si arriva al 18esimo, un po’ correndo, un po’ camminando.
Dopo aver fatto presente qualche km prima che i rumori sentiti erano gracidii di rane, trovo il fiato per emettere un “conigli!”: avverto dello scetticismo in Yuri, e riesco anche a farglieli vedere. Finalmente, un altro testimone dei miei compagni di corse all’alba.

Un uomo dello staff riconosce un conoscente runner appena dietro di noi e gli fa presente, quasi come per sfotterlo, che ormai finirà oltre le due ore; Yuri mi guarda, ridacchiamo..eh, lo so!! Voglio correre gli ultimi 3 km senza fermarmi, dico anche a Yuri che non mi fermerò al ristoro del 20esimo, ma in realtà sono spompatissima. Gli ultimi 2 km non finiscono mai, dove penso che ci sia finalmente l’ingresso in pista, si aggiungono un altro centinaio di metri, poi si arriva.

Entro in pista, prima di tutto cerco fotografo e bambini: non mi importa come sia andata la gara, sono arrivata con Yuri, anzi, Yuri mi ha portato e il suo gesto di amicizia adesso conta più del resto, nelle foto ci sarò e con il sorriso; poi Gaia e Luca, che prima di uscire, dopo avermi già salutato, hanno aggiunto gridando un “Vai mammaaa, sei forteee!” -“sìììì, sei forteeee!”, da farmi tornare indietro e sbaciucchiarli: stavolta Gaia mi aveva detto che non avrebbe voluto correre gli ultimi metri, ma avrebbe preferito aspettarmi all’arrivo e così anche Luca, che mai prima d’ora aveva corso con me. Li cerco da lontano nel prato all’interno della pista, ma poi li vedo sul lato esterno prima del traguardo: mi sbraccio, si bracciano, quando arrivo grido loro di venire con me e sì, sono lì apposta. Ci prendiamo per mano, rallentiamo al passo di Luca, poi Gaia scatta avanti, Yuri ed io tagliamo il traguardo insieme a loro. Luca è al settimo cielo, “abbiamo vinto!!!”.

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Sul tabellone leggo 2:12 e qualcosa (che saranno 2:11 e qualcosa per me): sapevo che era andata male, ma non pensavo così tanto, penso subito che sto accumulando minuti di gara in gara, invece che ridurli. Yuri mi fa presente che ci sono trenta gradi e che almeno 5 minuti in totale li avremo camminati: per me sono scuse, quello che conta è che le gambe c’erano e la testa no. Penso che dovrò allenarmi di più su quello, capire che cosa mi blocchi, rilassare le ansie da prestazione (ma, del resto, in gara corro anche per migliorarmi e avere tempi ufficiali, i risultati è lì che me li aspetto, non in allenamento da sola): meno ripetute sfiancanti, più esercizi per la testa.

Di delusione ce n’è, ma senza lo sconforto e la rabbia che ho vissuto dopo Padova: so dove devo lavorare, l’arrivo è stato meraviglioso, e ho voglia di rivincita che intendo conquistarmi con un’estate di allenamenti sereni, tra Milano, Garda e la Puglia.

In tutto questo, ancora una volta, mi rendo conto di quanto sono fortunata e che, restando valido tutto quanto scritto fino a due righe fa, forse le cose Importanti sono altre: sono l’avere un marito che mi sostiene e mi accompagna sempre, che crede in me e sopporta i miei nervosismi; avere due bambini pieni di entusiasmo, per i quali sono sempre la migliore (anche se Gaia continua a suggerirmi di partire avanti, altrimenti “se parti in fondo arriverai sempre dietro a tutti) e per i quali traguardo e medaglia significano già avere vinto; avere amici e compagni di squadra che mi accompagnano, che un po’ mi prendono in giro, che mi incoraggiano, che -dopo la gara, quando mi chiedono di raccontare quali siano state le criticità e provano a darmi spunti per aiutarmi e io rispondo che “mi spiace, devo cavarmela da sola, adesso sto diventando pesante”- mi dicono di smetterla di pensare che io sia una lagna, e che sono un’amica.

In tutto questo, Luca ancora stamattina diceva che avrebbe raccontato in asilo che ieri abbiamo e ha vinto la gara: in un certo senso è così, ogni volta che al traguardo trovo qualcuno che mi aspetta, qualcuno che chieda di me in una chat di gruppo, qualcuno da abbracciare, qualcuno con cui tornare a casa, qualcuno che mi telefoni, qualcuno che si interessi a me..sì, ogni volta è una vittoria. EUUUUIIIIUUUAAAA!!!

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Io non so se è proprio amore (faccio ancora confusione)

Ci siamo, dicembre è alle porte e quest’anno sarà più impegnativo che mai.

Tra meno di dieci giorni sarà il mio compleanno, non uno qualunque, ma quello della cifra tonda, del cambio di decade, della fine degli sconti ai musei anche su presentazione del vecchio tesserino universitario, dell’inaccessibilità delle promozioni delle compagnie telefoniche dedicate ai ragazzi e giovani fino a..
Sarà il compleanno dei TRENTA e per il mio trentesimo anno di vita ho in mente grandi cose: se anagraficamente accuso il colpo, mai prima d’ora mi sono sentita così energica, attiva, con la voglia e la possibilità di dedicarmi a diversi progetti.

Un passo alla volta, cominciando dalle scarpe giuste, da una giacca antivento-antipioggia-traspirante-catarifrangente regalo di compleanno anticipato e dal mio Ortopedico o, come l’ha chiamato una mia amica, Ortofigo (e già qua..). Bene, dopo averlo tempestato di e-mail per due mesi, e dopo aver sognato ripetutamente nell’ultima settimana suoi rimproveri, visite annullate, referti senza speranza, stasera c’è stato il verdetto, anzi, si è accesa una piccola luce di speranza. Tralasciando la sindrome della BIT (bilateralmente) e risonanze magnetiche per verificare lo stato dell’esito della frattura di agosto, l’Ortofigo si è lasciato sfuggire -caro dottore, scripta manent e io continuo a rileggere il referto post-visita- che mi è concessa la ripresa.

Mentre il mio sorriso di allargava a dismisura, il dottore si è sentito in dovere di aggiungere, in più momenti:

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