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C’era una volta Kamal

Nella giornata internazionale della disabilità, vi voglio raccontare una storia: non è una favola di fantasia, è una storia vera, fatta di pregiudizi, fatiche, speranze, incontri stupefacenti e, ancora, in cerca di un lieto fine.

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E’ la storia di Kamal (nome di fantasia), che ho incontrato personalmente pochi giorni fa, in un colloquio in cui più lui sorrideva, più a me si stringeva il cuore: il mio compito non è addentrarmi troppo specificatamente nelle vicissitudini personali, non è offrire sostegno psicologico, il mio ruolo è fare una valutazione principalmente delle competenze e del quadro generale della persona, al fine di poterla supportare nell’inserimento lavorativo, in un ruolo e in un contesto adatti. Nel mio lavoro ho sviluppato la capacità di non farmi coinvolgere emotivamente per rimanere obiettiva nelle valutazioni, allo stesso tempo però, da essere umano, credo che alcune vite meritino di essere raccontate.

Eccomi davanti, quindi, a Kamal, che -pur riferendo difficoltà nel parlare- aveva già sostenuto un colloquio telefonico con una collega. Non abita a Milano, ma in un’altra provincia piuttosto lontana: arriva puntuale, con il sostegno di una stampella: è solo quando lo vedo di persona che mi rendo conto della sua invalidità. Kamal, marocchino di origine, ha 25 anni ed è affetto da una forma di spasticità. Già capisco che deve aver già fatto uno sforzo notevole per arrivare con i mezzi e lunghi tratti  a piedi a sostenere il colloquio (se avesse espresso le sue difficoltà, come step iniziale, l’avremmo incontrato su SkyPe, penso).

Kamal inizia a parlarmi del suo titolo di studio, quando è sufficiente una mia domanda perchè inizi a raccontarmi la sua storia, ed è da quel momento che inizio a conoscerlo un po’ meglio.

“Da quanti anni sei in Italia?”

Kamal, all’età di 17 anni, lascia la sua famiglia per raggiungere una provincia del centro-nord Italia, dove ha l’appoggio temporaneo di uno zio. Viene in Italia perchèper un handicappato non c’è posto al suo paese, per un handicappato non c’è possibilità di studiare, nè cure mediche avanzate, nè futuro. Se sta in Marocco, non può fare niente della sua vita”.
Dopo pochi mesi, lo zio di Kamal perde il lavoro e, con questa motivazione, non può più occuparsene: lo “abbandona” e il ragazzo deve tornare a casa. Kamal non si arrende: dal Marocco prende contatti con un’amica, ex compagna dello zio, che promette di andare a prenderlo a Malpensa, poi lui se la caverà.

Arriva il giorno programmato, il volo atterra puntuale a destinazione, ma ad aspettare Kamal non c’è nessuno: Kamal “viene abbandonato per la seconda volta”. Ecco che, come nelle favole più incredibili, in aeroporto qualcuno ascolta la sua storia: si tratta di un padre di famiglia di buon cuore, che, senza pensarci due volte, porta a casa Kamal e gli offre un’opportunità di futuro. In poco tempo, Kamal può abitare in una comunità che si prenda cura di lui e può finalmente intraprendere un corso di studi e conseguire il diploma di tecnico dei servizi turistici: ha solo un piccolo rimpianto, cioè quello di non aver potuto studiare ragioneria (perchè l’istituto non accettava iscrizioni tardive).

Kamal ha sempre sviluppato, un po’ per indole, un po’ per necessità, una passione per i numeri, per i conti, per la matematica e, fin da piccolo, ha avuto le idee chiare su che cosa avrebbe fatto da grande. “Per la mia disabilità, l’unica cosa che posso fare è un lavoro di ufficio, con il pc, a fare conti. Ho sempre pensato che la mia strada sarebbe stata quella dell’economia”.

Con la maggiore età, lascia la comunità e saluta il suo angelo che l’ha salvato e che ora deve tornare ad occuparsi della propria famiglia, dei propri figli e della moglie che hanno, negli anni, manifestato gelosie verso quello sconosciuto che il papà si affannava ad aiutare. In tutti questi anni, Kamal è diviso tra ciò che pensa sia bene fare per se stesso e il senso di responsabilità: racconta che ha un papà in Marocco che percepisce 150 € al mese di pensione, e tre sorelle che lui stesso deve mantenere a distanza grazie alla propria pensione di invalidità.

Kamal si iscrive in università, alla facoltà di Economia e Management e inizia a sostenere, con successo, i primi esami. La sua vita non è semplice: vive con un ragazzo in un piccolo appartamento, ha paura di non riuscire a sostenere i ritmi attuali. “Bisogna pulirla la casa, cucinare, fare la spesa, lavare, e io faccio fatica a muovermi, a camminare, a usare le braccia”. Ha bisogno di un aiuto concreto e, per questo, di un lavoro e di uno stipendio: se non troverà lavoro nel medio periodo, dovrà tornare in Marocco. La sua pensione di invalidità è sufficiente a malapena per l’affitto e per le spese di prima necessità, il resto serve per mantenere le sorelle che devono studiare. Una retribuzione, anche minima, gli consentirebbe di fare venire in Italia la sua mamma, che potrebbe dargli assistenza (e il conforto amorevole che merita dopo anni di solitudine, penso io). Magari, pensa, rinuncerà agli studi e, nel freddo italiano di una casa senza riscaldamenti, tornerà a casa: “con un diploma, qualche chances in più dovrebbe averla anche in Marocco”.

Kamal parla 5 lingue: arabo e francese come madrelingua, italiano ottimo, inglese e spagnolo buoni. Utilizza correntemente il computer e programmi come Word ed Excel a occhi chiusi: il pc “è stato suo amico fin da piccolo, perchè avendo difficoltà a scrivere a mano, se ne è sempre servito”. Kamal, nonostante la disabilità importante, neurologica, quindi fisica e motoria, ha anche avuto -durante gli studi- alcune esperienze di lavoro in stage in ambito amministrativo.

Questo momento è un altro punto decisivo nella sua vita, in cui si trova ad un bivio tra due strade in cui non potrà essere il solo decisore di quella da intraprendere: ha bisogno, ancora una volta, di qualcuno che creda in lui, che vada oltre i preconcetti, i pregiudizi e le discriminazioni di razza, religione e disabilità. Kamal ha bisogno di un’occasione per poter essere messo alla prova, eventualmente formato come qualunque studente senza pluriennale esperienza; la sua forza di volontà, tenacia, resilienza, le fatiche, gli sforzi e le sofferenze di questi anni meritano una ricompensa – penso io.

Verso la fine del racconto, chiedo a Kamal se -se avesse saputo prima a che cosa sarebbe andato incontro, se avesse visto prima tutte le delusioni, le fatiche, le pesantezze di una vita da disabile senza aiuti fisici e con aiuti economici su cui non poter contare- ritornerebbe in Italia, se rifarebbe il percorso che ha fatto.

Kamal, sfoderando il centesimo sorriso, mi risponde senza incertezze che “la sua vita, nonostante tutto e nonostante la disabilità, gli ha dato tante soddisfazioni, tante persone di buon cuore, tante opportunità”.

Così, per l’ennesima volta, imparo una nuova lezione, si ridimensionano i problemi quotidiani, trovano un nuovo ordine le priorità.

Nella giornata internazionale della disabilità, vi ho parlato di Kamal: non è sicuramente un caso isolato, nè è mia intenzione -parlando di lui- dimenticare tutte le altre storie che ho ascoltato e persone che ho conosciuto, ma, al contrario, Kamal rappresenta una faccia comune della disabilità che troppo frequentemente viene trascurata, o ignorata. Troppo spesso si pensa alla persona con disabilità come a qualcuno non abile in termini assoluti, incapace -genericamente- di fare, senza ambizioni o senza futuro; no, non è quasi mai così: in chi vuole fare, la forza di volontà, la capacità di rialzarsi e di vivere condizioni estreme, la forza di lottare quotidianamente, sono caratteristiche dominanti. Tocca a noi, cosiddetti normodotati (eppure, quanto ciascuno di noi è disabile in determinate condizioni o circostanze!), guardare con occhi diversi e fare un passo per superare pregiudizi a favore di opportunità.

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Mi ha detto che…
Ma tu che lavoro fai?

Fine luglio, il prolungamento di asilo nido di Luca e materna di Gaia -che a Milano, per le strutture comunali, si chiamano “centri estivi”– termina di martedì. Le ferie di mamma e papà cominciano il venerdì sera, ed ecco che si ripropone la formula vincente “Luca dal nonno Totò, Gaia in ufficio con la mamma”.

Gaia ormai è di casa in Jobmetoo, per i miei colleghi e per tutti gli abitanti dell’Impact Hub, che si stupiscono di come sia brava e tranquilla e le offrono caramelle, dolci, palloncini, giochini di vario genere.. Io lavoro e lei, seduta vicino, si dedica a disegni, puzzle, set di tazzine da tè, qualche domanda ogni tanto.

Mi accorgo che è abbastanza attenta a ciò che accade intorno a lei, che studia le interazioni tra il team, che scruta Lucia quando si alza e si orienta con il bastone o quando parla al telefono con le cuffie scrivendo simultaneamente al computer, che ascolta le chiacchiere e le battute tra noi, a volte rimproverandoci per qualche parolaccia che non si dice: “è vero, Gaia, hai ragione, non si dice, mi è scappata!”

Ogni volta che viene in ufficio osserva qualcosa di nuovo; la disabilità visibile di alcuni di noi, invece, è ormai normalità, non stupisce, non incuriosisce, non fa sorgere domande, non genera incertezza nei comportamenti da tenere. Gaia si relaziona con tutti allo stesso modo, con a volte un po’ di indecisione e a volte con il suo tono assertivo che non lascia spazio all’altro.

Torniamo a casa in bicicletta e ascoltiamo con un auricolare ciascuno della musica dallo smartphone, quando mi squilla il telefono. Sto pedalando, lei è seduta dietro di me in un incastro perfetto di borsa, sacchetto, casco, cintura, cavetto del telefono: le chiedo di fare silenzio chè devo rispondere ad una telefonata di lavoro. Rispondo e, senza dar troppo peso alla cosa, mi rendo conto solo alla fine che lei, dal suo auricolare, ha seguito tutta la conversazione.

“Mamma, ma tu, esattamente, che lavoro fai? Chi era?”

Finalmente questa domanda, diretta, chiara e spontanea: diverse volte le ho provato a spiegare il mio lavoro, ma forse non è mai stato il momento giusto. Allo stesso tempo è difficile sintetizzare ciò di cui mi occupo: potrei parlarle delle mille attività che svolgo, del business generale dell’azienda in cui lavoro, potrei mettere l’accento sulla disabilità attorno alla quale ruota il senso di Jobmetoo, oppure sulla collaborazione tra di noi, potrei dare infinite sfumature e accezioni ad una così semplice domanda. Scelgo di rispondere in modo sintetico e abbastanza semplice per una bambina di cinque anni, pronta poi a seguire i sentieri che la sua curiosità sceglierà di prendere.

 

IO: “Io aiuto le persone a trovare lavoro. Incontro le persone, le ascolto, provo a capire chi sono, che cosa hanno studiato, se hanno già fatto dei lavori, che cosa vorrebbero fare; poi, quando so che alcune aziende, alcuni uffici, hanno bisogno di assumere, cioè di far iniziare a lavorare qualcuno, le mando lì e le aiuto a fare dei colloqui -cioè, ad incontrare e a farsi conoscere. Sono riuscita a spiegarmi?”
GAIA: “Sì, ma perchè non se lo trovano da soli il lavoro?”
IO: “Sai, non è facile trovare lavoro, non sempre ci sono aziende, uffici, che cercano qualcuno di nuovo; e poi, magari, non tutti sanno come si fa a cercare lavoro. Tu lo sai che in inglese Jobmetoo significa più o meno “lavoro anche io”? Ecco, noi esistiamo apposta per aiutare chi non lavora o chi vuole cambiare lavoro e non ci riesce da solo.”
GAIA: “E quello lì al telefono chi era?E perchè ti ha chiamato?”
IO: “Si chiama Pippo (nome di fantasia), è un ragazzo molto in gamba che sta cercando lavoro. C’era un’azienda che cercava una persona come lui e allora l’ho mandato e ha fatto un colloquio; poi però, c’erano anche altri ragazzi e alla fine non hanno scelto lui, ma un altro. Allora ho dovuto dirglielo e lui mi stava chiedendo perchè non fosse stato scelto, se avesse sbagliato qualcosa o se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso per venire scelto.”
GAIA: “Ah, ho capito”.

 

Non insisto, le ho dato tante informazioni e non oso immaginare che cosa stia frullando nella sua testa, già sorpresa più volte da sue riflessioni improvvise e inaspettate nella loro complessità. Ricominciamo ad ascoltare la musica e a cercare le nutrie nella Martesana.

 

Qualche chilometro di ciclabile dopo, mi richiama:

“Mamma, ma tu lo sai che cosa devi dire a quel ragazzo che non è stato scelto? Tu gli devi dire che non si deve preoccupare e che, anche se questa volta non è stato scelto lui, tu lo aiuterai a farlo scegliere la prossima volta! Non deve essere triste, perchè è in gamba!”

 

Il senso del mio lavoro, anzi, uno dei significati del mio lavoro, è proprio questo: dare un’occasione alle persone in gamba, incoraggiandole a non mollare, ad inseguire i propri obiettivi, a prendere in mano la propria vita, il proprio curriculum a volte frammentato, a giocarsela alla pari con gli altri; supportare e accompagnare queste persone nel loro percorso, cercando di andare oltre alle difficoltà del mercato, alla scarsità di posti di lavoro, ai pregiudizi nei confronti delle assunzioni di persone con disabilità; spingere le aziende a prendere in considerazione candidati per le loro competenze e non per l’etichetta di una diagnosi su un pezzo di carta, facendo fare valutazioni di compatibilità che tengano conto delle necessità dell’individuo, senza preclusioni o paure aprioristiche.

Quindi, un po’ con la logica di una bambina di cinque anni: Pippo è in gamba, questa volta non è stato scelto, ma dovrà avere la sua occasione e io sono qua per lui e per tutti gli altri, per provare insieme a muovere i primi passi. Quello che spero, per Pippo, per me e per Gaia, è che la prossima volta lei possa accidentalmente ascoltare una conversazione diversa, in cui Pippo sarà felice per essere stato scelto, emozionato e magari anche un po’ agitato per il suo nuovo inizio: è lì che anche Gaia non solo coglierà la soddisfazione maggiore del mio lavoro, ma soprattutto capirà che io non ho a che fare con candidati, ma con Persone.

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