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Salomon Running 2017: 25 km e 23 piani di scale

In una mail di 12 giorni fa al mio coach -che, poverino, ultimamente ha a che fare con una squilibrata-, nel picco della demoralizzazione e sconforto, scrivevo: “Continuo a dirmi che non voglio fare la Salomon, che mi fa schifo, che odio i trail e le salite e che quei 23 piani di gradini mi fracasseranno, che correre a Milano è orribile, che la gara parte alle 10 e morirò di caldo etc… ma la Salomon la farò, non fosse altro perchè, magari, facendo qualcosa che la mia testa non vuole fare, allenerò anche lei.”. Pieno delirio, insomma.

Sono due settimane che non riesco a correre come dovrei, come vorrei, come ho per altro sempre fatto fino, appunto, a 15 giorni fa. Mi sono chiesta più volte, con rabbia o demotivazione o sconforto o sogni di domeniche sul divano, perchè mai mi fossi iscritta alla Salomon Running, dopodichè, pur non avendo trovato in me risposte attualmente soddisfacenti, ho fatto un patto e definito le basi per affrontarla nelle condizioni in cui sto adesso.

La Salomon Running è un city trail su tre distanze: quella scelta da me è la gara Hard, 25 km con scalata della Torre Isozaki, ovvero 23 piani di scale a salire e altrettanti a scendere.

Obiettivi della giornata: correre la gara, con calma, lentamente, puntando a finirla senza troppe soste; sorridere ai fotografi e, se possibile, correre in gruppo; piazzare i bambini da qualche parte affidare i figli ai nonni e partecipare al pre e al post-corsa con gli Urban Runners, per stare insieme dopo tanto tempo. Nico avrebbe corso con me, con l’opzione di staccarsi per gestire la propria gara in qualunque momento avesse voluto o dovuto.

All’arrivo in Arena prima della corsa, Nico ed io attraversiamo il prato bagnato e fangoso per le piogge degli ultimi due giorni cercando di entrare nell’ottica della gara che non sarà del tutto su asfalto; non mi vedo, ma sento di avere una faccia da interrogazione a sorpresa senza aver studiato, per fortuna ci pensano gli Urban Runners a darmi un po’ di carica. Si scherza, chiedo di tenermi un posto a tavola, ci si spalma di cremine (opto per quella per ginocchia, che me le ghiaccerà all’ottavo km e me le renderà bollenti dal 20esimo in poi). Margherita mi regala un portafortuna, che porto con me fino alla fine e che mi accompagnerà ancora a lungo da oggi in poi: correrò con lei, correrò per lei.

Siamo in tanti: i primi a partire sono quelli della 15 km, poi tocca a noi. Nel frattempo incontro Elena ed Erica, le due mamme del gruppo Running4mommies con cui sono partita anche alla Sarnico Lovere; in griglia mi guardo intorno e finalmente compare anche Francesca, Urban Runner, Runlover e compagna di Martesana, pause pranzo e chiacchiere. Nico a fianco. Lo sparo, si parte. Ci si ferma, si riparte; un po’ ad imbuto usciamo dall’Arena e dal Parco Sempione. 

Passo tranquillo, non guardo il Garmin, ma voglio correre a sensazione, lentamente -come mi ero detta- per arrivare alla fine, e sento che più o meno ci sono: tra i 6 e i 6’15″/km. Le gambe vorrebbero andare oggi, ma non mi faccio fregare: negli ultimi allenamenti il cuore non si è allineato alle gambe e sono scoppiata, oggi è lunga, è la testa che deve guidare. Inizio a chiacchierare e i primi km passano abbastanza veloci: mi dicono che siamo anche passati dentro Palazzo Marino, io ricordo solo che Francesca ha detto un “ah sì, eccolo lì”, ma non ricordo altro: chissà su che argomento ero concentrata. Giro in centro e torniamo nei pressi del Castello: attraversiamo il fossato, noi entriamo quando il gruppone Urban Runners sta già uscendo, ci chiamiamo e salutiamo. All’uscita, purtroppo, dopo circa 5 km insieme, Francesca mi dice di andare al mio passo e, dopo un momento di titubanza, proseguo con Nico. 

Chiacchieriamo meno, il ritmo è leggermente aumentato, quando vedo il passo sui 5’45” rallento e cerco di controllarmi: arriviamo quasi senza accorgercene al decimo km. Bevo a tutti i ristori, cammino per il tempo necessario a bere un paio di bicchieri d’acqua, e riparto; saluto e ringrazio chi ci incita, chi chiude le strade, chi ci dà indicazioni; dirò poi ridendo a Yuri che, in questo, mi sono sentita un po’ lui.

Non ricordo bene a che punto corrispondessero i chilometri, correvo e basta, sapevo che passati i primi 10, avrei puntato ai 15, poi ai 18 dove, più o meno, avrei trovato la Torre, e poi alla fine. Ricordo bene però i passaggi della Montagnetta, le salite che ho percorso a passo svelto ma camminando, troppo ripide e troppo fangose da correre, le discese in cui invece mi sono lanciata agilissima (promemoria: devo trovare una gara da correre tutta in discesa), ricordo quando ho incontrato Elena, partita veloce con Erica, e lo scambio di incoraggiamenti, ricordo la salita -agile, contro ogni aspettativa- sul cono elicoidale del Portello, le scale della Fiera e lo spuntare di una vescica enorme sulla pianta del piede destro. Ricordo Nico che indica Casa Milan, una nonnina in sedia a rotelle che ci applaude e incoraggia a cui io dico passando “Signora, lei è una grande!” e che mi ringrazia a sua volta, ricordo le voci di chi ci grida “Forza Urban”, a cui rispondo con sorriso di orgoglio e gratitudine “Evviva gli Urban!”, ricordo il passaggio nella buca del golf, che nemmeno sapevo cosa fosse, e l’emozione dell’avvicinamento alla torre Allianz.

Non so che cosa aspettarmi, però trovo positivo che siamo già intorno al ventesimo km -me l’aspettavo tra il 15esimo e il 18esimo, facendo una media tra quello che amici mi avevano detto-: l’entrata sul tappeto blu è emozionante, sembra di essere a Gardaland in qualche tunnel prima di un’attrazione spaziale, e poi i gradini. Sto bene attenta a non commettere l’errore di farli sulle punte dei piedi, chè già i polpacci, per quanto ahimè grossi, sono il mio punto debole: Nico ed io saliamo cauti ma agili, superiamo una ventina di persone, arriviamo in alto, diamo una rapida occhiata al panorama e scendiamo. Niente, in discesa -anche sui gradini- me la cavo bene. Incontriamo il gruppone Urban che nel fossato del Castello ci aveva preceduto, ma preferiamo procedere al nostro passo. Appena scesi, dopo pochi metri, Nico ha un crampo ad una gamba, mi dice di andare, si ferma un attimo e ripartirà. Io continuo, però mi sento in colpa: per tutta la gara ha seguito il mio passo, per lui troppo lento, per accompagnarmi e ora che è in difficoltà lui io continuo la mia corsa? Penso che sia amore, penso anche che, al contrario, accadrebbe la stessa cosa perchè io vorrei che lui proseguisse; e poi penso che mi raggiungerà. Mi giro un paio di volte per guardarmi indietro e ad un certo punto lo vedo comparire qualche centinaio di metri alle mie spalle: bene, so che mi riprenderà e finiremo insieme. Nel frattempo incontro Paola, scambio due chiacchiere anche con lei e, quando Nico mi affianca, ripartiamo per i due km che ci separano dal traguardo. 

Le gambe a questo punto vanno, io mi sento benissimo, penso che non solo ce l’ho fatta -cosa che penso dal 17esimo km- ma che è anche già praticamente finita! Vediamo l’Arena, un mezzo giro esterno, l’ingresso. E’ finita.

No, non ancora: l’emozione più grande è adesso: quanti saranno quegli Urban Runners, i veloci della 25 km insieme a quelli che hanno concluso la 15 km e la 9.9 km, lì in curva a tifare per noi? Sento praticamente un boato, riconosco troppe facce, ci incoraggiano, ci danno il cinque, a me vengono le lacrime agli occhi e un groppo in gola. Mi carico come una molla e l’ultimo mezzo giro di pista è velocissimo: “Nico, mi sa che forse ho sprintato un po’ troppo” [Garmin mi darà gli ultimi 500 metri a 4’58”].

Arriviamo per mano, sorrisi a non finire.

   

Dietro di noi, ad un paio di minuti, ecco arrivare anche il gruppone Urban Runners. Vedrò poi Francesca ed Elena. Iniziamo a festeggiare, si stappa anche una bottiglia. Prima di andare a pranzo, aspettiamo in Arena l’arrivo di Constantin e lo scortiamo  mentre taglia il traguardo della sua incredibile 25 km con Torre Isozaki. I momenti di commozione per me continuano.

 

In conclusione, ho mantenuto un passo lento, tranquillo, quello che fino a 15 giorni fa avrei detto troppo lento, ma sono arrivata e arrivata felice, sana, senza dolori e sorridente. Oggi gli amici Urban Runners mi fanno notare che Il Giorno ha scelto una foto di me e Nico per l’articolo sulla Salomon: siamo sulla scala che precede l’ingresso alla Torre Allianz, abbiamo percorso circa 20 km e stiamo per affrontare 23 piani di scale in salita. Sorridiamo, anzi, ci stiamo proprio divertendo. 

Stamattina ho riscritto una mail al coach, raccontandogli sommariamente della gara di ieri: non è ancora giunta l’ora di darmi agli scacchi, qua si continuerà ad allungare le distanze!

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Ho fatto un patto con la Maga

E’ successo che io mi sia arresa ai suggerimenti di tante persone.
E’ successo che settimana scorsa io abbia quindi conosciuto la Maga, così la chiamano.
E’ successo che giovedì, dopo la sua scrupolosa visita osteopatica, io abbia fatto un patto con lei.

Il sintomo è la sindrome della bandelletta ileo-tibiale, la causa è un concatenarsi di fattori, da un ginocchio valgo, al sovraccarico in modo sbagliato, al poco tempo dedicato al recupero dopo la frattura da stress all’altra tibia e via dicendo. Ho provato a ricominciare, due volte a settimana su brevi distanze, una volta anche in pausa pranzo nel giorno più caldo e afoso dell’anno insieme ad un collega, ma, intorno al quinto chilometro, il ginocchio si è sempre fatto sentire.

C’è poco da fare: devo fermarmi, fare esercizi specifici e dar tempo alla BIT di far pace con le mie intemperanze.
Ho scelto di affidarmi alla Maga, chiedendole però di far finta che non fossi andata da lei fino a domani: dopo aver rinunciato alla mezza maratona di Padova, a quella di Jesolo, a quella del Naviglio e anche ai soli 10 km dell’Avon Running, avevo solo da correre la Run530 con Nico e una corsa per Milano con le 100runninggirls.

Per la Run530 era tutto già programmato da tempo: dopo aver tentato invano di convincere Fra, la mia socia, ad alzarsi all’alba, anche puntando sui suoi sensi di colpa, mi sono iscritta con Nico. I bambini giovedì sera sono rimasti a dormire dai nonni e noi abbiamo puntato la sveglia alle 4.15. Personalmente adoro correre all’alba, prevalentemente perchè la città dorme, la strada è tutta mia e posso perdermi nel silenzio delle strade. Venerdì no: venerdì eravamo 3000 persone che cercavano di svegliare Milano correndo per 5 km per centro, con partenza e arrivo ai giardini di Porta Venezia. Come ristoro finale, tanti sorrisi e ciliegie a volontà.

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Stasera invece è stato un allenamento su due percorsi di lunghezze diverse, 5 e 8 km (nel patto, ho assicurato che non avrei corso oltre i cinque, soglia di sopportazione massima attuale per la mia bandelletta): noi 100runninggirls c’eravamo quasi tutte, per ricordare a chi ancora deve iscriversi alla Nike Women’s 10 km, che c’è ancora tempo, ci si può iscrivere insieme alla nostra crew e donare parte della quota a LILT. Sosteniamo il progetto “Con un nastro rosa”, per la prevenzione dei tumori femminili. Anche gli uomini e le donne che non correranno la gara il 5 giugno potranno donare e potranno farlo cliccando QUI.

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Ho corso sapendo che sarebbe stata l’ultima corsa per un po’, stavolta a tempo indeterminato, finchè le cose non si sistemano, con la gioia del momento e un groppo in gola. La Maga mi ha detto che, quando ricomincerò, mi aiuterà a farlo gradualmente e non dovrò darmi obiettivi (“Ah, quindi la mezza maratona di Pisa del 27 di settembre…?”, questa la reazione). Sono scesa a patti con lei e, per ora, il compromesso è che io mi impegnerò a rispettare le sue indicazioni, ma che non penseremo ad un tempo senza scadenza: io ad agosto sarò al mare e non potrò perdermi lo spettacolo dell’alba di corsa!

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21,097 km: al traguardo, in qualche modo, sono arrivata. Per la prima volta.

Un mese e mezzo di allenamento, 19 giorni di stop, tre sabati di corsa, un’amica-compagna di strada, tanti supporters e 21,097 km percorsi.

Non è andata come avrei immaginato, è andata peggio dell’ipotesi peggiore che avessi preventivato, mi sono ritrovata a non sapere che cosa stessi provando all’arrivo, non la gioia della soddisfazione, non l’eccitazione da endorfine, non delusione nè sconforto. Mi sono semplicemente sentita “sollevata”. E poi felice, ma non per la corsa in sè.

La settimana precedente è stata piena di preoccupazioni, con l’imprevista conferma che non ci sarebbe stata Silvia, infortunata alla maratona di Roma, a correre con me e Fra (“tu pensa a far girare le gambe, chè al resto penso io”, mi diceva, e questa era la rassicurazione che mi ripetevo per compensare il non-allenamento), con le ferite ai piedi che non guarivano e con la normale ansia pregara. Venerdì Fra ed io abbiamo ritirato il pettorale, ma, ancora, la preoccupazione delle mie condizioni -nostre, anzi, visto che anche la mia socia aveva un bicipite femorale non in forma- è stata di sottofondo tra un sorriso e l’altro.

Nel mio sabato di negatività perchè ancora non riuscivo a camminare appoggiando i piedi senza dolore a causa di ferite sulle piante, ho poi sentito Silvia che è riuscita a tranquillizzarmi e a darmi carica.

Arriva domenica mattina: Fra ed io, Aulin per lei e Brufen600 e cerotti per me, superato il dilemma del cambio dell’ora, riusciamo ad arrivare al villaggio degli atleti. Incontriamo i Red Snakes, il coach che ci chiede come vada (“Coach, io ci provo. Ho dei buchi nei piedi, ma ci provo, ormai sono qua.” – “I buchi nei piedi: non benissimo!”), depositiamo le sacche e incontriamo altre facce amiche: Valentina, Yuri, Alessandro, che non hanno smesso di fare il tifo per noi, ci caricano ulteriormente.

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Andiamo alla griglia di partenza, Fra ed io ci teniamo la mano. Fra ed io ci stritoliamo la mano. Parliamo poco, ci guardiamo, i miei occhi, ad intermittenza, si inumidiscono, ma sono felice di essere lì e mi sento positiva. Ripetiamo il piano: “andiamo ai 6 min/km fino ai 15 km, poi vediamo e, se ne abbiamo, spingiamo, altrimenti continuiamo e chiudiamo in 2.06/2.07. L’importante è arrivare, non importa il tempo”.

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Partiamo, salutiamo i fotografi tenendoci per mano, qualche metro e compare Davide, che ci annuncia che correrà con noi fino al traguardo, rinunciando al suo obiettivo. I primi due, tre chilometri sono stupendi, incontriamo un sacco di facce amiche che tifano per noi, Eliana che ci saluta, Taty che, mentre corre, ci lancia un grido di incoraggiamento. E’ una festa: mentre siamo al secondo km, i primi kenyani ci doppiano arrivando oltre al quinto chilometro, tutti corriamo rivolti verso di loro applaudendo ammirati.

Al quinto chilometro c’è il primo ristoro, non ho molta sete, ma Silvia si era raccomandata di bere comunque, quindi ringrazio Davide che ci anticipa per portarci l’acqua e faccio il mio dovere. Verso il settimo chilometro mi sento stanca, mi sembra di non aver fiato, controllo il Garmin e siamo intorno ai 6, è strano per i miei tempi, ma è “come da piano”, vorrei rallentare, lo dico a Fra e Davide, li invito ad andare avanti, a fare ciascuno la propria gara, ma non vogliono lasciarmi: “l’importante non è il tempo, è arrivare insieme”. Punto alla mia prima meta: so che tra il decimo e il dodicesimo chilometro ci saranno i miei due supporter speciali, Nico e Gaia, a fare il tifo per me.

Eccoli, al decimo: mi sbraccio da lontano, allungo, mi avvicino, grido a Gaia che le voglio bene, mentre sta srotolando dei cartelloni che ha preparato per me. Vorrei dire loro di seguirmi per un pezzo in bici, ma non sono sicura che sia una buona idea e comunque non avrei fiato per dirlo.

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Da questo momento la mia testa inizia a boicottarmi. Un occhio al Garmin e l’undicesimo chilometro lo chiudiamo con una media di 6.21, il dodicesimo a 6.25, il tredicesimo a 6.33. A me sembra di fare sempre più fatica di fiato, la vocina in testa mi dice che ho sbagliato tutto, che non solo non sto mantenendo il ritmo già blando dei 6 minuti/km, ma che sto facendo una specie di terrificante progressione al contrario. Ripeto a Fra e a Davide per l’ennesima volta di andare avanti, io vado sempre peggio e l’idea che loro rallentino per me mi aggiunge ansie. Chiudiamo il quattordicesimo km con un passo di 7.03. Qua mollo. Qua esplicito che “faccio schifo”; Davide mi dice “chi se ne frega”, Fra mi ricorda che l’importante è arrivare, ma io penso che ai 7 ho corso nelle prime due/tre uscite della mia vita. Intanto, ovviamente, rallento ancora. Penso a Yuri che mi dice che è e sarà una festa, penso a Silvia che mi ammonisce di non pensare ai chilometri che passano e a quelli che mancano perchè altrimenti sarà lunga, ripenso ad Alessandro che mi dice che sono pronta per la mezza, a tutti quelli che mi hanno detto un “credo in te, so che puoi farlo”, penso a Gaia che mi aspetta all’arrivo. Devo distrarmi.

“Davide, raccontami qualcosa”.
“Cosa?”
“Qualcosa. Dimmi del Passatore!”
“Eh, addirittura!”
E mi racconta come ha iniziato ad allenarsi per questa ultramaratona di 100 km in cui debutterà, con tutta la mia ammirazione, tra pochi mesi. Se non stessi correndo e con il fiato al limite, gli farei mille domande, per curiosità e per farmi distrarre ancora un po’, ma purtroppo il racconto finisce presto. Quando il Garmin mi avvisa che sto correndo a 7.20, penso che forse sarei più veloce se camminassi, mi mortifico, spingo Fra e Davide a lasciarmi: “Ti mollo solo se ti fermi”, qualche metro e inizio a camminare. Fra e Davide iniziano finalmente la loro corsa, io mi sento sollevata e felice per loro e riprendo a correre.

Passo sotto casa di un’amica, ha la finestra sul balcone aperta, so che sarebbe rimasta affacciata, grido un “Annalisaaa” a pieni polmoni e proseguo fino al ristoro del quindicesimo chilometro, bevo una bottiglietta d’acqua intera e due bicchieri di Gatorade, poi faccio un patto con me stessa: camminerò per un chilometro, fino al cartello del sedicesimo, poi ricomincerò sapendo che ne mancheranno solo cinque. Chi corre da tempo e su lunghe distanze dice che “per cinque chilometri neanche ci si cambia”. Raccolgo anche bottigliette d’acqua da terra, quelle scartate dai runner davanti, ho troppa sete, probabilmente prenderò tutte le malattie del mondo, ma devo bere. Saranno i liquidi, sarà l’indulgenza nei confronti di me stessa, ma mi sento meglio. Ormai la gara “è andata”, lo accetto, l’unico obiettivo è recuperare la medaglia dei finisher da consegnare a Gaia, che ormai mi aspetta al traguardo.

Ricomincio a correre, arriva il diciassettesimo, cammino qualche metro, ricomincio, vedo che il Garmin indica che corro a 5.40, è follia, rallento, riprendo a 6, rallento, ma mi ritrovo a 5.50, quindi il fiato sparisce del tutto, cammino di nuovo qualche metro, ricomincio a correre. Arriverò così al ventesimo chilometro, assolutamente non in grado di avere un ritmo, di regolarmi, di respirare e di far girare le gambe.

Mi sento tra gli ultimi, il ristoro del diciottesimo chilometro è vuoto, non ci sono neanche più bottiglie d’acqua, stanno sbaraccando tutti. Noi runner delle retrovie corriamo da soli, tutti molto distanti gli uni dagli altri: non rimane che sorridere ai fotografi, quale occasione migliore per essere inquadrati alla perfezione? Sarà che inizio a sorridere per le foto, sarà che lungo la strada chi fa il tifo lo fa proprio per me -“dai, che sei brava!”, “forza ragazza, manca poco!”-, sarà che ho voglia di vedere facce amiche..non mollo più. Passo nel tifo dei Podisti da Marte, qualcuno mi batte il cinque, intravedo l’Arena.

Ci siamo. Allungo l’ultimo mezzo chilometro, tornando sul mio passo a 5.40, vedo di nuovo Sara che in questa gara è comparsa ripetutamente, entro in Arena. Fisso lo sguardo sul gonfiabile del traguardo, cercherò Gaia e Nico lì vicino. Faccio girare le gambe. Sento il coach Matteo che grida “Vai Valeria!”, alzo un braccio in segno di ringraziamento e di conferma “sì, vado, cazzo, adesso vado!” e spingo gli ultimi metri. Sorrido, fotografi da tutte le parti: incredibile, aspettano anche noi lumachine. Finalmente vedo Gaia e Nico, grido loro un “Vi voglio bene”, passo il traguardo, spengo il Garmin, ma cerco facce.

Fra mi aspetta, ci abbracciamo, recuperiamo la medaglia. Avevamo sognato un arrivo al traguardo per mano, così non è stato, ma per me rimarrà la nostra prima mezza maratona, prima di una lunga serie. Poi abbraccio Yuri, Davide, un altro Davide, Valentina, Alessandro, tutti quelli che mi hanno sostenuto e pensato in questa fatica enorme. Quando mi chiedono come sia andata, dico “non bene, ho anche camminato per un chilometro”, ma per loro conta che io sia arrivata alla fine. Non sento euforia, nè sconforto: sono sollevata, è finita, potrò ricominciare da capo, con i piedi a posto e con un allenamento costante.

Il mio motivo di felicità è ricevere l’appoggio di tutti, sono gli abbracci che ricevo, i complimenti, i sorrisi, le pacche sulle spalle, gli sguardi di approvazione.

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Saluto Nico, facciamo passare Gaia al di qua delle transenne, in pista con me, mi fa rileggere bene i cartelli che mi aveva preparato, si fa premiare con la sua meritata medaglia.

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Sono felice perchè mia figlia è orgogliosa di me, è emozionata e un po’ spaesata dalla situazione, dall’Arena così grande e affollata, dal chiasso dei runner festosi e dai tifosi accalcati. In serata mi chiederà se un giorno potremo fare una gara insieme, mentre Gli Uomini faranno il tifo per noi, così poi lei potrà mettere la sua medaglia al collo di Luca; poi mi dice che però, magari, prima dovremmo allenarci qualche volta insieme prima della gara, così da diventare più veloci. Questa mattina ha voluto portare a scuola la mia sua medaglia, da far vedere ai compagni e alla maestra, mi ha chiesto di accompagnarla perchè così, magari, la maestra mi avrebbe fatto soffiare sulla candela come premio (non so di che cosa parlasse, le ho detto che l’avrei accompagnata volentieri, ma senza soffiare da nessuna parte, e che la mia festa era già stata ieri con lei).

In tutto ciò, la mia prima mezza maratona l’ho chiusa in 2.19.18, con un chilometro percorso camminando (e ancora 210 runner arrivati al traguardo dietro di me). Non so quindi, se io sia ufficialmente una mezza-maratoneta, nel dubbio, aspetto la prossima occasione per riprovarci.

Obiettivo: concluderla correndo, senza Garmin e con in testa solo una grande chiassosissima Festa.

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Verona Half Marathon, per un San Valentino di corsa

Sono in ritardo, siamo già a metà settimana e siamo già tutti proiettati verso il prossimo weekend, più che a ricordare quello scorso, ma la mia vita è un puzzle da diecimila pezzi, arrivo ad incastrare tutto, ma non è detto che lo faccia immediatamente.

E’ stato il nostro -mio e di Nico- undicesimo San Valentino, ma il primo “di corsa”.
Nella cornice di Verona In Love, programma di festa di quattro giorni dedicato agli innamorati e non, ci siamo iscritti alla Verona Half Marathon. Non essendo pronti per affrontare un’intera mezza maratona, abbiamo optato per l’opzione staffetta, il Duo Half: Nico avrebbe corso la prima frazione di 8 km e io la seconda di 13, una distanza più vicina alla mia preparazione alla Stramilano.

LUI: “Io, appena ti vedrò, griderò ‘ti amo’!”
IO:    “…”
LUI: “E tu mi dirai: ‘spicciati, chè perdiamo tempo!'”

Sabato i bambini sono andati a pranzo dai nonni e noi siamo partiti per Verona.
Purtroppo il cielo era grigio, la pioggia continua e io, da giovedì sera, avevo un piede dolorante che facevo fatica ad appoggiare: gli umori non erano alle stelle, non ero certa che avrei corso il giorno dopo.

duo half

Abbiamo ritirato pettorali e pacco gara -uno dei momenti che adoro, quello in cui si concretizza l’iscrizione, in cui si legge il proprio numero e, nella maggior parte dei casi, si entra in possesso della maglietta e iniziano le prove di outfit (se piove, se non piove, se piove e fa freddo, se piove e fa caldo, se..) -, e ci siamo concessi un giro per il centro della bellissima Verona (che, se non avessi visto Roma, direi che è la città italiana più bella in cui sia stata, prima ancora di Firenze o Venezia). Abbiamo salutato coach Matteo e alcuni Red Snakes incontrati nei pressi del palazzetto, che mi hanno ammonito in merito alla scelta di correre e ricordato di preservare il piede; abbiamo ritirato il nostro sigillo d’amore, prenotato a sorpresa da Milano, e una tavoletta omaggio di cioccolato Lild, zoppicato intorno all’arena e a Castelvecchio.

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Quasi convinta che non avrei corso, abbiamo valutato l’ipotesi di uscire a cena invece di mangiare sano in previsione della gara; alla fine abbiamo festeggiato un salutare San Valentino nel caldo inaspettato del camino della casa di Garda, acceso due giorni prima del nostro arrivo per rendere la casa agibile.

Domenica mattina il piede sembrava essere migliorato, riuscivo a camminare; la scarpa dava fastidio, ma -deciso di correre- l’ho infilata all’ultimo momento. Avrei potuto lasciar correre Romeo da solo, o peggio, impedirgli di gareggiare solo per il ritiro di Giulietta?

Rare Partners #corrieimmaginadivolare.

Ho  accompagnato Nico alla partenza e poi, con Giorgia, abbiamo aspettato l’arrivo dei nostri compagni di staffetta.

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Pettorale 478/1 in arrivo, Nico mi passa il chip e inizio i miei 13 km.

E’ stata la mia prima gara su una distanza superiore ai 10 km, non avevo molta voglia di correre e, per quanto avessi scelto consapevolmente di ignorare i fastidi del mio piede, il pensiero ogni tanto andava a lui e una vocina mi ricordava di aver già sottovalutato il dolore di una gamba e di essermi procurata una frattura alla tibia. In tutto questo, non sono riuscita a darmi un ritmo, a gestire la gara, ma mi sono fatta gestire, faticando lungo il tragitto, arrabbiandomi per le salite (va bene, non sono la Salita del Pincio, chi è allenato li chiama giusto falsopiani, ma io avevo sempre pensato che Verona fosse pianeggiante ed ero impreparata), concludendo però con un passo medio di 5’39”, passo per me molto buono. Lungo la strada, questa volta ho voluto provare ad essere io ad incoraggiare un ragazzo che ho visto iniziare a camminare con fatica (un premio alla sua maglietta “Lazy but talented”), ricordando tutte le volte in cui sconosciuti che correvano nel mio stesso percorso hanno speso una parola per spronarmi vendendomi in difficoltà. Ho incontrato anche un atleta non vedente con il suo accompagnatore: erano ad una decina di metri davanti a me e avrei voluto spendere il poco fiato per dire con ammirazione a quel ragazzo che, per me, il vincitore della gara era lui, ma la verità è che, a poco a poco, la distanza che ci separava è aumentata e non sono stata in grado di raggiungerlo.

Il percorso non mi ha entusiasmato, ma probabilmente era il mio umore (la testa, accidenti!) che mi ha fatto avvertire la fatica e godere poco del tragitto mai fatto prima; ho atteso dal primo passo l’ingresso in Arena, che ho attraversato rapidamente e da cui sono uscita incontrando Nico che tifava per me.
Il ‘ti amo!’ gliel’ho gridato io, credo che per lui sia stato inaspettato.

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All’arrivo, l’occhiata al Garmin, il pensiero di aver scampato la pioggia giusto in tempo, la soddisfazione per non aver mollato neanche stavolta e per aver raggiunto un obiettivo in più, mi hanno risollevato l’umore, come ultimamente sempre succede dopo le corse, che siano in gara o in allenamento.

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Abbiamo salutato gli amici incontrati, moltissimi i milanesi in trasferta, gruppi e amici sparsi, e pranzato con Francesco e il suo compare di gare, direttamente da Abano: “la corsa unisce” e questa occasione, per la prima volta, mi ha fatto provare un senso di appartenenza a..boh, alla categoria dei runner?

Da domenica sera non riesco a camminare bene, lunedì sono state escluse fratture e oggi ho incontrato il mio ortofigo che ha confermato una tendinite che, con riposo, ghiaccio etc etc etc e adeguato cambio scarpe e solette, si dovrebbe risolvere in tempi brevi.

Questa volta mi prenderò cura del mio piede, prima che il dolore diventi infortunio serio e comprometta la preparazione in corso e, più ancora, la partecipazione alla Stramilano (non mi sono ancora formalmente iscritta, non riesco a smettere di pensarci), quindi starò ferma finchè non avrò più dolore (ecco, l’ho detto, nero su bianco).
La coscienza e la ragione lo sanno; razionalmente mi ripeto che è giusto così, che in certi casi “il riposo è allenamento”, che fare altrimenti sarebbe controproducente, ma le gambe scalpitano e il cuore è in agitazione. Non ho ancora imparato -e non so se riuscirò mai a farlo, nella corsa e nella vita- ad accettare l’infortunio come parte dell’allenamento, l’imprevisto come qualcosa che si può gestire, e men che meno a trasformare gli intoppi e i fuoriprogramma come occasioni da cui trarre qualcosa di positivo.
Ad ogni modo, spero di poter ricominciare nel giro di una settimana: fortunatamente saranno giornate estremamente impegnative, il secondo compleanno di LucAttila è in arrivo e avrò tempo di dedicarmi alla preparazione dei festeggiamenti!
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We Run Rome: attesa, preparazione e (dis)organizzazione

Terminati i festeggiamenti per il gran compleanno, pur volendomi concentrare sul Natale imminente, inevitabilmente corro avanti verso la We Run Rome. Tra quindici giorni esatti.
Q U I N D I C I.  15.

we run rome iscrizione

Ho già iniziato a non dormirci alcune settimane fa, a rimuginarci su, a immaginarmi come possa essere la città, la gara, la mia corsa, il mio stato d’animo, l’affrontare il tutto da sola.

Pur avendo origini romane da parte di nonna paterna, a Roma non sono mai stata (un minuto di vergogna). Al momento dell’iscrizione mi sono fatta prendere dal fascino della Città Eterna mai visitata, dagli echi storici, dal percorso “più suggestivo del mondo”, dimenticandomi completamente dei miei cinque anni di liceo classico, dei tre di lettere antiche, della laurea in letteratura latina, di Enea, Ascanio, di Romolo e Remo, della Lupa e dei sette maledettissimi colli su cui Roma è fondata.
Solo ieri sera, le battute sui sampietrini e sul percorso scosceso che sentivo da tempo si sono fatte concrete e mi si è palesato il vero Nemico.

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Io non so se è proprio amore (faccio ancora confusione)

Ci siamo, dicembre è alle porte e quest’anno sarà più impegnativo che mai.

Tra meno di dieci giorni sarà il mio compleanno, non uno qualunque, ma quello della cifra tonda, del cambio di decade, della fine degli sconti ai musei anche su presentazione del vecchio tesserino universitario, dell’inaccessibilità delle promozioni delle compagnie telefoniche dedicate ai ragazzi e giovani fino a..
Sarà il compleanno dei TRENTA e per il mio trentesimo anno di vita ho in mente grandi cose: se anagraficamente accuso il colpo, mai prima d’ora mi sono sentita così energica, attiva, con la voglia e la possibilità di dedicarmi a diversi progetti.

Un passo alla volta, cominciando dalle scarpe giuste, da una giacca antivento-antipioggia-traspirante-catarifrangente regalo di compleanno anticipato e dal mio Ortopedico o, come l’ha chiamato una mia amica, Ortofigo (e già qua..). Bene, dopo averlo tempestato di e-mail per due mesi, e dopo aver sognato ripetutamente nell’ultima settimana suoi rimproveri, visite annullate, referti senza speranza, stasera c’è stato il verdetto, anzi, si è accesa una piccola luce di speranza. Tralasciando la sindrome della BIT (bilateralmente) e risonanze magnetiche per verificare lo stato dell’esito della frattura di agosto, l’Ortofigo si è lasciato sfuggire -caro dottore, scripta manent e io continuo a rileggere il referto post-visita- che mi è concessa la ripresa.

Mentre il mio sorriso di allargava a dismisura, il dottore si è sentito in dovere di aggiungere, in più momenti:

Categorie: Sport

Paura? Via, di corsa!

Ma tu non hai paura a correre all’alba?
No. Anzi, sì.
Non è meglio la sera?
No. Anzi, non c’è un “meglio”.

La verità è che Irene stava correndo lungo il Naviglio in pieno giorno, quando tre, forse quattro, bastardi l’hanno aggredita appena si è fermata a bere ad una fontanella.

La verità è che tutte noi corriamo in luoghi e momenti diversi, ma le molestie che subiamo sono le stesse. “Molestie”, sì, perché i commenti di cattivo gusto, gli apprezzamenti bisbigliati, gli sguardi viscidi, gli inviti non richiesti sono molesti; sono inopportuni, ci importunano.

Le molestie non risparmiano nessuna, in questo caso non c’è discriminazione: colpiscono le donne belle, le donne carine, quelle meno belle; quelle magre, quelle in carne, alte, basse, vestite con abbigliamento tecnico o con tute da casa, in bra sportivi o felpe ingombranti, le ragazzine come le donne meno giovani.

Quando esco per andare a correre o ad allenarmi, che ci sia luce o buio,

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Ottobre e novembre, tra regali e dolori

“Ma tu, in che giorno posti sul blog?”
“Boh, quando ho qualcosa da dire!”

Forse non è il modo corretto per tenere un blog che abbia un discreto seguito, ma per me funziona così, l’avevo premesso. Le giornate sono sempre di ventiquattro ore, le cose da fare invece si moltiplicano.

Anche per questo, mancano dieci giorni alla fine di ottobre, novembre incombe e ancora non ho messo a fuoco il mio mese. Gli obiettivi di settembre sono stati centrati in pieno, con routine nuovamente consolidate e positività ai massimi storici.

Ad ottobre mi sono fatta un grande regalo: un nuovo lavoro, con un nuovo team compatto e produttivo, in una start-up!
Ho salutato la solida agenzia per il lavoro che mi ha fatto da casa per alcuni anni, le colleghe con cui ci si è ripromesse di rimanere in contatto, e ho accettato la sfida di provare a cambiare un pezzettino del mondo in cui viviamo, cominciando dall’inserimento dei disabili in contesti lavorativi.

Categorie: Il (mio) mondo del lavoro, Sport

Corsa della Speranza 2014

In settimana ho scritto una mail al mio ortopedico. Gli ho confessato che “mio malgrado(!) ho dovuto correre 5+10 km a Parigi”, l’ho implorato di “non sgridarmi troppo duramente” e gli ho chiesto se, con qualche settimana di anticipo, alla luce della buona reazione della mia tibia, potessi riprendere ad allenarmi “senza esagerare”.

Con molta eleganza e soltanto due punti esclamativi a sottolineare che non era proprio il caso che corressi, dopo cinque settimane di immobilità, 15 km in due giorni, mi ha dato il via libera e mi ha augurato buone corse, naturalmente raccomandandosi di non strafare e prospettandomi i rischi di un secondo sovraccarico.

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10KM Paris Centre: prima, durante, dopo.

Eccezionale, pazzesco, incredibile, troppo, oltre ogni immaginazione, surreale, meraviglioso: credo siano stati gli aggettivi più utilizzati durante questo weekend.

Le Dynamo Girls incontrano la crew Fast and Furious a Linate: cinque ragazze Nike al gate AirFrance vedono arrivare altre cinque ragazze innegabilmente Nike, impossibile non riconoscersi. Breve presentazione dell’altra crew: un team di amiche e atlete vere, di quelle che corrono sul serio -per tempi e distanze-, ma che si aspettano, si motivano, si incoraggiano; simpaticissime, casiniste, alla mano, che non te le mandano certo a dire da qualcun altro e, più di tutto, donne con le palle e un gran carattere. E’ stato subito gruppo.

we run paris nike crew

Arrivate a Parigi scopriamo per cenni il programma della giornata: nel pomeriggio ci aspetta una 5KM di riscaldamento; i tempi, tra spostamenti, check-in, ritrovo, sono strettissimi, il pranzo è al volo. L’euforia inizia a salire alle stelle, accompagnata dalla concitazione dei ritmi generali.

Categorie: Amicizia, Sport