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Salomon Running 2017: 25 km e 23 piani di scale

In una mail di 12 giorni fa al mio coach -che, poverino, ultimamente ha a che fare con una squilibrata-, nel picco della demoralizzazione e sconforto, scrivevo: “Continuo a dirmi che non voglio fare la Salomon, che mi fa schifo, che odio i trail e le salite e che quei 23 piani di gradini mi fracasseranno, che correre a Milano è orribile, che la gara parte alle 10 e morirò di caldo etc… ma la Salomon la farò, non fosse altro perchè, magari, facendo qualcosa che la mia testa non vuole fare, allenerò anche lei.”. Pieno delirio, insomma.

Sono due settimane che non riesco a correre come dovrei, come vorrei, come ho per altro sempre fatto fino, appunto, a 15 giorni fa. Mi sono chiesta più volte, con rabbia o demotivazione o sconforto o sogni di domeniche sul divano, perchè mai mi fossi iscritta alla Salomon Running, dopodichè, pur non avendo trovato in me risposte attualmente soddisfacenti, ho fatto un patto e definito le basi per affrontarla nelle condizioni in cui sto adesso.

La Salomon Running è un city trail su tre distanze: quella scelta da me è la gara Hard, 25 km con scalata della Torre Isozaki, ovvero 23 piani di scale a salire e altrettanti a scendere.

Obiettivi della giornata: correre la gara, con calma, lentamente, puntando a finirla senza troppe soste; sorridere ai fotografi e, se possibile, correre in gruppo; piazzare i bambini da qualche parte affidare i figli ai nonni e partecipare al pre e al post-corsa con gli Urban Runners, per stare insieme dopo tanto tempo. Nico avrebbe corso con me, con l’opzione di staccarsi per gestire la propria gara in qualunque momento avesse voluto o dovuto.

All’arrivo in Arena prima della corsa, Nico ed io attraversiamo il prato bagnato e fangoso per le piogge degli ultimi due giorni cercando di entrare nell’ottica della gara che non sarà del tutto su asfalto; non mi vedo, ma sento di avere una faccia da interrogazione a sorpresa senza aver studiato, per fortuna ci pensano gli Urban Runners a darmi un po’ di carica. Si scherza, chiedo di tenermi un posto a tavola, ci si spalma di cremine (opto per quella per ginocchia, che me le ghiaccerà all’ottavo km e me le renderà bollenti dal 20esimo in poi). Margherita mi regala un portafortuna, che porto con me fino alla fine e che mi accompagnerà ancora a lungo da oggi in poi: correrò con lei, correrò per lei.

Siamo in tanti: i primi a partire sono quelli della 15 km, poi tocca a noi. Nel frattempo incontro Elena ed Erica, le due mamme del gruppo Running4mommies con cui sono partita anche alla Sarnico Lovere; in griglia mi guardo intorno e finalmente compare anche Francesca, Urban Runner, Runlover e compagna di Martesana, pause pranzo e chiacchiere. Nico a fianco. Lo sparo, si parte. Ci si ferma, si riparte; un po’ ad imbuto usciamo dall’Arena e dal Parco Sempione. 

Passo tranquillo, non guardo il Garmin, ma voglio correre a sensazione, lentamente -come mi ero detta- per arrivare alla fine, e sento che più o meno ci sono: tra i 6 e i 6’15″/km. Le gambe vorrebbero andare oggi, ma non mi faccio fregare: negli ultimi allenamenti il cuore non si è allineato alle gambe e sono scoppiata, oggi è lunga, è la testa che deve guidare. Inizio a chiacchierare e i primi km passano abbastanza veloci: mi dicono che siamo anche passati dentro Palazzo Marino, io ricordo solo che Francesca ha detto un “ah sì, eccolo lì”, ma non ricordo altro: chissà su che argomento ero concentrata. Giro in centro e torniamo nei pressi del Castello: attraversiamo il fossato, noi entriamo quando il gruppone Urban Runners sta già uscendo, ci chiamiamo e salutiamo. All’uscita, purtroppo, dopo circa 5 km insieme, Francesca mi dice di andare al mio passo e, dopo un momento di titubanza, proseguo con Nico. 

Chiacchieriamo meno, il ritmo è leggermente aumentato, quando vedo il passo sui 5’45” rallento e cerco di controllarmi: arriviamo quasi senza accorgercene al decimo km. Bevo a tutti i ristori, cammino per il tempo necessario a bere un paio di bicchieri d’acqua, e riparto; saluto e ringrazio chi ci incita, chi chiude le strade, chi ci dà indicazioni; dirò poi ridendo a Yuri che, in questo, mi sono sentita un po’ lui.

Non ricordo bene a che punto corrispondessero i chilometri, correvo e basta, sapevo che passati i primi 10, avrei puntato ai 15, poi ai 18 dove, più o meno, avrei trovato la Torre, e poi alla fine. Ricordo bene però i passaggi della Montagnetta, le salite che ho percorso a passo svelto ma camminando, troppo ripide e troppo fangose da correre, le discese in cui invece mi sono lanciata agilissima (promemoria: devo trovare una gara da correre tutta in discesa), ricordo quando ho incontrato Elena, partita veloce con Erica, e lo scambio di incoraggiamenti, ricordo la salita -agile, contro ogni aspettativa- sul cono elicoidale del Portello, le scale della Fiera e lo spuntare di una vescica enorme sulla pianta del piede destro. Ricordo Nico che indica Casa Milan, una nonnina in sedia a rotelle che ci applaude e incoraggia a cui io dico passando “Signora, lei è una grande!” e che mi ringrazia a sua volta, ricordo le voci di chi ci grida “Forza Urban”, a cui rispondo con sorriso di orgoglio e gratitudine “Evviva gli Urban!”, ricordo il passaggio nella buca del golf, che nemmeno sapevo cosa fosse, e l’emozione dell’avvicinamento alla torre Allianz.

Non so che cosa aspettarmi, però trovo positivo che siamo già intorno al ventesimo km -me l’aspettavo tra il 15esimo e il 18esimo, facendo una media tra quello che amici mi avevano detto-: l’entrata sul tappeto blu è emozionante, sembra di essere a Gardaland in qualche tunnel prima di un’attrazione spaziale, e poi i gradini. Sto bene attenta a non commettere l’errore di farli sulle punte dei piedi, chè già i polpacci, per quanto ahimè grossi, sono il mio punto debole: Nico ed io saliamo cauti ma agili, superiamo una ventina di persone, arriviamo in alto, diamo una rapida occhiata al panorama e scendiamo. Niente, in discesa -anche sui gradini- me la cavo bene. Incontriamo il gruppone Urban che nel fossato del Castello ci aveva preceduto, ma preferiamo procedere al nostro passo. Appena scesi, dopo pochi metri, Nico ha un crampo ad una gamba, mi dice di andare, si ferma un attimo e ripartirà. Io continuo, però mi sento in colpa: per tutta la gara ha seguito il mio passo, per lui troppo lento, per accompagnarmi e ora che è in difficoltà lui io continuo la mia corsa? Penso che sia amore, penso anche che, al contrario, accadrebbe la stessa cosa perchè io vorrei che lui proseguisse; e poi penso che mi raggiungerà. Mi giro un paio di volte per guardarmi indietro e ad un certo punto lo vedo comparire qualche centinaio di metri alle mie spalle: bene, so che mi riprenderà e finiremo insieme. Nel frattempo incontro Paola, scambio due chiacchiere anche con lei e, quando Nico mi affianca, ripartiamo per i due km che ci separano dal traguardo. 

Le gambe a questo punto vanno, io mi sento benissimo, penso che non solo ce l’ho fatta -cosa che penso dal 17esimo km- ma che è anche già praticamente finita! Vediamo l’Arena, un mezzo giro esterno, l’ingresso. E’ finita.

No, non ancora: l’emozione più grande è adesso: quanti saranno quegli Urban Runners, i veloci della 25 km insieme a quelli che hanno concluso la 15 km e la 9.9 km, lì in curva a tifare per noi? Sento praticamente un boato, riconosco troppe facce, ci incoraggiano, ci danno il cinque, a me vengono le lacrime agli occhi e un groppo in gola. Mi carico come una molla e l’ultimo mezzo giro di pista è velocissimo: “Nico, mi sa che forse ho sprintato un po’ troppo” [Garmin mi darà gli ultimi 500 metri a 4’58”].

Arriviamo per mano, sorrisi a non finire.

   

Dietro di noi, ad un paio di minuti, ecco arrivare anche il gruppone Urban Runners. Vedrò poi Francesca ed Elena. Iniziamo a festeggiare, si stappa anche una bottiglia. Prima di andare a pranzo, aspettiamo in Arena l’arrivo di Constantin e lo scortiamo  mentre taglia il traguardo della sua incredibile 25 km con Torre Isozaki. I momenti di commozione per me continuano.

 

In conclusione, ho mantenuto un passo lento, tranquillo, quello che fino a 15 giorni fa avrei detto troppo lento, ma sono arrivata e arrivata felice, sana, senza dolori e sorridente. Oggi gli amici Urban Runners mi fanno notare che Il Giorno ha scelto una foto di me e Nico per l’articolo sulla Salomon: siamo sulla scala che precede l’ingresso alla Torre Allianz, abbiamo percorso circa 20 km e stiamo per affrontare 23 piani di scale in salita. Sorridiamo, anzi, ci stiamo proprio divertendo. 

Stamattina ho riscritto una mail al coach, raccontandogli sommariamente della gara di ieri: non è ancora giunta l’ora di darmi agli scacchi, qua si continuerà ad allungare le distanze!

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Tra Milano e Roma, io finisco in Veneto: la mia improvvisa Rovigo Half Marathon 2017

2 aprile, giorno di maratone: corrono tutti, divisi tra Milano e Roma, la maggior parte sulla distanza regina, un buon gruppo in staffette solidali. Io no. 
Io, per vicissitudini varie, finisco in Veneto da papà, iscritta quasi all’ultimo momento alla mezza maratona di Rovigo (in programma ci sarebbe stata la maratonina dei Dogi, ma si terrà il prossimo weekend, e io sarò impegnata alla prima Stramamete di Gaia, la corsetta-passeggiata della sua scuola elementare).

Rovigo Half Marathon: gara Fidal, tracciata TDS, scoperta per caso su internet, con pagine Facebook e Instagram poco gestite, informazioni invece discrete sul sito; siamo alla terza edizione, numero di iscritti alla mezza circa 850, di più quelli della 10k, a cui si aggiungono i partecipanti alla stracittadina di 3,5 km.
Il mio primo pensiero è circa il percorso e il dislivello, ma un’amica mi conferma che la città è pianeggiante, e così ribadiscono su runningforum. Il secondo pensiero, scherzosamente, è: con questi iscritti, io arriverò ultima. Il terzo pensiero è: speriamo che non faccia il caldo che c’era l’anno scorso a Padova.

Venerdì sera andiamo da mio papà, con i bambini felici di poter andare a casa del nonno lontano e di giocare nella sua soffitta: passiamo il sabato ad un parchetto all’aperto (no, io non rinuncio alla mia oretta e mezza di sonno pomeridiano) e poi, sul tardo pomeriggio, andiamo a Rovigo per calcolare tempi e distanze e ritirare il pettorale.
Scoperto che impieghiamo circa un’ora di auto e che la città è piccolina, ritiro senza problemi il ricco pacco gara (maglietta tecnica, un pacco di pasta, uno di riso, una bottiglia di passata di pomodoro, due lattine di aranciata amara, una bottiglietta di tè freddo, una barretta…) e riusciamo ad iscrivere Gaia e Luca con nonno e papà alla stracittadina.

Siamo tutti contenti, io perchè penso che così occuperanno un po’ il tempo prima del mio arrivo, i bambini -Gaia soprattutto- perchè è la loro prima iscrizione ufficiale con tanto di maglia tecnica, Nico e il nonno perchè si starà insieme e potranno visitare la città.

Domenica mattina le previsioni non si smentiscono e, con mia grande gioia, più ci avviciniamo a Rovigo, più il cielo si rannuvola. Arriviamo in zona partenza con circa mezz’ora di anticipo, un gran vento freddo, un po’ di gente che fa riscaldamento. E io, guardandoli, penso che sì, arriverò ultima. Ci sono maglie “ufficiali” di tre colori: blu per la mezza maratona, verde per la 10k e azzurra per la stracittadina. La griglia è una unica: lo speaker dà indicazioni sull’ordine di partenza, ma in realtà è un gran mucchio di maglie miste. Questa volta, immaginando la situazione e considerando il numero di iscritti sulla 21k, parto piuttosto davanti (avrò circa 15 secondi di real time).

Se la musica e la presentazione dei top runner in griglia fa ben sperare, la partenza è fiacca: non viene annunciata, si sente uno sparo che assomiglia ad un palloncino che scoppia, un mormorio generale e il fiume che inizia a scorrere. Il Garmin improvvisamente mi avvisa che è passato il primo km: non solo è troppo presto, ci sarà un errore, avrà perso il segnale, ma risulta anche troppo veloce. Decido di controllare e dopo pochissimo suona il secondo km, e poi il terzo: ho quasi il dubbio di aver impostato per errore -è nuovo, ha 15 giorni di vita ed è la prima volta che lo uso in gara- dei lap diversi dal km, quando il cartello del quarto compare mentre l’orologio vibra di nuovo.

Cavolo, in Sardegna i km non passano mai, a Rovigo volano! Primo ristoro: bottigliette d’acqua per tutti, bevo e riparto. Al settimo km mi rendo conto che non riesco a rallentare e che sto ripetendo il solito maledetto errore, lo stesso commesso a Roma: sono troppo veloce rispetto al mio passo, rischio di scoppiare. Poco più avanti di me c’è un runner non giovanissimo -diciamo così- che sembra avere un passo costante: 

-A quanto la fai?
-Mah, 5’30”
-Ah, provo a seguirti per un pezzo, va bene?

Scopro che lui è di Rovigo, abita a 200 metri dalla partenza; gli dico che io invece abito oltre 200 km, che sono in Veneto da mio papà, che è la prima volta che vengo a Rovigo. Lo avviso allo scadere dei km perchè scopro anche che corre con un normale cronometro che non gli dà esattamente il passo: lo calcola man mano per assestarsi. E’ lì che, dopo un paio di km, preferisco affidarmi di nuovo a me stessa -dopo aver osservato che di voglia e fiato per chiacchierare ne ho parecchi.
Km 9: prendo il mio GU. 
Km 10: bottigliette d’acqua, anche stavolta ce n’è per tutti in abbondanza. Qua gli ultimi non restano a bocca asciutta.

Nel frattempo il cielo è più che nuvolo e il vento è decisamente forte e freddo e, soprattutto, non capisco come mai, in un senso o nell’altro, il vento sia sempre contrario e mai a favore. Sto andando bene, continuo a pensare di essere troppo rapida e spero di non cedere più avanti. Il tifo è scarso, anzi, direi nullo: intorno al dodicesimo, o forse un po’ prima, una signora anziana per strada si sbraccia felice al grido di “Bravi! Brava! Che bello, quanti! Sembra di essere a Roma!”, rido e passando faccio io il tifo per lei, ringraziandola e complimentandomi.

Nel frattempo arrivano anche il km 13, il 14 e anche il 15. E’ qua che mi trovo davanti la biondina dalla maglia inconfondibile -con un’enorme scritta verticale che avevo letto bene- che al secondo chilometro mi ha tagliato la strada accelerando e sbuffando… e improvvisamente me la ritrovo dietro. 
Un altro ristoro, l’ultimo, e si riparte. Km 17, km 18: guardo il tempo totale, so che ad essere qui in 1:41 la gara andrà bene, vedo che ci sono in 1:39 e inizio a crederci. Se fino a quel momento la gara, dal ritiro del pettorale, alla struttura del percorso, al paesaggio, mi ha ricordato la Cremona Half Marathon, adesso penso a Jesolo e a Pisa: le gambe girano sulla ciclabile, davanti a me nessuno, dietro nemmeno, io sto bene e inizio a vedere il traguardo.

Km 19: si rientra in città: la media è la stessa della gara di Pisa, potrei chiudere in 1:56. 
Km 20: mi lascio alle spalle anche le due ragazze vicine a me in partenza e scomparse rapide all’orizzonte.

Ci sono, posso chiudere in 1:56 e rotti, oppure accelerare leggermente e provare a fare di meglio. Sto bene, da una parte lo sforzo in più mi richiederebbe una fatica che non ho molta voglia di provare, dall’altra so che se non avrò dato il massimo in quell’ultimo km e un pezzo, se dovessi mancare il personale per una manciata di secondi, lo rimpiangerei infinitamente.

E allora spingo. Mi chiedo che cosa farà Nico con i bambini: gli ho chiesto di farli correre con me al traguardo se arrivassi tra l’1:56 e l’1:58, ma non se fossi in odor di personale o al limite sotto le due ore. Ci siamo, vedo in lontananza la curva del 21esimo ed eccoli lì, Gaia e Nico e poco più avanti mio papà e Luca: mi chiamano, li saluto felice, do il cinque a mio papà (vorrei darlo a Luca, ma ha la mano al contrario, accidenti!!), mi precipito sugli ultimi 97 metri.

E’ lì, davanti a me, il tappeto blu che mi porta al traguardo. Spingo più che posso, non guardo l’orologio, non vedo il tempo sul tabellone. Vedo che sorpasso una manciata di runner affaticati, io sto benissimo, ci sono, qualcuno nella folla a destra mi incita, arrivo

Davanti a me trovo facce anonime, sorridono ma non gioiscono con me. Accidenti, gente, è il mio miglior tempo di sempre: glielo dico, abbozzano, cerco la brillantezza dei romani alla Roma Ostia, un po’ di entusiasmo, o almeno il fotografo. Sì, lui sì, deve aver percepito che per me è più che un traguardo. 
Tempo ufficiale: 1:55:17. 

  

Il pensiero torna ai maratoneti di Milano e Roma, loro stanno ancora correndo: mi mancano gli Urban Runners al traguardo, festeggio felicissima, ma sento che manca un pezzettino. Me la sono goduta, non sono affaticata, non so come sia stato possibile, non mi sento in forma come lo ero a Pisa, non ho avuto una tabella così pesante, non mi sento così allenata, ho qualche kg di più, eppure… Festeggio, festeggio alla grande: mio papà assiste per la prima volta dal vivo all’euforia di una gara andata bene, non parlo d’altro, voglio sapere anche come l’hanno vissuta loro da spettatori in attesa, voglio riviverla, ricordare i momenti.

E poi voglio la ricompensa e andiamo tutti al ristorante!

Rovigo Half Marathon, CON LE GAMBE E CON IL CUORE (dice il payoff).
Proprio così.

La prossima? La prossima è a breve, sarà una gara nuova, che non conosco, una gara da godermi tutta, che mi porterà a vedere se c’è qualcosa oltre i 21 km.

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Cremona Half Marathon: da sola, in coppia, in tre.

Questa volta non sarò io a parlare di me e di questa Maratonina di Cremona o Cremona Half Marathon, gara in calendario da prima dell’estate e scoperta su Instagram, a cui sono arrivata dopo un mese e mezzo di enormi difficoltà con la corsa (vedi: battiti altissimi, tabella rivista, lunghi non portati a termine, velocità da principiante..), e che ho deciso di correre come allenamento e non da sola: ho regalato a Nico l’iscrizione alla gara per il suo compleanno, e sarà lui -qua seduto vicino a me- a raccontare questa Cremona Half Marathon dal suo punto di vista.

cremona half marathon, ritiro pettorali

V: Dai, comincia da dove vuoi e come vuoi.

N:E’ stata la gara delle sorprese, fino a 15 giorni fa non sapevo neanche che ti avrei accompagnato, non avevamo un piano su come avremmo gestito la corsa, e soprattutto non ci saremmo mai immaginati che sarebbe finita così. L’inizio della giornata fila come da abitudine, con la preparazione, pettorale, colazione..

V: Vuoi intenzionalmente tralasciare la cena dell’atleta di sabato sera?


N: Ahahah, è vero! Ci siamo concessi volutamente cose che prima di una corsa i veri runner non si concedono, proprio a dimostrazione di come volessimo vivere questa corsa alla leggera, con l’unico obiettivo di allenarci e portarla a termine: patatine curcuma e cocco + salame di cioccolato, ecco la nostra cena. [Ora fate come se non aveste mai letto]. Dicevo, stamattina ci dirigiamo alla partenza e fino a quel momento cerco di distrarti perchè vedo in te un po’ di agitazione; ad esempio, ti parlo di cagate, quando mi fermo di fronte alla Papaya Pura di quell’erboristeria in centro, lo faccio per te, ma dalla tua reazione capisco che tu abbia voglia di rimanere concentrata. 

cremona half marathon, partenza

Si parte; non so bene se tu voglia parlare, ascoltarmi o cosa -so che da un auricolare questa volta ascolterai la musica-, ma nel dubbio ogni tanto butto lo stesso là qualche osservazione idiota.

V: Ah sì? Non me ne sono neanche accorta. Solo una cosa, già che ci siamo: se scegli di assumerti il compito di avvistare i fotografi perchè io corro senza occhiali, dovresti anche indicarmi la loro posizione precisa. Tipo, la prossima volta potresti provare a sostituire il “Fotografo!” con “Fotografo sulla destra a 50 metri” o “Fotografo sul panettone lato strada sinistro” etc..qualcuno comunque credo proprio che l’abbiamo beccato. Ecco, dicevi..?

cremoha half marathon primi km

N: Mi accorgo nei primi chilometri che probabilmente non avrai bisogno nè di essere distratta nè di essere guidata in qualche modo, ho capito subito che saresti andata tranquilla: respiravi bene, eri concentrata.. Ero attento ai tuoi gesti: spiegami solo perchè quando dicevi “troppo veloce!” o mi facevi il gesto “rallentiamo”, poi io rallentavo e tu andavi avanti!

V: Ahahah boh, però sì, forse è andata così.

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N: Al quarto km succede una cosa di cui tu non ti accorgi: Rudy mi tocca una spalla, resto un passo indietro, ci salutiamo e si raccomanda di non avvisarti della sua presenza, lui ci avrebbe seguito. Io mi riaffianco a te e procediamo. Verso il nono km tu prendi il tuo gel e poi senti una presenza..

V: No, aspetta, questa la racconto io. Vedo con la coda dell’occhio, ma soprattutto sento i passi di una tizia che corre letteralmente attaccata a me, mi sposto, ma niente, questa mi segue, mi tallona. Penso che tra runner si dice, scherzando, che “quando sei in difficoltà devi puntare alla culona e attaccarti a lei” (della serie, se lei ce la fa, ce la faccio anche io): ecco, ho pensato che in quel momento la tizia avesse scelto me come la sua culona!! Ho detto ad alta voce un “Cazzo, c’è questa che mi sta attaccata, che ansia!!” e un pochino si è spostata. Carino aver scoperto a metà gara che non fosse una lei, ma Rudy!

N: Siamo al ristoro del km 10 quando Rudy si palesa e ti dice che stai andando alla grande, che adesso starà lui avanti un passo e così continuiamo in tre. A questo punto arriviamo abbastanza velocemente a due terzi di gara e non ricordo se fosse a quel punto, o se addirittura prima, tu mi dici “Nico, stiamo andando benissimo!”: mi sorprendo un po’ perchè non mi aspettavo questa tua esternazione, nè così presto, dall’altra parte era evidente che fosse così. Iniziamo quindi la parte che più tardi scopriremo che per entrambi è stata la più difficoltosa: la lunghissima Via del Bosco, con tragitto a U, in cui si vedevano i runner tornare indietro ma non si capiva dove fosse la svolta, il ricciolo, come l’ha chiamato Rudy. Mi ricordo che subito dopo il ricciolo ti ho dato indicazioni precise sul fotografo: è stato un bel momento, abbiamo provato a fare una foto a tre divertente, che sicuramente non sarà venuta, ma divertente.

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V: Sì, ho persino sprecato fiato per dire “Questo gesto atletico mi costerà almeno 20 secondi!”. Tra l’altro iniziavo ad accusare pesantezza alle gambe, ma la vocina motivata ha detto a quella cattiva “Di fiato stai benissimo, concentrati su quello, chè se quello c’è, è fatta!”; la vocina cattiva poi ci ha riprovato più tardi con un subdolo “Huber sarebbe fiero di te”, ma quella buona non si è fatta fregare e ha prontamente risposto “me ne frego di Huber, io sono qua per me e sono l’unica che ha il diritto di essere fiera o meno di me stessa!”.

N: Brava!! Stavolta la testa ha lavorato bene finalmente!! ..Tra l’altro, una cosa che mi è piaciuta è che mi è sembrata una gara molto partecipata, anche quando intorno al 18esimo ci siamo riavvicinati alla città.

V: No, a me è piaciuta la partenza e la carica delle persone, ma per il resto non ho vissuto grande tifo.

N:Ah ok. Dicevo..?

V: Diciottesimo.

N: Ecco: se fino a quel momento ti vedevo tranquilla, da quel momento ho avvertito la tua fatica. Di nuovo è accaduto che tu mi dicessi di rallentare, anche se poi, di nuovo, facevi rallentare solo me e continuavi al tuo passo.
Finalmente si rientra in città, attraversiamo strade molto belle e con molta partecipazione: mi ricordo un vecchietto che ci incitava, dicendoci che ormai era finita, di continuare così. “Sì, ok, è finita”: in realtà mancano gli ultimi 500 metri almeno, di cui un buon pezzo in lieve salita e con ciottolato. Tu continui in salita, mangiandoti alcuni runner che arrancano, si vede il gonfiabile del traguardo. La prima cosa che faccio è dare un occhio al tempo: so, dal 15esimo, che i pacer delle 2 ore non sono molto più avanti di noi e che, quindi, non siamo troppo distanti da quel tempo. A quel punto, con Rudy, ti diciamo “Guarda il tempo!”

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V: Sì, a 150 metri io che cosa potevo vedere senza occhiali?!! Comunque avevo fatto un paio di calcoli quando al 19esimo ho iniziato a sentire le gambe a pezzi e mi sono detta che non avrei potuto mollare proprio oggi, così vicina al risultato.

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N: Sta di fatto che spingi e facciamo tutti e tre insieme un bello sprint finale! Vedo anche il fotografo, credo che ci abbia ripreso molto bene.

V: Ecco, a quel punto io il fotografo l’ho mancato, non so neanche dove guardassi, ma il sorriso c’era!

N:Il sorriso c’era, il finale è stato bello, tu eri raggiante: era un traguardo che inseguivi da tempo e, soprattutto, assolutamente inaspettato, non previsto e non cercato proprio oggi!

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Proprio così: tempo ufficiale 1:59:35.
Personal best.
Sotto le due ore.
Evviva.

Il giorno prima ho portato Gaia a tagliare i capelli: mentre aspettavamo il suo turno, abbiamo preso, tra le riviste a disposizione, il Libro delle Risposte. Ho iniziato io con la prima domanda a caso: “Come andrà la gara di domani?” e il libro, aperto in un punto qualunque, mi ha risposto “Non dimenticare di divertirti”. Forse il segreto è questo.

Un grazie gigante a Nico e Rudy, per esserci stati e per aver creduto che potessimo arrivare a quel traguardo, ma soprattutto per aver lasciato fare a me, per non avermi tirato o frenato, per la presenza discreta, per l’aver festeggiato insieme. Al traguardo non c’era nessuno ad aspettarci questa volta, al traguardo siamo arrivati in tre tutti insieme: la corsa è uno sport di squadra!..E il mio sorriso quasi non stava nelle foto!

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Lierac Beauty Run, buona la prima!

Mettiamo insieme un pacco gara strepitoso, una corsa per sole donne -chè, si sa, le donne insieme sono una potenza-, la possibilità di scegliere una 5 o 10 km eventualmente anche competitiva, un obiettivo di beneficenza in favore della Fondazione Veronesi -progetto Pink is good per la lotta al tumore al seno-, un percorso serale con partenza e arrivo all’Arena civica, il coinvolgimento degli Urban Runners e di tanti amici, ed ecco che viene fuori la prima edizione della Lierac Beauty Run. Per me, un vero successo.

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Con il caldo estivo milanese delle ultime settimane, le mie uscite tardo pomeridiane sono state un disastro: anche con Fra, provando a correre 10 km tranquilli di chiacchiere, ci siamo arrese a 8, con gli ultimi 4 a singhiozzo. I miei battiti a mille, neanche fossi in ripetuta, gambe pesanti, affanno.. l’unica soluzione è stata ricominciare a correre all’alba. Del resto, l’ho fatto per tutto l’inverno, non si capisce perchè proprio ora dovessi decidere di cambiare orario.

Inizialmente la Lierac Beauty Run sarebbe dovuta essere la mia gara di prova sui 10km, ma poi, proprio per le temperature torride, ho deciso di prenderla come una corsa tra amiche, per divertirmi e chiacchierare. A dire il vero, nei due giorni precedenti la gara, la voglia era calata del tutto, quando ecco che la mattina stessa Gaia, dopo colazione, chiede “Ma quindi stasera, corri all’Arena?”. Luca le fa eco con “Sì, stasera corriamo di notte!”, e avanti con un botta e risposta “Che bella l’Arena con il buio”, “Noi vinciamo con te” e via dicendo.

Ok, bambini, corriamo la Lierac Beauty Run. 
Abbiamo ritirato il ricchissimo pacco gara insieme al mattino e, contestualmente, fatto prove tecniche di sprint al traguardo sulla pista di atletica dell’Arena: i bambini carichi come molle su una pista tutta per loro.

lierac beauty run 1 lierac beauty run 2

Poche ore dopo ci ritroviamo su quel prato: loro, con il papà ed un pallone, io con amici e amiche -Urban Runners e non- a chiacchierare e aspettare il via. I bambini e Nico vanno a mangiare fuori , d’accordo che ci saremmo visti per il rettilineo finale.

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Inizio a correre con Giorgia, pacer, e Vanessa, obiettivo un’ora: ritmo tranquillo, per sopravvivere al caldo, che ci consenta anche di raccontarci un po’. Al ristoro del quinto km, io mi fermo per bere -anzi, bere è riduttivo- e le perdo: vedo che sono poco più avanti, ma non ho voglia e non me la sento di fare scatti per raggiungerle.

Mi gusto la città, il castello, il parco, il tramonto; corro tranquilla e me la godo proprio, felice di non aver altro obiettivo che arrivare al rettilineo finale per far vedere a Luca che possiamo vincere anche questa gara. Prima di partire, preoccupato, mi ha salutato con uno strappalacrime “Mamma, ma io ho paura che oggi non vinci”. Grazie per la fiducia, tesoro del mio cuore.
Percorro gli ultimi km ad incoraggiare le ragazze che si dicono l’un l’altra “non ce la faccio più”, ma soprattutto le mamme con i bambini nel percorso di 5 km. Con una di loro, in particolare, mi intrattengo un po’: carico il ragazzino, che dice di non farcela e poi, al mio incoraggiamento, scatta avanti trascinando letteralmente la mamma. Gli dico che è un campione, che è bravissimo, che è quasi arrivato e che anche io ho i miei bambini che mi aspettano all’arrivo: loro sono più piccoli, correranno solo un pezzettino, lui invece è proprio un runner! Mi risponde orgoglioso di aver già lasciato indietro la sorellina più piccola e continua ad accelerare per far vedere che sì, ce la farà.

Proseguo verso i miei due chilometri finali, sorridendo tra me e me; passo attraverso il tifo del Nike Running Club, un altro giro nel parco, ed ecco di nuovo l’Arena. In ingresso incontro Rudy, che mi avvisa di aver visto Nico e i bambini: io, senza occhiali, non vedo nulla. Mi accompagna fino da loro: ecco il momento che ho atteso dal primo metro di quella corsa.
Gaia e Luca battono le mani eccitatissimi, mi chiamano, hanno un piede in pista, trepidanti, non sapendo se buttarsi o aspettare che io passi alla loro altezza per unirsi: arrivo, non vogliono tenermi per mano, corriamo affiancati.

“Dai, Luca, chè questa sera poi corriamo per mano e vinciamo!”
“Sì, ma non per mano: sono pronto per correre da solo. Così vado anche più veloce”

Tagliamo anche questo traguardo insieme, poi ci battiamo il cinque: loro sono contenti, Luca si è convinto di aver vinto anche stavolta. Sono circa le 22, ho impiegato un’ora e due minuti, è buio, l’arena è illuminata e c’è un sacco di gente. Per i bambini è tutto sempre più straordinario, ogni volta di più.

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Lo rifacciamo?
Certo che sì, bambini!

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(Mezza) Maratona di Sant’Antonio: corsa da papà

Per scegliere una gara abitualmente considero fondamentalmente tre cose: le distanze previste, i costi per partecipare -che non sono tanto l’iscrizione e il pacco gara, ma la fattibilità di andata e ritorno in giornata o, piuttosto, la necessità di pernottare fuori casa, con Nico o con famiglia al seguito-, e la popolarità della corsa, ovvero la possibilità di fare gruppo con qualche amico.

Questa volta, invece, ho scelto la gara puramente per motivi affettivi: l’anno scorso avevo scoperto e mi ero iscritta alla Mezza Maratona di Sant’Antonio che, per il sedicesimo anno, si snodava lungo i luoghi del Santo, partendo pressochè dal paese in cui si trova ad abitare mio papà. Poi era successo che mi ero infortunata e avevo rinunciato a correrla. Dunque, eccomi iscritta di nuovo quest’anno, per correre a casa di papà e per avere anche lui come tifoso al traguardo; per la prima volta da quando esiste questa gara, il percorso è cambiato, la mezza maratona è partita da Abano Terme, per arrivare poi -come da tradizione- a Prato della Valle a Padova. Pazienza, anche se non fossi passata sotto le sue finestre, il significato per me sarebbe rimasto quello di andare a correre da papà, e così è stato.

Sono partita da sola con Nico, per motivi principalmente logistici, legati a quello che sarebbe stato un rientro a Milano senza neanche il tempo di pranzare dopo la corsa, ma questo ha consentito di gestire anche l’organizzazione con calma. Sabato mattina, con Nico ho ritirato il pettorale e, nell’impossibilità di studiare il percorso che si snodava su strade provinciali a me ignote, mi sono concentrata sull’arrivo: insomma, non sapevo dove avrei corso, ma avevo ben chiaro l’asfalto degli ultimi 500 metri, la Basilica, le rotaie a cui fare attenzione, la Piazza e il curvone finale.

Il momento che mi è pesato di più è stato l’attesa della partenza ad Abano Terme, arrivata con circa un’ora e un quarto di anticipo, prima che chiudessero le strade in modo che Nico e papà potessero spostarsi a Padova, da sola, senza amici di corsa con me e senza saper bene cosa fare, oltre a bere, passeggiare, fare un po’ di stretching, passeggiare di nuovo, bere ancora e così via. Quando sono riuscita ad incontrare Letizia e Francesco, di casa ad Abano, mi sono decisamente sentita, anche questa volta, parte di qualcosa che va oltre le distanze, le squadre, le maglie.

mezza maratona di sant'antonio abano terme

Il mio obiettivo per la gara era quello di non commettere gli errori della Stramilano, quindi non solo di non partire troppo velocemente, ma di attenermi alle indicazioni del coach: primi 3 km a 6′, poi fino al 15esimo a 5’50”, poi fino al 18esimo a 5’40” e poi..come va, va! Ero tranquilla, convinta che sarei stata assolutamente in grado di correrla, il ritmo di 5’50” è il mio passo “comodo” e, anzi, avevo quasi in mente di tenerlo fino al 18esimo per poi giocarmi tutto alla fine. Non pensavo ad un obiettivo di tempo, anche se, seguendo le indicazioni, presumibilmente due o tre minuti li avrei guadagnati.

Spilletta RunHomies, per portarli sempre con me, tatuaggio Urban Runners, per avere proprio tutti anche attaccati al braccio.

urban runners, runhomies

Poca gente alla partenza, rispetto a quanto mi aspettassi, uno start scorrevole, non si è creata la classica situazione da slalom tra i partecipanti: il primo km vola, guardo il Garmin che indica 6’/km, perfetta al secondo. Continuo così, non ho un passo costante ma la media al chilometro è da tabella, leggermente di poco più rapida. In un attimo sono al quinto km, il sole è uscito e ringrazio di aver superato i miei complessi e di aver deciso di correre in pantaloncini corti. Ristoro, riesco a bere in corsa, ricomincio.

Un occhio al Garmin ogni tanto per accertarmi di non accelerare, focus sulla strada e mi guardo intorno: una striscia di cemento, campi, prati, sole, caldo, molte persone a fare il tifo. Penso a Gaia e a Luca, so che a Gaia sarebbe piaciuto essere lì, si era raccomandata che indossassi la canottiera nera, chè mi sta molto bene e che mi fa perfetta e mi aveva chiesto infinite volte a che ora iniziassi a correre. Inizio a “dare il cinque” a tutti i bambini con mani protese che incontro: mi rendo conto che per noi che corriamo è bello che siano lì, anche se presumibilmente in attesa di qualche familiare o amico, ma che anche per loro è importante la nostra dimostrazione di riconoscenza. Bravi che siete lì a gridare e ad incitare anche me, proprio me, vi ringrazio mano per mano.

Secondo ristoro, bevo camminando e ricomincio; pochi chilometri e inizio a sentire le gambe pesanti, nonostante il passo sia sempre più o meno in linea con le previsioni e il fiato sia ottimo. Mi dico che è ancora presto, manca metà gara, sono ancora in tempo per rallentare e tornare in progressione più avanti: alterno al passo previsto qualche centinaio di metri più lenti. Le gambe pesanti, la testa che prima prova a concentrarsi sul respiro, poi sul paesaggio, poi sulle immagini dell’arrivo, papà che mi aspetta; penso alle lezioni di AGY e ripeto con Sayonara che il mio corpo è sano, il mio corpo è luce, penso che alla Stramilano 2015 ho mollato per poi rendermi conto all’arrivo che, se avessi solo rallentato senza fermarmi, non sarebbe comunque finita così male.

Niente, poco prima del 15esimo le gambe si impiantano e cammino. Mi dico, senza possibilità di appello, che la gara è andata e decido di prendermela comoda per quel che potrò fare. Avviso –via whatsapp- Nico e chi mi sta seguendo a distanza che mi sono fermata e arriverò con calma; no, non mi sono fatta male, ho le gambe che non rispondono e la sensazione che potrei addormentarmi da un secondo all’altro mentre cammino.

Nico mi risponde che mi sta aspettando poco dopo il 15esimo chilometro con papà: quella che sarebbe dovuta essere una sorpresa diventa lo sprone per ricominciare immediatamente a correre, almeno fino a loro. Vorrai mica farti vedere camminare?! La meraviglia è che in realtà sono poco prima del 17esimo chilometro, quindi, anche se in lentezza, ecco che mi ritrovo più avanti del previsto. Mi sbraccio per farmi vedere, mi vedono, sorrido vedendo Nico che mi inquadra con la fotocamera, mi incitano a continuare, ma con un “‘fanculo!” mi fermo a baciarli e salutarli. La gara è andata, io sono lì per correre da mio papà, quindi la cosa più ovvia e naturale è fermarmi con loro qualche istante.

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Riparto, dopo 500 metri mi trovo di nuovo davanti un runner con cui fin dalla prima metà gara ci si è sorpassati vicendevolmente: l’ho visto fermarsi più volte a camminare per riprendere fiato e poi ripartire. E’ indubbiamente lui, mi ricorda una persona che conosco e ha una maglia particolare. Sta camminando, cammino anche io, lo raggiungo e, con una disinvoltura e intraprendenza che stupiscono anche me stessa, gli propongo:

“Senti, io e te ci stiamo superando a vicenda e camminando a turno dal settimo chilometro: ne mancano tre di chilometri, che dici, la finiamo insieme ‘sta gara?”

Un attimo preso alla sprovvista, poi ok, si va: di nuovo ricominciamo a correre lentamente, scambiandoci qualche parola: perchè siamo lì, chi ci aspetta all’arrivo, qual è il nostro tempo sulla mezza (il suo, per inciso è di 1:50, e ha all’attivo anche una maratona, quella intera dico), l’oroscopo che quella mattina era ben chiaro nel suggerire di sdraiarsi al sole invece di correre..

Arriviamo al ristoro del 19esimo, mi fermo e camminando bevo una bottiglietta d’acqua intera. Federico, così si chiama il runner che ho agganciato, ridendo mi avvisa che stiamo per entrare in pieno centro e che dobbiamo correre chè “lì è probabile che ci sia qualcuno che lo conosce”; concordiamo che là dove ricomincia l’ombra si corre di nuovo, stavolta fino all’arrivo.

Così è, in breve il Garmin avvisa che abbiamo completato il 20esimo chilometro, ne manca uno, acceleriamo. La curva ed ecco quegli ultimi 500 metri che avevo ben stampati in testa, Prato della Valle, papà e Nico che mi vedono e mi incitano, conto cinque gonfiabili, ma quale accidenti sarà quello dell’arrivo? L’ultimo, è ovvio. E’ fatta, ultimo chilometro chiuso a 5’30”, la beffa delle gambe sulla testa: allora, che cos’è che ha mollato a metà gara?

Chiudo la mezza maratona con il mio peggior tempo di sempre: 2:11 e qualcosa, cinque – C I N Q U E – minuti in più delle mie due precedenti gare (otto minuti in più rispetto a quanto mi sarei aspettata).

La delusione è stata grande, accompagnata anche da un po’ di sconforto: sono in tabella da due mesi, rispetto gli allenamenti in qualunque condizione, precisa, con dedizione e impegno, ero convinta che avrei portato a termine bene la gara e il risultato mancato (non il tempo finale, ma la gestione della gara) mi ha fatto anche arrabbiare.
La cosa da fare era ricordarsi il motivo principale per cui ero lì: papà era alla partenza e al traguardo, ho corso a casa sua, per lui sono stata la più brava di tutti, ho potuto regalargli la maglia della gara,  portata comunque a termine.

-Avresti potuto mollare e invece l’hai finita.
-No, non avrei mai potuto mollare, maglia e medaglia mica gliele avrei lasciate!

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In conclusione, dopo aver riflettuto su tutte le cose belle della giornata e sul fatto che l’aver corso tre mezze maratone in tre mesi fosse già un traguardo per me eccezionale- ho fatto due cose: ho promesso la rivincita a quella Mezza Maratona di Sant’Antonio per il 2017 e mi sono iscritta alla prossima -e ultima, per la stagione- gara. Smaltite le emozioni a caldo, la mia voglia di riprovarci ha prevalso su quella di rinunciare, quindi da domani si ricomincia.

Con il sorriso.

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Stramilano 2016: perchè la corsa è uno sport di squadra.

C’era tutto: la conferma di poter portare a termine una mezza avuta a Verona, la nuova tabella che ho seguito quasi alla lettera con levatacce alle 5 del mattino per ottimizzare i tempi (e no, le ripetute a quell’ora, con freddo e pioggia, non le consiglio a nessuno), la sensazione di poter mantenere per 21 km un ritmo medio di 5’50” min/km, la possibilità -su cui qualcuno aveva anche scommesso una pizza- che riuscissi a chiudere la gara in 1:59:59, insomma, sotto le due ore, con un ritmo medio di 5’40” min/km.

Era pronta anche la tifoseria, questa volta ben organizzata strategicamente: mamma al km 8, Nico e bambini intorno al km 12, Annalisa al km 15, Fra al km 18 e all’arrivo gli altri amici e la squadra.

Infine, anche fisicamente tutti i pezzi erano al loro posto: bandellette, tendini, tibie…

Insomma, era tutto perfetto -ed è stato tutto perfetto ciò che è stato pianificato e controllato-, ma io ho sbagliato tutto. Trascinata dall’onda in partenza, ho corso la prima metà gara troppo al di sopra dei miei ritmi sostenibili e mi sono ritrovata per i primi 10 km con una media di 5’35” min/km. Ovviamente, poi, il tracollo.
Parto da sola, convinta di andare piano, con il Garmin impazzito che mi segna una frequenza cardiaca di 220 bpm (che neanche le ripetute a 4’45” min/km alle cinque del mattino) e le gambe che girano bene: quando il gruppo degli Urban Runners con obiettivo 1:59 mi affianca, provo a seguirli e a stare con loro, e ho anche fiato per qualche battuta. Poco dopo, ecco che incontro altre facce amiche, con maglia Red Snakes, sguardi, strette di mano, sorrisi, qualche parola di incoraggiamento: Silvia mi chiede come vada, le dico che mi sento bene, mi fa presente che in quel momento sono a 5’20”, le rispondo che sì, mi rendo conto che devo rallentare. Mi incoraggia, mi incoraggiano, sorrido, parlocchio, non sono in affanno, posso farcela.

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Arrivo in porta Venezia, cerco mia mamma: accidenti, le ho detto di mettersi a destra, speriamo di esserci capite, qua non ci si incontra..ed invece, in curva, eccola che mi chiama e rispondo! Uno scambio di sorrisi, lei che cerca qualcosa da gridarmi e opta per un perentorio “Respira!”, con cipiglio materno. Intanto gli amici vanno avanti, meglio così, con loro avrei ansie da prestazione e mi sentirei una zavorra. Arrivo al decimo chilometro in 56 minuti, perfetto, anzi, troppo! Mi fermo al ristoro e riparto, iniziando a sentire le gambe pesanti.

Prossimo obiettivo: raggiungere Nico e i bambini, non posso rallentare eccessivamente prima di incontrarli, devono vedermi scattante e in forze, altrimenti che figura faccio con loro che sanno che sono una supereroina? Spero di incontrarli, nel punto dello scorso anno non ci sono, va bene che avevo suggerito di mettersi un po’ oltre, ma ho paura di non incrociarli; e poi, si ricorderanno che ho detto di tenere la destra anche a loro? Tutti i tifosi con giacca chiara a bordo strada mi sembrano Nico, tutti i bambini potenzialmente sono i miei. Finalmente, circa al tredicesimo chilometro li vedo, mi vedono anche loro e mi chiamano! Sono felice, mi dimentico per un attimo della fatica, mi sbraccio, corro loro incontro e scambio un cinque con Gaia e una cosa simile con Luca. Nico ha le mani occupate, scatta la foto: povero papà, a cui forse non do troppa soddisfazione, concentrata come sono sui bambini.

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Bene, anzi, non va bene per niente, devo rallentare: le gambe iniziano a non girare, rischio di non arrivare alla fine. Maledetti 14esimo e 15esimo chilometro che l’anno scorso hanno segnato la mia resa: anche quest’anno sono un punto critico; non posso però farmi vedere da Annalisa mentre arranco, quindi mi dico di tenere duro fino al ristoro e poi si vedrà. A proposito, sarò in orario con i tempi che le avevo detto? Va bene, passo sotto casa sua, ma chissà se sarà lì, con il suo bimbo piccolo, di domenica, all’ora di pranzo.. E all’improvviso, ecco anche lei: la chiamo con anticipo, ho davanti a me qualche altro runner, voglio che mi veda. Al secondo “Anna!!” mi vede, scambio rapido di sorrisi, mi scatta una foto, continuo.

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Dopo poco vedo il ristoro, quello dopo il quale l’anno scorso ho camminato: rallenta ma non mollare, rallenta ma non mollare, non dargliela vinta, maledetta Stramilano. Mi fermo al ristoro, sali, bottiglietta d’acqua; mentre cammino quei pochi metri che mi consentono di bere, ecco che vedo Alessandro. Non ci credo, è già lì?! Ma è lì per me?! Vedo male da lontano, ma mi è molto chiaro che mi sta mimando -e forse anche sillabando- un “ma allora, ma che cazzo stai facendo?!”. Mi si affianca, chiede come vada, male, gli rispondo. Non ricordo bene se gli abbia detto che ho tirato troppo e ora non ho fiato, o se l’ha capito da solo; so che in quei chilometri ho pensato di dirgli mille cose, spiegargli, lamentarmi, ringraziarlo, liberarlo dall’accompagnarmi chè mica deve farlo per forza, chiedergli della sua gara, arrabbiarmi, ma credo di aver solo annuito e borbottato qualche lamentela. Mi sprona, io rallento; mi dice che mi accompagnerà fino all’arrivo, di respirare, di concentrarmi e piantarla di guardare l’orologio, che anche la sua gara è andata male, ma quel che conta ormai è arrivare. Ascolto e faccio mie le parole, anche se, in cambio, grugnisco delusa e, probabilmente, senza mostrargli troppa gratitudine. Sono contenta di non chiudere la gara da sola e di non chiuderla con qualcuno che ha il mio stesso obiettivo, ma di chiuderla con qualcuno che la sta correndo con me per me.

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Intanto siamo in una zona della città che non conosco, so che Francesca dovrebbe essere dalle parti di piazza nonmiricordocomesichiama, provo a leggere i nomi delle vie ma senza occhiali non vedo niente. Di nuovo, quando ormai non ci speravo più, eccola al suo posto, dove aveva detto che sarebbe stata.

18esimo chilometro, Dai che siamo quasi in Sempione.
Ma dove accidenti siamo?!
Sempione, rivedo l’anno scorso in cui in quegli ultimi chilometri ho alternato camminata a tratti a 5’50”, i fotografi e i podisti da Marte in curva, i ristori vuoti al mio passaggio, il vuoto davanti a me, il vuoto dietro di me. Quest’anno non sono sola, ai ristori c’è gente e materiale, mancano fotografi e podisti da marte in curva, ma io non cammino: vado a scatti, senza trovare un ritmo coerente, ma non mi fermo.

Due chilometri che paiono infiniti, l’Arena che vedo da lontano, l’ultimo giro: sento che adesso le gambe trovano un po’ di forza residua, non molta, ma quella sufficiente per accelerare un minimo e mettere fine alla fatica. Stiamo per entrare in Arena, Ale è lì con me, mi propone di allungare gli ultimi metri, ma io non ne ho proprio, non ce la faccio, le gambe non girano: mi sembra di lagnarmi e tirarmi indietro, ma davvero le gambe non rispondono più.

L’ingresso in arena e la pista, subito ci fanno spostare in quinta e sesta corsia: un ragazzo si è sentito male a pochi metri dal traguardo e l’ambulanza è lì per lui (scopriremo solo il giorno dopo che Fabio, 29 anni, non ce l’ha fatta e questa rimarrà un’ombra terribile su questa Stramilano).
L’ultimo imprevisto: dove saranno Nico e i bambini, ci vedremo? Non so dove cercarli, mi trovano loro, mi chiamano e, non ricordo bene come, Gaia corre in pista con me, nemmeno il tempo di dire qualcosa ad Alessandro, si scambiano i ruoli e taglio il traguardo con mia figlia, mano nella mano.

All’arrivo sono tutti lì, notano il mio sorriso, io in realtà sono un po’ delusa e decisamente stremata.
“Non ce l’ho fatta”
“Ce l’hai fatta, Vale, hai il sorriso”.

2:06, pochi secondi meno di Verona, circa 3 minuti in più di quanto, secondo me, fosse nelle mie capacità attuali.

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Ho il sorriso, però, e questo è vero. E’ stato tutto perfetto e non sarò mai sufficientemente grata a tutti coloro che hanno speso una parola di incoraggiamento, un abbraccio, una presa in giro affettuosa per me, un grido per chiamarmi mentre correvo; non sarò mai abbastanza riconoscente ad Alessandro dal cuore grande, che ha dovuto mollare la sua gara e poi ha corso con me, per essersi sorbito le mie arrabbiature, per essersi tirato indietro a pochi metri dall’arrivo e aver fatto spazio ad un’altra persona senza che io mi rendessi conto, Ale che, ingiustamente, non si è sentito chiedere fino alla fine “ma a te come è andata? come stai?”, solo perchè ho dato per scontato che ad un top fosse andata necessariamente bene, e perchè troppo concentrata su me stessa. Ale, scusa e grazie, grazie e scusa, con il cuore.

Infine, ma cosa più importante, il mio grazie più grande va anche questa volta a Nico e ai bambini, per esserci stati prima, durante e dopo, per aver avuto pazienza, per avermi festeggiato, per avermi sostenuto questa volta e sostenermi sempre, nelle mie giornate di buona e in quelle in cui faccio casino.

La Stramilano l’ho chiusa con il sorriso: il tempo conta, se così non fosse non seguirei tabelle di allenamento, ma non è nulla in confronto a quanto ho ricevuto in affetto, presenza e sostegno da questa gara. Grazie a tutti, di cuore.

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Categorie: Sport

Cose che condizionano la vita: un contratto a tempo indeterminato, la nascita dei figli, la prima tabella di allenamento.

Sapevo che sarebbe successo, speravo che sarebbe successo, ma non sapevo quando.
Quando è Adesso.

Un paio di settimane fa ho avuto l’occasione di fare il test del lattato tramite il Marathon Center di Brescia, sotto la guida di Huber Rossi, sportivo, preparatore atletico e specialista nella valutazione funzionale.
Sostanzialmente, prima mi hanno sottoposto a torture psicologhe quali pesata pubblica a sorpresa alle 11 del mattino e plicometria, poi -dotata di cardiofrequenzimetro- mi hanno fatto correre su un tapis roulant a velocità diverse (per un totale di una ventina di minuti): prima di passare alla velocità successiva, tramite una goccia di sangue prelevata dal lobo auricolare, hanno annotato i valori di acido lattico prodotto di volta in volta.

Così è stato possibile determinare, al di là delle tabelle standard e dei calcoli approssimativi, quelle che sono le mie esatte soglie cardiache per lavori di tipo lipidico, aerobico-lipidico, aerobico-glucidico, aerobico, anaerobico.

E quindi?

E quindi, da settimana scorsa ho una mia tabella di allenamento personalizzata, con indicazione dei lavori che devo eseguire nelle mie 4 uscite settimanali: durata della sessione, indicazione della frequenza cardiaca all’interno della quale devo lavorare, ritmo da tenere, numero di ripetute o chilometraggio da eseguire.
Ad una prima occhiata e dai primi allenamenti mi sembra che, ancora una volta, tramite questa tabella mi si chieda di avere pazienza, di rallentare per allenare il cuore, di diminuire l’intensità dello sforzo degli ultimi due mesi per avere dei miglioramenti: le distanze da percorrere sono, complessivamente, più brevi, i ritmi molto più blandi, fartlek e ripetute precisi al dettaglio. Ho comunicato come obiettivo personale la conclusione di una mezza maratona sotto le 2 ore (circa 6 minuti meno della Giulietta&Romeo Half Marathon di tre settimane fa), ma -per me- questa tabella su misura è di più: è conoscere ciò che devo fare, mi assicura di non correre a caso, mi fa fare ciò che è bene per me, mi tiene alla larga dal sovraccarico.

Ho promesso, a me stessa prima di tutto, ma non solo, di fidarmi e di seguire quello che mi viene detto di fare, con in cambio l’assicurazione di ottenere i risultati aspettati e garanzie anche da amici che prima di me si sono affidati a Huber Rossi. La tabella, quindi, che si evolverà nei prossimi cinque mesi, sarà l’impegno a cui non mancherò, a costo di continuare ad incastrare corse prima dell’alba, lipidici sul tragitto ufficio-casa per ottimizzare i tempi, lunghi alle sette del sabato mattina. La tabella è comprensiva, prevede giorni di riposo, stretching e abbondanti minuti di riscaldamento e defaticamento che di solito evito, ma alla tabella non interesserà che piova, ci siano trenta gradi, sia in ferie, abbia mangiato una pizza dodici stagioni la sera prima della corsa; la tabella, per l’impegno che ho deciso di prendere, non aggiungerà in realtà nulla di molto diverso rispetto a quello che faccio abitualmente, ma mi aiuterà in qualità e non mi lascerà accampare scuse per non allenarmi.

Insomma, a luglio ho iniziato a correre, a settembre ho cominciato ad ascoltare il mio cuore, oggi -che vedo miglioramenti- decido di continuare su questa strada: non sarà magari rapida, ma sento che è quella giusta per me adesso e che mi consente di continuare a divertirmi e ad amare quello che faccio, anche nello sforzo.

Quando chiuderò una mezza maratona in meno di 2 ore?
Quando sarò pronta.

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Categorie: Sport

Alla fine mi è stato chiaro il perchè.
Una DeejayTen perfetta.

La nuova Me che ha ricominciato a correre come se fosse il primo giorno, trascurando i ritmi passati e la velocità a cui potenzialmente riuscirebbe ad andare, che tiene a bada le gambe per seguire la frequenza cardiaca che deve rimanere entro certi parametri, che ascolta i segnali di bandellette e tibie e che addirittura aggiunge un giorno di riposo e rinuncia ad un’uscita se sente che significherebbe sovraccaricare, dicevo, la nuova Me aveva detto che le sarebbe piaciuto provare a correre la DeejayTen, ma che si sarebbe iscritta all’ultimo, se ci fossero state le condizioni.


All’ultimo
però, ovvero un paio di settimane fa, ormai le iscrizioni erano chiuse ed era sembrato inutile il tentativo di elemosinare un pettorale nei vari gruppi di runner online. Pazienza, la nuova Me se ne era fatta una ragione: oltretutto le cifre parlavano di 25.000 persone ad accalcarsi tra le vie di Milano, suddivise in scaglioni -le waves- per numero di pettorale e non per ritmo gara, dando l’impressione che tutto si sarebbe rivelato un gran casino. Insomma, tutto sommato, forse, meglio così.

Mercoledì: Antonella mi scrive per avvisarmi che da Koala Sport sono spuntati ancora alcuni -pochissimi- pettorali. La nuova Me le risponde che non correrà, ha altri programmi ormai, nulla di prenotato, ma c’è Pompieropoli e quest’anno ha deciso che è ora di portare i bambini. Poche ore e la nuova Me non riesce a trascurare una sensazione di fondo che la porta a riconsiderare i piani e a vedere quanto facilmente si riesca a fare in modo diverso, incastrando di nuovo tutti i pezzi. Antonella mi iscrive alla gara nel pomeriggio stesso.

Venerdì: in pausa pranzo la nuova Me ritira il pettorale.

La nuova Me è confusa, non è sicura di aver fatto la cosa giusta. Ha fondamentalmente paura di rifarsi male: i 12 km di settimana scorsa con Nico, seppur lenti e cauti, hanno lasciato i segni (google parla chiaro, potrebbe essere un inizio di periostite e, google a parte, la solita bandelletta si fa riconoscere facilmente) e non vuole esagerare. Un conto è correre da soli, un altro correre nel mucchio: anche dichiarando che si correrà solo per divertimento, si sa che è facile lasciarsi trasportare dalla folla o dalla compagnia.

La nuova Me si chiede anche perchè si sia ostinata a volerla correre: sarà mica perchè la fanno tutti, può essere questo un motivo sufficiente? E’ per non essere da meno, per non sentirsi esclusi da qualcosa?

Sabato: la nuova Me, che della vecchia me mantiene l’ossessione per la precisione e l’organizzazione, inizia a definire orari, percorsi, puntelli con amici e conoscenze, coinvolgimento della famiglia. Pur non sembrando una cosa semplice, considerate 25.000 persone disordinate e caotiche che correranno, balleranno, faranno casino per la città, la nuova Me guarda il tragitto su google pedometer, con chilometraggio preciso, e definisce un punto di incontro poco prima del quarto km, in cui potrà cercare Nico e i bambini, che subito dopo si sposteranno in zona arrivo, in modo da poter provare a correre gli ultimi metri insieme a Gaia. Facciamo anche una prova auricolari, in modo che Nico possa chiamarmi per comunicarmi le sue coordinate e rendere più semplice l’incontro tra la folla. Infine, mi massaggio ogni tre ore bandelletta, ginocchio, coscia..per precauzione, meglio coccolarli un po’. No, non vi farò del male, mi prendo cura di voi, guardate come sono brava, su, state buoni.

Domenica: io sono tranquilla, Gaia non sta più nella pelle. “Mamma, ma all’arrivo ci fanno anche cadere in testa tutti quei coriandoli colorati della partenza?”. Prepariamo insieme un pettorale anche per lei: stesso colore del mio, stesso mio numero, stesso baffo Nike, decorazioni personalizzate. Vuole spillarlo subito e la preoccupazione successiva è “se papà le saprà fare, tolto il casco della bici, una coda alta laterale bella come gliela faccio io”. Insomma, ha capito: ci si deve divertire, correre insieme e sorridere ai fotografi. Io sono abbastanza tranquilla, i miei obiettivi sono correre felice, condividere le emozioni soprattutto con Gaia e, naturalmente, portare a casa tutti i pezzi.

Vado, mi incontro con Fra e gli homies del NRC, qualche foto e arriviamo alla partenza. Metà Dynamo, la mia socia Fra, Veronica ed io, ci accodiamo dietro Giorgione, pacer con ritmo 6’30”. Si parte, Veronica scappa avanti, io e Fra continuiamo insieme senza perderci di vista. E’ la prima gara che corriamo di nuovo insieme dopo la Stramilano, lei ora ha altri obiettivi, molto ambiziosi, io ricomincio da zero, ma questa la facciamo insieme. “Ti ricordi la nostra partenza alla mezza?”, eccome se me la ricordo, anzi, dove sono i fotografi qua?!

Nico non chiama, arriverà in tempo? Svolto in Foro Bonaparte, c’è il curvone, sa che sono sulla sinistra, ma meglio controllare: ecco, a destra, nel punto più largo, la sua bici con bambini  a bordo. Accelero, mi sbraccio, grido: “Amooooooriiiii!! Gaia!! Luca!!”, taglio la strada a tutti, un rapido bacio in sequenza Gaia-Luca-Nico e mi rimetto in strada, sentendo Fra che a sua volta saluta la truppa.

Tutto bene, il fiato è leggermente più corto del solito, le gambe un po’ più pesanti, ma va bene, è che non sono più abituata a spingere; al settimo chilometro sento un breve avvertimento impercettibile del ginocchio e capisco che, purtroppo, ad oggi il mio limite sia ancora intorno a questa distanza. Il Garmin ha avuto problemi di satellite ed è impazzito subito, quindi inutile guardare distanza e ritmi: l’unico parametro attendibile è quello della frequenza cardiaca, ma si sa che in gara è giusto che salga. La vela in strada indica concluso il nono chilometro, ora anche i pacer accelerano e io inizio a cercare Gaia. Probabilmente ci saranno stati dei problemi di linea, Nico non mi ha chiamato per dirmi dove accidenti potrò trovarlo. Senza occhiali non vedo nulla abitualmente, ma per cercare Gaia riconosco moltissime persone a bordo strada; chiamo Sara, infortunata, che non ha potuto correre ma che è lì, a fare il tifo. Poco dopo, sulla destra (questa volta dal lato giusto!), ecco i bambini!

“Gaia, Gaia! Pronta? Andiamo!”. Gaia ed io ci prendiamo per mano e iniziamo a correre, contestualmente Luca scoppia in un pianto disperato: sarà che vuole unirsi, sarà gelosia o solo desiderio di stare sempre con Gaia? Noi andiamo! Gaia si scioglie subito la coda: “Mi slego i capelli, papà non l’ha fatta molto bene la coda”, “Ok, dammi, te lo tengo io l’elastico, così corri libera”. I duecento metri mi sembrano lunghi per Gaia, le indico lontano il traguardo azzurro, appena dopo il semaforo: “Sì, mamma, lo so già che è lì!”. Va bene, andiamo. Sarà un ritmo troppo veloce per lei? Avrò rallentato eccessivamente mentre lei vorrebbe sfrecciare? Che cosa le frulla intesta, lo vede il casino, la sente tutta l’euforia dell’arrivo?

Non ci molliamo le mani, ma corriamo sul lato destro, così che Gaia possa battere il cinque ai bambini e ragazzi a bordo strada – “sono qua per noi, per farci festa!”; in zona arrivo, ecco i pacer festanti, ad accogliere i runner tra incitamenti, grida, applausi, e anche per Gaia ecco qualche faccia nota.

Arriviamo, Fra insieme a noi. Siamo felici, io tantissimo perchè è stato tutto perfetto, lei al settimo cielo, un po’ frastornata dalla situazione nuova: “E la medaglia, non ce la danno?”

Vorrei che mi dicesse subito quanto è stato bello, magico, nuovo, emozionante, ma è stranamente di poche parole. La incalzo: “Allora? Lo rifacciamo?”, “Sì, però tu devi arrivare un po’ più in fretta”. Nico poi mi racconterà che l’attesa del mio arrivo è stata fonte di pianti: “E se non arriva? E se l’hanno investita in macchina?”.

Ritiriamo la nostra sacca del ristoro, ci facciamo qualche foto nel prato, le metto la meritata medaglia al collo, festeggiamo insieme a Fra, di cui Gaia parlerà per tutto il pomeriggio.

Ci dirigiamo verso il deposito borse e, dopo aver cercato dei possibili papà alternativi tra i ragazzi che si cambiavano –“sì, però, mamma, giovane eh!”-, ci incontriamo nuovamente con gli uomini.

La mia DeejayTen è stata perfetta e ho capito perchè ho voluto farla.
Era il punto di partenza di cui la nuova Me aveva bisogno: un numero, un pettorale, il poter correre di nuovo al di fuori della pista ciclabile in solitaria, poter correre insieme agli altri, ma non “perchè la fanno tutti”, bensì perchè correre una gara mi ha reso di nuovo in grado di ricominciare.

Ho voluto farla perchè è in queste occasioni che faccio il pieno di adrenalina e di energia, attingendo ai sorrisi degli altri e agli incontri inaspettati, non voluti, ma possibili, che si verificano a sorpresa. E’ per il saluto di Lucrezia, che immancabilmente arriva all’improvviso tra migliaia di persone; è per il ritrovo con i ragazzi del Running Club; è per le donne del gruppo Running 4 Mommies, ciascuna con una scritta R4M per riconoscerci nel caso ci si trovasse -e se non ci si trovasse, stiamo correndo insieme lo stesso-; è per l’incontro inatteso con Cek de glispillinelginocchio, con cui finalmente, dopo mesi di blog, foto su instagram e post su facebook, ci si riconosce di persona; è per Marianna, R4M, con cui ci si sarebbe potute incontrare migliaia di volte senza che accadesse, e che invece ho conosciuto e rivisto due volte in una stessa settimana; è per ritrovarsi, dopo il traguardo, a raccontarsi ciò che di bello si è vissuto.

Ho voluto farla perchè ci sarebbero potuti essere i bambini a fare il tifo, ad aspettarmi; coinvolgere Gaia è stata una delle idee migliori che abbia avuto ultimamente. La sua adrenalina l’ha portata fino a sera, mentre ripeteva che correre insieme era stata la cosa più bella di tutta la giornata, e che avremmo dovuto incorniciare insieme i nostri pettorali per tenerli come ricordo (lo faremo). Anche Luca ha avuto la sua medaglia (quella della DeejayTen dell’anno scorso, i bambini hanno notato subito le scritte uguali), e ha dato dimostrazione pubblica di quanto possa correre veloce nel giro esterno dell’Arena Civica.

Il tempo finale? La nuova me ha rispettato le premesse (e le promesse) fatte a se stessa: per una volta è stato davvero irrilevante. La nuova me ha scoperto a metà pomeriggio il risultato ufficiale: 01:03:00, neanche poi così male rispetto alle aspettative.

Si riparte da qui, soprattutto da questa testa, da questo modo di prendere le cose, dalla pazienza che prima o poi pagherà, dall’assorbire le energie positive degli altri.

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Categorie: Sport, Vita da mamme

Che cosa mettere in valigia

Pare che siano finalmente arrivate anche le mie vacanze. Anzi, chiamiamole ferie, perchè con un marito e due figli, il tempo libero dal lavoro, comunque, non si chiama vacanza.
Quest’anno, un po’ a malincuore, abbiamo salutato Montesilvano, per andare in cerca del mare bello, bello vero, di cui i nostri occhi avevano la necessità di riempirsi; andremo in Sardegna, sentendo la mancanza delle sagre abruzzesi, del peperone dolce di Altino, dei castelli, della varietà dell’entroterra, ma con alte aspettative su colori e trasparenza del mare. Se ne sarà valsa la pena, lo sapremo al ritorno.

Ecco gli indispensabili nella mia valigia di quest’anno:

1- Costumi da bagno: non quindici come al solito, ma uno bianco, uno nero, uno rosso e uno azzurro..perchè non si dica che vesto solo con colori neutri.

2- Maschera e pinne..per Gaia. Abbiamo sperimentato a luglio in piscina che, dotata solo di un paio di occhialini, anche senza tuffo, va a toccare il fondo e a recuperare oggetti a due metri di profondità; nuota senza niente ormai per intere vasche dove non si tocca, e fa capriole avanti e indietro. E’ ora di iniziare con lo snorkeling in acque alte, e sarò la sua istruttrice: un po’ di movimento in più e -tra i riflessi- anche un’abbronzatura più decisa?

3- Zaino da montagna..per Luca. Non crediate che passeremo la vacanza in spiaggia. O magari sì, ma senza evitare percorsi naturalistici da fare a piedi, escursioni e camminate. Quindici chili di LucAttila sulle spalle di papà.

4- Libri da leggere: agosto è il mese del rifornimento annuale. Da quando vado al lavoro in bici, ormai quattro anni, leggo pochissimo durante l’anno, ma recupero in agosto. Tra Amazon e Feltrinelli, ho riempito la valigia. Libri. Cartacei: perchè mi piace tenere il volume in mano e, una volta letto, sullo scaffale, perchè non devo viaggiare in aereo e non mi pesano la valigia all’imbarco, perchè economicamente non ho visto grandi vantaggi sui titoli che mi interessavano.

libri agosto 2015

5- Drifit, Nike Pro, scarpe da running, bra, Garmin e fascia cardio, porta cellulare. Sì, sto provando a ricominciare a correre. Tre settimane fa Maga Marina ha dato l’ok per due uscite a settimana, dapprima da 12 minuti, che poi sono diventati 15 e, da questa settimana addirittura 4 km. Settimana prossima, se il ginocchio non si lamenta, proverò con cinque lentissimi chilometri, con un po’ di timore perchè sarà la soglia alla quale la mia bandelletta si è sempre incazzata -come dice Maga Marina. In valigia, anche la maglia della Stramilano, per ricordarmi dove sono arrivata pochi mesi fa e che -anche se sto ricominciando da zero, da un anno fa, senza fiato, con gambe da riallenare come si deve, con lentezza e fatica- pian piano, se mi tratto bene, allungando le distanze, potrò riprendermi la rivincita che aspetto da mesi.

running in valigia

6- Reflex, Nikon compatta di Gaia, videocamera Sanyo subacquea, cavalletto universale e relative doppie batterie di scorta e caricatori. Chissà se quest’anno riuscirò ad esserci anche io nelle foto di famiglia.

La valigia, preparata a ormai 8 mani, è strapiena, ma ciò che conta per me si riduce a questo: in controtendenza, ho lasciato più spazio agli altri.

E per voi, quali sono i vostri indispensabili?

Buone vacanze!

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La -mia- Nike Women’s 10K: WeRunMilano

E’ passata anche lei, la tanto attesa Nike Women’s 10k, l’anniversario dei miei primi 10 km, la gara che più di ogni altra avrei voluto correre insieme alle compagne storiche di Nike Training Club, alle ragazze degli allenamenti dei Red Snakes del martedì e giovedì, alle amiche neofite e a tutta la crew 100runninggirls, composta da più di 120 donne che hanno scelto di correre per divertirsi, mettersi alla prova e fare del bene.

Che non avrei corso mi era chiaro (qualcuno aveva scommesso che all’ultimo l’avrei fatto, in barba ai buoni propositi e a MagaMarina), che a ventiquattro ore dalla gara mi venissero magone, rabbia, sconforto, di nuovo magone, nervosismi e sensi di colpa perchè avevo promesso supporto ed entusiasmo alle amiche, non l’avevo del tutto previsto. Ho messo a fuoco i motivi per cui mi sentivo male: non avrei festeggiato il mio anniversario, non avrei avuto il confronto con l’anno precedente, ma soprattutto non avrei preso parte a quel qualcosa di straordinario che alla We Own The Night 2014 mi aveva fatto commuovere al traguardo tra le braccia di Giorgia, Ana e Natalia, non sarei stata insieme alle altre in una serata che, inspiegabilmente, ha qualcosa di unico e speciale. Poi ho messo a fuoco i motivi per cui sarei dovuta stare bene: come ambassador della crew 100runninggirls, non avrei potuto non incontrare le donne che ci hanno aiutato a raggungere (e superare!) il nostro obiettivo di raccolta fondi a favore di LILT, come amica non sarei potuta mancare all’abbraccio con le ragazze che ho convinto a partecipare e spronato in allenamento.

Come se dovessi correre anche io, ho infilato la mia bellissima tee -che con la maratona di sole e mare dello scorso weekend, stava benissimo con l’abbronzatura anticipata-, i miei NikePro neri e le mie Nike Flyknit e, legata la bicicletta in piazza Gae Aulenti, mi sono buttata nella mischia.

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Umore altalenante, con picchi di entusiasmo e lacrima facile ad alternarsi: le NTC girls che un anno fa hanno corso insieme per la prima volta i 10 km si sono ritrovate con Coach Daniel, stesso luogo e stessi sorrisi. La forza del gruppo e di quel qualcosa che, timorose, avevamo già vissuto insieme una volta, si è sentita nuovamente, nonostante ad oggi non tutte ci alleniamo in squadra.

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Poi è venuto il momento di incontrare la crew e il cuore è esploso: eravamo davvero tante, la crew più numerosa, e soprattutto quella più sorridente e desiderosa di “conoscersi”. Con il nostro fiocco rosa spillato sulla maglia della gara, tutte noi avevamo una motivazione in più per arrivare al traguardo: correre per altre donne.

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Non ho retto agli abbracci prima della partenza e sono rimasta ad asciugare le lacrime -promemoria: urge un mascara waterproof-, mentre il fiume arancione si avviava allo start. La piazza si è svuotata e, un po’ annebbiata, ho seguito i ragazzi dei Red Snakes che avrebbero supportato il team con striscioni e fischietti: è così che mi sono ritrovata, mio malgrado, alla partenza. Mi sentivo fuori luogo, per non essere all’interno delle transenne (più volte gli addetti mi hanno detto di sbrigarmi, chè a breve ci sarebbe stata la partenza) e per non essere neanche parte del gruppo dei ragazzi, vestita da corsa, ma ferma ai lati della strada.

Nel giro di pochissimi minuti, Yuri si è fatto trovare e Davide ci ha raggiunti: come promesso, affrontata abbastanza bene la partenza di migliaia di donne (c’è chi dice fossero 8.000, chi addirittura quasi 10.000), mi hanno fatto compagnia durante la gara. A noi si sono uniti altri ragazzi e Daniel, super Coach. Il risultato è stato quello di una piacevolissima serata, leggera e divertente; un occhio al bicchiere di vino ed uno all’orologio, e siamo andati in zona arrivo per incontrare le runner a fine corsa.

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Stremate dal caldo inaudito e da una corsa piuttosto faticosa, ho dovuto aspettare per vedere i primi sorrisi e le soddisfazioni del traguardo. Ho letto negli occhi di runner esperte la fatica e un po’ di delusione, negli occhi di neofite l’entusiasmo e la gioia della prima gara, al di sopra di qualsiasi problema organizzativo e sforzo fisico. Ho aspettato la crew, le NTCgirls, le DynamoGirls (non ce le vogliamo dimenticare, vero?!), Ilaria alla sua prima 10k, e sono stata felice di farlo.

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Ho atteso tutte, fino all’arrivo dell’ultima persona che sapevo di dover aspettare e, nel frattempo, ho avuto il piacere e la sorpresa di incontrare vecchie conoscenze, amicizie di un tempo, persone che mai avrei pensato che avrebbero iniziato a correre. Tutte mi hanno salutato con entusiasmo, mi hanno regalato un abbraccio e un breve racconto della loro gara. La cosa più emozionante di tutte è stato ricevere dei “grazie”, non solo da parte di chi ho incoraggiato apertamente e con intenzione, ma da chi, silenziosamente, in questi mesi, ha visto in me una motivazione per iniziare a correre. Mai avrei pensato di poter essere un esempio, io che corro per caso, nel modo sbagliato, io che corro un mese e sto ferma due per infortunio, io che non so come si fa, che sbaglio scarpe e non do retta ai consigli dell’ortopedico, io che non seguo la dieta del runner e mangio in modo sconclusionato, io che ogni volta ricomincio da capo, senza fiato e con le gambe pesanti.

E a mia volta, per me, adesso può esserci motivazione più forte di questa per riprendere presto?

Non ho portato a casa chilometri, nella mia Nike Women’s 10k, io ho portato a casa molto, molto, molto di più.

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