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Lierac Beauty Run: la mia prima volta da Pacer

Era esattamente un anno che non partecipavo a gare sui 10 km, ma in un anno di programmazione di mezze maratone, sapevo fin dall’inizio che alla Lierac Beauty Run non avrei rinunciato: già l’anno scorso l’ottima organizzazione e il ricco pacco gara mi avevano convinto! Sapevo anche che avrei corso, appunto, per il pacco gara, per la compagnia e per il divertimento serale dei miei figli, non certo per la prestazione, considerato l’orario di partenza -che coincide quasi con quello a cui abitualmente vado a dormire- e il caldo assurdo delle serate di giugno a Milano. Ma lo sapete, vi avevo anche già invitati qua, qualche settimana prima della gara.

Quando si è presentata l’opportunità di candidarsi come Pacer, ci ho pensato due volte sì, ma poi ho deciso di provare: il pacer, o lepre, è colui che garantisce a chi lo segue un determinato passo costante per il raggiungimento del traguardo in un tempo ben preciso dichiarato in partenza. Per me, da runner, il pacer è quello con i palloncini che cerco con lo sguardo qualche centinaio di metri avanti a me, quello che quando sorpasso è perchè sto andando bene, quello che se mi supera è segno che difficilmente raggiungerò il mio tempo; da candidata pacer, esserlo significa avere una responsabilità, quella di portare al traguardo chi corre, garantendo l’andatura, ma anche incoraggiamenti ed entusiasmo.

Sì, alla fine sono stata scelta come pacer, insieme a Claudia e Susanna, splendide compagne di viaggio, per chi avesse voluto correre i 10 km in 1h05′, ovvero con un passo di 6’25/6’30” a chilometro, il mio ritmo chiacchiera preferito.

E ora, il racconto lo dedico, più di tutto, a voi, splendide donne, ognuna con la propria battaglia nel cuore, che avete inondato la città di energia, sorrisi e bellezza. Mi perdoneranno gli uomini che hanno corso, se mi verrà da parlare al femminile.

La giornata di sabato era caldissima, ma alle 16.00 ero già in Arena: quest’anno l’organizzazione mi è sembrata perfetta, venivano addirittura distribuiti ghiaccioli e bevande fresche, le code erano snelle e gli stand organizzati molto bene; dal palco l’animazione coinvolgeva le runner e, dall’altro lato del campo, EcoLife regalava massaggi sportivi, eccellenti come sempre. A me un massaggio pre-gara, a Gaia un’acconciatura allo stand Phyto.

Da parte mia, dopo aver curiosato nel pacco gara, questa volta, per la prima volta, avendone l’occasione, ho fatto subito personalizzare la maglietta: come spesso accade, si hanno sempre idee brillanti tranne quando si è costretti a trovarle in pochi istanti. Alla fine, non ho fatto scrivere il mio nome, ma quello che mi gridano i miei bambini quando corro, “Supermamma”, che può sembrare banale, ma mi ricorda sempre che, nel mio essere normale, qualcuno a volte riesce a percepire uno sforzo in più, o addirittura qualcosa di straordinario, di…super!

In realtà, nel corso della giornata, mi sono trovata a cambiare ben tre maglie: la prima, quella ufficiale, quella personalizzata, la Mizuno con uno scollo stupendo e un colore che sta bene a tutte; la seconda, quella della mia squadra, gli Urban Runners, quella di cui vado fiera, quella nera che mi sta molto bene, quella con cui ho fatto le foto di rito e con cui sono stata investita del ruolo di pacer; la terza, quella gialla fluo che mi identificasse per tutte le runner come pacer per la 10 km. Nel frattempo, mentre Gaia e Luca giocavano al Kikolle Kids Village e poi con il papà e il pallone da rugby nel prato, presentate le crew e terminato il riscaldamento collettivo, dopo il briefing pacer e fatto un po’ di casino, abbiamo iniziato a prepararci.

Magliette gialle, pettorali spillati, palloncini annodati, il sole che calava e noi pacer, disposti nel campo: dietro di noi iniziavano a radunarsi le runner che avremmo accompagnato al traguardo. Sorridevo, pensando che questa volta non ero io a dover fare i calcoli di andature, passo, tempo finale, pensare alla strategia di gara, cercare i palloncini da seguire: questa volta ero dalla parte di chi spiegava il passo che avemmo tenuto, l’obiettivo, il percorso (e sì, anche le differenze tra la 5 e la 10 km).

Alle 20.30, circa, inaspettatamente e piacevolmente si è alzato un leggero venticello e, pian piano, ci si è posizionati in griglia: calcare la pista dell’Arena è sempre un’emozione, farlo in un gruppo prevalentemente di donne, con l’energia che solo noi possiamo sprigionare, lo è ancora di più, farlo con la responsabilità di portare qualcuno al traguardo è stata gioia immensa!

Continuavo a pensare che, se il pacer dei 45′ generalmente si trova a spronare runner presumibilmente desiderosi di migliorare il loro miglior tempo, io, quella sera, come pacer dei 65′ avrei avuto da spronare runner desiderose di chiudere la gara, magari la loro prima 10 km, runner che avrebbero esultato anche solo per il fatto di essere arrivate al traguardo: e io ce li avrei portate!

Start! Si parte, prima la 10 km competitiva e non, poi la 5 km, in una nuvola di coriandoli rosa; sorrisi per noi stesse, sorrisi per i fotografi, sorrisi per la bella città che abbiamo attraversato in un momento quasi irreale: sabato sera, le strade tutte per noi, le luci del tramonto in una Milano che, anche se noi corriamo, sembra rallentare e fermarsi al nostro passaggio.

Ho cercato di dare il massimo, cercando non solo il ritmo costante che vi avevo promesso, quello che era scritto sui miei palloncini rosa e nero, ma anche incoraggiandovi, indicandovi gradini, pavè, rotaie, sorreggendovi le bottigliette d’acqua e rispondendo ai quanto manca?, a quanto siamo?, non so se accelerare adesso, che dici?. Nell’ultimo quarto di pista, Gaia e Luca hanno corso con noi tre pacer, mano nella mano con me, tirandomi e provando uno scatto finale con grande soddisfazione.

Ho visto tanta fatica, un caldo pazzesco che ha toccato tutte noi, ho visto donne che non hanno mollato, ragazzine entusiaste e veloci, papà che al secondo km ci hanno affidato le loro figlie dicendoci che le avrebbero aspettate all’arrivo, donne che hanno rallentato e poi ripreso, donne che si sono godute il momento, la festa, la città, quei 10 km tutti nostri, donne dai sorrisi increduli e felici sulla finish line.

Poi sono rimasta lì ancora un po’, sulla finish line, intendo: ho corso la mia gara da pacer, non per me stessa ma per voi, per il vostro risultato, per la vostra felicità, per il vostro traguardo. E allora ho scelto di godermelo un po’ il vostro successo, facendomi riempire il cuore dai vostri sorrisi dell’arrivo, dai visi sconosciuti ma uniti da quel traguardo comune, dalle facce stanche ma incredule, dai volti sudati ma felici: vi ho dato il cinque, vi ho fatto i complimenti, vi ho detto che siete state bravissime, ragazze, ce l’avete fatta, questa Lierac Beauty Run l’avete vinta tutte voi!

Aspettati gli ultimi arrivi, sono tornata dai miei figli e dal marito, dai miei Urban Runners, ho approfittato velocemente del ristoro e poi mi sono nuovamente sdraiata nelle mani di EcoLife e, nello specifico, di Serena che, piccolina ma potente, mi ha incredibilmente messo a posto il piriforme che mi faceva disperare da diversi giorni.

 

Insomma, una giornata perfetta in cui di più non avrei potuto chiedere, in cui ho ricevuto molto e, mi auguro, restituito altrettanto; della mia felicità non posso che ringraziare l’organizzazione impeccabile, Lierac, EcoLife, i miei compagni di avventura ma, soprattutto, ancora una volta, gli Urban Runners, la mia Squadra, che mi ha dato la possibilità di vivere questa esperienza da un punto di vista privilegiato, con un ruolo importante in cui mettermi alla prova, mai sola, ma anche questa volta affiancata da chi non ti lascia mai.

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Sarnico Lovere 2017: c’è vita oltre i 21 Km.

Finalmente è arrivata la Sarnico-Lovere, gara lunga poco più di 25 km per la quale l’anno scorso non mi sentivo pronta. Quest’anno era lì che mi chiamava, a detta di tutti una gara meravigliosa per i paesaggi, oltre la distanza che fino ad ora era stato il mio limite, corsa da godermi senza altri obiettivi.

L’idea era quella di correrla tranquilla (a circa 6’/km per i primi 15 km, per poi eventualmente accelerare), possibilmente farla in compagnia e godermi il tutto. A seguire pranzo con gli Urban Runners.

Ritirati i pettorali il giorno prima, domenica incontro un sacco di facce amiche e inizio ad entrare nel clima di festa che immaginavo per questa corsa: Elena, Davide, il gruppone UR… Nico e i bambini si appostano poco dopo la partenza, io nell’ultima griglia, anzi, tra gli ultimi dell’ultima griglia, in buona compagnia.

 

Si parte, ci si ferma. Ah no, si parte. No, ci si riferma. Il primo chilometro è a singhiozzo, 4000 runners intasano il primo tratto di strada: noi delle retrovie ci ridiamo su e sorridiamo ai fotografi. Per i primi tre/quattro chilometri il gruppetto dei 6’/km è abbastanza compatto, mi raggiungono altri amici a sorpresa, e ancora sorrisi e chiacchiere. Corro con Cristina, oscillando tra i 6′ e i 5’45”, a noi si affianca Fede di Udine, che si trova bene al nostro passo, e proseguiamo insieme. Fa molto caldo, lo sento subito, i battiti sono già alle stelle; in più la gara non è certo pianeggiante come mi avevano detto (quasi) tutti: come dico sempre, io corro a Milano, per me “gli scivoli dei marciapiedi sono salite”, la Sarnico Lovere è un continuo saliscendi

Poco prima del quindicesimo chilometro, inizio a sentire la bandelletta che probabilmente è un po’ stranita da quel passo lento e pesante unito ai saliscendi: dopo il ristoro, saluto Cri e Fede, chiedo loro di andare avanti in modo da gestirmi da sola. Mi fermo per bere al ristoro e, mentre cammino per finire la mia acqua, mi sento chiamare: Francesca e Daniela, belle come il sole, sono lì dietro di me.

Proseguo con loro ed è a quel punto che la corsa si trasforma: sorrisi e chiacchiere da una parte, e un paesaggio che inizia ad essere davvero emozionante. Tutte noi tre siamo un po’ provate, chi dal caldo, chi da acciacchi, ma corriamo insieme, rallentiamo a turno l’una per l’altra: nessuna di noi ormai può andare a podio e decidiamo di divertirci insieme. Tra avvistamento di asinelli, selfie e “ragazze, fotografo!”, arriviamo al ristoro del ventesimo chilometro, mentre io continuo a sognare all’arrivo gelati giganti e un tuffo nel lago (in realtà non mangerò gelati e non puccerò neanche i piedi in acqua).

 

Poco dopo il ristoro, Daniela ci dice di andare avanti, che ci raggiungerà. Siamo titubanti, ormai si finisce insieme, ma lei insiste. Proseguiamo Francesca ed io fino al km 23, un po’ a singhiozzo, ma sempre senza mancare i fotografi, perchè di sorrisi ne abbiamo ancora in abbondanza. Ad un certo punto anche Francesca mi dice di andare avanti: non so se aspetterà Daniela, o se mi raggiungerà dopo: le chiedo un paio di volte se sia sicura e mi pare convinta, quindi continuo da sola. A questo punto ho anche voglia di arrivare al traguardo, sono quasi due ore e mezza che sono sulle gambe.

  

L’ultimo tratto di gara è in discesa, si vedono runner che tornano a ritroso, segno che effettivamente il traguardo è vicino; un’ultima breve salita (Sì, ok, salita. Salita. Salita. Se, appoggiando sulla strada una pallina, questa rotola in giù, evidentemente non si tratta di piano, questa è la mia tesi), curva e traguardo. 

Vedo Nico e i bambini, corro con loro l’ultimo tratto, con Luca inizialmente un po’ indeciso, che poi mi prende per mano e corre velocissimo tra chi fa il tifo per noi e me che grido “dai che vinciamoooo!”.

   

E’ un bel traguardo, in tutti i sensi: l’essere arrivata con i bambini, e l’aver concluso una gara “oltre”, oltre il mio limite, oltre i minuti a chilometro, oltre il Garmin al polso. Non sono emozionata come pensavo che sarei stata, forse perchè non l’ho vissuta come una gara, ma come una semplice corsa, o forse perchè “fatti 21, se ne fanno 25,3”, ma va bene così.

Come dice Francesca, adesso sono un’ULTRA-MEZZA-MARATONETA

Il fatto che abbia voglia di sperimentarmi di nuovo oltre i 21km è un buon segno, il fatto che, per la prossima volta, abbia voglia di farlo più seriamente, ancora meglio.
Intanto però, largo all’estate, al caldo, ai battiti alle stelle, alle soste alle fontane: inizia il periodo degli allenamenti a lungo termine e delle competizioni senza grandi obiettivi, delle corse in compagnia e delle gare che sono pretesti per weekend fuoriporta. La Moonlight Half Marathon di Jesolo, ad esempio?

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Tra Milano e Roma, io finisco in Veneto: la mia improvvisa Rovigo Half Marathon 2017

2 aprile, giorno di maratone: corrono tutti, divisi tra Milano e Roma, la maggior parte sulla distanza regina, un buon gruppo in staffette solidali. Io no. 
Io, per vicissitudini varie, finisco in Veneto da papà, iscritta quasi all’ultimo momento alla mezza maratona di Rovigo (in programma ci sarebbe stata la maratonina dei Dogi, ma si terrà il prossimo weekend, e io sarò impegnata alla prima Stramamete di Gaia, la corsetta-passeggiata della sua scuola elementare).

Rovigo Half Marathon: gara Fidal, tracciata TDS, scoperta per caso su internet, con pagine Facebook e Instagram poco gestite, informazioni invece discrete sul sito; siamo alla terza edizione, numero di iscritti alla mezza circa 850, di più quelli della 10k, a cui si aggiungono i partecipanti alla stracittadina di 3,5 km.
Il mio primo pensiero è circa il percorso e il dislivello, ma un’amica mi conferma che la città è pianeggiante, e così ribadiscono su runningforum. Il secondo pensiero, scherzosamente, è: con questi iscritti, io arriverò ultima. Il terzo pensiero è: speriamo che non faccia il caldo che c’era l’anno scorso a Padova.

Venerdì sera andiamo da mio papà, con i bambini felici di poter andare a casa del nonno lontano e di giocare nella sua soffitta: passiamo il sabato ad un parchetto all’aperto (no, io non rinuncio alla mia oretta e mezza di sonno pomeridiano) e poi, sul tardo pomeriggio, andiamo a Rovigo per calcolare tempi e distanze e ritirare il pettorale.
Scoperto che impieghiamo circa un’ora di auto e che la città è piccolina, ritiro senza problemi il ricco pacco gara (maglietta tecnica, un pacco di pasta, uno di riso, una bottiglia di passata di pomodoro, due lattine di aranciata amara, una bottiglietta di tè freddo, una barretta…) e riusciamo ad iscrivere Gaia e Luca con nonno e papà alla stracittadina.

Siamo tutti contenti, io perchè penso che così occuperanno un po’ il tempo prima del mio arrivo, i bambini -Gaia soprattutto- perchè è la loro prima iscrizione ufficiale con tanto di maglia tecnica, Nico e il nonno perchè si starà insieme e potranno visitare la città.

Domenica mattina le previsioni non si smentiscono e, con mia grande gioia, più ci avviciniamo a Rovigo, più il cielo si rannuvola. Arriviamo in zona partenza con circa mezz’ora di anticipo, un gran vento freddo, un po’ di gente che fa riscaldamento. E io, guardandoli, penso che sì, arriverò ultima. Ci sono maglie “ufficiali” di tre colori: blu per la mezza maratona, verde per la 10k e azzurra per la stracittadina. La griglia è una unica: lo speaker dà indicazioni sull’ordine di partenza, ma in realtà è un gran mucchio di maglie miste. Questa volta, immaginando la situazione e considerando il numero di iscritti sulla 21k, parto piuttosto davanti (avrò circa 15 secondi di real time).

Se la musica e la presentazione dei top runner in griglia fa ben sperare, la partenza è fiacca: non viene annunciata, si sente uno sparo che assomiglia ad un palloncino che scoppia, un mormorio generale e il fiume che inizia a scorrere. Il Garmin improvvisamente mi avvisa che è passato il primo km: non solo è troppo presto, ci sarà un errore, avrà perso il segnale, ma risulta anche troppo veloce. Decido di controllare e dopo pochissimo suona il secondo km, e poi il terzo: ho quasi il dubbio di aver impostato per errore -è nuovo, ha 15 giorni di vita ed è la prima volta che lo uso in gara- dei lap diversi dal km, quando il cartello del quarto compare mentre l’orologio vibra di nuovo.

Cavolo, in Sardegna i km non passano mai, a Rovigo volano! Primo ristoro: bottigliette d’acqua per tutti, bevo e riparto. Al settimo km mi rendo conto che non riesco a rallentare e che sto ripetendo il solito maledetto errore, lo stesso commesso a Roma: sono troppo veloce rispetto al mio passo, rischio di scoppiare. Poco più avanti di me c’è un runner non giovanissimo -diciamo così- che sembra avere un passo costante: 

-A quanto la fai?
-Mah, 5’30”
-Ah, provo a seguirti per un pezzo, va bene?

Scopro che lui è di Rovigo, abita a 200 metri dalla partenza; gli dico che io invece abito oltre 200 km, che sono in Veneto da mio papà, che è la prima volta che vengo a Rovigo. Lo avviso allo scadere dei km perchè scopro anche che corre con un normale cronometro che non gli dà esattamente il passo: lo calcola man mano per assestarsi. E’ lì che, dopo un paio di km, preferisco affidarmi di nuovo a me stessa -dopo aver osservato che di voglia e fiato per chiacchierare ne ho parecchi.
Km 9: prendo il mio GU. 
Km 10: bottigliette d’acqua, anche stavolta ce n’è per tutti in abbondanza. Qua gli ultimi non restano a bocca asciutta.

Nel frattempo il cielo è più che nuvolo e il vento è decisamente forte e freddo e, soprattutto, non capisco come mai, in un senso o nell’altro, il vento sia sempre contrario e mai a favore. Sto andando bene, continuo a pensare di essere troppo rapida e spero di non cedere più avanti. Il tifo è scarso, anzi, direi nullo: intorno al dodicesimo, o forse un po’ prima, una signora anziana per strada si sbraccia felice al grido di “Bravi! Brava! Che bello, quanti! Sembra di essere a Roma!”, rido e passando faccio io il tifo per lei, ringraziandola e complimentandomi.

Nel frattempo arrivano anche il km 13, il 14 e anche il 15. E’ qua che mi trovo davanti la biondina dalla maglia inconfondibile -con un’enorme scritta verticale che avevo letto bene- che al secondo chilometro mi ha tagliato la strada accelerando e sbuffando… e improvvisamente me la ritrovo dietro. 
Un altro ristoro, l’ultimo, e si riparte. Km 17, km 18: guardo il tempo totale, so che ad essere qui in 1:41 la gara andrà bene, vedo che ci sono in 1:39 e inizio a crederci. Se fino a quel momento la gara, dal ritiro del pettorale, alla struttura del percorso, al paesaggio, mi ha ricordato la Cremona Half Marathon, adesso penso a Jesolo e a Pisa: le gambe girano sulla ciclabile, davanti a me nessuno, dietro nemmeno, io sto bene e inizio a vedere il traguardo.

Km 19: si rientra in città: la media è la stessa della gara di Pisa, potrei chiudere in 1:56. 
Km 20: mi lascio alle spalle anche le due ragazze vicine a me in partenza e scomparse rapide all’orizzonte.

Ci sono, posso chiudere in 1:56 e rotti, oppure accelerare leggermente e provare a fare di meglio. Sto bene, da una parte lo sforzo in più mi richiederebbe una fatica che non ho molta voglia di provare, dall’altra so che se non avrò dato il massimo in quell’ultimo km e un pezzo, se dovessi mancare il personale per una manciata di secondi, lo rimpiangerei infinitamente.

E allora spingo. Mi chiedo che cosa farà Nico con i bambini: gli ho chiesto di farli correre con me al traguardo se arrivassi tra l’1:56 e l’1:58, ma non se fossi in odor di personale o al limite sotto le due ore. Ci siamo, vedo in lontananza la curva del 21esimo ed eccoli lì, Gaia e Nico e poco più avanti mio papà e Luca: mi chiamano, li saluto felice, do il cinque a mio papà (vorrei darlo a Luca, ma ha la mano al contrario, accidenti!!), mi precipito sugli ultimi 97 metri.

E’ lì, davanti a me, il tappeto blu che mi porta al traguardo. Spingo più che posso, non guardo l’orologio, non vedo il tempo sul tabellone. Vedo che sorpasso una manciata di runner affaticati, io sto benissimo, ci sono, qualcuno nella folla a destra mi incita, arrivo

Davanti a me trovo facce anonime, sorridono ma non gioiscono con me. Accidenti, gente, è il mio miglior tempo di sempre: glielo dico, abbozzano, cerco la brillantezza dei romani alla Roma Ostia, un po’ di entusiasmo, o almeno il fotografo. Sì, lui sì, deve aver percepito che per me è più che un traguardo. 
Tempo ufficiale: 1:55:17. 

  

Il pensiero torna ai maratoneti di Milano e Roma, loro stanno ancora correndo: mi mancano gli Urban Runners al traguardo, festeggio felicissima, ma sento che manca un pezzettino. Me la sono goduta, non sono affaticata, non so come sia stato possibile, non mi sento in forma come lo ero a Pisa, non ho avuto una tabella così pesante, non mi sento così allenata, ho qualche kg di più, eppure… Festeggio, festeggio alla grande: mio papà assiste per la prima volta dal vivo all’euforia di una gara andata bene, non parlo d’altro, voglio sapere anche come l’hanno vissuta loro da spettatori in attesa, voglio riviverla, ricordare i momenti.

E poi voglio la ricompensa e andiamo tutti al ristorante!

Rovigo Half Marathon, CON LE GAMBE E CON IL CUORE (dice il payoff).
Proprio così.

La prossima? La prossima è a breve, sarà una gara nuova, che non conosco, una gara da godermi tutta, che mi porterà a vedere se c’è qualcosa oltre i 21 km.

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Un terzo di Mezza di Monza

Perchè mi sono iscritta ad una Mezza per l’11 settembre, con caldo estivo e il coach che, conoscendo la mia sofferenza fisica con temperature elevate, mi aveva suggerito di ricominciare con le gare “in autunno inoltrato”?

-Perchè tutta la Famiglia Urban Runners avrebbe partecipato
-Perchè mi sarebbe sembrata una quasi festa di fine estate
-Perchè sapevo che mi sarei allenata bene ad agosto e sarei arrivata preparata
-Perchè mi avevano giurato che “Alla Mezza di Monza piove sempre, sono 5 anni che diluvia!”

Al ritiro pettorali del sabato mattina, ho sperimentato le temperature dell’Autodromo e mi sono auto-confermata l’idea di correre la gara come fosse un allenamento, tra i 6 e i 5’50” per poi eventualmente spingere nell’ultimo terzo della gara. Un progressivo, insomma, di quelli a cui sono abituata e che mi piacciono tanto.

54 Urban Runners alla partenza, qualche altra faccia conosciuta incontrata a sorpresa, e via, tutti pronti, chi per la 10, chi per la 20, chi per la 30 km, andature diverse per poi rivedersi tutti a pranzo insieme dopo la fatica.

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Il ritrovo è tra le 7 e le 8, per non rischiare di non trovare posto al parcheggio; mi sveglio alle 6, ma non riesco a fare colazione, bevo soltanto la mia tisana, mi sento un po’ appesantita e sottosopra; mi dico che, ora della partenza alle 9.30, potrò mangiare una barretta o prendere un gel. Nel frattempo continuo a bere pian piano, il caldo si sente da subito. Un quarto d’ora prima di partire, senza nessuna fame, prendo un GU.
Mi sento tranquilla: dico a Nico che questa volta correrò senza cintura, quindi senza telefono, quindi senza che lui possa seguirmi con il Garmin Live Track, chè ci vediamo all’arrivo se riesce ad esserci, dopo nel caso non ci si trovasse. Per la prima volta non ho con me neanche la fascia cardio, per evitare fastidi o fissarmi troppo, in compenso ho una bottiglietta d’acqua che mi potrebbe consentire -come ho sperimentato in alcuni lunghi al mare- di bere poco per volta e non scolarmi mezzo litro d’acqua ad ogni ristoro, perdendo tempo e affaticando lo stomaco.
Infine, voglio correre da sola, concentrarmi e gestirmi.

Si parte tutti insieme, so che i primi 5,5 km saranno sulla pista dell’autodromo; il caldo si sente tutto, provo a concentrarmi sulla strada davanti a me e sul passo e mi isolo. Corro circa a 6/5’55” come mi ero promessa, terzo km un po’ più veloce perchè c’è una discesa, verso il quarto inizio a sentire dolore ad entrambi i fianchi (quello che molti chiamano “male alla milza”) e fitte allo stomaco, mi concentro sul respiro ma serve a poco. Arrivo, verso il quinto chilometro, al bivio tra chi prosegue per la 5 e 10 km e chi continua sui percorsi della 21 e 30 km: sono indecisa, per la prima volta valuto seriamente di spostarmi sulla dieci, in modo da arrivare al traguardo, concludere una gara che sento decisamente più alla mia portata e vincere la medaglia per i bambini. Il cartello avvisa che mancano 100 metri al bivio, penso ai bambini, penso che arrendermi così presto sia ridicolo, mi dico che, rallentando, entrando nel parco che dovrebbe essere meno caldo e continuando a concentrarmi sul respiro, presto andrà meglio. In realtà, pur continuando a rallentare, agonizzo un altro chilometro; pur sapendo che è assurdo che accada già, cammino qualche metro, poi riprendo a correre ed è peggio di prima, le fitte aumentano e mi viene da vomitare; la testa a quel punto inizia a formulare pensieri che paiono più che altro insulti, la concentrazione sparisce. Un unico pensiero che mi si para in testa senza possibilità di appello: mancano oltre 14 km, tu non ce la fai in queste condizioni e camminare per due terzi di gara non ha senso. Va bene, mi fermo, anzi, mi ritiro. Dopo pochi passi incontro Ale, che come me ha preso la stessa decisione e torniamo indietro, lui forse più incazzato e deluso, io piangendo e pensando ai bambini.

Penso che sarà l’occasione per spiegare loro che non sempre si può vincere, che esistono anche le sconfitte, che bisogna accettare anche di perdere, che a volte ci sono decisioni da prendere che bla bla bla… Mi chiedo se poter maturare e far miei questi concetti nel breve tempo che mi separa dal vederli, e allo stesso tempo mi chiedo anche dove vada a finire la mia lezione sul non arrendersi mai, sull’arrivare in fondo, sul provarci sempre fino all’ultimo.

Rudy, mentre parlo con Veronica, senza che me ne accorga, con il pettorale che ho ormai spiegazzato nel borsone, riesce a recuperarmi una medaglia, in modo da poterla dare ai bambini.

Li faccio felici e li rendo orgogliosi di me, dando loro una medaglia che non ho conquistato (nè meritato), oppure riesco a trovare in me una lezione in cui poter anche io credere, da trasmettere loro e condividere?

Quando arrivano, Gaia sa già da Nico che non ho finito la gara; do la medaglia a Luca, dicendogli che è per lui, che non l’ho vinta, che purtroppo oggi la mamma ha perso ma che quella è per lui perchè lui è un campione.
Non fanno domande.

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Più tardi, tornando a casa, voglio riprendere con Gaia il discorso e le spiego perchè mi sono fermata, le dico anche che non è stata una scelta facile, che mi sono messa a piangere perchè mi sono sentita un po’ sconfitta, ma che quella è stata in quel momento la cosa più giusta da fare, più giusta dello sforzarmi di arrivare in fondo. Nico rincara la dose, quando Gaia dice che la mamma è bravissima nella corsa e che “se adesso non è più brava nella corsa..?”. Concludo con un discorso breve che suona come “Sapete, non arrendersi non vuol dire finire una gara stando male, ma fermarsi e decidere di riprovarci alla prossima”.

Rimango sola con i bambini per un breve tratto mentre andiamo al ristorante (perchè non me la sento di andare a far festa con gli Urban Runners, ma avevo promesso a Gaia e Luca un pranzo fuori) e ringrazio i bambini perchè “anche se per me è stata una giornata storta e sono un po’ triste, sapere che loro erano lì per me e con me mi ha reso felice, e che sono sempre molto orgogliosa quando li ho vicino durante tutte le mie corse”. Luca saltella in brodo di giuggiole, Gaia affonda il coltello con tono perentorio:

“Io non mi sarei mai fermata, sarei arrivata fino all’arrivo, ci avrei provato fino alla fine.
Però ti capisco eh, TU hai fatto bene.
Ma IO non mi sarei mai fermata”.

Come è difficile essere genitori, come è difficile essere esempio, cercare di controllarsi e orientare il proprio atteggiamento verso quello più costruttivo e comprensibile per i bambini, capire quale sia il miglior insegnamento da trarre e da trasmettere, non contraddirsi, mostrare le proprie debolezze e fragilità ma sempre con il piglio della mamma che si risolleva e su cui possono sempre contare, la mamma che può sbagliare o cedere ma su cui loro non devono mai avere incertezze.

Oggi ho preso una bella sberla: è stata dura ammettere di arrendersi e mollare, non sentirsi sconfitti e prepararsi a ripartirecapire cosa insegnare ai bambini e parlare con loro di qualcosa che mi ha fatto piangere, arrabbiare e sentire incapace e debole.

Domani è lunedì, cominciano le scuole, inizia una nuova routine per tutti, la dieta che dalle vacanze non ho mai ricominciato sul serio, e la nuova tabella in direzione della prossima sfida.

..però, vi prego, non ditemi più di non prenderla, chè “è solo una corsa!”!

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Lierac Beauty Run, buona la prima!

Mettiamo insieme un pacco gara strepitoso, una corsa per sole donne -chè, si sa, le donne insieme sono una potenza-, la possibilità di scegliere una 5 o 10 km eventualmente anche competitiva, un obiettivo di beneficenza in favore della Fondazione Veronesi -progetto Pink is good per la lotta al tumore al seno-, un percorso serale con partenza e arrivo all’Arena civica, il coinvolgimento degli Urban Runners e di tanti amici, ed ecco che viene fuori la prima edizione della Lierac Beauty Run. Per me, un vero successo.

lierac beauty run pacco gara1 lierac beauty run pacco gara2

Con il caldo estivo milanese delle ultime settimane, le mie uscite tardo pomeridiane sono state un disastro: anche con Fra, provando a correre 10 km tranquilli di chiacchiere, ci siamo arrese a 8, con gli ultimi 4 a singhiozzo. I miei battiti a mille, neanche fossi in ripetuta, gambe pesanti, affanno.. l’unica soluzione è stata ricominciare a correre all’alba. Del resto, l’ho fatto per tutto l’inverno, non si capisce perchè proprio ora dovessi decidere di cambiare orario.

Inizialmente la Lierac Beauty Run sarebbe dovuta essere la mia gara di prova sui 10km, ma poi, proprio per le temperature torride, ho deciso di prenderla come una corsa tra amiche, per divertirmi e chiacchierare. A dire il vero, nei due giorni precedenti la gara, la voglia era calata del tutto, quando ecco che la mattina stessa Gaia, dopo colazione, chiede “Ma quindi stasera, corri all’Arena?”. Luca le fa eco con “Sì, stasera corriamo di notte!”, e avanti con un botta e risposta “Che bella l’Arena con il buio”, “Noi vinciamo con te” e via dicendo.

Ok, bambini, corriamo la Lierac Beauty Run. 
Abbiamo ritirato il ricchissimo pacco gara insieme al mattino e, contestualmente, fatto prove tecniche di sprint al traguardo sulla pista di atletica dell’Arena: i bambini carichi come molle su una pista tutta per loro.

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Poche ore dopo ci ritroviamo su quel prato: loro, con il papà ed un pallone, io con amici e amiche -Urban Runners e non- a chiacchierare e aspettare il via. I bambini e Nico vanno a mangiare fuori , d’accordo che ci saremmo visti per il rettilineo finale.

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Inizio a correre con Giorgia, pacer, e Vanessa, obiettivo un’ora: ritmo tranquillo, per sopravvivere al caldo, che ci consenta anche di raccontarci un po’. Al ristoro del quinto km, io mi fermo per bere -anzi, bere è riduttivo- e le perdo: vedo che sono poco più avanti, ma non ho voglia e non me la sento di fare scatti per raggiungerle.

Mi gusto la città, il castello, il parco, il tramonto; corro tranquilla e me la godo proprio, felice di non aver altro obiettivo che arrivare al rettilineo finale per far vedere a Luca che possiamo vincere anche questa gara. Prima di partire, preoccupato, mi ha salutato con uno strappalacrime “Mamma, ma io ho paura che oggi non vinci”. Grazie per la fiducia, tesoro del mio cuore.
Percorro gli ultimi km ad incoraggiare le ragazze che si dicono l’un l’altra “non ce la faccio più”, ma soprattutto le mamme con i bambini nel percorso di 5 km. Con una di loro, in particolare, mi intrattengo un po’: carico il ragazzino, che dice di non farcela e poi, al mio incoraggiamento, scatta avanti trascinando letteralmente la mamma. Gli dico che è un campione, che è bravissimo, che è quasi arrivato e che anche io ho i miei bambini che mi aspettano all’arrivo: loro sono più piccoli, correranno solo un pezzettino, lui invece è proprio un runner! Mi risponde orgoglioso di aver già lasciato indietro la sorellina più piccola e continua ad accelerare per far vedere che sì, ce la farà.

Proseguo verso i miei due chilometri finali, sorridendo tra me e me; passo attraverso il tifo del Nike Running Club, un altro giro nel parco, ed ecco di nuovo l’Arena. In ingresso incontro Rudy, che mi avvisa di aver visto Nico e i bambini: io, senza occhiali, non vedo nulla. Mi accompagna fino da loro: ecco il momento che ho atteso dal primo metro di quella corsa.
Gaia e Luca battono le mani eccitatissimi, mi chiamano, hanno un piede in pista, trepidanti, non sapendo se buttarsi o aspettare che io passi alla loro altezza per unirsi: arrivo, non vogliono tenermi per mano, corriamo affiancati.

“Dai, Luca, chè questa sera poi corriamo per mano e vinciamo!”
“Sì, ma non per mano: sono pronto per correre da solo. Così vado anche più veloce”

Tagliamo anche questo traguardo insieme, poi ci battiamo il cinque: loro sono contenti, Luca si è convinto di aver vinto anche stavolta. Sono circa le 22, ho impiegato un’ora e due minuti, è buio, l’arena è illuminata e c’è un sacco di gente. Per i bambini è tutto sempre più straordinario, ogni volta di più.

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Lo rifacciamo?
Certo che sì, bambini!

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(Mezza) Maratona di Sant’Antonio: corsa da papà

Per scegliere una gara abitualmente considero fondamentalmente tre cose: le distanze previste, i costi per partecipare -che non sono tanto l’iscrizione e il pacco gara, ma la fattibilità di andata e ritorno in giornata o, piuttosto, la necessità di pernottare fuori casa, con Nico o con famiglia al seguito-, e la popolarità della corsa, ovvero la possibilità di fare gruppo con qualche amico.

Questa volta, invece, ho scelto la gara puramente per motivi affettivi: l’anno scorso avevo scoperto e mi ero iscritta alla Mezza Maratona di Sant’Antonio che, per il sedicesimo anno, si snodava lungo i luoghi del Santo, partendo pressochè dal paese in cui si trova ad abitare mio papà. Poi era successo che mi ero infortunata e avevo rinunciato a correrla. Dunque, eccomi iscritta di nuovo quest’anno, per correre a casa di papà e per avere anche lui come tifoso al traguardo; per la prima volta da quando esiste questa gara, il percorso è cambiato, la mezza maratona è partita da Abano Terme, per arrivare poi -come da tradizione- a Prato della Valle a Padova. Pazienza, anche se non fossi passata sotto le sue finestre, il significato per me sarebbe rimasto quello di andare a correre da papà, e così è stato.

Sono partita da sola con Nico, per motivi principalmente logistici, legati a quello che sarebbe stato un rientro a Milano senza neanche il tempo di pranzare dopo la corsa, ma questo ha consentito di gestire anche l’organizzazione con calma. Sabato mattina, con Nico ho ritirato il pettorale e, nell’impossibilità di studiare il percorso che si snodava su strade provinciali a me ignote, mi sono concentrata sull’arrivo: insomma, non sapevo dove avrei corso, ma avevo ben chiaro l’asfalto degli ultimi 500 metri, la Basilica, le rotaie a cui fare attenzione, la Piazza e il curvone finale.

Il momento che mi è pesato di più è stato l’attesa della partenza ad Abano Terme, arrivata con circa un’ora e un quarto di anticipo, prima che chiudessero le strade in modo che Nico e papà potessero spostarsi a Padova, da sola, senza amici di corsa con me e senza saper bene cosa fare, oltre a bere, passeggiare, fare un po’ di stretching, passeggiare di nuovo, bere ancora e così via. Quando sono riuscita ad incontrare Letizia e Francesco, di casa ad Abano, mi sono decisamente sentita, anche questa volta, parte di qualcosa che va oltre le distanze, le squadre, le maglie.

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Il mio obiettivo per la gara era quello di non commettere gli errori della Stramilano, quindi non solo di non partire troppo velocemente, ma di attenermi alle indicazioni del coach: primi 3 km a 6′, poi fino al 15esimo a 5’50”, poi fino al 18esimo a 5’40” e poi..come va, va! Ero tranquilla, convinta che sarei stata assolutamente in grado di correrla, il ritmo di 5’50” è il mio passo “comodo” e, anzi, avevo quasi in mente di tenerlo fino al 18esimo per poi giocarmi tutto alla fine. Non pensavo ad un obiettivo di tempo, anche se, seguendo le indicazioni, presumibilmente due o tre minuti li avrei guadagnati.

Spilletta RunHomies, per portarli sempre con me, tatuaggio Urban Runners, per avere proprio tutti anche attaccati al braccio.

urban runners, runhomies

Poca gente alla partenza, rispetto a quanto mi aspettassi, uno start scorrevole, non si è creata la classica situazione da slalom tra i partecipanti: il primo km vola, guardo il Garmin che indica 6’/km, perfetta al secondo. Continuo così, non ho un passo costante ma la media al chilometro è da tabella, leggermente di poco più rapida. In un attimo sono al quinto km, il sole è uscito e ringrazio di aver superato i miei complessi e di aver deciso di correre in pantaloncini corti. Ristoro, riesco a bere in corsa, ricomincio.

Un occhio al Garmin ogni tanto per accertarmi di non accelerare, focus sulla strada e mi guardo intorno: una striscia di cemento, campi, prati, sole, caldo, molte persone a fare il tifo. Penso a Gaia e a Luca, so che a Gaia sarebbe piaciuto essere lì, si era raccomandata che indossassi la canottiera nera, chè mi sta molto bene e che mi fa perfetta e mi aveva chiesto infinite volte a che ora iniziassi a correre. Inizio a “dare il cinque” a tutti i bambini con mani protese che incontro: mi rendo conto che per noi che corriamo è bello che siano lì, anche se presumibilmente in attesa di qualche familiare o amico, ma che anche per loro è importante la nostra dimostrazione di riconoscenza. Bravi che siete lì a gridare e ad incitare anche me, proprio me, vi ringrazio mano per mano.

Secondo ristoro, bevo camminando e ricomincio; pochi chilometri e inizio a sentire le gambe pesanti, nonostante il passo sia sempre più o meno in linea con le previsioni e il fiato sia ottimo. Mi dico che è ancora presto, manca metà gara, sono ancora in tempo per rallentare e tornare in progressione più avanti: alterno al passo previsto qualche centinaio di metri più lenti. Le gambe pesanti, la testa che prima prova a concentrarsi sul respiro, poi sul paesaggio, poi sulle immagini dell’arrivo, papà che mi aspetta; penso alle lezioni di AGY e ripeto con Sayonara che il mio corpo è sano, il mio corpo è luce, penso che alla Stramilano 2015 ho mollato per poi rendermi conto all’arrivo che, se avessi solo rallentato senza fermarmi, non sarebbe comunque finita così male.

Niente, poco prima del 15esimo le gambe si impiantano e cammino. Mi dico, senza possibilità di appello, che la gara è andata e decido di prendermela comoda per quel che potrò fare. Avviso –via whatsapp- Nico e chi mi sta seguendo a distanza che mi sono fermata e arriverò con calma; no, non mi sono fatta male, ho le gambe che non rispondono e la sensazione che potrei addormentarmi da un secondo all’altro mentre cammino.

Nico mi risponde che mi sta aspettando poco dopo il 15esimo chilometro con papà: quella che sarebbe dovuta essere una sorpresa diventa lo sprone per ricominciare immediatamente a correre, almeno fino a loro. Vorrai mica farti vedere camminare?! La meraviglia è che in realtà sono poco prima del 17esimo chilometro, quindi, anche se in lentezza, ecco che mi ritrovo più avanti del previsto. Mi sbraccio per farmi vedere, mi vedono, sorrido vedendo Nico che mi inquadra con la fotocamera, mi incitano a continuare, ma con un “‘fanculo!” mi fermo a baciarli e salutarli. La gara è andata, io sono lì per correre da mio papà, quindi la cosa più ovvia e naturale è fermarmi con loro qualche istante.

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Riparto, dopo 500 metri mi trovo di nuovo davanti un runner con cui fin dalla prima metà gara ci si è sorpassati vicendevolmente: l’ho visto fermarsi più volte a camminare per riprendere fiato e poi ripartire. E’ indubbiamente lui, mi ricorda una persona che conosco e ha una maglia particolare. Sta camminando, cammino anche io, lo raggiungo e, con una disinvoltura e intraprendenza che stupiscono anche me stessa, gli propongo:

“Senti, io e te ci stiamo superando a vicenda e camminando a turno dal settimo chilometro: ne mancano tre di chilometri, che dici, la finiamo insieme ‘sta gara?”

Un attimo preso alla sprovvista, poi ok, si va: di nuovo ricominciamo a correre lentamente, scambiandoci qualche parola: perchè siamo lì, chi ci aspetta all’arrivo, qual è il nostro tempo sulla mezza (il suo, per inciso è di 1:50, e ha all’attivo anche una maratona, quella intera dico), l’oroscopo che quella mattina era ben chiaro nel suggerire di sdraiarsi al sole invece di correre..

Arriviamo al ristoro del 19esimo, mi fermo e camminando bevo una bottiglietta d’acqua intera. Federico, così si chiama il runner che ho agganciato, ridendo mi avvisa che stiamo per entrare in pieno centro e che dobbiamo correre chè “lì è probabile che ci sia qualcuno che lo conosce”; concordiamo che là dove ricomincia l’ombra si corre di nuovo, stavolta fino all’arrivo.

Così è, in breve il Garmin avvisa che abbiamo completato il 20esimo chilometro, ne manca uno, acceleriamo. La curva ed ecco quegli ultimi 500 metri che avevo ben stampati in testa, Prato della Valle, papà e Nico che mi vedono e mi incitano, conto cinque gonfiabili, ma quale accidenti sarà quello dell’arrivo? L’ultimo, è ovvio. E’ fatta, ultimo chilometro chiuso a 5’30”, la beffa delle gambe sulla testa: allora, che cos’è che ha mollato a metà gara?

Chiudo la mezza maratona con il mio peggior tempo di sempre: 2:11 e qualcosa, cinque – C I N Q U E – minuti in più delle mie due precedenti gare (otto minuti in più rispetto a quanto mi sarei aspettata).

La delusione è stata grande, accompagnata anche da un po’ di sconforto: sono in tabella da due mesi, rispetto gli allenamenti in qualunque condizione, precisa, con dedizione e impegno, ero convinta che avrei portato a termine bene la gara e il risultato mancato (non il tempo finale, ma la gestione della gara) mi ha fatto anche arrabbiare.
La cosa da fare era ricordarsi il motivo principale per cui ero lì: papà era alla partenza e al traguardo, ho corso a casa sua, per lui sono stata la più brava di tutti, ho potuto regalargli la maglia della gara,  portata comunque a termine.

-Avresti potuto mollare e invece l’hai finita.
-No, non avrei mai potuto mollare, maglia e medaglia mica gliele avrei lasciate!

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In conclusione, dopo aver riflettuto su tutte le cose belle della giornata e sul fatto che l’aver corso tre mezze maratone in tre mesi fosse già un traguardo per me eccezionale- ho fatto due cose: ho promesso la rivincita a quella Mezza Maratona di Sant’Antonio per il 2017 e mi sono iscritta alla prossima -e ultima, per la stagione- gara. Smaltite le emozioni a caldo, la mia voglia di riprovarci ha prevalso su quella di rinunciare, quindi da domani si ricomincia.

Con il sorriso.

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Stramilano 2016: perchè la corsa è uno sport di squadra.

C’era tutto: la conferma di poter portare a termine una mezza avuta a Verona, la nuova tabella che ho seguito quasi alla lettera con levatacce alle 5 del mattino per ottimizzare i tempi (e no, le ripetute a quell’ora, con freddo e pioggia, non le consiglio a nessuno), la sensazione di poter mantenere per 21 km un ritmo medio di 5’50” min/km, la possibilità -su cui qualcuno aveva anche scommesso una pizza- che riuscissi a chiudere la gara in 1:59:59, insomma, sotto le due ore, con un ritmo medio di 5’40” min/km.

Era pronta anche la tifoseria, questa volta ben organizzata strategicamente: mamma al km 8, Nico e bambini intorno al km 12, Annalisa al km 15, Fra al km 18 e all’arrivo gli altri amici e la squadra.

Infine, anche fisicamente tutti i pezzi erano al loro posto: bandellette, tendini, tibie…

Insomma, era tutto perfetto -ed è stato tutto perfetto ciò che è stato pianificato e controllato-, ma io ho sbagliato tutto. Trascinata dall’onda in partenza, ho corso la prima metà gara troppo al di sopra dei miei ritmi sostenibili e mi sono ritrovata per i primi 10 km con una media di 5’35” min/km. Ovviamente, poi, il tracollo.
Parto da sola, convinta di andare piano, con il Garmin impazzito che mi segna una frequenza cardiaca di 220 bpm (che neanche le ripetute a 4’45” min/km alle cinque del mattino) e le gambe che girano bene: quando il gruppo degli Urban Runners con obiettivo 1:59 mi affianca, provo a seguirli e a stare con loro, e ho anche fiato per qualche battuta. Poco dopo, ecco che incontro altre facce amiche, con maglia Red Snakes, sguardi, strette di mano, sorrisi, qualche parola di incoraggiamento: Silvia mi chiede come vada, le dico che mi sento bene, mi fa presente che in quel momento sono a 5’20”, le rispondo che sì, mi rendo conto che devo rallentare. Mi incoraggia, mi incoraggiano, sorrido, parlocchio, non sono in affanno, posso farcela.

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Arrivo in porta Venezia, cerco mia mamma: accidenti, le ho detto di mettersi a destra, speriamo di esserci capite, qua non ci si incontra..ed invece, in curva, eccola che mi chiama e rispondo! Uno scambio di sorrisi, lei che cerca qualcosa da gridarmi e opta per un perentorio “Respira!”, con cipiglio materno. Intanto gli amici vanno avanti, meglio così, con loro avrei ansie da prestazione e mi sentirei una zavorra. Arrivo al decimo chilometro in 56 minuti, perfetto, anzi, troppo! Mi fermo al ristoro e riparto, iniziando a sentire le gambe pesanti.

Prossimo obiettivo: raggiungere Nico e i bambini, non posso rallentare eccessivamente prima di incontrarli, devono vedermi scattante e in forze, altrimenti che figura faccio con loro che sanno che sono una supereroina? Spero di incontrarli, nel punto dello scorso anno non ci sono, va bene che avevo suggerito di mettersi un po’ oltre, ma ho paura di non incrociarli; e poi, si ricorderanno che ho detto di tenere la destra anche a loro? Tutti i tifosi con giacca chiara a bordo strada mi sembrano Nico, tutti i bambini potenzialmente sono i miei. Finalmente, circa al tredicesimo chilometro li vedo, mi vedono anche loro e mi chiamano! Sono felice, mi dimentico per un attimo della fatica, mi sbraccio, corro loro incontro e scambio un cinque con Gaia e una cosa simile con Luca. Nico ha le mani occupate, scatta la foto: povero papà, a cui forse non do troppa soddisfazione, concentrata come sono sui bambini.

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Bene, anzi, non va bene per niente, devo rallentare: le gambe iniziano a non girare, rischio di non arrivare alla fine. Maledetti 14esimo e 15esimo chilometro che l’anno scorso hanno segnato la mia resa: anche quest’anno sono un punto critico; non posso però farmi vedere da Annalisa mentre arranco, quindi mi dico di tenere duro fino al ristoro e poi si vedrà. A proposito, sarò in orario con i tempi che le avevo detto? Va bene, passo sotto casa sua, ma chissà se sarà lì, con il suo bimbo piccolo, di domenica, all’ora di pranzo.. E all’improvviso, ecco anche lei: la chiamo con anticipo, ho davanti a me qualche altro runner, voglio che mi veda. Al secondo “Anna!!” mi vede, scambio rapido di sorrisi, mi scatta una foto, continuo.

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Dopo poco vedo il ristoro, quello dopo il quale l’anno scorso ho camminato: rallenta ma non mollare, rallenta ma non mollare, non dargliela vinta, maledetta Stramilano. Mi fermo al ristoro, sali, bottiglietta d’acqua; mentre cammino quei pochi metri che mi consentono di bere, ecco che vedo Alessandro. Non ci credo, è già lì?! Ma è lì per me?! Vedo male da lontano, ma mi è molto chiaro che mi sta mimando -e forse anche sillabando- un “ma allora, ma che cazzo stai facendo?!”. Mi si affianca, chiede come vada, male, gli rispondo. Non ricordo bene se gli abbia detto che ho tirato troppo e ora non ho fiato, o se l’ha capito da solo; so che in quei chilometri ho pensato di dirgli mille cose, spiegargli, lamentarmi, ringraziarlo, liberarlo dall’accompagnarmi chè mica deve farlo per forza, chiedergli della sua gara, arrabbiarmi, ma credo di aver solo annuito e borbottato qualche lamentela. Mi sprona, io rallento; mi dice che mi accompagnerà fino all’arrivo, di respirare, di concentrarmi e piantarla di guardare l’orologio, che anche la sua gara è andata male, ma quel che conta ormai è arrivare. Ascolto e faccio mie le parole, anche se, in cambio, grugnisco delusa e, probabilmente, senza mostrargli troppa gratitudine. Sono contenta di non chiudere la gara da sola e di non chiuderla con qualcuno che ha il mio stesso obiettivo, ma di chiuderla con qualcuno che la sta correndo con me per me.

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Intanto siamo in una zona della città che non conosco, so che Francesca dovrebbe essere dalle parti di piazza nonmiricordocomesichiama, provo a leggere i nomi delle vie ma senza occhiali non vedo niente. Di nuovo, quando ormai non ci speravo più, eccola al suo posto, dove aveva detto che sarebbe stata.

18esimo chilometro, Dai che siamo quasi in Sempione.
Ma dove accidenti siamo?!
Sempione, rivedo l’anno scorso in cui in quegli ultimi chilometri ho alternato camminata a tratti a 5’50”, i fotografi e i podisti da Marte in curva, i ristori vuoti al mio passaggio, il vuoto davanti a me, il vuoto dietro di me. Quest’anno non sono sola, ai ristori c’è gente e materiale, mancano fotografi e podisti da marte in curva, ma io non cammino: vado a scatti, senza trovare un ritmo coerente, ma non mi fermo.

Due chilometri che paiono infiniti, l’Arena che vedo da lontano, l’ultimo giro: sento che adesso le gambe trovano un po’ di forza residua, non molta, ma quella sufficiente per accelerare un minimo e mettere fine alla fatica. Stiamo per entrare in Arena, Ale è lì con me, mi propone di allungare gli ultimi metri, ma io non ne ho proprio, non ce la faccio, le gambe non girano: mi sembra di lagnarmi e tirarmi indietro, ma davvero le gambe non rispondono più.

L’ingresso in arena e la pista, subito ci fanno spostare in quinta e sesta corsia: un ragazzo si è sentito male a pochi metri dal traguardo e l’ambulanza è lì per lui (scopriremo solo il giorno dopo che Fabio, 29 anni, non ce l’ha fatta e questa rimarrà un’ombra terribile su questa Stramilano).
L’ultimo imprevisto: dove saranno Nico e i bambini, ci vedremo? Non so dove cercarli, mi trovano loro, mi chiamano e, non ricordo bene come, Gaia corre in pista con me, nemmeno il tempo di dire qualcosa ad Alessandro, si scambiano i ruoli e taglio il traguardo con mia figlia, mano nella mano.

All’arrivo sono tutti lì, notano il mio sorriso, io in realtà sono un po’ delusa e decisamente stremata.
“Non ce l’ho fatta”
“Ce l’hai fatta, Vale, hai il sorriso”.

2:06, pochi secondi meno di Verona, circa 3 minuti in più di quanto, secondo me, fosse nelle mie capacità attuali.

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Ho il sorriso, però, e questo è vero. E’ stato tutto perfetto e non sarò mai sufficientemente grata a tutti coloro che hanno speso una parola di incoraggiamento, un abbraccio, una presa in giro affettuosa per me, un grido per chiamarmi mentre correvo; non sarò mai abbastanza riconoscente ad Alessandro dal cuore grande, che ha dovuto mollare la sua gara e poi ha corso con me, per essersi sorbito le mie arrabbiature, per essersi tirato indietro a pochi metri dall’arrivo e aver fatto spazio ad un’altra persona senza che io mi rendessi conto, Ale che, ingiustamente, non si è sentito chiedere fino alla fine “ma a te come è andata? come stai?”, solo perchè ho dato per scontato che ad un top fosse andata necessariamente bene, e perchè troppo concentrata su me stessa. Ale, scusa e grazie, grazie e scusa, con il cuore.

Infine, ma cosa più importante, il mio grazie più grande va anche questa volta a Nico e ai bambini, per esserci stati prima, durante e dopo, per aver avuto pazienza, per avermi festeggiato, per avermi sostenuto questa volta e sostenermi sempre, nelle mie giornate di buona e in quelle in cui faccio casino.

La Stramilano l’ho chiusa con il sorriso: il tempo conta, se così non fosse non seguirei tabelle di allenamento, ma non è nulla in confronto a quanto ho ricevuto in affetto, presenza e sostegno da questa gara. Grazie a tutti, di cuore.

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Cose che condizionano la vita: un contratto a tempo indeterminato, la nascita dei figli, la prima tabella di allenamento.

Sapevo che sarebbe successo, speravo che sarebbe successo, ma non sapevo quando.
Quando è Adesso.

Un paio di settimane fa ho avuto l’occasione di fare il test del lattato tramite il Marathon Center di Brescia, sotto la guida di Huber Rossi, sportivo, preparatore atletico e specialista nella valutazione funzionale.
Sostanzialmente, prima mi hanno sottoposto a torture psicologhe quali pesata pubblica a sorpresa alle 11 del mattino e plicometria, poi -dotata di cardiofrequenzimetro- mi hanno fatto correre su un tapis roulant a velocità diverse (per un totale di una ventina di minuti): prima di passare alla velocità successiva, tramite una goccia di sangue prelevata dal lobo auricolare, hanno annotato i valori di acido lattico prodotto di volta in volta.

Così è stato possibile determinare, al di là delle tabelle standard e dei calcoli approssimativi, quelle che sono le mie esatte soglie cardiache per lavori di tipo lipidico, aerobico-lipidico, aerobico-glucidico, aerobico, anaerobico.

E quindi?

E quindi, da settimana scorsa ho una mia tabella di allenamento personalizzata, con indicazione dei lavori che devo eseguire nelle mie 4 uscite settimanali: durata della sessione, indicazione della frequenza cardiaca all’interno della quale devo lavorare, ritmo da tenere, numero di ripetute o chilometraggio da eseguire.
Ad una prima occhiata e dai primi allenamenti mi sembra che, ancora una volta, tramite questa tabella mi si chieda di avere pazienza, di rallentare per allenare il cuore, di diminuire l’intensità dello sforzo degli ultimi due mesi per avere dei miglioramenti: le distanze da percorrere sono, complessivamente, più brevi, i ritmi molto più blandi, fartlek e ripetute precisi al dettaglio. Ho comunicato come obiettivo personale la conclusione di una mezza maratona sotto le 2 ore (circa 6 minuti meno della Giulietta&Romeo Half Marathon di tre settimane fa), ma -per me- questa tabella su misura è di più: è conoscere ciò che devo fare, mi assicura di non correre a caso, mi fa fare ciò che è bene per me, mi tiene alla larga dal sovraccarico.

Ho promesso, a me stessa prima di tutto, ma non solo, di fidarmi e di seguire quello che mi viene detto di fare, con in cambio l’assicurazione di ottenere i risultati aspettati e garanzie anche da amici che prima di me si sono affidati a Huber Rossi. La tabella, quindi, che si evolverà nei prossimi cinque mesi, sarà l’impegno a cui non mancherò, a costo di continuare ad incastrare corse prima dell’alba, lipidici sul tragitto ufficio-casa per ottimizzare i tempi, lunghi alle sette del sabato mattina. La tabella è comprensiva, prevede giorni di riposo, stretching e abbondanti minuti di riscaldamento e defaticamento che di solito evito, ma alla tabella non interesserà che piova, ci siano trenta gradi, sia in ferie, abbia mangiato una pizza dodici stagioni la sera prima della corsa; la tabella, per l’impegno che ho deciso di prendere, non aggiungerà in realtà nulla di molto diverso rispetto a quello che faccio abitualmente, ma mi aiuterà in qualità e non mi lascerà accampare scuse per non allenarmi.

Insomma, a luglio ho iniziato a correre, a settembre ho cominciato ad ascoltare il mio cuore, oggi -che vedo miglioramenti- decido di continuare su questa strada: non sarà magari rapida, ma sento che è quella giusta per me adesso e che mi consente di continuare a divertirmi e ad amare quello che faccio, anche nello sforzo.

Quando chiuderò una mezza maratona in meno di 2 ore?
Quando sarò pronta.

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La Mia Prima Vera Mezza Maratona: la prima tappa di un viaggio iniziato a luglio.

Oggi qualcuno mi ha chiesto da quanto tempo io corra e oggi ho capito che, sebbene avessi creduto di aver cominciato nell’estate del 2014, in realtà ho iniziato a farlo solo a luglio scorso. La Nuova Me di cui parlavo qui ha tenuto duro e sembra stia vincendo su quella che sono stata prima. Che cosa è successo?

E’ successo che ho preso coscienza di essermi maltrattata, di aver corso stressandomi, cercando di raggiungere obiettivi senza una strategia logica e graduale, di aver anche fatto delle scelte che non erano le mie, ma proposte di altri. Mi sono fatta male davvero, sono stata ferma circa tre mesi e a quel punto ho ricominciato da capo.

A luglio ho iniziato a correre. Dodici minuti alla volta, due volte a settimana. Poi quindici minuti. Poi 3 chilometri. E dopo un mese e mezzo ho aggiunto un chilometro alla volta ogni due settimane circa. Il parametro di riferimento è stata la mia frequenza cardiaca che mostrava chiaramente quanto fossi fuori forma.
A inizio ottobre ho corso i miei di nuovi primi dieci lenti chilometri.
Poi sono tornata a correre tre volte a settimana; a novembre ho iniziato allenamenti specifici, ripetute, progressivi, fartlek; a inizio dicembre, con criterio e ascoltandomi, ho ripreso a correre anche quattro volte a settimana.
Con l’anno nuovo sono iniziati i lunghi del sabato mattina.

Ieri ho corso la mia prima e vera mezza maratona.
Mia: l’ho scelta io, l’ho desiderata e attesa io, ho cercato di prepararmi, l’ho corsa per me e basta.
Prima e vera: la Stramilano 2015, da infortunata, con ansie da prestazione, corsa in compagnia e non sull’ascolto di me stessa, era andata male. Nessuna soddisfazione all’arrendermi e al camminare per oltre un chilometro, nessuna gioia all’arrivo, solo il sollievo che fosse finita.

Ieri ho corso la mia prima e vera mezza maratona. Me la sono goduta tutta e sono sana e integra.
Ieri sono arrivata alla prima tappa del viaggio che ho iniziato, quello del volermi più bene, della ricerca di una pazienza che non ho come dote innata, dell’accettare che le cose accadano al momento giusto.
Il viaggio l’ho iniziato e lo proseguo da sola, ma per fortuna lungo la strada incontro persone che mi ricordano le mie motivazioni, che mi spronano, che mi fanno raddrizzare la rotta, che mi supportano e mi sopportano, che credono in me e che, anche se magari non sempre convinte, mi ricordano che io ce la posso fare. Anzi, che io ce la faccio.

Verona, Gensan Giulietta&Romeo Half Marathon 2016.
L’anno scorso era stata una staffetta bellissima, Nico ed io ci eravamo scambiati un bacio e un chip a metà gara, per ritrovarci all’arrivo in Arena. Quest’anno ho prestato il marito ad un’amica: Nico ha corso con me i primi 10 km, poi ha passato il chip -ma niente bacio- a Giorgia.

Sono arrivata alla gara serena, tranquilla, con l’unica preoccupazione per la pioggia:  corro in Lapponia, corro alle cinque del mattino, corro a mezzogiorno ad agosto, ma “tre cose detesto quando corro: la pioggia, il fango, le salite”Nessuna agitazione, sapevo che per me sarebbe stata la prova del nove, la rivincita, ma non mi ero data altro obiettivo se non il traguardo, con l’aggiunta -di minore importanza- dell’aspettativa di chiudere la corsa entro le 2:10:00. Mi sentivo in forma, con la consapevolezza di aver fatto le cose per bene, di essermi allenata con impegno e di non avere infortuni di sorta. Non volevo che finisse il tutto, volevo che iniziasse!
Sono stata indecisa a lungo se correre metà gara con Nico o da sola: volevo che fosse una gara mia, in cui fossi io a determinare il mio ritmo, i rallentamenti eventuali, senza farmi tirare e senza dover spiegare la mia andatura, ma allo stesso tempo mi sarebbe piaciuto condividere metà strada insieme, quella più facile, poi me la sarei cavata da sola, ma a quel punto già a metà percorso. Nico è stato perfetto: “se vedi che la mia presenza ti disturba, dimmelo e mi faccio da parte”.

In griglia, sotto la pioggia, sono partita da sola con lui: coperti da sacchi gialli e con un ombrello scassato abbandonato poi a bordo strada, eravamo silenziosi e tranquilli. Non sono agitata, non provo niente, voglio correre e basta. Iniziamo troppo veloci per superare il tappo del primo chilometro e mezzo, poi trovo un ritmo e, senza troppo guardare il Garmin, corro assecondando fiato e gambe. Nico ha il compito di segnalarmi i fotografi, chè vorrei sorridere a dimostrazione che me la sto godendo tutta! Non mi accorgo quasi di quelle che l’anno scorso mi sono sembrate salite continue, in un attimo siamo al ristoro del quinto chilometro, che evito, e poco dopo è già ora di salutarci per il suo cambio staffetta. Riuscirà a seguirmi per il resto della gara con il Live Track del mio Garmin.

Al ristoro del decimo chilometro bevo acqua e tè caldo, perdo (o mi prendo) in tutto circa trenta secondi, ma mi ripeto che il mio obiettivo è arrivare alla fine, sana e felice, e che voglio fare le cose per bene. Fino al quattordicesimo chilometro il tragitto lo conosco, è lo stesso del primo giro, solo che i fotografi si sono spostati e io sorrido ai pali. Quindicesimo chilometro secondo ristoro, acqua e sali minerali: ancora qualche secondo, ma voglio idratarmi e conservare le energie. La mia testa si accorge che il peggio è passato: se di solito si inceppa tra il quattordicesimo e il quindicesimo, ormai siamo alla fine del sedicesimo. Basta arrivare al diciottesimo ed è fatta.
Al diciottesimo guardo l’ora, sono in obiettivo, rallento perchè Ale mi ha detto che, una volta tagliato il traguardo, avrebbe provato a tornare indietro a recuperarmi per poi tirarmi per gli ultimi chilometri: so che potrebbe farmi spingere, devo averne le possibilità (alla fine non riusciremo ad incontrarci, ma so che è tornato indietro a cercarmi, ed è come fosse stato vicino a me). Ristoro del diciannovesimo, lo evito, manca poco: ad un certo punto sento un uomo che indica ad un amico “guardalo, guardalo, guarda cosa c’è, guardalo là come è bello!”, e alla vista del cartello del km 20 so di avercela fatta. Ultimo chilometro, una salita che pare infinita e pesantissima, poi l’attraversamento dell’Arena, l’uscita sulla rampa ripida, la gente davanti a me si inchioda, grido un “dai, forzaaa” che suona come un “almeno non state in mezzo, chè io devo arrivare”, ultimo rettilineo che corro con tutte le forze che scopro di avere ancora. Tengo la sinistra, da quella parte davanti a me non c’è nessuno, vorrei una bella fotografia del mio traguardo.

Ce l’ho fatta, guardo il Garmin: 21,400 km, 2:06:57. Ce l’ho fatta. L’ho corsa tutta, sulle mie gambe, con la mia testa, con la mia fatica, con la mia gioia. Sono felice, sono integra. Ho gli occhi lucidi, mi sono presa la mia rivincita, questo sarà il mio inizio: posso farcela, posso continuare, posso migliorare ogni giorno e voglio farlo perchè mi fa stare bene.

Nico è lì che mi aspetta sorridente, mi scatta un paio di foto, è felice per me; sono zuppa, ho corso per due ore sotto la pioggia, mi cambio completamente all’aperto, festeggio con Nico e poi insieme con gli amici. Mi arrivano messaggi di chi mi ha seguito in diretta, gli amici conoscono il mio tempo ufficiale prima di me, è bellissimo condividere il successo e la gioia con qualcuno che conosce quanto io abbia coltivato questo desiderio, quanto l’abbia atteso e quanto l’abbia sudato.

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Sono felice, soddisfatta, ho un nuovo punto di partenza: quale sarà la prossima tappa?

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Alla fine mi è stato chiaro il perchè.
Una DeejayTen perfetta.

La nuova Me che ha ricominciato a correre come se fosse il primo giorno, trascurando i ritmi passati e la velocità a cui potenzialmente riuscirebbe ad andare, che tiene a bada le gambe per seguire la frequenza cardiaca che deve rimanere entro certi parametri, che ascolta i segnali di bandellette e tibie e che addirittura aggiunge un giorno di riposo e rinuncia ad un’uscita se sente che significherebbe sovraccaricare, dicevo, la nuova Me aveva detto che le sarebbe piaciuto provare a correre la DeejayTen, ma che si sarebbe iscritta all’ultimo, se ci fossero state le condizioni.


All’ultimo
però, ovvero un paio di settimane fa, ormai le iscrizioni erano chiuse ed era sembrato inutile il tentativo di elemosinare un pettorale nei vari gruppi di runner online. Pazienza, la nuova Me se ne era fatta una ragione: oltretutto le cifre parlavano di 25.000 persone ad accalcarsi tra le vie di Milano, suddivise in scaglioni -le waves- per numero di pettorale e non per ritmo gara, dando l’impressione che tutto si sarebbe rivelato un gran casino. Insomma, tutto sommato, forse, meglio così.

Mercoledì: Antonella mi scrive per avvisarmi che da Koala Sport sono spuntati ancora alcuni -pochissimi- pettorali. La nuova Me le risponde che non correrà, ha altri programmi ormai, nulla di prenotato, ma c’è Pompieropoli e quest’anno ha deciso che è ora di portare i bambini. Poche ore e la nuova Me non riesce a trascurare una sensazione di fondo che la porta a riconsiderare i piani e a vedere quanto facilmente si riesca a fare in modo diverso, incastrando di nuovo tutti i pezzi. Antonella mi iscrive alla gara nel pomeriggio stesso.

Venerdì: in pausa pranzo la nuova Me ritira il pettorale.

La nuova Me è confusa, non è sicura di aver fatto la cosa giusta. Ha fondamentalmente paura di rifarsi male: i 12 km di settimana scorsa con Nico, seppur lenti e cauti, hanno lasciato i segni (google parla chiaro, potrebbe essere un inizio di periostite e, google a parte, la solita bandelletta si fa riconoscere facilmente) e non vuole esagerare. Un conto è correre da soli, un altro correre nel mucchio: anche dichiarando che si correrà solo per divertimento, si sa che è facile lasciarsi trasportare dalla folla o dalla compagnia.

La nuova Me si chiede anche perchè si sia ostinata a volerla correre: sarà mica perchè la fanno tutti, può essere questo un motivo sufficiente? E’ per non essere da meno, per non sentirsi esclusi da qualcosa?

Sabato: la nuova Me, che della vecchia me mantiene l’ossessione per la precisione e l’organizzazione, inizia a definire orari, percorsi, puntelli con amici e conoscenze, coinvolgimento della famiglia. Pur non sembrando una cosa semplice, considerate 25.000 persone disordinate e caotiche che correranno, balleranno, faranno casino per la città, la nuova Me guarda il tragitto su google pedometer, con chilometraggio preciso, e definisce un punto di incontro poco prima del quarto km, in cui potrà cercare Nico e i bambini, che subito dopo si sposteranno in zona arrivo, in modo da poter provare a correre gli ultimi metri insieme a Gaia. Facciamo anche una prova auricolari, in modo che Nico possa chiamarmi per comunicarmi le sue coordinate e rendere più semplice l’incontro tra la folla. Infine, mi massaggio ogni tre ore bandelletta, ginocchio, coscia..per precauzione, meglio coccolarli un po’. No, non vi farò del male, mi prendo cura di voi, guardate come sono brava, su, state buoni.

Domenica: io sono tranquilla, Gaia non sta più nella pelle. “Mamma, ma all’arrivo ci fanno anche cadere in testa tutti quei coriandoli colorati della partenza?”. Prepariamo insieme un pettorale anche per lei: stesso colore del mio, stesso mio numero, stesso baffo Nike, decorazioni personalizzate. Vuole spillarlo subito e la preoccupazione successiva è “se papà le saprà fare, tolto il casco della bici, una coda alta laterale bella come gliela faccio io”. Insomma, ha capito: ci si deve divertire, correre insieme e sorridere ai fotografi. Io sono abbastanza tranquilla, i miei obiettivi sono correre felice, condividere le emozioni soprattutto con Gaia e, naturalmente, portare a casa tutti i pezzi.

Vado, mi incontro con Fra e gli homies del NRC, qualche foto e arriviamo alla partenza. Metà Dynamo, la mia socia Fra, Veronica ed io, ci accodiamo dietro Giorgione, pacer con ritmo 6’30”. Si parte, Veronica scappa avanti, io e Fra continuiamo insieme senza perderci di vista. E’ la prima gara che corriamo di nuovo insieme dopo la Stramilano, lei ora ha altri obiettivi, molto ambiziosi, io ricomincio da zero, ma questa la facciamo insieme. “Ti ricordi la nostra partenza alla mezza?”, eccome se me la ricordo, anzi, dove sono i fotografi qua?!

Nico non chiama, arriverà in tempo? Svolto in Foro Bonaparte, c’è il curvone, sa che sono sulla sinistra, ma meglio controllare: ecco, a destra, nel punto più largo, la sua bici con bambini  a bordo. Accelero, mi sbraccio, grido: “Amooooooriiiii!! Gaia!! Luca!!”, taglio la strada a tutti, un rapido bacio in sequenza Gaia-Luca-Nico e mi rimetto in strada, sentendo Fra che a sua volta saluta la truppa.

Tutto bene, il fiato è leggermente più corto del solito, le gambe un po’ più pesanti, ma va bene, è che non sono più abituata a spingere; al settimo chilometro sento un breve avvertimento impercettibile del ginocchio e capisco che, purtroppo, ad oggi il mio limite sia ancora intorno a questa distanza. Il Garmin ha avuto problemi di satellite ed è impazzito subito, quindi inutile guardare distanza e ritmi: l’unico parametro attendibile è quello della frequenza cardiaca, ma si sa che in gara è giusto che salga. La vela in strada indica concluso il nono chilometro, ora anche i pacer accelerano e io inizio a cercare Gaia. Probabilmente ci saranno stati dei problemi di linea, Nico non mi ha chiamato per dirmi dove accidenti potrò trovarlo. Senza occhiali non vedo nulla abitualmente, ma per cercare Gaia riconosco moltissime persone a bordo strada; chiamo Sara, infortunata, che non ha potuto correre ma che è lì, a fare il tifo. Poco dopo, sulla destra (questa volta dal lato giusto!), ecco i bambini!

“Gaia, Gaia! Pronta? Andiamo!”. Gaia ed io ci prendiamo per mano e iniziamo a correre, contestualmente Luca scoppia in un pianto disperato: sarà che vuole unirsi, sarà gelosia o solo desiderio di stare sempre con Gaia? Noi andiamo! Gaia si scioglie subito la coda: “Mi slego i capelli, papà non l’ha fatta molto bene la coda”, “Ok, dammi, te lo tengo io l’elastico, così corri libera”. I duecento metri mi sembrano lunghi per Gaia, le indico lontano il traguardo azzurro, appena dopo il semaforo: “Sì, mamma, lo so già che è lì!”. Va bene, andiamo. Sarà un ritmo troppo veloce per lei? Avrò rallentato eccessivamente mentre lei vorrebbe sfrecciare? Che cosa le frulla intesta, lo vede il casino, la sente tutta l’euforia dell’arrivo?

Non ci molliamo le mani, ma corriamo sul lato destro, così che Gaia possa battere il cinque ai bambini e ragazzi a bordo strada – “sono qua per noi, per farci festa!”; in zona arrivo, ecco i pacer festanti, ad accogliere i runner tra incitamenti, grida, applausi, e anche per Gaia ecco qualche faccia nota.

Arriviamo, Fra insieme a noi. Siamo felici, io tantissimo perchè è stato tutto perfetto, lei al settimo cielo, un po’ frastornata dalla situazione nuova: “E la medaglia, non ce la danno?”

Vorrei che mi dicesse subito quanto è stato bello, magico, nuovo, emozionante, ma è stranamente di poche parole. La incalzo: “Allora? Lo rifacciamo?”, “Sì, però tu devi arrivare un po’ più in fretta”. Nico poi mi racconterà che l’attesa del mio arrivo è stata fonte di pianti: “E se non arriva? E se l’hanno investita in macchina?”.

Ritiriamo la nostra sacca del ristoro, ci facciamo qualche foto nel prato, le metto la meritata medaglia al collo, festeggiamo insieme a Fra, di cui Gaia parlerà per tutto il pomeriggio.

Ci dirigiamo verso il deposito borse e, dopo aver cercato dei possibili papà alternativi tra i ragazzi che si cambiavano –“sì, però, mamma, giovane eh!”-, ci incontriamo nuovamente con gli uomini.

La mia DeejayTen è stata perfetta e ho capito perchè ho voluto farla.
Era il punto di partenza di cui la nuova Me aveva bisogno: un numero, un pettorale, il poter correre di nuovo al di fuori della pista ciclabile in solitaria, poter correre insieme agli altri, ma non “perchè la fanno tutti”, bensì perchè correre una gara mi ha reso di nuovo in grado di ricominciare.

Ho voluto farla perchè è in queste occasioni che faccio il pieno di adrenalina e di energia, attingendo ai sorrisi degli altri e agli incontri inaspettati, non voluti, ma possibili, che si verificano a sorpresa. E’ per il saluto di Lucrezia, che immancabilmente arriva all’improvviso tra migliaia di persone; è per il ritrovo con i ragazzi del Running Club; è per le donne del gruppo Running 4 Mommies, ciascuna con una scritta R4M per riconoscerci nel caso ci si trovasse -e se non ci si trovasse, stiamo correndo insieme lo stesso-; è per l’incontro inatteso con Cek de glispillinelginocchio, con cui finalmente, dopo mesi di blog, foto su instagram e post su facebook, ci si riconosce di persona; è per Marianna, R4M, con cui ci si sarebbe potute incontrare migliaia di volte senza che accadesse, e che invece ho conosciuto e rivisto due volte in una stessa settimana; è per ritrovarsi, dopo il traguardo, a raccontarsi ciò che di bello si è vissuto.

Ho voluto farla perchè ci sarebbero potuti essere i bambini a fare il tifo, ad aspettarmi; coinvolgere Gaia è stata una delle idee migliori che abbia avuto ultimamente. La sua adrenalina l’ha portata fino a sera, mentre ripeteva che correre insieme era stata la cosa più bella di tutta la giornata, e che avremmo dovuto incorniciare insieme i nostri pettorali per tenerli come ricordo (lo faremo). Anche Luca ha avuto la sua medaglia (quella della DeejayTen dell’anno scorso, i bambini hanno notato subito le scritte uguali), e ha dato dimostrazione pubblica di quanto possa correre veloce nel giro esterno dell’Arena Civica.

Il tempo finale? La nuova me ha rispettato le premesse (e le promesse) fatte a se stessa: per una volta è stato davvero irrilevante. La nuova me ha scoperto a metà pomeriggio il risultato ufficiale: 01:03:00, neanche poi così male rispetto alle aspettative.

Si riparte da qui, soprattutto da questa testa, da questo modo di prendere le cose, dalla pazienza che prima o poi pagherà, dall’assorbire le energie positive degli altri.

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Categorie: Sport, Vita da mamme