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Firenze Marathon: la mia prima Maratona.

Finalmente è arrivato il venerdì: dopo mezza giornata di lavoro e scuola, partiamo tutti e quattro alla volta di Firenze, arrivando per l’ora di merenda. Decidiamo di andare subito al Village e improvvisamente tutto diventa sempre reale: leggo il mio nome tra i 10.000 partecipanti, ho finalmente il mio pettorale tra le mani (ancora GRAZIE a Technogym per avermi fatto questo regalo con tutta la fiducia possibile!!), aggiungo la mia firma sul muro, inizio ad essere contagiata dal clima di festa e agitazione. Saluto Marcella e Laura allo stand di Rare Partners, le prime a vedermi e a scoprire che sono lì anche io: tra un incoraggiamento e l’altro, mi dicono che saranno al 38esimo chilometro anche per me. T R E N T O T T E S I M O? Ma che sto facendo?

 

Sabato mattina, a casa, iniziamo a studiare il percorso e l’organizzazione generale: dal nostro appartamento al chilometro 4 ci sono circa 300 metri e, nell’arco di un paio di chilometri lineari, si troverà il diciassettesimo, dove i miei tifosi potrebbero appostarsi. Proviamo il tragitto a piedi, proseguiamo, come in gara, sul Lungarno e, dopo una sosta ad un parco giochi, continuiamo fino a Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Duomo, supermercato e a casa per pranzo, con Garmin che segna 12.000 passi. Come da raccomandazioni: non camminare troppo, riposa e non stancarti prima della gara. Per rimediare, nel pomeriggio dormo abbondantemente. Nel frattempo arriva in città anche il gruppo Urban Runners: passo da casa loro per ritirare la mia maglietta da gara e iniziano le prime lacrime trattenute, gli occhi lucidi, gli abbracci nella trepidazione generale. Tommy mi telefona, Fabio, l’altro Fabio, Rudy, Elisa, Francesca e Francesca, Valeria…gli amici mi scrivono, così come mia mamma e mio papà.

    

Sono scaramantica, ho le mie routine, non ceniamo insieme, torno a casa: alle 20.30 sono a letto insieme ai bambini, dopo il mio abbondante piatto di pasta di mais condita con olio. Prendo sonno abbastanza rapidamente, mi sveglio alle 2.20 e poi, definitivamente, alle 5.15. Colazione, vestizione, ancora sotto il piumone: si sveglia per prima Gaia che mi chiede se io sia pronta, guardiamo un documentario sugli uccelli migratori, fingendo -probabilmente entrambe- interesse; si alzano poi anche Luca e Nico. Non piove, sembra anche che ci sia una buona temperatura. Li saluto presto e alle 7.45 sono a casa Urban Runners: ci si avvia in griglia. Occhi lucidi, groppo in gola, lacrime, sorrisi: ci siamo. Scopro che non sono la sola esordiente, siamo in 4, accompagnati dal nostro angelo biondo, Valentina. Quando le avevo chiesto le canzoni per la playlist, Valentina mi aveva risposto “Io te le mando, ma io sarò lì con te. In silenzio o chiacchierando o dietro o di fianco, ma non ti mollo neanche per un metro”. Avevo avuto un po’ di paura perchè, quando la mia testa parte, vado fuori controllo e non volevo rischiare di pesare su qualcun altro; ora però siamo lì, griglia fucsia, l’ultima, quella dei lenti e di quelli alla prima volta.

Allaccio e slaccio e riallaccio le scarpe, accendo il Garmin e, alle 8.29 avvio la mia playlist. All’improvviso un boato: sono partiti, cioè, siamo partiti! “Ragazzi, ho sentito una goccia!”. Non mi credono, forse pensano che io stia scherzando. “Ragazzi, seconda goccia”. In pochi minuti passiamo sotto lo start e inizia il diluvio: più battesimo di così, mi dico! Il primo pensiero va a Nico e ai bambini: ho detto loro di non stare a prendere freddo, qua la pioggia è esagerata da subito, in cuor mio però so che almeno al quarto km ci saranno, perchè Nico ha comprato mantelle per tutti.

La playlist inizia con Shakira e la sua Try Everything, colonna sonora di Zootropolis, che ripete “I won’t give up, no I won’t give in till I reach the end (And then I’ll start again)”, pioggia non mi fermerai. A seguire arriva una canzone di Tommy, i Kadebostany con Mind if I stay, che non so bene che cosa dicano ma capisco che ripetono “Don’t be scared” e io no, non ho paura adesso. Ed Sheeran canta Shape of you e so solo che è la canzone della mia bambina, quella che si è portata dietro dopo la prima vacanza da sola a luglio. 

Sono insieme a Valentina ed Enrico, abbiamo un passo simile, almeno inizialmente, un occhio a loro e concentrazione su di me. Intorno al quarto chilometro chiedo di aiutarmi a vedere dove possano essere Nico e i bambini: sono lì, nelle loro mantelle colorate a prendere la pioggia, corro da loro, Luca non è felicissimo della situazione. “VI AMOOOO!” e proseguo. 

   

Sul retro della mia maglia c’è scritto “La mia prima mara…cosa?!” e al sesto chilometro ricevo l’incitamento e l’in-bocca-al-lupo da una runner, mi chiede se Valentina sia la mia guida, le rispondo che è anche quella spirituale. Proseguiamo ed entriamo nel parco delle cascine, continua a piovere. Dopo il Katalicammello, Nico fa suonare Woodkid con Run boy run. Nella direzione opposta alla nostra intanto passano i primi, io resto focalizzata sul passo, con sguardo basso per non scivolare. Al decimo chilometro ho bevuto dell’acqua, ma aspetto il quindicesimo per prendere il primo gel come mi ha suggerito Andrea: è anche un modo per provare a superare la “Maledizione del quindicesimo”, che da sempre mi colpisce. E’ lì che io incontro sempre una specie di muro, chiamiamolo muretto, dove la testa probabilmente si stufa, in allenamento o nelle mezze: Vale mi chiede come vada, le dico che non sento le gambe, le ho ghiacciate, mi risponde che è presto, che mancano ancora 27 chilometri. Eh, lo so, mica mollo, però non è che vada benissimo. I Prozac+ cantano Acido- Acida+, scusami Vale, non rispondo di quello che dico. “Guarda, per me, puoi anche insultarmi”. Non lo farò.

Agli spugnaggi c’è chi commenta che sembra una presa per il culo, ma i volontari le spugne oggi le danno asciutte. Io vorrei solo dell’acqua calda sui quadricipiti e uno scaldino per le mani. Penso a Fabio che mi ha scritto che la maratona è tutta testa: quindi, testa, piantala di farmi pensare che ho i quadricipiti congelati, non è vero, è solo un trucco, uno scherzo di pessimo gusto.

Uscita dal parco delle cascine: cerco loro, Vale me li indica, li raggiungo felice e li bacio tutti e tre. Luca continua ad avere una faccia non convintissima. Ora so che li rivedrò solo all’arrivo.

Proseguiamo, Enrico va avanti e sono contenta così: dico a Vale che me ne frego del passo ma ho bisogno di rallentare perchè le gambe non girano e preferisco cautelarmi. Gli Articolo31 cantano “Domani smetto” e, ridacchiando, inizio a pensarci; penso anche che se domani non avrò 39 di febbre sarà un miracolo. Il lungarno è un inferno, è il pezzo in cui soffro di più: intorno al 19esimo -credo- c’è Monica, neanche la riconosco inizialmente, ci fa un sacco di feste, si sgola, ci incoraggia, riesco solo a farle il segno universale di pollice su. Fatico e voglio controllare la testa. Gli Abba attaccano con “SOS”, voglio dirlo a Vale per riderci su, ma conservo ogni forza: anche lei ha freddo e ha le mani gelate. Io non vedo niente: già sono miope, con tutta l’acqua che viene giù, faccio proprio fatica anche con la vista; tengo lo sguardo basso a pochi metri, mentre la pioggia scorre incessante anche su faccia e capelli.

 

Ponte vecchio, so che da quelle parti ci sarà Rudy, mi ha detto che mi aspetta in curva, ma nelle due curve, in salita e in discesa, non lo vedo. Ci chiama Anna, la riconosco, non ricordo se ho risposto anche con la voce o solo con il sorriso. Poco più avanti ecco anche Rudy, gli devo un abbraccio che non mi sono fermata a dargli: in realtà lo vedo all’ultimo e quasi non lo riconosco, ho un altro ponte davanti a me. Al ristoro sono quasi tentata di versarmi sulle gambe del tè caldo, ma per fortuna sono ancora un po’ lucida e questa cazzata la evito. Vasco Rossi canta Sally, io devo portare Margherita al traguardo, e con lei anche Paola: chiedo loro di essermi ali, alleggeritemi un po’.

Non troviamo la Bonny alla mezza, proseguiamo su un drittone che mi sembra interminabile. Piove. Diluvia. Chissà se mio fratello riuscirà ad esserci al ventiseiesimo chilometro, con queste secchiate d’acqua, poi..! Poco prima della fine del venticinquesimo mi sento chiamare: “Vale?!”, mi giro, è lui, chissenefrega del tempo, torno indietro di qualche metro, lo abbraccio, lo bacio, gli dico che oggi è durissima con tutta questa pioggia, lui e un paio di signori a fianco mi dicono un dai, dai, vai! Riparto, ma non vedo più Valentina, si vede che è andata avanti: gliel’avevo detto di sentirsi libera di proseguire, chè io sono un po’ difficile da gestire (scoprirò solo all’arrivo che in realtà non è stata bene, si è fermata un attimo senza dirmi nulla per non condizionarmi). I circa 7 minuti di Sweet Judy blue eyes mi fanno superare il momento più critico, traghettandomi direttamente oltre il ventiseiesimo chilometro. 

Se fino ad ora lungo tutto il tracciato ho trovato tifo e partecipazione, adesso iniziano un po’ di chilometri in una zona più desolata; paradossalmente, però, io inizio a stare meglio. Dal ventottesimo inizia a smettere di piovere e il trentesimo chilometro mi sembra vicino: Eric Clapton mi canta Cocaine, io mi accontento dei miei GU ogni 10 chilometri. Mi affianca un runner che non conosco e che più volte nell’arco di pochi chilometri prova a parlarmi: ad un certo punto, quando sembra risentirsi per la mia chiusura, mi scuso per l’antipatia, ma sono concentrata, non sono una da chiacchiere in gara e voglio conservare ogni piccola energia. 

E’ in questo momento che emerge il mio essere lupo solitario: sono da sola, sulle mie gambe, e per fortuna sono abituata a fare affidamento (e a fare i conti) sempre e solo con me stessa. Sto bene, non riesco a governare le gambe, vanno da sole, non riesco a cambiare passo nè per accelerare nè per ridurre, ma di testa sto bene: ha smesso di piovere e finalmente riesco a guardarmi intorno e a godermi quello che sto facendo. E’ paradossale, là dove ci si schianta o si scavalca il muro, io mi riprendo, almeno di spirito. Ho dolore ai quadricipiti, è stato troppo il freddo che ho preso nella prima parte della gara, so che è per quello, ma ormai la gara è in discesa. Fatti 30, vuoi non farne 42?! Per me non è che “ne mancano ancora 12”, a me scatta un “ne hai già fatti 30!”: la testa c’è. Ad un certo punto mi sento canticchiare gli Avicii e, contemporaneamente, un runner mi chiede “Ma canti mentre corri tu?”: sarà l’euforia del trentesimo, mi viene da ridere, mi riconcentro sul concetto di non disperdere energie. 

Trovo una sorpresa al trentacinquesimo: non posso chiamarlo ponte, non so cosa sia, ma è una breve ripidissima salita che mi è impossibile correre. Si sale, si scende, nessun tratto in piano: agli spettatori sul ponte ridendo chiedo “Ma che scherzo è questo al trentacinquesimo?!”. Sulla discesa però ricordo il sole e sento la voce di Gaia che mi fa lucidamente presente che “cosa saranno 7 chilometri per me?!”, sette sono quelli che mancano al traguardo. Meno di un allenamento standard infrasettimanale. 

Aspetto il trentottesimo, dove so che troverò Marcella e Laura. Sono al di là della paura / in quella prateria infinita / piena di pericoli e strapiena di vita / e adesso sono qui / è un superpotere essere vulnerabili / e adesso sono qui / dove sono possibili cose impossibili: c’è Veronica con me con questa canzone che adesso è perfetta. 

Si rientra in centro, i pedoni ormai iniziano ad attraversare il tracciato di gara. Guardo davanti a me, non più per terra; vedo una ragazza che incita qualcuno “dai, dai, sei bravissima, forza!”, penso che dica a qualcuno dietro di me, ma più mi avvicino più mi rendo conto che è con me che parla: annuisce, sgrano gli occhi, mi incoraggia di nuovo, si sgola, le sorrido di gratitudine sincera e tiro dritto. 

Arriva il km 39 ed ecco lì Rare Partners: Marcella e Laura, energicissime e casiniste più che mai, mi gasano, corrono con me qualche metro, finchè Laura mi minaccia “Non ci provare neanche a mollare, chè ti prendo a calci nel sedere!”. No, no, non ho fiato per rispondere ma figurati se mollo: come mi sta dicendo Gaia nella testa “Ormai ti mancano solo 3 chilometri! Meno dei chilometri di riscaldamento di un allenamento normale!”. Scoprirò dopo che, nello stesso momento, mentre io passo il trentanovesimo, Gaia chiederà a Nico di potersi togliere la giacca e prepararsi perchè ormai sto arrivando. Tre chilometri non sono proprio niente.

“…You’re giving me a million reasons to let you go
You’re giving me a million reasons to quit the show
You’re givin’ me a million reasons, Give me a million reasons
I’ve got a hundred million reasons to walk away
But baby, I just need one good one to stay…”

Inizio anche a fare qualche conto: ho perso un po’ dal trentesimo e dal trentacinquesimo, sarei potuta arrivare meglio, ma sono ancora in tempo per stare nelle 4h20′. E’ la maratona numero zero mi dicevano, basta arrivare al traguardo; io però mi sono sempre detta che se fossi arrivata entro le 4h15′ “avrei fatto fuochi d’artificio”, entro le 4h20′ “sarei stata soddisfatta”, entro le 4h25′ “va beh, è la prima”, oltre non sarei stata contenta. Sono ancora comoda per godermi la soddisfazione, riesco anche a camminare qualche passo per bere di nuovo al ristoro del 40esimo.

    

Gli ultimi due chilometri sono interminabili e non ricordo molto, se non la folla di runner, turisti, spettatori. Non ricordo nemmeno quando Garmin suona il quarantaduesimo a ricordarmi che mancano solo 200 metri scarsi; non vedo neanche il cartello. Non mi rendo bene conto che sia finita, sono stanca, ma non metto bene a fuoco ciò che ho fatto e ciò che sto per concludere. 

Corro verso piazza Duomo, sulla curva a destra ecco di nuovo Monica che mi chiama a gran voce, poco più avanti vedo Nico e i bambini: mi sbraccio felice, mi corrono incontro, mi bloccano. Dobbiamo andare di là, urlo, gli indico la direzione giusta: la gara non è finita, corriamo insieme fino a là, poi, a quel punto, festeggeremo. Pochi metri per allinearci, ci prendiamo per mano, tagliamo quella finish line in 4h19′: soddisfatta. 

      

Abbraccio Gaia e Luca, mi dispiace non avere lì subito anche Nico; sono maratoneta, mi mettono la medaglia al collo, spiego a Luca che no, quella non posso dargliela, quella è tutta mia. Un ragazzo mi aiuta con la coperta termica, ho per mano i bambini, le dita congelate, uno strano senso di euforia e di…e adesso?.
Ci ritroviamo tutti insieme, con Nico, con Vale e gli Urban, la festa inizia, la festa continua per i giorni seguenti.

Il viaggio è iniziato il giorno in cui ho deciso che avrei corso una maratona, prima di entrare in tabella e quando poi ci sono entrata, quando ho iniziato a rispondermi a tutti i perchè, quando ho deciso di affrontare le fatiche fisiche e interiori. Il viaggio è arrivato ad una prima fermata, Firenze, ma non si esaurisce qui: non so se correrò altre maratone -anzi, sì che lo so-, ma comunque prosegua il viaggio della vita, questa corsa è stata una tappa importante.

Nel mio viaggio, quello della vita e quello della corsa, entrano ed escono costantemente delle persone: c’è chi si ferma di più, chi di meno, chi va via e chi resta mentre sono io che mi allontano. Ogni persona che incontro, però, mi lascia un pezzo di sè, che mi porterò dietro per sempre: è così che mentre suonavano le canzoni scelte dagli affetti di oggi, riecheggiavano gli affetti di ieri, è così che nella corsa di oggi vinco e supero fatiche e dolori trascurati nel tempo. Un grazie speciale a chi sceglie di restare, oggi, ma anche a chi c’è in questo momento, a chi mi ha accompagnato e magari domani non ci sarà; un grazie di cuore alla mia famiglia, tutta, ai miei bambini e a Nico, a mamma e a mio papà e a mio fratello, nonostante i nostri modi diversi di rapportarci tra noi. Oggi grazie a Yuri, Alino, Rudy, Paola, Marghe, Tommy, Valentina, Gianluca, Fabio l’avvocato, Fabio che compie imprese surreali, La Bozz, Veronica, Francesca; grazie a Luana, Elisa, Fra per i messaggi inaspettati e commoventi, grazie al coach Andrea e grazie a chi ogni giorno crede in me e mi aiuta a farlo sempre un pochino di più.

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Mara…cosa? Come ci sono arrivata.

Circa sei mesi di preparazione, di allenamenti in tabella, di alimentazione un po’ più attenta, di pomate all’arnica e alla canfora -notevole la Pomata Verde ad uso equino e bovino, ottima anche per profumare gli ambienti domestici, grazie Fra per il consiglio. Avrei potuto fare più sacrifici -mi avevano preannunciato che sarebbe stato un periodo di rinunce e fatiche-, ma non mi sono negata nulla, mi sono organizzata meglio, incastrando gli sgarri alimentari, le uscite e l’adeguato riposo nei momenti giusti.

I sacrifici veri li ha fatti la mia famiglia, quello va detto: la maratona l’hanno preparata anche loro, Nico, i bambini, rinunciando a partire perchè avevo i lunghi da correre in piano, accompagnandomi nelle gare di preparazione, sopportando le mie considerazioni condivise prima e dopo ogni allenamento -ma certo, se poi mi istigano chiedendo “Ma allora, come è andata oggi? E i battiti?”, come faccio a trattenermi?- , e soprattutto le deviazioni immancabili nei discorsi, perchè qualsiasi argomento, alla fine, lo riconducevo a lei, alla mia maracosa. A dire il vero, tutti coloro che ho frequentato in questi mesi, alla fine mi sentivano parlare di corsa: scusatemi (lo rifarò, lo so).

In questi mesi a Nico è cresciuta una barba lunghissima, che sembra una metafora e forse lo è; Gaia è migliorata in matematica, aiutandomi a tenere il conto dei chilometri che, allenamento dopo allenamento, mi sarebbero mancati al raggiungimento dei fatidici quarantadue; Luca ha iniziato a chiedere di addormentarsi nel lettone, dalla mia parte, e l’ho assecondato, spesso addormentandomi insieme a lui prima che finissero i telegiornali delle 20.30.

Ho corso in Martesana, in Grecia, in giro per il centro Italia, cricetando nel mio parco di quartiere su un giro di 2 chilometri, a Garda, per le strade di Milano; ho corso con il sole, con la pioggia, con il vento e con l’afa di una delle estati più calde degli ultimi anni; ho corso col sorriso, arrabbiata, triste, preoccupata, felice, stanca, energica, con mille pensieri, senza null’altro a cui pensare. Null’altro tranne la mia maracosa, è chiaro.

Ho sognato ogni giorno il traguardo, per lo più ho sempre immaginato una giornata di sole, il Duomo alle spalle, il tappeto blu e molti turisti ad invadere il tracciato dopo le ormai quattro ore di partenza della gara che avrei impiegato; ho immaginato di essere vestita con i miei pantaloncini, quelli comodi che però sulla coscia destra si alzano sempre di un paio di centimetri, e la maglia Urban Runners; ho visualizzato il mio arrivo con i bambini, stanca e felice, tra gli abbracci di Nico e degli amici. Mi sono vista correre parlando tra me e me, tra le mie mille vocine di cui ho raccontato tante volte, quelle che remano contro e quelle che non vogliono mollare; ho cercato le risposte a tutti i perchè lo sto facendo? ma chi me lo fa fare? , nel caso in cui si fossero presentati i dubbi nel momento meno opportuno, ho provato a preparare delle ragionevoli sane obiezioni ai trucchi della mia testa, che avrei voluto davvero tenere a bada almeno nella mia gara più importante.

Ho tenuto nascosta la mia meta, ma non a tutti. Ho spudoratamente mentito a chi mi chiedeva che cosa stessi preparando o se avessi in mente qualche obiettivo particolare, e ho altrettanto spudoratamente sfruttato gli incoraggiamenti di chi, invece, sapeva. Ho tormentato il mio coach Andrea, con aggiornamenti settimanali interminabili, paranoie e preoccupazioni, e al contrario picchi di accesi entusiasmi.

Ho letto un libro che racconta di una prima maratona, o meglio, di tante storie che ruotano attorno al pretesto della preparazione di un tapascione alla maratona di Venezia. E’ un libro scritto dal mio amico Urban Runner Biagio, si intitola Non ci resta che correre, e mi ha accompagnato nell’ultimo periodo di allenamenti. L’ho concluso la domenica precedente la mia gara, seduta da sola al gelo su una panchina al parco, mentre i bambini scorrazzavano liberi: ho pianto, mi sono commossa per l’ennesima volta in quelle prime ore della giornata, ho realizzato che a quel punto toccava a me e chissà come sarebbe stato. Quella domenica ho pianto spesso, ho ballato, ho saltellato per casa, ho cantato, sono passata dall’euforia alle lacrime più volte all’ora. Valentina mi ha detto che era assolutamente normale. Non mi resta che correre.

Non mi sono mai vista da sola: ho sempre avvertito e saputo che ci sarebbero state delle presenze con me durante la mia maracosa, magari non fisicamente a fianco, ma alla partenza, o all’arrivo, o lungo il percorso, o a distanza. Quelle più importanti, quelle che mi hanno accompagnato e incoraggiato, quelle a cui ho promesso di tagliare quel traguardo, quelle che mi hanno sopportato, quelle che hanno creduto in me spesso più di quanto potessi crederci io, quelle che tramite le mie gambe avrebbero raggiunto una loro meta, quelle che amo, queste mi sono accertata che ci fossero tutte.

Ho creato una playlist speciale ad un mese dalla gara: 90 brani, con un calcolo spannometrico al ribasso di 3 minuti a canzone, per garantirmi almeno 270 minuti -oltre quattro ore e mezza- di musica; 90 brani, in parte scelti da me e in parte inseriti dalle mie persone speciali: ho chiesto a ciascuno 3 canzoni, 2 italiane e 1 straniera o viceversa, canzoni che piacessero a loro, che avessero un significato speciale oppure no, di qualunque genere, ritmo, melodia. Sarebbe stato il mio modo di portarli nel mio viaggio, di sentirli lì con me, sentirli in tutti i sensi. 

Vale, ma ti piace Vasco?
Vale, ma che musica preferisci?
Ma abbiamo sicuramente gusti troppo diversi.
Cerco un ritmo da corsa..
Mi raccomando, questa falla partire per prima.
Questa è per il traguardo.
Questa è per il pezzo verso la fine, ma non per l’arrivo, per il “muro”.

Quello che importa è che le canzoni abbiano un significato per te o che semplicemente ti piacciano, ma piacciano a te; sei TU quello che io porto con me, con i tuoi gusti, con quello che tu scegli di regalarmi (sappi comunque che nella playlist Luca ha infilato la canzone dei Minions, Rovazzi, il Katalicammello e la Pappa col pomodoro!). Per la corsa avrò un mio ritmo, la musica non sarà necessariamente carica, la musica sarà accompagnamento. Le canzoni le ascolterò in modo casuale, sarà il lettore a scegliere per me, del resto le persone entrano nelle nostre vite non certo quando lo scegliamo noi: sono sicura che ogni canzone arriverà sempre nel momento giusto, ognuno di voi mi accompagnerà in modo particolare nel chilometro giusto. Questa la mia risposta.

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Ho ascoltato i rimproveri e le iniezioni di motivazione di mia figlia, con il suo tono assertivo e pungente. Dopo i 32 km di Parma, tutta esaltata, camminando per il centro nel pomeriggio, mi ha detto “E’ praticamente fatta! Adesso ti mancano solo 10 km, e che cosa vuoi che siano 10 km per te?!”. Dopo il lungo di 36 km -per il quale i bambini sono rimasti a dormire dai nonni perchè Nico potesse accompagnarmi in bicicletta- la mia bambina ha esclamato un “Evvai! Adesso ne mancano solo 6, praticamente niente!”. Il venerdì prima della gara -intendo quello a due giorni dalla maracosa– con aria di sufficienza mi ha incoraggiato con un “Sarà una passeggiata di salute!”. Non ho potuto che farle presente, con tono a quel punto eroico e scaramantico allo stesso tempo, che sarebbe invece stata la mia gara più difficile e più lunga. A quel punto è partito il rimprovero: “Certo! Perchè tu ti sei fermata a 36 in allenamento!! Te ne sarebbero mancati solo 4 per arrivare a 40 e poi solo altri 2 per arrivare alla fine…ma tu ti sei fermata! Ma oggi è venerdì, hai ancora domani per provare a farli prima di correre la gara domenica!”. 

Ed è così che sono arrivata al grande giorno, senza correre alcuna maracosa di prova.

 

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Mara…cosa? Ecco come è iniziato tutto.

Era metà maggio quando ho deciso definitivamente di non correre la Jesolo Moonlight Half Marathon, ma di prendermi 15 giorni di riposo, riflettere su ciò che stavo facendo e come lo stavo facendo. Ho preso in mano il telefono, ho scambiato (ben più di) due chiacchiere con Andrea, che dal giorno dopo avrei arruolato come mio nuovo coach. 

Qualche giorno di stacco, di uscite libere, di corse come viene viene, per il piacere di correre anche senza sapere che cosa si stia facendo. Poi, il 5 giugno sono, come si dice, entrata in tabella. 

Obiettivo: 26 novembre, la mia prima…maracosa?!
E’ così difficile da pensare e da pronunciare, non so se sarò in grado, però, insomma, ci capiamo, intendo quella roba lì, quella di 42 chilometri e spicci.

Da quel momento, non è passato un solo giorno in cui io non abbia pensato alla mia maracosa, a quella meta così lontana, ma che nei mesi, giorno per giorno, avrebbe condizionato ogni mia scelta. Ho iniziato ad andare da una nutrizionista, a limitare i danni alimentari estivi, a concentrarmi su di me. Ho avvisato Stefano, il mio fisioterapista, che avrei avuto bisogno di lui, se non per problemi, almeno per prevenirli. 

Ho scelto che avrei aspettato a condividere apertamente un obiettivo così lontano, in fondo ad una strada così impervia e tortuosa, lunga, con chissà quali possibili deviazioni; ne ho parlato in casa e con un paio di amici.

“Sei FOTTUTA.”
Così mi ha detto Yuri il 10 maggio, prima ancora che tutto iniziasse davvero, quando la maracosa iniziava ad essere ancora solo un pensiero che andava a sostituirsi alla gara di Jesolo. Poi ha aggiunto:
“Lo sapevo! Ricordati che la maratona si corre nel momento in cui si inizia a pensare di volerla fare.”
E ha concluso rincarando:
“Ormai sei fottuta!”

Il 5 giugno, dicevo, ho iniziato la mia tabella, con un nuovo coach, un obiettivo mai immaginato prima, un percorso che non è stato solo di gambe-frequenza cardiaca-testa, ma molto di più.

Non è stato sempre facile, nè sempre divertente: i chilometri che ho percorso in questi mesi non sono stati solo distanze su ciclabili, ma momenti di riflessione, di scoperta di me, di autocritica e concessioni. Non è bastata unicamente la passione per la corsa a farmi scendere dal letto o a farmi rinunciare a molti sgarri, spesso ho dovuto forzarmi per assecondare la sveglia, arrabbiarmi per le ripetute riuscite male, vivere qualche frustrazione che, dalla vita quotidiana, si trasferiva nella corsa.

Quello che poi, mesi dopo, ho avuto in cambio -e precisamente ieri, il 26 novembre 2017-, è stata una gioia che mi ha restituito molto di più.

*L’immagine qua sotto documenta, in ordine cronologico, quasi tutti gli allenamenti -con qualche dimenticanza- terminati in questi mesi. Negli ultimi due riquadri ci sono io alla partenza e al traguardo della mia prima Firenze Marathon.

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Lierac Beauty Run: la mia prima volta da Pacer

Era esattamente un anno che non partecipavo a gare sui 10 km, ma in un anno di programmazione di mezze maratone, sapevo fin dall’inizio che alla Lierac Beauty Run non avrei rinunciato: già l’anno scorso l’ottima organizzazione e il ricco pacco gara mi avevano convinto! Sapevo anche che avrei corso, appunto, per il pacco gara, per la compagnia e per il divertimento serale dei miei figli, non certo per la prestazione, considerato l’orario di partenza -che coincide quasi con quello a cui abitualmente vado a dormire- e il caldo assurdo delle serate di giugno a Milano. Ma lo sapete, vi avevo anche già invitati qua, qualche settimana prima della gara.

Quando si è presentata l’opportunità di candidarsi come Pacer, ci ho pensato due volte sì, ma poi ho deciso di provare: il pacer, o lepre, è colui che garantisce a chi lo segue un determinato passo costante per il raggiungimento del traguardo in un tempo ben preciso dichiarato in partenza. Per me, da runner, il pacer è quello con i palloncini che cerco con lo sguardo qualche centinaio di metri avanti a me, quello che quando sorpasso è perchè sto andando bene, quello che se mi supera è segno che difficilmente raggiungerò il mio tempo; da candidata pacer, esserlo significa avere una responsabilità, quella di portare al traguardo chi corre, garantendo l’andatura, ma anche incoraggiamenti ed entusiasmo.

Sì, alla fine sono stata scelta come pacer, insieme a Claudia e Susanna, splendide compagne di viaggio, per chi avesse voluto correre i 10 km in 1h05′, ovvero con un passo di 6’25/6’30” a chilometro, il mio ritmo chiacchiera preferito.

E ora, il racconto lo dedico, più di tutto, a voi, splendide donne, ognuna con la propria battaglia nel cuore, che avete inondato la città di energia, sorrisi e bellezza. Mi perdoneranno gli uomini che hanno corso, se mi verrà da parlare al femminile.

La giornata di sabato era caldissima, ma alle 16.00 ero già in Arena: quest’anno l’organizzazione mi è sembrata perfetta, venivano addirittura distribuiti ghiaccioli e bevande fresche, le code erano snelle e gli stand organizzati molto bene; dal palco l’animazione coinvolgeva le runner e, dall’altro lato del campo, EcoLife regalava massaggi sportivi, eccellenti come sempre. A me un massaggio pre-gara, a Gaia un’acconciatura allo stand Phyto.

Da parte mia, dopo aver curiosato nel pacco gara, questa volta, per la prima volta, avendone l’occasione, ho fatto subito personalizzare la maglietta: come spesso accade, si hanno sempre idee brillanti tranne quando si è costretti a trovarle in pochi istanti. Alla fine, non ho fatto scrivere il mio nome, ma quello che mi gridano i miei bambini quando corro, “Supermamma”, che può sembrare banale, ma mi ricorda sempre che, nel mio essere normale, qualcuno a volte riesce a percepire uno sforzo in più, o addirittura qualcosa di straordinario, di…super!

In realtà, nel corso della giornata, mi sono trovata a cambiare ben tre maglie: la prima, quella ufficiale, quella personalizzata, la Mizuno con uno scollo stupendo e un colore che sta bene a tutte; la seconda, quella della mia squadra, gli Urban Runners, quella di cui vado fiera, quella nera che mi sta molto bene, quella con cui ho fatto le foto di rito e con cui sono stata investita del ruolo di pacer; la terza, quella gialla fluo che mi identificasse per tutte le runner come pacer per la 10 km. Nel frattempo, mentre Gaia e Luca giocavano al Kikolle Kids Village e poi con il papà e il pallone da rugby nel prato, presentate le crew e terminato il riscaldamento collettivo, dopo il briefing pacer e fatto un po’ di casino, abbiamo iniziato a prepararci.

Magliette gialle, pettorali spillati, palloncini annodati, il sole che calava e noi pacer, disposti nel campo: dietro di noi iniziavano a radunarsi le runner che avremmo accompagnato al traguardo. Sorridevo, pensando che questa volta non ero io a dover fare i calcoli di andature, passo, tempo finale, pensare alla strategia di gara, cercare i palloncini da seguire: questa volta ero dalla parte di chi spiegava il passo che avemmo tenuto, l’obiettivo, il percorso (e sì, anche le differenze tra la 5 e la 10 km).

Alle 20.30, circa, inaspettatamente e piacevolmente si è alzato un leggero venticello e, pian piano, ci si è posizionati in griglia: calcare la pista dell’Arena è sempre un’emozione, farlo in un gruppo prevalentemente di donne, con l’energia che solo noi possiamo sprigionare, lo è ancora di più, farlo con la responsabilità di portare qualcuno al traguardo è stata gioia immensa!

Continuavo a pensare che, se il pacer dei 45′ generalmente si trova a spronare runner presumibilmente desiderosi di migliorare il loro miglior tempo, io, quella sera, come pacer dei 65′ avrei avuto da spronare runner desiderose di chiudere la gara, magari la loro prima 10 km, runner che avrebbero esultato anche solo per il fatto di essere arrivate al traguardo: e io ce li avrei portate!

Start! Si parte, prima la 10 km competitiva e non, poi la 5 km, in una nuvola di coriandoli rosa; sorrisi per noi stesse, sorrisi per i fotografi, sorrisi per la bella città che abbiamo attraversato in un momento quasi irreale: sabato sera, le strade tutte per noi, le luci del tramonto in una Milano che, anche se noi corriamo, sembra rallentare e fermarsi al nostro passaggio.

Ho cercato di dare il massimo, cercando non solo il ritmo costante che vi avevo promesso, quello che era scritto sui miei palloncini rosa e nero, ma anche incoraggiandovi, indicandovi gradini, pavè, rotaie, sorreggendovi le bottigliette d’acqua e rispondendo ai quanto manca?, a quanto siamo?, non so se accelerare adesso, che dici?. Nell’ultimo quarto di pista, Gaia e Luca hanno corso con noi tre pacer, mano nella mano con me, tirandomi e provando uno scatto finale con grande soddisfazione.

Ho visto tanta fatica, un caldo pazzesco che ha toccato tutte noi, ho visto donne che non hanno mollato, ragazzine entusiaste e veloci, papà che al secondo km ci hanno affidato le loro figlie dicendoci che le avrebbero aspettate all’arrivo, donne che hanno rallentato e poi ripreso, donne che si sono godute il momento, la festa, la città, quei 10 km tutti nostri, donne dai sorrisi increduli e felici sulla finish line.

Poi sono rimasta lì ancora un po’, sulla finish line, intendo: ho corso la mia gara da pacer, non per me stessa ma per voi, per il vostro risultato, per la vostra felicità, per il vostro traguardo. E allora ho scelto di godermelo un po’ il vostro successo, facendomi riempire il cuore dai vostri sorrisi dell’arrivo, dai visi sconosciuti ma uniti da quel traguardo comune, dalle facce stanche ma incredule, dai volti sudati ma felici: vi ho dato il cinque, vi ho fatto i complimenti, vi ho detto che siete state bravissime, ragazze, ce l’avete fatta, questa Lierac Beauty Run l’avete vinta tutte voi!

Aspettati gli ultimi arrivi, sono tornata dai miei figli e dal marito, dai miei Urban Runners, ho approfittato velocemente del ristoro e poi mi sono nuovamente sdraiata nelle mani di EcoLife e, nello specifico, di Serena che, piccolina ma potente, mi ha incredibilmente messo a posto il piriforme che mi faceva disperare da diversi giorni.

 

Insomma, una giornata perfetta in cui di più non avrei potuto chiedere, in cui ho ricevuto molto e, mi auguro, restituito altrettanto; della mia felicità non posso che ringraziare l’organizzazione impeccabile, Lierac, EcoLife, i miei compagni di avventura ma, soprattutto, ancora una volta, gli Urban Runners, la mia Squadra, che mi ha dato la possibilità di vivere questa esperienza da un punto di vista privilegiato, con un ruolo importante in cui mettermi alla prova, mai sola, ma anche questa volta affiancata da chi non ti lascia mai.

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Sarnico Lovere 2017: c’è vita oltre i 21 Km.

Finalmente è arrivata la Sarnico-Lovere, gara lunga poco più di 25 km per la quale l’anno scorso non mi sentivo pronta. Quest’anno era lì che mi chiamava, a detta di tutti una gara meravigliosa per i paesaggi, oltre la distanza che fino ad ora era stato il mio limite, corsa da godermi senza altri obiettivi.

L’idea era quella di correrla tranquilla (a circa 6’/km per i primi 15 km, per poi eventualmente accelerare), possibilmente farla in compagnia e godermi il tutto. A seguire pranzo con gli Urban Runners.

Ritirati i pettorali il giorno prima, domenica incontro un sacco di facce amiche e inizio ad entrare nel clima di festa che immaginavo per questa corsa: Elena, Davide, il gruppone UR… Nico e i bambini si appostano poco dopo la partenza, io nell’ultima griglia, anzi, tra gli ultimi dell’ultima griglia, in buona compagnia.

 

Si parte, ci si ferma. Ah no, si parte. No, ci si riferma. Il primo chilometro è a singhiozzo, 4000 runners intasano il primo tratto di strada: noi delle retrovie ci ridiamo su e sorridiamo ai fotografi. Per i primi tre/quattro chilometri il gruppetto dei 6’/km è abbastanza compatto, mi raggiungono altri amici a sorpresa, e ancora sorrisi e chiacchiere. Corro con Cristina, oscillando tra i 6′ e i 5’45”, a noi si affianca Fede di Udine, che si trova bene al nostro passo, e proseguiamo insieme. Fa molto caldo, lo sento subito, i battiti sono già alle stelle; in più la gara non è certo pianeggiante come mi avevano detto (quasi) tutti: come dico sempre, io corro a Milano, per me “gli scivoli dei marciapiedi sono salite”, la Sarnico Lovere è un continuo saliscendi

Poco prima del quindicesimo chilometro, inizio a sentire la bandelletta che probabilmente è un po’ stranita da quel passo lento e pesante unito ai saliscendi: dopo il ristoro, saluto Cri e Fede, chiedo loro di andare avanti in modo da gestirmi da sola. Mi fermo per bere al ristoro e, mentre cammino per finire la mia acqua, mi sento chiamare: Francesca e Daniela, belle come il sole, sono lì dietro di me.

Proseguo con loro ed è a quel punto che la corsa si trasforma: sorrisi e chiacchiere da una parte, e un paesaggio che inizia ad essere davvero emozionante. Tutte noi tre siamo un po’ provate, chi dal caldo, chi da acciacchi, ma corriamo insieme, rallentiamo a turno l’una per l’altra: nessuna di noi ormai può andare a podio e decidiamo di divertirci insieme. Tra avvistamento di asinelli, selfie e “ragazze, fotografo!”, arriviamo al ristoro del ventesimo chilometro, mentre io continuo a sognare all’arrivo gelati giganti e un tuffo nel lago (in realtà non mangerò gelati e non puccerò neanche i piedi in acqua).

 

Poco dopo il ristoro, Daniela ci dice di andare avanti, che ci raggiungerà. Siamo titubanti, ormai si finisce insieme, ma lei insiste. Proseguiamo Francesca ed io fino al km 23, un po’ a singhiozzo, ma sempre senza mancare i fotografi, perchè di sorrisi ne abbiamo ancora in abbondanza. Ad un certo punto anche Francesca mi dice di andare avanti: non so se aspetterà Daniela, o se mi raggiungerà dopo: le chiedo un paio di volte se sia sicura e mi pare convinta, quindi continuo da sola. A questo punto ho anche voglia di arrivare al traguardo, sono quasi due ore e mezza che sono sulle gambe.

  

L’ultimo tratto di gara è in discesa, si vedono runner che tornano a ritroso, segno che effettivamente il traguardo è vicino; un’ultima breve salita (Sì, ok, salita. Salita. Salita. Se, appoggiando sulla strada una pallina, questa rotola in giù, evidentemente non si tratta di piano, questa è la mia tesi), curva e traguardo. 

Vedo Nico e i bambini, corro con loro l’ultimo tratto, con Luca inizialmente un po’ indeciso, che poi mi prende per mano e corre velocissimo tra chi fa il tifo per noi e me che grido “dai che vinciamoooo!”.

   

E’ un bel traguardo, in tutti i sensi: l’essere arrivata con i bambini, e l’aver concluso una gara “oltre”, oltre il mio limite, oltre i minuti a chilometro, oltre il Garmin al polso. Non sono emozionata come pensavo che sarei stata, forse perchè non l’ho vissuta come una gara, ma come una semplice corsa, o forse perchè “fatti 21, se ne fanno 25,3”, ma va bene così.

Come dice Francesca, adesso sono un’ULTRA-MEZZA-MARATONETA

Il fatto che abbia voglia di sperimentarmi di nuovo oltre i 21km è un buon segno, il fatto che, per la prossima volta, abbia voglia di farlo più seriamente, ancora meglio.
Intanto però, largo all’estate, al caldo, ai battiti alle stelle, alle soste alle fontane: inizia il periodo degli allenamenti a lungo termine e delle competizioni senza grandi obiettivi, delle corse in compagnia e delle gare che sono pretesti per weekend fuoriporta. La Moonlight Half Marathon di Jesolo, ad esempio?

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Tra Milano e Roma, io finisco in Veneto: la mia improvvisa Rovigo Half Marathon 2017

2 aprile, giorno di maratone: corrono tutti, divisi tra Milano e Roma, la maggior parte sulla distanza regina, un buon gruppo in staffette solidali. Io no. 
Io, per vicissitudini varie, finisco in Veneto da papà, iscritta quasi all’ultimo momento alla mezza maratona di Rovigo (in programma ci sarebbe stata la maratonina dei Dogi, ma si terrà il prossimo weekend, e io sarò impegnata alla prima Stramamete di Gaia, la corsetta-passeggiata della sua scuola elementare).

Rovigo Half Marathon: gara Fidal, tracciata TDS, scoperta per caso su internet, con pagine Facebook e Instagram poco gestite, informazioni invece discrete sul sito; siamo alla terza edizione, numero di iscritti alla mezza circa 850, di più quelli della 10k, a cui si aggiungono i partecipanti alla stracittadina di 3,5 km.
Il mio primo pensiero è circa il percorso e il dislivello, ma un’amica mi conferma che la città è pianeggiante, e così ribadiscono su runningforum. Il secondo pensiero, scherzosamente, è: con questi iscritti, io arriverò ultima. Il terzo pensiero è: speriamo che non faccia il caldo che c’era l’anno scorso a Padova.

Venerdì sera andiamo da mio papà, con i bambini felici di poter andare a casa del nonno lontano e di giocare nella sua soffitta: passiamo il sabato ad un parchetto all’aperto (no, io non rinuncio alla mia oretta e mezza di sonno pomeridiano) e poi, sul tardo pomeriggio, andiamo a Rovigo per calcolare tempi e distanze e ritirare il pettorale.
Scoperto che impieghiamo circa un’ora di auto e che la città è piccolina, ritiro senza problemi il ricco pacco gara (maglietta tecnica, un pacco di pasta, uno di riso, una bottiglia di passata di pomodoro, due lattine di aranciata amara, una bottiglietta di tè freddo, una barretta…) e riusciamo ad iscrivere Gaia e Luca con nonno e papà alla stracittadina.

Siamo tutti contenti, io perchè penso che così occuperanno un po’ il tempo prima del mio arrivo, i bambini -Gaia soprattutto- perchè è la loro prima iscrizione ufficiale con tanto di maglia tecnica, Nico e il nonno perchè si starà insieme e potranno visitare la città.

Domenica mattina le previsioni non si smentiscono e, con mia grande gioia, più ci avviciniamo a Rovigo, più il cielo si rannuvola. Arriviamo in zona partenza con circa mezz’ora di anticipo, un gran vento freddo, un po’ di gente che fa riscaldamento. E io, guardandoli, penso che sì, arriverò ultima. Ci sono maglie “ufficiali” di tre colori: blu per la mezza maratona, verde per la 10k e azzurra per la stracittadina. La griglia è una unica: lo speaker dà indicazioni sull’ordine di partenza, ma in realtà è un gran mucchio di maglie miste. Questa volta, immaginando la situazione e considerando il numero di iscritti sulla 21k, parto piuttosto davanti (avrò circa 15 secondi di real time).

Se la musica e la presentazione dei top runner in griglia fa ben sperare, la partenza è fiacca: non viene annunciata, si sente uno sparo che assomiglia ad un palloncino che scoppia, un mormorio generale e il fiume che inizia a scorrere. Il Garmin improvvisamente mi avvisa che è passato il primo km: non solo è troppo presto, ci sarà un errore, avrà perso il segnale, ma risulta anche troppo veloce. Decido di controllare e dopo pochissimo suona il secondo km, e poi il terzo: ho quasi il dubbio di aver impostato per errore -è nuovo, ha 15 giorni di vita ed è la prima volta che lo uso in gara- dei lap diversi dal km, quando il cartello del quarto compare mentre l’orologio vibra di nuovo.

Cavolo, in Sardegna i km non passano mai, a Rovigo volano! Primo ristoro: bottigliette d’acqua per tutti, bevo e riparto. Al settimo km mi rendo conto che non riesco a rallentare e che sto ripetendo il solito maledetto errore, lo stesso commesso a Roma: sono troppo veloce rispetto al mio passo, rischio di scoppiare. Poco più avanti di me c’è un runner non giovanissimo -diciamo così- che sembra avere un passo costante: 

-A quanto la fai?
-Mah, 5’30”
-Ah, provo a seguirti per un pezzo, va bene?

Scopro che lui è di Rovigo, abita a 200 metri dalla partenza; gli dico che io invece abito oltre 200 km, che sono in Veneto da mio papà, che è la prima volta che vengo a Rovigo. Lo avviso allo scadere dei km perchè scopro anche che corre con un normale cronometro che non gli dà esattamente il passo: lo calcola man mano per assestarsi. E’ lì che, dopo un paio di km, preferisco affidarmi di nuovo a me stessa -dopo aver osservato che di voglia e fiato per chiacchierare ne ho parecchi.
Km 9: prendo il mio GU. 
Km 10: bottigliette d’acqua, anche stavolta ce n’è per tutti in abbondanza. Qua gli ultimi non restano a bocca asciutta.

Nel frattempo il cielo è più che nuvolo e il vento è decisamente forte e freddo e, soprattutto, non capisco come mai, in un senso o nell’altro, il vento sia sempre contrario e mai a favore. Sto andando bene, continuo a pensare di essere troppo rapida e spero di non cedere più avanti. Il tifo è scarso, anzi, direi nullo: intorno al dodicesimo, o forse un po’ prima, una signora anziana per strada si sbraccia felice al grido di “Bravi! Brava! Che bello, quanti! Sembra di essere a Roma!”, rido e passando faccio io il tifo per lei, ringraziandola e complimentandomi.

Nel frattempo arrivano anche il km 13, il 14 e anche il 15. E’ qua che mi trovo davanti la biondina dalla maglia inconfondibile -con un’enorme scritta verticale che avevo letto bene- che al secondo chilometro mi ha tagliato la strada accelerando e sbuffando… e improvvisamente me la ritrovo dietro. 
Un altro ristoro, l’ultimo, e si riparte. Km 17, km 18: guardo il tempo totale, so che ad essere qui in 1:41 la gara andrà bene, vedo che ci sono in 1:39 e inizio a crederci. Se fino a quel momento la gara, dal ritiro del pettorale, alla struttura del percorso, al paesaggio, mi ha ricordato la Cremona Half Marathon, adesso penso a Jesolo e a Pisa: le gambe girano sulla ciclabile, davanti a me nessuno, dietro nemmeno, io sto bene e inizio a vedere il traguardo.

Km 19: si rientra in città: la media è la stessa della gara di Pisa, potrei chiudere in 1:56. 
Km 20: mi lascio alle spalle anche le due ragazze vicine a me in partenza e scomparse rapide all’orizzonte.

Ci sono, posso chiudere in 1:56 e rotti, oppure accelerare leggermente e provare a fare di meglio. Sto bene, da una parte lo sforzo in più mi richiederebbe una fatica che non ho molta voglia di provare, dall’altra so che se non avrò dato il massimo in quell’ultimo km e un pezzo, se dovessi mancare il personale per una manciata di secondi, lo rimpiangerei infinitamente.

E allora spingo. Mi chiedo che cosa farà Nico con i bambini: gli ho chiesto di farli correre con me al traguardo se arrivassi tra l’1:56 e l’1:58, ma non se fossi in odor di personale o al limite sotto le due ore. Ci siamo, vedo in lontananza la curva del 21esimo ed eccoli lì, Gaia e Nico e poco più avanti mio papà e Luca: mi chiamano, li saluto felice, do il cinque a mio papà (vorrei darlo a Luca, ma ha la mano al contrario, accidenti!!), mi precipito sugli ultimi 97 metri.

E’ lì, davanti a me, il tappeto blu che mi porta al traguardo. Spingo più che posso, non guardo l’orologio, non vedo il tempo sul tabellone. Vedo che sorpasso una manciata di runner affaticati, io sto benissimo, ci sono, qualcuno nella folla a destra mi incita, arrivo

Davanti a me trovo facce anonime, sorridono ma non gioiscono con me. Accidenti, gente, è il mio miglior tempo di sempre: glielo dico, abbozzano, cerco la brillantezza dei romani alla Roma Ostia, un po’ di entusiasmo, o almeno il fotografo. Sì, lui sì, deve aver percepito che per me è più che un traguardo. 
Tempo ufficiale: 1:55:17. 

  

Il pensiero torna ai maratoneti di Milano e Roma, loro stanno ancora correndo: mi mancano gli Urban Runners al traguardo, festeggio felicissima, ma sento che manca un pezzettino. Me la sono goduta, non sono affaticata, non so come sia stato possibile, non mi sento in forma come lo ero a Pisa, non ho avuto una tabella così pesante, non mi sento così allenata, ho qualche kg di più, eppure… Festeggio, festeggio alla grande: mio papà assiste per la prima volta dal vivo all’euforia di una gara andata bene, non parlo d’altro, voglio sapere anche come l’hanno vissuta loro da spettatori in attesa, voglio riviverla, ricordare i momenti.

E poi voglio la ricompensa e andiamo tutti al ristorante!

Rovigo Half Marathon, CON LE GAMBE E CON IL CUORE (dice il payoff).
Proprio così.

La prossima? La prossima è a breve, sarà una gara nuova, che non conosco, una gara da godermi tutta, che mi porterà a vedere se c’è qualcosa oltre i 21 km.

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Un terzo di Mezza di Monza

Perchè mi sono iscritta ad una Mezza per l’11 settembre, con caldo estivo e il coach che, conoscendo la mia sofferenza fisica con temperature elevate, mi aveva suggerito di ricominciare con le gare “in autunno inoltrato”?

-Perchè tutta la Famiglia Urban Runners avrebbe partecipato
-Perchè mi sarebbe sembrata una quasi festa di fine estate
-Perchè sapevo che mi sarei allenata bene ad agosto e sarei arrivata preparata
-Perchè mi avevano giurato che “Alla Mezza di Monza piove sempre, sono 5 anni che diluvia!”

Al ritiro pettorali del sabato mattina, ho sperimentato le temperature dell’Autodromo e mi sono auto-confermata l’idea di correre la gara come fosse un allenamento, tra i 6 e i 5’50” per poi eventualmente spingere nell’ultimo terzo della gara. Un progressivo, insomma, di quelli a cui sono abituata e che mi piacciono tanto.

54 Urban Runners alla partenza, qualche altra faccia conosciuta incontrata a sorpresa, e via, tutti pronti, chi per la 10, chi per la 20, chi per la 30 km, andature diverse per poi rivedersi tutti a pranzo insieme dopo la fatica.

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Il ritrovo è tra le 7 e le 8, per non rischiare di non trovare posto al parcheggio; mi sveglio alle 6, ma non riesco a fare colazione, bevo soltanto la mia tisana, mi sento un po’ appesantita e sottosopra; mi dico che, ora della partenza alle 9.30, potrò mangiare una barretta o prendere un gel. Nel frattempo continuo a bere pian piano, il caldo si sente da subito. Un quarto d’ora prima di partire, senza nessuna fame, prendo un GU.
Mi sento tranquilla: dico a Nico che questa volta correrò senza cintura, quindi senza telefono, quindi senza che lui possa seguirmi con il Garmin Live Track, chè ci vediamo all’arrivo se riesce ad esserci, dopo nel caso non ci si trovasse. Per la prima volta non ho con me neanche la fascia cardio, per evitare fastidi o fissarmi troppo, in compenso ho una bottiglietta d’acqua che mi potrebbe consentire -come ho sperimentato in alcuni lunghi al mare- di bere poco per volta e non scolarmi mezzo litro d’acqua ad ogni ristoro, perdendo tempo e affaticando lo stomaco.
Infine, voglio correre da sola, concentrarmi e gestirmi.

Si parte tutti insieme, so che i primi 5,5 km saranno sulla pista dell’autodromo; il caldo si sente tutto, provo a concentrarmi sulla strada davanti a me e sul passo e mi isolo. Corro circa a 6/5’55” come mi ero promessa, terzo km un po’ più veloce perchè c’è una discesa, verso il quarto inizio a sentire dolore ad entrambi i fianchi (quello che molti chiamano “male alla milza”) e fitte allo stomaco, mi concentro sul respiro ma serve a poco. Arrivo, verso il quinto chilometro, al bivio tra chi prosegue per la 5 e 10 km e chi continua sui percorsi della 21 e 30 km: sono indecisa, per la prima volta valuto seriamente di spostarmi sulla dieci, in modo da arrivare al traguardo, concludere una gara che sento decisamente più alla mia portata e vincere la medaglia per i bambini. Il cartello avvisa che mancano 100 metri al bivio, penso ai bambini, penso che arrendermi così presto sia ridicolo, mi dico che, rallentando, entrando nel parco che dovrebbe essere meno caldo e continuando a concentrarmi sul respiro, presto andrà meglio. In realtà, pur continuando a rallentare, agonizzo un altro chilometro; pur sapendo che è assurdo che accada già, cammino qualche metro, poi riprendo a correre ed è peggio di prima, le fitte aumentano e mi viene da vomitare; la testa a quel punto inizia a formulare pensieri che paiono più che altro insulti, la concentrazione sparisce. Un unico pensiero che mi si para in testa senza possibilità di appello: mancano oltre 14 km, tu non ce la fai in queste condizioni e camminare per due terzi di gara non ha senso. Va bene, mi fermo, anzi, mi ritiro. Dopo pochi passi incontro Ale, che come me ha preso la stessa decisione e torniamo indietro, lui forse più incazzato e deluso, io piangendo e pensando ai bambini.

Penso che sarà l’occasione per spiegare loro che non sempre si può vincere, che esistono anche le sconfitte, che bisogna accettare anche di perdere, che a volte ci sono decisioni da prendere che bla bla bla… Mi chiedo se poter maturare e far miei questi concetti nel breve tempo che mi separa dal vederli, e allo stesso tempo mi chiedo anche dove vada a finire la mia lezione sul non arrendersi mai, sull’arrivare in fondo, sul provarci sempre fino all’ultimo.

Rudy, mentre parlo con Veronica, senza che me ne accorga, con il pettorale che ho ormai spiegazzato nel borsone, riesce a recuperarmi una medaglia, in modo da poterla dare ai bambini.

Li faccio felici e li rendo orgogliosi di me, dando loro una medaglia che non ho conquistato (nè meritato), oppure riesco a trovare in me una lezione in cui poter anche io credere, da trasmettere loro e condividere?

Quando arrivano, Gaia sa già da Nico che non ho finito la gara; do la medaglia a Luca, dicendogli che è per lui, che non l’ho vinta, che purtroppo oggi la mamma ha perso ma che quella è per lui perchè lui è un campione.
Non fanno domande.

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Più tardi, tornando a casa, voglio riprendere con Gaia il discorso e le spiego perchè mi sono fermata, le dico anche che non è stata una scelta facile, che mi sono messa a piangere perchè mi sono sentita un po’ sconfitta, ma che quella è stata in quel momento la cosa più giusta da fare, più giusta dello sforzarmi di arrivare in fondo. Nico rincara la dose, quando Gaia dice che la mamma è bravissima nella corsa e che “se adesso non è più brava nella corsa..?”. Concludo con un discorso breve che suona come “Sapete, non arrendersi non vuol dire finire una gara stando male, ma fermarsi e decidere di riprovarci alla prossima”.

Rimango sola con i bambini per un breve tratto mentre andiamo al ristorante (perchè non me la sento di andare a far festa con gli Urban Runners, ma avevo promesso a Gaia e Luca un pranzo fuori) e ringrazio i bambini perchè “anche se per me è stata una giornata storta e sono un po’ triste, sapere che loro erano lì per me e con me mi ha reso felice, e che sono sempre molto orgogliosa quando li ho vicino durante tutte le mie corse”. Luca saltella in brodo di giuggiole, Gaia affonda il coltello con tono perentorio:

“Io non mi sarei mai fermata, sarei arrivata fino all’arrivo, ci avrei provato fino alla fine.
Però ti capisco eh, TU hai fatto bene.
Ma IO non mi sarei mai fermata”.

Come è difficile essere genitori, come è difficile essere esempio, cercare di controllarsi e orientare il proprio atteggiamento verso quello più costruttivo e comprensibile per i bambini, capire quale sia il miglior insegnamento da trarre e da trasmettere, non contraddirsi, mostrare le proprie debolezze e fragilità ma sempre con il piglio della mamma che si risolleva e su cui possono sempre contare, la mamma che può sbagliare o cedere ma su cui loro non devono mai avere incertezze.

Oggi ho preso una bella sberla: è stata dura ammettere di arrendersi e mollare, non sentirsi sconfitti e prepararsi a ripartirecapire cosa insegnare ai bambini e parlare con loro di qualcosa che mi ha fatto piangere, arrabbiare e sentire incapace e debole.

Domani è lunedì, cominciano le scuole, inizia una nuova routine per tutti, la dieta che dalle vacanze non ho mai ricominciato sul serio, e la nuova tabella in direzione della prossima sfida.

..però, vi prego, non ditemi più di non prenderla, chè “è solo una corsa!”!

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Lierac Beauty Run, buona la prima!

Mettiamo insieme un pacco gara strepitoso, una corsa per sole donne -chè, si sa, le donne insieme sono una potenza-, la possibilità di scegliere una 5 o 10 km eventualmente anche competitiva, un obiettivo di beneficenza in favore della Fondazione Veronesi -progetto Pink is good per la lotta al tumore al seno-, un percorso serale con partenza e arrivo all’Arena civica, il coinvolgimento degli Urban Runners e di tanti amici, ed ecco che viene fuori la prima edizione della Lierac Beauty Run. Per me, un vero successo.

lierac beauty run pacco gara1 lierac beauty run pacco gara2

Con il caldo estivo milanese delle ultime settimane, le mie uscite tardo pomeridiane sono state un disastro: anche con Fra, provando a correre 10 km tranquilli di chiacchiere, ci siamo arrese a 8, con gli ultimi 4 a singhiozzo. I miei battiti a mille, neanche fossi in ripetuta, gambe pesanti, affanno.. l’unica soluzione è stata ricominciare a correre all’alba. Del resto, l’ho fatto per tutto l’inverno, non si capisce perchè proprio ora dovessi decidere di cambiare orario.

Inizialmente la Lierac Beauty Run sarebbe dovuta essere la mia gara di prova sui 10km, ma poi, proprio per le temperature torride, ho deciso di prenderla come una corsa tra amiche, per divertirmi e chiacchierare. A dire il vero, nei due giorni precedenti la gara, la voglia era calata del tutto, quando ecco che la mattina stessa Gaia, dopo colazione, chiede “Ma quindi stasera, corri all’Arena?”. Luca le fa eco con “Sì, stasera corriamo di notte!”, e avanti con un botta e risposta “Che bella l’Arena con il buio”, “Noi vinciamo con te” e via dicendo.

Ok, bambini, corriamo la Lierac Beauty Run. 
Abbiamo ritirato il ricchissimo pacco gara insieme al mattino e, contestualmente, fatto prove tecniche di sprint al traguardo sulla pista di atletica dell’Arena: i bambini carichi come molle su una pista tutta per loro.

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Poche ore dopo ci ritroviamo su quel prato: loro, con il papà ed un pallone, io con amici e amiche -Urban Runners e non- a chiacchierare e aspettare il via. I bambini e Nico vanno a mangiare fuori , d’accordo che ci saremmo visti per il rettilineo finale.

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Inizio a correre con Giorgia, pacer, e Vanessa, obiettivo un’ora: ritmo tranquillo, per sopravvivere al caldo, che ci consenta anche di raccontarci un po’. Al ristoro del quinto km, io mi fermo per bere -anzi, bere è riduttivo- e le perdo: vedo che sono poco più avanti, ma non ho voglia e non me la sento di fare scatti per raggiungerle.

Mi gusto la città, il castello, il parco, il tramonto; corro tranquilla e me la godo proprio, felice di non aver altro obiettivo che arrivare al rettilineo finale per far vedere a Luca che possiamo vincere anche questa gara. Prima di partire, preoccupato, mi ha salutato con uno strappalacrime “Mamma, ma io ho paura che oggi non vinci”. Grazie per la fiducia, tesoro del mio cuore.
Percorro gli ultimi km ad incoraggiare le ragazze che si dicono l’un l’altra “non ce la faccio più”, ma soprattutto le mamme con i bambini nel percorso di 5 km. Con una di loro, in particolare, mi intrattengo un po’: carico il ragazzino, che dice di non farcela e poi, al mio incoraggiamento, scatta avanti trascinando letteralmente la mamma. Gli dico che è un campione, che è bravissimo, che è quasi arrivato e che anche io ho i miei bambini che mi aspettano all’arrivo: loro sono più piccoli, correranno solo un pezzettino, lui invece è proprio un runner! Mi risponde orgoglioso di aver già lasciato indietro la sorellina più piccola e continua ad accelerare per far vedere che sì, ce la farà.

Proseguo verso i miei due chilometri finali, sorridendo tra me e me; passo attraverso il tifo del Nike Running Club, un altro giro nel parco, ed ecco di nuovo l’Arena. In ingresso incontro Rudy, che mi avvisa di aver visto Nico e i bambini: io, senza occhiali, non vedo nulla. Mi accompagna fino da loro: ecco il momento che ho atteso dal primo metro di quella corsa.
Gaia e Luca battono le mani eccitatissimi, mi chiamano, hanno un piede in pista, trepidanti, non sapendo se buttarsi o aspettare che io passi alla loro altezza per unirsi: arrivo, non vogliono tenermi per mano, corriamo affiancati.

“Dai, Luca, chè questa sera poi corriamo per mano e vinciamo!”
“Sì, ma non per mano: sono pronto per correre da solo. Così vado anche più veloce”

Tagliamo anche questo traguardo insieme, poi ci battiamo il cinque: loro sono contenti, Luca si è convinto di aver vinto anche stavolta. Sono circa le 22, ho impiegato un’ora e due minuti, è buio, l’arena è illuminata e c’è un sacco di gente. Per i bambini è tutto sempre più straordinario, ogni volta di più.

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Lo rifacciamo?
Certo che sì, bambini!

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(Mezza) Maratona di Sant’Antonio: corsa da papà

Per scegliere una gara abitualmente considero fondamentalmente tre cose: le distanze previste, i costi per partecipare -che non sono tanto l’iscrizione e il pacco gara, ma la fattibilità di andata e ritorno in giornata o, piuttosto, la necessità di pernottare fuori casa, con Nico o con famiglia al seguito-, e la popolarità della corsa, ovvero la possibilità di fare gruppo con qualche amico.

Questa volta, invece, ho scelto la gara puramente per motivi affettivi: l’anno scorso avevo scoperto e mi ero iscritta alla Mezza Maratona di Sant’Antonio che, per il sedicesimo anno, si snodava lungo i luoghi del Santo, partendo pressochè dal paese in cui si trova ad abitare mio papà. Poi era successo che mi ero infortunata e avevo rinunciato a correrla. Dunque, eccomi iscritta di nuovo quest’anno, per correre a casa di papà e per avere anche lui come tifoso al traguardo; per la prima volta da quando esiste questa gara, il percorso è cambiato, la mezza maratona è partita da Abano Terme, per arrivare poi -come da tradizione- a Prato della Valle a Padova. Pazienza, anche se non fossi passata sotto le sue finestre, il significato per me sarebbe rimasto quello di andare a correre da papà, e così è stato.

Sono partita da sola con Nico, per motivi principalmente logistici, legati a quello che sarebbe stato un rientro a Milano senza neanche il tempo di pranzare dopo la corsa, ma questo ha consentito di gestire anche l’organizzazione con calma. Sabato mattina, con Nico ho ritirato il pettorale e, nell’impossibilità di studiare il percorso che si snodava su strade provinciali a me ignote, mi sono concentrata sull’arrivo: insomma, non sapevo dove avrei corso, ma avevo ben chiaro l’asfalto degli ultimi 500 metri, la Basilica, le rotaie a cui fare attenzione, la Piazza e il curvone finale.

Il momento che mi è pesato di più è stato l’attesa della partenza ad Abano Terme, arrivata con circa un’ora e un quarto di anticipo, prima che chiudessero le strade in modo che Nico e papà potessero spostarsi a Padova, da sola, senza amici di corsa con me e senza saper bene cosa fare, oltre a bere, passeggiare, fare un po’ di stretching, passeggiare di nuovo, bere ancora e così via. Quando sono riuscita ad incontrare Letizia e Francesco, di casa ad Abano, mi sono decisamente sentita, anche questa volta, parte di qualcosa che va oltre le distanze, le squadre, le maglie.

mezza maratona di sant'antonio abano terme

Il mio obiettivo per la gara era quello di non commettere gli errori della Stramilano, quindi non solo di non partire troppo velocemente, ma di attenermi alle indicazioni del coach: primi 3 km a 6′, poi fino al 15esimo a 5’50”, poi fino al 18esimo a 5’40” e poi..come va, va! Ero tranquilla, convinta che sarei stata assolutamente in grado di correrla, il ritmo di 5’50” è il mio passo “comodo” e, anzi, avevo quasi in mente di tenerlo fino al 18esimo per poi giocarmi tutto alla fine. Non pensavo ad un obiettivo di tempo, anche se, seguendo le indicazioni, presumibilmente due o tre minuti li avrei guadagnati.

Spilletta RunHomies, per portarli sempre con me, tatuaggio Urban Runners, per avere proprio tutti anche attaccati al braccio.

urban runners, runhomies

Poca gente alla partenza, rispetto a quanto mi aspettassi, uno start scorrevole, non si è creata la classica situazione da slalom tra i partecipanti: il primo km vola, guardo il Garmin che indica 6’/km, perfetta al secondo. Continuo così, non ho un passo costante ma la media al chilometro è da tabella, leggermente di poco più rapida. In un attimo sono al quinto km, il sole è uscito e ringrazio di aver superato i miei complessi e di aver deciso di correre in pantaloncini corti. Ristoro, riesco a bere in corsa, ricomincio.

Un occhio al Garmin ogni tanto per accertarmi di non accelerare, focus sulla strada e mi guardo intorno: una striscia di cemento, campi, prati, sole, caldo, molte persone a fare il tifo. Penso a Gaia e a Luca, so che a Gaia sarebbe piaciuto essere lì, si era raccomandata che indossassi la canottiera nera, chè mi sta molto bene e che mi fa perfetta e mi aveva chiesto infinite volte a che ora iniziassi a correre. Inizio a “dare il cinque” a tutti i bambini con mani protese che incontro: mi rendo conto che per noi che corriamo è bello che siano lì, anche se presumibilmente in attesa di qualche familiare o amico, ma che anche per loro è importante la nostra dimostrazione di riconoscenza. Bravi che siete lì a gridare e ad incitare anche me, proprio me, vi ringrazio mano per mano.

Secondo ristoro, bevo camminando e ricomincio; pochi chilometri e inizio a sentire le gambe pesanti, nonostante il passo sia sempre più o meno in linea con le previsioni e il fiato sia ottimo. Mi dico che è ancora presto, manca metà gara, sono ancora in tempo per rallentare e tornare in progressione più avanti: alterno al passo previsto qualche centinaio di metri più lenti. Le gambe pesanti, la testa che prima prova a concentrarsi sul respiro, poi sul paesaggio, poi sulle immagini dell’arrivo, papà che mi aspetta; penso alle lezioni di AGY e ripeto con Sayonara che il mio corpo è sano, il mio corpo è luce, penso che alla Stramilano 2015 ho mollato per poi rendermi conto all’arrivo che, se avessi solo rallentato senza fermarmi, non sarebbe comunque finita così male.

Niente, poco prima del 15esimo le gambe si impiantano e cammino. Mi dico, senza possibilità di appello, che la gara è andata e decido di prendermela comoda per quel che potrò fare. Avviso –via whatsapp- Nico e chi mi sta seguendo a distanza che mi sono fermata e arriverò con calma; no, non mi sono fatta male, ho le gambe che non rispondono e la sensazione che potrei addormentarmi da un secondo all’altro mentre cammino.

Nico mi risponde che mi sta aspettando poco dopo il 15esimo chilometro con papà: quella che sarebbe dovuta essere una sorpresa diventa lo sprone per ricominciare immediatamente a correre, almeno fino a loro. Vorrai mica farti vedere camminare?! La meraviglia è che in realtà sono poco prima del 17esimo chilometro, quindi, anche se in lentezza, ecco che mi ritrovo più avanti del previsto. Mi sbraccio per farmi vedere, mi vedono, sorrido vedendo Nico che mi inquadra con la fotocamera, mi incitano a continuare, ma con un “‘fanculo!” mi fermo a baciarli e salutarli. La gara è andata, io sono lì per correre da mio papà, quindi la cosa più ovvia e naturale è fermarmi con loro qualche istante.

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Riparto, dopo 500 metri mi trovo di nuovo davanti un runner con cui fin dalla prima metà gara ci si è sorpassati vicendevolmente: l’ho visto fermarsi più volte a camminare per riprendere fiato e poi ripartire. E’ indubbiamente lui, mi ricorda una persona che conosco e ha una maglia particolare. Sta camminando, cammino anche io, lo raggiungo e, con una disinvoltura e intraprendenza che stupiscono anche me stessa, gli propongo:

“Senti, io e te ci stiamo superando a vicenda e camminando a turno dal settimo chilometro: ne mancano tre di chilometri, che dici, la finiamo insieme ‘sta gara?”

Un attimo preso alla sprovvista, poi ok, si va: di nuovo ricominciamo a correre lentamente, scambiandoci qualche parola: perchè siamo lì, chi ci aspetta all’arrivo, qual è il nostro tempo sulla mezza (il suo, per inciso è di 1:50, e ha all’attivo anche una maratona, quella intera dico), l’oroscopo che quella mattina era ben chiaro nel suggerire di sdraiarsi al sole invece di correre..

Arriviamo al ristoro del 19esimo, mi fermo e camminando bevo una bottiglietta d’acqua intera. Federico, così si chiama il runner che ho agganciato, ridendo mi avvisa che stiamo per entrare in pieno centro e che dobbiamo correre chè “lì è probabile che ci sia qualcuno che lo conosce”; concordiamo che là dove ricomincia l’ombra si corre di nuovo, stavolta fino all’arrivo.

Così è, in breve il Garmin avvisa che abbiamo completato il 20esimo chilometro, ne manca uno, acceleriamo. La curva ed ecco quegli ultimi 500 metri che avevo ben stampati in testa, Prato della Valle, papà e Nico che mi vedono e mi incitano, conto cinque gonfiabili, ma quale accidenti sarà quello dell’arrivo? L’ultimo, è ovvio. E’ fatta, ultimo chilometro chiuso a 5’30”, la beffa delle gambe sulla testa: allora, che cos’è che ha mollato a metà gara?

Chiudo la mezza maratona con il mio peggior tempo di sempre: 2:11 e qualcosa, cinque – C I N Q U E – minuti in più delle mie due precedenti gare (otto minuti in più rispetto a quanto mi sarei aspettata).

La delusione è stata grande, accompagnata anche da un po’ di sconforto: sono in tabella da due mesi, rispetto gli allenamenti in qualunque condizione, precisa, con dedizione e impegno, ero convinta che avrei portato a termine bene la gara e il risultato mancato (non il tempo finale, ma la gestione della gara) mi ha fatto anche arrabbiare.
La cosa da fare era ricordarsi il motivo principale per cui ero lì: papà era alla partenza e al traguardo, ho corso a casa sua, per lui sono stata la più brava di tutti, ho potuto regalargli la maglia della gara,  portata comunque a termine.

-Avresti potuto mollare e invece l’hai finita.
-No, non avrei mai potuto mollare, maglia e medaglia mica gliele avrei lasciate!

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In conclusione, dopo aver riflettuto su tutte le cose belle della giornata e sul fatto che l’aver corso tre mezze maratone in tre mesi fosse già un traguardo per me eccezionale- ho fatto due cose: ho promesso la rivincita a quella Mezza Maratona di Sant’Antonio per il 2017 e mi sono iscritta alla prossima -e ultima, per la stagione- gara. Smaltite le emozioni a caldo, la mia voglia di riprovarci ha prevalso su quella di rinunciare, quindi da domani si ricomincia.

Con il sorriso.

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Stramilano 2016: perchè la corsa è uno sport di squadra.

C’era tutto: la conferma di poter portare a termine una mezza avuta a Verona, la nuova tabella che ho seguito quasi alla lettera con levatacce alle 5 del mattino per ottimizzare i tempi (e no, le ripetute a quell’ora, con freddo e pioggia, non le consiglio a nessuno), la sensazione di poter mantenere per 21 km un ritmo medio di 5’50” min/km, la possibilità -su cui qualcuno aveva anche scommesso una pizza- che riuscissi a chiudere la gara in 1:59:59, insomma, sotto le due ore, con un ritmo medio di 5’40” min/km.

Era pronta anche la tifoseria, questa volta ben organizzata strategicamente: mamma al km 8, Nico e bambini intorno al km 12, Annalisa al km 15, Fra al km 18 e all’arrivo gli altri amici e la squadra.

Infine, anche fisicamente tutti i pezzi erano al loro posto: bandellette, tendini, tibie…

Insomma, era tutto perfetto -ed è stato tutto perfetto ciò che è stato pianificato e controllato-, ma io ho sbagliato tutto. Trascinata dall’onda in partenza, ho corso la prima metà gara troppo al di sopra dei miei ritmi sostenibili e mi sono ritrovata per i primi 10 km con una media di 5’35” min/km. Ovviamente, poi, il tracollo.
Parto da sola, convinta di andare piano, con il Garmin impazzito che mi segna una frequenza cardiaca di 220 bpm (che neanche le ripetute a 4’45” min/km alle cinque del mattino) e le gambe che girano bene: quando il gruppo degli Urban Runners con obiettivo 1:59 mi affianca, provo a seguirli e a stare con loro, e ho anche fiato per qualche battuta. Poco dopo, ecco che incontro altre facce amiche, con maglia Red Snakes, sguardi, strette di mano, sorrisi, qualche parola di incoraggiamento: Silvia mi chiede come vada, le dico che mi sento bene, mi fa presente che in quel momento sono a 5’20”, le rispondo che sì, mi rendo conto che devo rallentare. Mi incoraggia, mi incoraggiano, sorrido, parlocchio, non sono in affanno, posso farcela.

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Arrivo in porta Venezia, cerco mia mamma: accidenti, le ho detto di mettersi a destra, speriamo di esserci capite, qua non ci si incontra..ed invece, in curva, eccola che mi chiama e rispondo! Uno scambio di sorrisi, lei che cerca qualcosa da gridarmi e opta per un perentorio “Respira!”, con cipiglio materno. Intanto gli amici vanno avanti, meglio così, con loro avrei ansie da prestazione e mi sentirei una zavorra. Arrivo al decimo chilometro in 56 minuti, perfetto, anzi, troppo! Mi fermo al ristoro e riparto, iniziando a sentire le gambe pesanti.

Prossimo obiettivo: raggiungere Nico e i bambini, non posso rallentare eccessivamente prima di incontrarli, devono vedermi scattante e in forze, altrimenti che figura faccio con loro che sanno che sono una supereroina? Spero di incontrarli, nel punto dello scorso anno non ci sono, va bene che avevo suggerito di mettersi un po’ oltre, ma ho paura di non incrociarli; e poi, si ricorderanno che ho detto di tenere la destra anche a loro? Tutti i tifosi con giacca chiara a bordo strada mi sembrano Nico, tutti i bambini potenzialmente sono i miei. Finalmente, circa al tredicesimo chilometro li vedo, mi vedono anche loro e mi chiamano! Sono felice, mi dimentico per un attimo della fatica, mi sbraccio, corro loro incontro e scambio un cinque con Gaia e una cosa simile con Luca. Nico ha le mani occupate, scatta la foto: povero papà, a cui forse non do troppa soddisfazione, concentrata come sono sui bambini.

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Bene, anzi, non va bene per niente, devo rallentare: le gambe iniziano a non girare, rischio di non arrivare alla fine. Maledetti 14esimo e 15esimo chilometro che l’anno scorso hanno segnato la mia resa: anche quest’anno sono un punto critico; non posso però farmi vedere da Annalisa mentre arranco, quindi mi dico di tenere duro fino al ristoro e poi si vedrà. A proposito, sarò in orario con i tempi che le avevo detto? Va bene, passo sotto casa sua, ma chissà se sarà lì, con il suo bimbo piccolo, di domenica, all’ora di pranzo.. E all’improvviso, ecco anche lei: la chiamo con anticipo, ho davanti a me qualche altro runner, voglio che mi veda. Al secondo “Anna!!” mi vede, scambio rapido di sorrisi, mi scatta una foto, continuo.

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Dopo poco vedo il ristoro, quello dopo il quale l’anno scorso ho camminato: rallenta ma non mollare, rallenta ma non mollare, non dargliela vinta, maledetta Stramilano. Mi fermo al ristoro, sali, bottiglietta d’acqua; mentre cammino quei pochi metri che mi consentono di bere, ecco che vedo Alessandro. Non ci credo, è già lì?! Ma è lì per me?! Vedo male da lontano, ma mi è molto chiaro che mi sta mimando -e forse anche sillabando- un “ma allora, ma che cazzo stai facendo?!”. Mi si affianca, chiede come vada, male, gli rispondo. Non ricordo bene se gli abbia detto che ho tirato troppo e ora non ho fiato, o se l’ha capito da solo; so che in quei chilometri ho pensato di dirgli mille cose, spiegargli, lamentarmi, ringraziarlo, liberarlo dall’accompagnarmi chè mica deve farlo per forza, chiedergli della sua gara, arrabbiarmi, ma credo di aver solo annuito e borbottato qualche lamentela. Mi sprona, io rallento; mi dice che mi accompagnerà fino all’arrivo, di respirare, di concentrarmi e piantarla di guardare l’orologio, che anche la sua gara è andata male, ma quel che conta ormai è arrivare. Ascolto e faccio mie le parole, anche se, in cambio, grugnisco delusa e, probabilmente, senza mostrargli troppa gratitudine. Sono contenta di non chiudere la gara da sola e di non chiuderla con qualcuno che ha il mio stesso obiettivo, ma di chiuderla con qualcuno che la sta correndo con me per me.

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Intanto siamo in una zona della città che non conosco, so che Francesca dovrebbe essere dalle parti di piazza nonmiricordocomesichiama, provo a leggere i nomi delle vie ma senza occhiali non vedo niente. Di nuovo, quando ormai non ci speravo più, eccola al suo posto, dove aveva detto che sarebbe stata.

18esimo chilometro, Dai che siamo quasi in Sempione.
Ma dove accidenti siamo?!
Sempione, rivedo l’anno scorso in cui in quegli ultimi chilometri ho alternato camminata a tratti a 5’50”, i fotografi e i podisti da Marte in curva, i ristori vuoti al mio passaggio, il vuoto davanti a me, il vuoto dietro di me. Quest’anno non sono sola, ai ristori c’è gente e materiale, mancano fotografi e podisti da marte in curva, ma io non cammino: vado a scatti, senza trovare un ritmo coerente, ma non mi fermo.

Due chilometri che paiono infiniti, l’Arena che vedo da lontano, l’ultimo giro: sento che adesso le gambe trovano un po’ di forza residua, non molta, ma quella sufficiente per accelerare un minimo e mettere fine alla fatica. Stiamo per entrare in Arena, Ale è lì con me, mi propone di allungare gli ultimi metri, ma io non ne ho proprio, non ce la faccio, le gambe non girano: mi sembra di lagnarmi e tirarmi indietro, ma davvero le gambe non rispondono più.

L’ingresso in arena e la pista, subito ci fanno spostare in quinta e sesta corsia: un ragazzo si è sentito male a pochi metri dal traguardo e l’ambulanza è lì per lui (scopriremo solo il giorno dopo che Fabio, 29 anni, non ce l’ha fatta e questa rimarrà un’ombra terribile su questa Stramilano).
L’ultimo imprevisto: dove saranno Nico e i bambini, ci vedremo? Non so dove cercarli, mi trovano loro, mi chiamano e, non ricordo bene come, Gaia corre in pista con me, nemmeno il tempo di dire qualcosa ad Alessandro, si scambiano i ruoli e taglio il traguardo con mia figlia, mano nella mano.

All’arrivo sono tutti lì, notano il mio sorriso, io in realtà sono un po’ delusa e decisamente stremata.
“Non ce l’ho fatta”
“Ce l’hai fatta, Vale, hai il sorriso”.

2:06, pochi secondi meno di Verona, circa 3 minuti in più di quanto, secondo me, fosse nelle mie capacità attuali.

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Ho il sorriso, però, e questo è vero. E’ stato tutto perfetto e non sarò mai sufficientemente grata a tutti coloro che hanno speso una parola di incoraggiamento, un abbraccio, una presa in giro affettuosa per me, un grido per chiamarmi mentre correvo; non sarò mai abbastanza riconoscente ad Alessandro dal cuore grande, che ha dovuto mollare la sua gara e poi ha corso con me, per essersi sorbito le mie arrabbiature, per essersi tirato indietro a pochi metri dall’arrivo e aver fatto spazio ad un’altra persona senza che io mi rendessi conto, Ale che, ingiustamente, non si è sentito chiedere fino alla fine “ma a te come è andata? come stai?”, solo perchè ho dato per scontato che ad un top fosse andata necessariamente bene, e perchè troppo concentrata su me stessa. Ale, scusa e grazie, grazie e scusa, con il cuore.

Infine, ma cosa più importante, il mio grazie più grande va anche questa volta a Nico e ai bambini, per esserci stati prima, durante e dopo, per aver avuto pazienza, per avermi festeggiato, per avermi sostenuto questa volta e sostenermi sempre, nelle mie giornate di buona e in quelle in cui faccio casino.

La Stramilano l’ho chiusa con il sorriso: il tempo conta, se così non fosse non seguirei tabelle di allenamento, ma non è nulla in confronto a quanto ho ricevuto in affetto, presenza e sostegno da questa gara. Grazie a tutti, di cuore.

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