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21,097 km: al traguardo, in qualche modo, sono arrivata. Per la prima volta.

Un mese e mezzo di allenamento, 19 giorni di stop, tre sabati di corsa, un’amica-compagna di strada, tanti supporters e 21,097 km percorsi.

Non è andata come avrei immaginato, è andata peggio dell’ipotesi peggiore che avessi preventivato, mi sono ritrovata a non sapere che cosa stessi provando all’arrivo, non la gioia della soddisfazione, non l’eccitazione da endorfine, non delusione nè sconforto. Mi sono semplicemente sentita “sollevata”. E poi felice, ma non per la corsa in sè.

La settimana precedente è stata piena di preoccupazioni, con l’imprevista conferma che non ci sarebbe stata Silvia, infortunata alla maratona di Roma, a correre con me e Fra (“tu pensa a far girare le gambe, chè al resto penso io”, mi diceva, e questa era la rassicurazione che mi ripetevo per compensare il non-allenamento), con le ferite ai piedi che non guarivano e con la normale ansia pregara. Venerdì Fra ed io abbiamo ritirato il pettorale, ma, ancora, la preoccupazione delle mie condizioni -nostre, anzi, visto che anche la mia socia aveva un bicipite femorale non in forma- è stata di sottofondo tra un sorriso e l’altro.

Nel mio sabato di negatività perchè ancora non riuscivo a camminare appoggiando i piedi senza dolore a causa di ferite sulle piante, ho poi sentito Silvia che è riuscita a tranquillizzarmi e a darmi carica.

Arriva domenica mattina: Fra ed io, Aulin per lei e Brufen600 e cerotti per me, superato il dilemma del cambio dell’ora, riusciamo ad arrivare al villaggio degli atleti. Incontriamo i Red Snakes, il coach che ci chiede come vada (“Coach, io ci provo. Ho dei buchi nei piedi, ma ci provo, ormai sono qua.” – “I buchi nei piedi: non benissimo!”), depositiamo le sacche e incontriamo altre facce amiche: Valentina, Yuri, Alessandro, che non hanno smesso di fare il tifo per noi, ci caricano ulteriormente.

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Andiamo alla griglia di partenza, Fra ed io ci teniamo la mano. Fra ed io ci stritoliamo la mano. Parliamo poco, ci guardiamo, i miei occhi, ad intermittenza, si inumidiscono, ma sono felice di essere lì e mi sento positiva. Ripetiamo il piano: “andiamo ai 6 min/km fino ai 15 km, poi vediamo e, se ne abbiamo, spingiamo, altrimenti continuiamo e chiudiamo in 2.06/2.07. L’importante è arrivare, non importa il tempo”.

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Partiamo, salutiamo i fotografi tenendoci per mano, qualche metro e compare Davide, che ci annuncia che correrà con noi fino al traguardo, rinunciando al suo obiettivo. I primi due, tre chilometri sono stupendi, incontriamo un sacco di facce amiche che tifano per noi, Eliana che ci saluta, Taty che, mentre corre, ci lancia un grido di incoraggiamento. E’ una festa: mentre siamo al secondo km, i primi kenyani ci doppiano arrivando oltre al quinto chilometro, tutti corriamo rivolti verso di loro applaudendo ammirati.

Al quinto chilometro c’è il primo ristoro, non ho molta sete, ma Silvia si era raccomandata di bere comunque, quindi ringrazio Davide che ci anticipa per portarci l’acqua e faccio il mio dovere. Verso il settimo chilometro mi sento stanca, mi sembra di non aver fiato, controllo il Garmin e siamo intorno ai 6, è strano per i miei tempi, ma è “come da piano”, vorrei rallentare, lo dico a Fra e Davide, li invito ad andare avanti, a fare ciascuno la propria gara, ma non vogliono lasciarmi: “l’importante non è il tempo, è arrivare insieme”. Punto alla mia prima meta: so che tra il decimo e il dodicesimo chilometro ci saranno i miei due supporter speciali, Nico e Gaia, a fare il tifo per me.

Eccoli, al decimo: mi sbraccio da lontano, allungo, mi avvicino, grido a Gaia che le voglio bene, mentre sta srotolando dei cartelloni che ha preparato per me. Vorrei dire loro di seguirmi per un pezzo in bici, ma non sono sicura che sia una buona idea e comunque non avrei fiato per dirlo.

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Da questo momento la mia testa inizia a boicottarmi. Un occhio al Garmin e l’undicesimo chilometro lo chiudiamo con una media di 6.21, il dodicesimo a 6.25, il tredicesimo a 6.33. A me sembra di fare sempre più fatica di fiato, la vocina in testa mi dice che ho sbagliato tutto, che non solo non sto mantenendo il ritmo già blando dei 6 minuti/km, ma che sto facendo una specie di terrificante progressione al contrario. Ripeto a Fra e a Davide per l’ennesima volta di andare avanti, io vado sempre peggio e l’idea che loro rallentino per me mi aggiunge ansie. Chiudiamo il quattordicesimo km con un passo di 7.03. Qua mollo. Qua esplicito che “faccio schifo”; Davide mi dice “chi se ne frega”, Fra mi ricorda che l’importante è arrivare, ma io penso che ai 7 ho corso nelle prime due/tre uscite della mia vita. Intanto, ovviamente, rallento ancora. Penso a Yuri che mi dice che è e sarà una festa, penso a Silvia che mi ammonisce di non pensare ai chilometri che passano e a quelli che mancano perchè altrimenti sarà lunga, ripenso ad Alessandro che mi dice che sono pronta per la mezza, a tutti quelli che mi hanno detto un “credo in te, so che puoi farlo”, penso a Gaia che mi aspetta all’arrivo. Devo distrarmi.

“Davide, raccontami qualcosa”.
“Cosa?”
“Qualcosa. Dimmi del Passatore!”
“Eh, addirittura!”
E mi racconta come ha iniziato ad allenarsi per questa ultramaratona di 100 km in cui debutterà, con tutta la mia ammirazione, tra pochi mesi. Se non stessi correndo e con il fiato al limite, gli farei mille domande, per curiosità e per farmi distrarre ancora un po’, ma purtroppo il racconto finisce presto. Quando il Garmin mi avvisa che sto correndo a 7.20, penso che forse sarei più veloce se camminassi, mi mortifico, spingo Fra e Davide a lasciarmi: “Ti mollo solo se ti fermi”, qualche metro e inizio a camminare. Fra e Davide iniziano finalmente la loro corsa, io mi sento sollevata e felice per loro e riprendo a correre.

Passo sotto casa di un’amica, ha la finestra sul balcone aperta, so che sarebbe rimasta affacciata, grido un “Annalisaaa” a pieni polmoni e proseguo fino al ristoro del quindicesimo chilometro, bevo una bottiglietta d’acqua intera e due bicchieri di Gatorade, poi faccio un patto con me stessa: camminerò per un chilometro, fino al cartello del sedicesimo, poi ricomincerò sapendo che ne mancheranno solo cinque. Chi corre da tempo e su lunghe distanze dice che “per cinque chilometri neanche ci si cambia”. Raccolgo anche bottigliette d’acqua da terra, quelle scartate dai runner davanti, ho troppa sete, probabilmente prenderò tutte le malattie del mondo, ma devo bere. Saranno i liquidi, sarà l’indulgenza nei confronti di me stessa, ma mi sento meglio. Ormai la gara “è andata”, lo accetto, l’unico obiettivo è recuperare la medaglia dei finisher da consegnare a Gaia, che ormai mi aspetta al traguardo.

Ricomincio a correre, arriva il diciassettesimo, cammino qualche metro, ricomincio, vedo che il Garmin indica che corro a 5.40, è follia, rallento, riprendo a 6, rallento, ma mi ritrovo a 5.50, quindi il fiato sparisce del tutto, cammino di nuovo qualche metro, ricomincio a correre. Arriverò così al ventesimo chilometro, assolutamente non in grado di avere un ritmo, di regolarmi, di respirare e di far girare le gambe.

Mi sento tra gli ultimi, il ristoro del diciottesimo chilometro è vuoto, non ci sono neanche più bottiglie d’acqua, stanno sbaraccando tutti. Noi runner delle retrovie corriamo da soli, tutti molto distanti gli uni dagli altri: non rimane che sorridere ai fotografi, quale occasione migliore per essere inquadrati alla perfezione? Sarà che inizio a sorridere per le foto, sarà che lungo la strada chi fa il tifo lo fa proprio per me -“dai, che sei brava!”, “forza ragazza, manca poco!”-, sarà che ho voglia di vedere facce amiche..non mollo più. Passo nel tifo dei Podisti da Marte, qualcuno mi batte il cinque, intravedo l’Arena.

Ci siamo. Allungo l’ultimo mezzo chilometro, tornando sul mio passo a 5.40, vedo di nuovo Sara che in questa gara è comparsa ripetutamente, entro in Arena. Fisso lo sguardo sul gonfiabile del traguardo, cercherò Gaia e Nico lì vicino. Faccio girare le gambe. Sento il coach Matteo che grida “Vai Valeria!”, alzo un braccio in segno di ringraziamento e di conferma “sì, vado, cazzo, adesso vado!” e spingo gli ultimi metri. Sorrido, fotografi da tutte le parti: incredibile, aspettano anche noi lumachine. Finalmente vedo Gaia e Nico, grido loro un “Vi voglio bene”, passo il traguardo, spengo il Garmin, ma cerco facce.

Fra mi aspetta, ci abbracciamo, recuperiamo la medaglia. Avevamo sognato un arrivo al traguardo per mano, così non è stato, ma per me rimarrà la nostra prima mezza maratona, prima di una lunga serie. Poi abbraccio Yuri, Davide, un altro Davide, Valentina, Alessandro, tutti quelli che mi hanno sostenuto e pensato in questa fatica enorme. Quando mi chiedono come sia andata, dico “non bene, ho anche camminato per un chilometro”, ma per loro conta che io sia arrivata alla fine. Non sento euforia, nè sconforto: sono sollevata, è finita, potrò ricominciare da capo, con i piedi a posto e con un allenamento costante.

Il mio motivo di felicità è ricevere l’appoggio di tutti, sono gli abbracci che ricevo, i complimenti, i sorrisi, le pacche sulle spalle, gli sguardi di approvazione.

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Saluto Nico, facciamo passare Gaia al di qua delle transenne, in pista con me, mi fa rileggere bene i cartelli che mi aveva preparato, si fa premiare con la sua meritata medaglia.

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Sono felice perchè mia figlia è orgogliosa di me, è emozionata e un po’ spaesata dalla situazione, dall’Arena così grande e affollata, dal chiasso dei runner festosi e dai tifosi accalcati. In serata mi chiederà se un giorno potremo fare una gara insieme, mentre Gli Uomini faranno il tifo per noi, così poi lei potrà mettere la sua medaglia al collo di Luca; poi mi dice che però, magari, prima dovremmo allenarci qualche volta insieme prima della gara, così da diventare più veloci. Questa mattina ha voluto portare a scuola la mia sua medaglia, da far vedere ai compagni e alla maestra, mi ha chiesto di accompagnarla perchè così, magari, la maestra mi avrebbe fatto soffiare sulla candela come premio (non so di che cosa parlasse, le ho detto che l’avrei accompagnata volentieri, ma senza soffiare da nessuna parte, e che la mia festa era già stata ieri con lei).

In tutto ciò, la mia prima mezza maratona l’ho chiusa in 2.19.18, con un chilometro percorso camminando (e ancora 210 runner arrivati al traguardo dietro di me). Non so quindi, se io sia ufficialmente una mezza-maratoneta, nel dubbio, aspetto la prossima occasione per riprovarci.

Obiettivo: concluderla correndo, senza Garmin e con in testa solo una grande chiassosissima Festa.

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Categorie: Sport

Stramilano e agitazioni.

Ci siamo: il contatore sulla pagina della Stramilano, che visito quotidianamente in modo compulsivo, come se ci potessi trovare incredibili novità o notizie, ricorda che mancano 6 giorni alla data.

-6, come i km che, in gara, dovrò aggiungere alla fatica fatta questo sabato mattina con Fra.
-6, come i km più difficili che mi aspetteranno domenica.

Arrivo impreparata e con molte agitazioni. Un ottimo allenamento nel mese di gennaio, con gambe, muscoli, testa e cuore che hanno retto bene il ritmo delle tre uscite settimanali, delle ripetute, delle salite e delle progressioni con i Red Snakes. Una pausa pressochè totale da metà febbraio ad oggi, con dolori continui e di vario genere.

Arrivo alla mia prima mezza maratona con uno stop di 19 giorni e una sola uscita a settimana per le tre settimane successive: più che un allenamento, solo un tentativo di ricordare a gambe e fiato come affrontare una corsa, e un modo per rassicurarmi che no, non sono stata ferma proprio del tutto. Dopo ogni uscita di questi ultimi weekend, tendinite e vesciche-ferite sulle piante dei piedi si sono rifatte sentire: corsa, un paio di giorni di zoppia, qualche altro giorno per riprendere ad appoggiare il piede correttamente, e poi ecco tornato il fine settimana e la nuova uscita, un circolo vizioso.

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Le ultime due corse, però, sono state speciali: non ero da sola, ero con Fra. Sono state corse prese sul serio, in uno strano silenzio, concentrate entrambe sui nostri acciacchi e pronte a captare le sensazioni di muscoli, piedi, tendini, focalizzate sui chilometri che scorrevano, sul ritmo del respiro; ci siamo prese più tempo per lo stretching, perchè le chiacchiere tra noi ci mancavano da un pezzo. Sono state prove generali per la nostra Prima Mezza Maratona insieme: non sempre affiancate ma, a turno, una, avanti di qualche metro, trainava l’altra.

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Non siamo al massimo della nostra forma nè ben allenate, e abbiamo corso senza tecnica nè ritmo: troppo veloci in partenza, incostanti e senza progressione, alternando casualmente chilometri più rapidi a chilometri in cui il rallentamento era notevole ma necessario. Ormai, però, abbiamo deciso di andare fino in fondo e provarci.

Anche se in cuor mio mi piacerebbe -anzi, mi sarebbe piaciuto-, concludere la gara entro un certo tempo, adesso la cosa che conta sarà arrivare al traguardo e farlo con il sorriso. Le incognite sono tantissime e non abbiamo neanche la garanzia di essere fisicamente a posto o di aver fatto il nostro dovere agli allenamenti: l’unica certezza è che, nelle condizioni in cui siamo e saremo, abbiamo e avremo dato il massimo.

E’ la nostra gara, vorrei che la facessimo fianco a fianco per spronarci e arrivare insieme, ma -come a Parigi- penso che sia giusto che Fra si goda la sua corsa nel caso io non dovessi tenere il ritmo. Non so come andrà, non vedo l’ora di sapere come finirà, che cosa proverò/proveremo.

So solo che gli incoraggiamenti di chi ci ha sostenuto fino ad ora, tra infortuni, allenamenti, stop, incertezze, non potranno mancare in questi lunghi S E I giorni di attesa.

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Categorie: Amicizia, Sport

Ma una “mezza” si improvvisa?

Settimana scorsa ho ricominciato a correre.
Questa settimana ho rismesso di correre.
Giovedì la mia tendinite andava meglio, la mia voglia di uscire era alle stelle, la mia ansia e preoccupazione per il lungo stop e l’avvicinarsi della Stramilano hanno fatto il resto. Spalmata di creme e gel di vario genere e natura, mi sono regalata 11 km al parco sotto casa: la giornata era stupenda, il cielo limpido, un vento che aveva spazzato via inquinamento e qualsiasi forma di vita dal mio parco, un tramonto pazzesco su quartiere Adriano e un mio ritmo inaspettato -certo, con fatica tremenda. Ad ogni passo sentivo le tensioni delle ultime settimane scivolare via da me, calpestavo tutte le questioni lavorative, familiari, gli impegni e i pensieri inutilmente martellanti.

Sono tornata a casa al settimo cielo, con energia e ottimismo da vendere, con i tendini affaticati come tutti i muscoli che ho in corpo, e con due vesciche sotto la pianta dei piedi.

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Venerdì pomeriggio, per approfittare delle belle giornate, siamo partiti con i bambini per Garda. Sabato mattina, prima delle otto, non ho potuto fare a meno di regalarmi un’altra ora di corsa, questa volta su un lungolago deserto e rasserenante. E’ stato qui che mi sono resa conto che correre sulle vesciche potesse essere più doloroso che correre sulla tendinite, arginabile con Artiglio del Diavolo, Arnica, Pennsaid e intrugli simili.

E’ stato qui che, appoggiando male i piedi per non scarnificarmi, è subentrato un principio di tendinite al piede sano.
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Ieri ho deciso di smettere di correre.
Ieri ho deciso di smettere temporaneamente di correre.
Ieri ho deciso, dopo lunghi arrovellamenti, di smettere temporaneamente di correre.
Da una parte c’è la Stramilano a cui, per molti motivi, ormai non voglio rinunciare, dall’altra c’è la mia salute, quindi ho raggiunto un compromesso con me stessa.
Le opzioni erano due:
Accantonare l’obiettivo mezza maratona, recuperare l’uso dei piedi, riprendere l’allenamento, scegliere un’altra gara e correrla tra qualche mese con un buon livello di preparazione e l’auspicio di chiuderla in 2 ore / 2.05. Da sola.
– Perseguire l’obiettivo Stramilano, recuperando l’uso dei piedi con il riposo e tentando la gara senza un allenamento adeguato, puntando solo a finirla, per confermare a me stessa che ce la posso fare, senza ambizioni particolari di tempo o andatura. Con Fra e con chi sarà con noi per supportarci.

..e io ho scelto la seconda opzione.

In parte è una piccola sconfitta per non essere riuscita ad allenarmi, perchè il mio fisico non ha retto adeguatamente, forse per le scarpe non idonee (a breve dovrebbero arrivare i plantari correttivi che ho fatto fare su misura), forse per un sovrallenamento a cui non ero ancora pronta, forse perchè l’inconscio e l’ansia (quella invece è consapevole) remano contro l’obiettivo mezza maratona imposto dalla testa.

Non ho potuto non ascoltare i segnali del mio corpo e stavolta non è un modo di dire. Il mio piede mi ha parlato ieri mattina, quando, indecisa se andare agli allenamenti con i Red Snakes e già iscritta alla run, ho controllato lo stato della vescica-ferita: il segnale di pericolo e di allerta è stato evidente.
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A questo punto, quindi, il mio piano prevede:

cura delle ferite e definitiva regressione della tendinite
allenamento lungo e lento sabato prossimo (o lunedì all’alba, se le vesciche non fossero rimarginate), 1 allenamento medio e lento il sabato successivo, gara il weekend dopo.

Insomma, mi dicevano che “La mezza maratona si può improvvisare e ho sempre negato che potesse essere così, ma è esattamente quello mi troverò a fare. L’unica cosa che rimane, nel frattempo, sarà provare un training intensivo per la testa. Qualcuno conosce metodi infallibili?

Categorie: Sport

Infortunio e presagi

Weekend: tutti corrono, i runner professionisti, i runner amatoriali e i runner della domenica, quelli che sono stati in letargo per tutto l’inverno, ma si sgranchiscono sulla ciclabile nelle domeniche di sole che fanno presagire l’arrivo della primavera.
Io, invece, sono ancora ferma.

Sabato avrei voluto ricominciare dopo l’infortunio della staffetta di Verona: preoccupata per le due settimane di fermo completo e per la memoria corta dei miei muscoli e fiato, avevo pianificato una ripresa con 15 km, la famosa via di mezzo tra le istruzioni del coach (un weekend 13, uno 17..e via verso la mezza maratona).
Ero anche già d’accordo con Fra, anche lei lontana dalla corsa da una decina di giorni per un piccolo stiramento del bicipite femorale. Anzi, insieme avevamo deciso di testare piede per me e gamba per lei venerdì mattina, con una corsetta di soli cinque chilometri nel nostro parco sotto casa.

Venerdì ore 8.30 ci siamo trovate al parco; a neanche due km dalla partenza io mi sono dovuta fermare di nuovo per il dolore al piede, che era invece scomparso ormai da quasi una settimana. Avvilita, sconfitta e demoralizzata, ho abbandonato Fra ai suoi quattro restanti chilometri e sono rincasata, sentendomi uno straccio e buttandomi sul lavoro.

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Sabato nessuna delle due ha corso: anche a Fra la gamba aveva dato fastidio dopo il test e abbiamo saggiamente scelto di fermarci ancora qualche giorno prima di tentare di nuovo.

La Stramilano è tra ormai meno di un mese ed io sono ferma da 16 giorni che diventeranno almeno 21 prima di tentare nuovamente un’uscita. Ho il serio dubbio di non riuscire a recuperare gambe e fiato e di azzerare tutti i miglioramenti che mi ero conquistata in due mesi di duro allenamento. Questo perchè guardo avanti, perchè, in realtà, non è neanche detto che io guarisca dalla tendinite dei peronei  in tempo per la gara (sì, mi pare che l’abbiano chiamata così).

Venerdì mi sono sentita sconfitta, sabato frustrata; c’è chi mi ha rassicurato dicendomi che sono pronta, chi mi ha ricordato che se non dovessi correre la Stramilano, basterà che io scelga una gara successiva, c’è poi chi ha sminuito con un “ma sì, pazienza, il mondo va avanti lo stesso, le cose importanti sono altre”. Siamo tutti d’accordo, la fame del mondo è una questione sicuramente più spinosa, ma -oltre che con i massimi sistemi- io mi trovo a fare i conti anche con me stessa. E a me questa cosa del non riuscire ad accettare l’infortunio e l’imprevisto come parte dell’allenamento, fa impazzire. E incazzare, si può dire?

Domenica il mondo dei runner si è diviso tra gare e corsette in amicizia al parco.
Io invece, nonostante i bambini fossero a dormire dai nonni, alle sette mi sono alzata, ho acceso il pc e, armata di carta di credito..mi sono iscritta alla Stramilano.

tessera fidal

Coerente no?
Finalmente mi sono risentita in gioco: magari il piede non mi consentirà di correre proprio quella gara, magari invece riuscirò a correre qualche giorno prima e arriverò impreparata, ma almeno mi do la possibilità di partecipare.

Oggi, rientrando dal lavoro, ho trovato ad aspettarmi una sorpresa, come presagio di buone notizie: è finalmente arrivata la tessera della società alla quale sono iscritta, con canotta sociale e zainetto.
Happy Runner Club.

“Mamma, vuol dire che tu quando corri sei felice?”

Happy runner

Categorie: Sport

Verona Half Marathon, per un San Valentino di corsa

Sono in ritardo, siamo già a metà settimana e siamo già tutti proiettati verso il prossimo weekend, più che a ricordare quello scorso, ma la mia vita è un puzzle da diecimila pezzi, arrivo ad incastrare tutto, ma non è detto che lo faccia immediatamente.

E’ stato il nostro -mio e di Nico- undicesimo San Valentino, ma il primo “di corsa”.
Nella cornice di Verona In Love, programma di festa di quattro giorni dedicato agli innamorati e non, ci siamo iscritti alla Verona Half Marathon. Non essendo pronti per affrontare un’intera mezza maratona, abbiamo optato per l’opzione staffetta, il Duo Half: Nico avrebbe corso la prima frazione di 8 km e io la seconda di 13, una distanza più vicina alla mia preparazione alla Stramilano.

LUI: “Io, appena ti vedrò, griderò ‘ti amo’!”
IO:    “…”
LUI: “E tu mi dirai: ‘spicciati, chè perdiamo tempo!'”

Sabato i bambini sono andati a pranzo dai nonni e noi siamo partiti per Verona.
Purtroppo il cielo era grigio, la pioggia continua e io, da giovedì sera, avevo un piede dolorante che facevo fatica ad appoggiare: gli umori non erano alle stelle, non ero certa che avrei corso il giorno dopo.

duo half

Abbiamo ritirato pettorali e pacco gara -uno dei momenti che adoro, quello in cui si concretizza l’iscrizione, in cui si legge il proprio numero e, nella maggior parte dei casi, si entra in possesso della maglietta e iniziano le prove di outfit (se piove, se non piove, se piove e fa freddo, se piove e fa caldo, se..) -, e ci siamo concessi un giro per il centro della bellissima Verona (che, se non avessi visto Roma, direi che è la città italiana più bella in cui sia stata, prima ancora di Firenze o Venezia). Abbiamo salutato coach Matteo e alcuni Red Snakes incontrati nei pressi del palazzetto, che mi hanno ammonito in merito alla scelta di correre e ricordato di preservare il piede; abbiamo ritirato il nostro sigillo d’amore, prenotato a sorpresa da Milano, e una tavoletta omaggio di cioccolato Lild, zoppicato intorno all’arena e a Castelvecchio.

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Quasi convinta che non avrei corso, abbiamo valutato l’ipotesi di uscire a cena invece di mangiare sano in previsione della gara; alla fine abbiamo festeggiato un salutare San Valentino nel caldo inaspettato del camino della casa di Garda, acceso due giorni prima del nostro arrivo per rendere la casa agibile.

Domenica mattina il piede sembrava essere migliorato, riuscivo a camminare; la scarpa dava fastidio, ma -deciso di correre- l’ho infilata all’ultimo momento. Avrei potuto lasciar correre Romeo da solo, o peggio, impedirgli di gareggiare solo per il ritiro di Giulietta?

Rare Partners #corrieimmaginadivolare.

Ho  accompagnato Nico alla partenza e poi, con Giorgia, abbiamo aspettato l’arrivo dei nostri compagni di staffetta.

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Pettorale 478/1 in arrivo, Nico mi passa il chip e inizio i miei 13 km.

E’ stata la mia prima gara su una distanza superiore ai 10 km, non avevo molta voglia di correre e, per quanto avessi scelto consapevolmente di ignorare i fastidi del mio piede, il pensiero ogni tanto andava a lui e una vocina mi ricordava di aver già sottovalutato il dolore di una gamba e di essermi procurata una frattura alla tibia. In tutto questo, non sono riuscita a darmi un ritmo, a gestire la gara, ma mi sono fatta gestire, faticando lungo il tragitto, arrabbiandomi per le salite (va bene, non sono la Salita del Pincio, chi è allenato li chiama giusto falsopiani, ma io avevo sempre pensato che Verona fosse pianeggiante ed ero impreparata), concludendo però con un passo medio di 5’39”, passo per me molto buono. Lungo la strada, questa volta ho voluto provare ad essere io ad incoraggiare un ragazzo che ho visto iniziare a camminare con fatica (un premio alla sua maglietta “Lazy but talented”), ricordando tutte le volte in cui sconosciuti che correvano nel mio stesso percorso hanno speso una parola per spronarmi vendendomi in difficoltà. Ho incontrato anche un atleta non vedente con il suo accompagnatore: erano ad una decina di metri davanti a me e avrei voluto spendere il poco fiato per dire con ammirazione a quel ragazzo che, per me, il vincitore della gara era lui, ma la verità è che, a poco a poco, la distanza che ci separava è aumentata e non sono stata in grado di raggiungerlo.

Il percorso non mi ha entusiasmato, ma probabilmente era il mio umore (la testa, accidenti!) che mi ha fatto avvertire la fatica e godere poco del tragitto mai fatto prima; ho atteso dal primo passo l’ingresso in Arena, che ho attraversato rapidamente e da cui sono uscita incontrando Nico che tifava per me.
Il ‘ti amo!’ gliel’ho gridato io, credo che per lui sia stato inaspettato.

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All’arrivo, l’occhiata al Garmin, il pensiero di aver scampato la pioggia giusto in tempo, la soddisfazione per non aver mollato neanche stavolta e per aver raggiunto un obiettivo in più, mi hanno risollevato l’umore, come ultimamente sempre succede dopo le corse, che siano in gara o in allenamento.

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Abbiamo salutato gli amici incontrati, moltissimi i milanesi in trasferta, gruppi e amici sparsi, e pranzato con Francesco e il suo compare di gare, direttamente da Abano: “la corsa unisce” e questa occasione, per la prima volta, mi ha fatto provare un senso di appartenenza a..boh, alla categoria dei runner?

Da domenica sera non riesco a camminare bene, lunedì sono state escluse fratture e oggi ho incontrato il mio ortofigo che ha confermato una tendinite che, con riposo, ghiaccio etc etc etc e adeguato cambio scarpe e solette, si dovrebbe risolvere in tempi brevi.

Questa volta mi prenderò cura del mio piede, prima che il dolore diventi infortunio serio e comprometta la preparazione in corso e, più ancora, la partecipazione alla Stramilano (non mi sono ancora formalmente iscritta, non riesco a smettere di pensarci), quindi starò ferma finchè non avrò più dolore (ecco, l’ho detto, nero su bianco).
La coscienza e la ragione lo sanno; razionalmente mi ripeto che è giusto così, che in certi casi “il riposo è allenamento”, che fare altrimenti sarebbe controproducente, ma le gambe scalpitano e il cuore è in agitazione. Non ho ancora imparato -e non so se riuscirò mai a farlo, nella corsa e nella vita- ad accettare l’infortunio come parte dell’allenamento, l’imprevisto come qualcosa che si può gestire, e men che meno a trasformare gli intoppi e i fuoriprogramma come occasioni da cui trarre qualcosa di positivo.
Ad ogni modo, spero di poter ricominciare nel giro di una settimana: fortunatamente saranno giornate estremamente impegnative, il secondo compleanno di LucAttila è in arrivo e avrò tempo di dedicarmi alla preparazione dei festeggiamenti!
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Categorie: Sport

Verso la Stramilano: la soglia dei 17 km

Mancano due mesi scarsi alla Stramilano e io continuo ad allenarmi: due volte a settimana con i Red Snakes e una volta nel weekend per un “lungo” con Francesca, o da sola, ma con aggiornamento reciproco costante da parte di entrambe. Per ora, anche la tibia regge bene, sembra che riesca a sopportare anche le tre uscite settimanali e a recuperare dopo ciascuna (ho annullato la risonanza e la visita del 30 gennaio: non essendo stata a riposo, non avrei certo avuto esiti e indicazioni differenti dalle precedenti, e fermarmi proprio ora non riesco).

Coach Matteo ci ha detto che, per il primo mese sui due che ci separano dalla nostra prima mezza maratona, nei weekend alterneremo: una volta 12/13 km e una volta 16/17 km.
Oggi “toccava” la distanza più lunga: avevo già corso una volta 17 km insieme a Nico, faticosissimi fin da subito; oggi sono partita da sola, con musica a sufficienza nel telefono per avere compagnia fino anche oltre la fine, di buon umore, in una giornata gelida, limpidissima e con un sole meraviglioso, su una ciclabile semideserta all’andata e popolata da runner al ritorno.

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I primi 9 km sono andati bene: ho corso con la musica ad alto volume, il sole negli occhi, su una strada che, oltre il cartello di Cernusco Sul Naviglio, avevo visto soltanto in bicicletta. Sorprendentemente, oggi, per la prima volta, quasi tutti i runner che ho incrociato, mi hanno salutato: sarà che, dopo mesi in cui i miei passi venivano annunciati da rantoli da animale agonizzante, inizio forse ad avere delle sembianze umane? Forse iniziano a riconoscermi come quasi una di loro? O forse, sarà che inizio anche a distrarmi e ad alzare gli occhi dall’asfalto? Ad ogni modo, oggi ho fatto collezione di sorrisi solidali.

Ogni tanto davo uno sguardo al Garmin: il lungo dovrebbe essere anche lento, ma io mi trovo in quella fase in cui lo scarto tra ciò che per me è lento e ciò che è veloce è minimo. Normalmente mi impongo di iniziare a correre a 6’20″/6’30” a chilometro, per poi aumentare progressivamente e finire tra i 5’10” e i 5’30”. Normalmente. Da qualche corsa a questa parte, sembra paradossale, ma non riesco a rallentare, e così settimana scorsa ho fatto 13 km con una media di 5’40”, più o meno tenuta lungo tutta la strada, pur rendendomi conto che gambe e fiato chiedevano pietà.
Oggi sono riuscita a rallentare, ma ho mantenuto una media quasi costante di 6’/6’05” a chilometro.

Al nono chilometro, ho fatto dietro front: ormai mancava meno di metà strada. Concluso il tredicesimo, le gambe, hanno iniziato a tradirmi. E’ stato lì che una vocina ha cominciato a insinuare che avrei potuto fermarmi a quel traguardo, che comunque avevo fatto il mio, che, se proprio non avessi voluto terminare, avrei potuto sostare un attimo, riprendere fiato, sciogliere le gambe pesanti come macigni e poi ripartire. Per fortuna, un’altra vocina, quella che veniva dalla parte della testa che sto provando ad allenare duramente, l’ha messa a tacere con dei secchi NO, ripetendo che se ce l’avevo fatta una volta, avrei potuto rifarcela nuovamente, che mancavano meno di quattro chilometri, nulla in confronto a quanto già fatto. “Non vorrai mollare proprio adesso?”

Poi sono arrivati i quindici e allora la vocina cattiva ha esclamato “Ma lo sai che tra i 13 e i 17 esistono i 15? Fermati qua, va benissimo, il lungo l’hai portato a casa”. No, niente sconti: dovevano essere 17 e 17 sarebbero stati: un occhio al Garmin, un occhio alla strada; il pensiero sui passi, uno alla volta; ho tolto uno dei due auricolari e ho iniziato ad ascoltare il mio respiro e a ritrovare un ritmo a cui questa volta non avevo mai badato; mi sono concentrata non sui due chilometri rimanenti, ma sul lasciarmi un passo alla volta dietro di me. Uno dopo l’altro e la strada scorreva.
Compiuto il chilometro 16 ho cercato di fare un ultimo sforzo, per spingere fino a traguardo.

D I C I A S S E T T E .
A questo punto ho sentito solo una vocina, quella che ha esultato sull’altra, quella che non ha trattenuto il “Visto, te l’avevo detto che ce l’avresti fatta!”.

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Mi sono goduta un chilometro scarso di camminata, stretching sulla Martesana, sole in faccia, musica a tutto volume, un sorriso di soddisfazione enorme. Per un istante mi è anche quasi venuto da piangere, non per aver corso 17 km, ma per aver vinto la fortissima tentazione di fermarmi, la pesantezza delle gambe e il respiro affaticato. (Da dove, e da quando, arrivi tutta questa emotività rimarrà un mistero, ma giuro che non sono mai stata così. Ho letto da qualche parte che “disciplina vuol dire anche avere il controllo delle proprie emozioni”, che io stia diventando meno disciplinata? Non saprei, ma mi piace essere un’aspirante runner e le sensazioni che mi travolgono).

Non è vero “se corri i 10, puoi correre una mezza maratona”, non io: tra i 13 e i 17 km c’è un abisso, e tra i 17 e i 21 c’è ancora una gran distanza da imparare a correre. Devo allenare le gambe e rendere sempre più solida la vocina che mi farà concludere la gara.

Vietato ripetere, o anche solo pensare, “non ce la faccio”, “non so se ce la posso fare”: so in cuor mio che ce la posso fare e devo allenarmi per farcela nel migliore dei modi.

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Categorie: Sport