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Fuori tabella, fuori programma: Jesolo Moonlight Half Marathon a sorpresa

L’avevo detto subito che, dopo la mezza del Naviglio, non mi sentivo demoralizzata e abbattuta come dopo la mezza di Padova: mi era chiaro, ancora una volta, che non fosse un problema di allenamento, ma di testa. La voglia di riprovarci era tanta, ma mi ero anche ripromessa di interrompere le gare fino a settembre, approfittando dell’estate per allenarmi e lasciando l’asfalto bollente ad altri, per dedicare i miei weekend ai bambini e alla tintarella gardesana.

Però dall’altra parte avevo davanti un’occasione speciale: la Jesolo Moonlight Half Marathon, una mezza maratona con partenza alle ore 20.00, un orario in cui abitualmente ho già mediamente addosso le ciabatte e puntato la sveglia per l’alba successiva, ma in cui non avrei patito il caldone estivo di queste settimane. Gara serale in località di mare: domenica sera stessa, a poche ore dalla pessima prestazione sulla Martesana, ho proposto a Nico di correrla con me. Ci abbiamo dormito su e lunedì mattina gli ho prenotato online la visita medica per il certificato di idoneità agonistico, gli ho regalato Runcard e l’iscrizione alla gara.

Due mezze maratone in una settimana, un fuori tabella imprevisto e neanche preannunciato al mio coach, una mia decisione autonoma, senza chiedere il parere a nessuno (beh, insomma, con Yuri c’è stata più o meno la seguente conversazione: “Sto meditando di fare una pazzia-cazzata”, “No. Jesolo no.”) e senza neanche informare nessuno. Nella settimana di scarico prevista dalla tabella, ho corso con calma, scaricando sì, ma in compagnia, senza fascia cardio, godendomi il ritmo chiacchiera e gli amici, e rendendomi conto di quanto mi fossero mancati in questi mesi.

Sabato mattina Nico ed io siamo partiti e arrivati a Jesolo in tarda mattinata, con l’idea di mangiare qualcosa di sano e andare poi a riposare (io proprio a dormire) in hotel prima della gara: arrivati al Village per il ritiro del pettorale, siamo stati contagiati dall’atmosfera e il sole ha fatto il resto. Quindi, cambio di programma: costume da bagno, piadina -pesantissima purtroppo- e lettino in spiaggia. Una veloce doccia verso le 16.30 e poi via, diretti ai pullman che ci hanno portato a Cavallino-Treporti, con un paio d’ore di anticipo sulla partenza.

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Un pregara meraviglioso, tra spiaggia e molo, vento fresco, pochi pensieri.

L’obiettivo della gara mi era chiaro: gestirmi e preoccuparmi soltanto di affrontare i boicottaggi della mia testa; per farlo, avevo detto a Nico che sarebbe stato sufficientemente rassicurante correre in progressione, con i primi 6 km a 6’/km, i successivi 6 km a 5’50”, ulteriori 6 km a 5’40”, per poi giocarmi gli ultimi 3 km a seconda delle forze residue. Non sarebbe importato il tempo stavolta, male che fosse andata avrei chiuso intorno ai 6’/km, in linea con il mio miglior tempo (2:06:27), nella migliore delle ipotesi, con quello che immaginavo potesse essere il mio passo gara (5’50”) sarei stata intorno alle 2:03. Abbiamo anche stilato un elenco di argomenti di cui parlare nei primi chilometri, in modo da essere obbligata ad andare a ritmo agevole. In ogni caso, i primi 3 km a non meno di 6′!!

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Abbiamo atteso che le griglie si riempissero, per stare in fondo e non farci prendere dalla partenza a razzo e dalla frenesia dell’assembramento di runner.

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Si parte. Primo km a 5’59, secondo km a 5’57”, terzo km a 5’48”. Nel frattempo chiacchieriamo e ci sentiamo osservati, come se stessimo facendo qualcosa di insolito o inopportuno. Continuiamo anche a guardarci intorno: il tramonto sulla laguna è a dir poco meraviglioso, ad un certo punto il cielo è tutto rosa. L’umidità è anche tantissima, arriveremo fradici come mai prima d’ora, e le zanzare con me cenano ampiamente.

Arriviamo rapidamente al km 5, non ho particolarmente sete, sto bene, ma onoro il ristoro -acqua- e riparto; dal km 6 smetto del tutto di parlare e anche Nico inizia a dire frasi insensate, al punto che, intenerita dall’intento ma allo stesso tempo con il bisogno di concentrarmi, gli faccio presente che non è necessario che dica qualcosa per forza. La strada è bellissima, decisamente piatta, con una marcatissima linea di mezzadria sulla quale fisso lo sguardo e trovo la concentrazione di respiro e ritmo. Mi sento bene, km 7 in 5’42, al km 8 penso che potrei avere le difficoltà delle due precedenti gare, ma allo stesso tempo sento che le gambe stanno benissimo e mi concentro preventivamente sulla respirazione. “Nico, siamo a 5’35”, troppo” -“Rallentiamo, vieni dietro con me”

Termina il km 10 ed ecco il secondo ristoro: pochi passi camminati per bere acqua e si continua. A questo punto, non ho più così tanta necessità di controllare il passo per dosare le forze e inizio a guardare il Garmin prevalentemente al trillo della fine di ciascun chilometro. Nella mia testa i prossimi step saranno il GU al km 12, ristoro al km 16 e poi l’arrivo.

Km 12 a 5’37”, vedo che l’andatura media scende, inizio a dirmi che ci sono, ce la farò. Non dico nulla dei tempi a Nico, sento che vuole restare di fianco a me, ma mezzo passo indietro, perfetto così. Al km 14 scatta qualcosa nella mia testa: improvvisamente, il pensiero che abitualmente mi sforzo di ripetermi nasce spontaneo e con una forza pazzesca “Mancano solo 7 km, ce la fai a ‘sto ritmo, è perfetto, è il tuo”. Arrivo al quindicesimo, vorrei gridare che ho infranto la maledizione del 15° e riderne con Nico, ma continuo a concentrarmi e a risparmiare le forze. Noto che, se mi distraggo, respiro a caso e di conseguenza rallento: è sufficiente ridare un ritmo agli inspiri per aggiustare l’andatura.

Inizia ad essere buio e, per me che senza occhiali già vedo poco, è uno sforzo in più: mi dico che, in fin dei conti, è come se corressi alle 5 del mattino (trascurando volutamente il dettaglio che a Milano, in città, ci sono i lampioni, sul tragitto di gara no). Il Garmin annuncia anche la conclusione del km 16 in 5’43”, bene perchè adesso sì che ho necessità di idratarmi. Il diciassettesimo sarà il chilometro più lento, a 6’19”: almeno 20 secondi li abbiamo persi per bere e in più, subito dopo, un ponte che mi sembra lunghissimo e che mi taglia le gambe proprio mentre avrebbero dovuto riprendere il ritmo dopo il ristoro.

Ne mancano solo tre, le gambe continuano a girare alla grande, negli ultimi chilometri abbiamo superato tantissimi runner -Nico ed io ci diremo poi che ci sembrava di mangiarceli come fossimo in Pacman-, ho un dolore al fianco (quello che dicono sia mal di milza o mal di non so che cosa, ma che è evidente che sia dovuto al mio sforzo nella respirazione): mollare non è un’opzione, non adesso che ci sono, manca l’equivalente di strada che abitualmente mi è necessaria come riscaldamento.

Ultimi due chilometri, arriviamo nel centro di Jesolo: tornano la luce e la gente lungo le strade. Manca poco, allunghiamo, mi dico che è come nel fartlek del sabato, quando riesco a correrli 2,5 km a 5’20”, posso tirare: km 20 a 5’31”, km 21 a 5’34” con gli ultimi 200 metri a 4’55”.

Nico vede l’arrivo, mi dice che ci siamo: certo che ci siamo, stavolta lo so da almeno metà gara.
Al traguardo ci prendiamo per mano, non vedo i fotografi, probabilmente verrò con un’espressione di sforzo più che con un sorriso fresco. Guardo istintivamente il crono del gonfiabile che indica 2:05 e qualcosa. Ci resto un po’ male, poi fermo il Garmin, il real time, il mio tempo esatto -poi ufficializzato anche dal chip di gara- è di 2:02:21.

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Personal best, un minuto meno delle mie migliori aspettative sulla gara, quattro minuti meno del mio precedente miglior tempo, dieci minuti meno della gara di settimana scorsa. La quinta mezza maratona in quattro mesi. Non un dolore: faccio un rapido check e bandellette, tibie, ginocchia..sono zitti. Questo è un altro grande successo di questi mesi.

Ci abbracciamo e baciamo: la gara e la vittoria sono nostre, vicini, in silenzio, respiri e gambe sincronizzati fino alla fine. Io sono al settimo cielo, incredula e soddisfatta, cammino a un metro da terra: sento tutto l’appoggio e la felicità anche di Nico per avermi accompagnato, mezzo passo indietro, a quel traguardo. Stavolta le gambe, il fiato, la testa li ho messi tutti io, il passo l’ho dettato io, mi sono gestita in tutti i sensi; Nico, in più, ha aggiunto il cuore, un cuore enorme.

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In tutto questo ho capito diverse cose, quanto, ad esempio, probabilmente mi condizioni e mi generi ansia l’aspettativa di chi crede in me più di quanto ci creda io, o di come, per arrivare a quell’obiettivo di stare sotto le due ore, io abbia bisogno di altro tempo: ieri ho dato tutto, avrei forse potuto accelerare il ristoro del 17esimo, ma nell’insieme non sarebbe stato determinante. Io ad oggi concludo una mezza maratona in due ore, due minuti e qualcosa, con una media di 5’47” a km, che mi fa dire che è un ottimo risultato su cui continuare a lavorare.

Oltre a ringraziare Nico, per il supporto e per esserci sempre e, più che mai, per esserci stato in questa occasione, ringrazio anche me stessa, la mia testa dura, il mio accanimento, la voglia di riprovarci e insistere sempre: percepivo che l’obiettivo rischiava di diventare un’ossessione, più forte della passione e del divertimento, Jesolo sarebbe stata determinante. Ora, davvero, non ci saranno più mezze maratone a sorpresa fino a settembre: in previsione una 10 e una 15 km, che deciderò al momento come affrontare. Per il resto, farò tesoro di questa esperienza per arrivare a correre con meno paure, più fiducia in me stessa e meno condizionamenti esterni.

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