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Tra Milano e Roma, io finisco in Veneto: la mia improvvisa Rovigo Half Marathon 2017

2 aprile, giorno di maratone: corrono tutti, divisi tra Milano e Roma, la maggior parte sulla distanza regina, un buon gruppo in staffette solidali. Io no. 
Io, per vicissitudini varie, finisco in Veneto da papà, iscritta quasi all’ultimo momento alla mezza maratona di Rovigo (in programma ci sarebbe stata la maratonina dei Dogi, ma si terrà il prossimo weekend, e io sarò impegnata alla prima Stramamete di Gaia, la corsetta-passeggiata della sua scuola elementare).

Rovigo Half Marathon: gara Fidal, tracciata TDS, scoperta per caso su internet, con pagine Facebook e Instagram poco gestite, informazioni invece discrete sul sito; siamo alla terza edizione, numero di iscritti alla mezza circa 850, di più quelli della 10k, a cui si aggiungono i partecipanti alla stracittadina di 3,5 km.
Il mio primo pensiero è circa il percorso e il dislivello, ma un’amica mi conferma che la città è pianeggiante, e così ribadiscono su runningforum. Il secondo pensiero, scherzosamente, è: con questi iscritti, io arriverò ultima. Il terzo pensiero è: speriamo che non faccia il caldo che c’era l’anno scorso a Padova.

Venerdì sera andiamo da mio papà, con i bambini felici di poter andare a casa del nonno lontano e di giocare nella sua soffitta: passiamo il sabato ad un parchetto all’aperto (no, io non rinuncio alla mia oretta e mezza di sonno pomeridiano) e poi, sul tardo pomeriggio, andiamo a Rovigo per calcolare tempi e distanze e ritirare il pettorale.
Scoperto che impieghiamo circa un’ora di auto e che la città è piccolina, ritiro senza problemi il ricco pacco gara (maglietta tecnica, un pacco di pasta, uno di riso, una bottiglia di passata di pomodoro, due lattine di aranciata amara, una bottiglietta di tè freddo, una barretta…) e riusciamo ad iscrivere Gaia e Luca con nonno e papà alla stracittadina.

Siamo tutti contenti, io perchè penso che così occuperanno un po’ il tempo prima del mio arrivo, i bambini -Gaia soprattutto- perchè è la loro prima iscrizione ufficiale con tanto di maglia tecnica, Nico e il nonno perchè si starà insieme e potranno visitare la città.

Domenica mattina le previsioni non si smentiscono e, con mia grande gioia, più ci avviciniamo a Rovigo, più il cielo si rannuvola. Arriviamo in zona partenza con circa mezz’ora di anticipo, un gran vento freddo, un po’ di gente che fa riscaldamento. E io, guardandoli, penso che sì, arriverò ultima. Ci sono maglie “ufficiali” di tre colori: blu per la mezza maratona, verde per la 10k e azzurra per la stracittadina. La griglia è una unica: lo speaker dà indicazioni sull’ordine di partenza, ma in realtà è un gran mucchio di maglie miste. Questa volta, immaginando la situazione e considerando il numero di iscritti sulla 21k, parto piuttosto davanti (avrò circa 15 secondi di real time).

Se la musica e la presentazione dei top runner in griglia fa ben sperare, la partenza è fiacca: non viene annunciata, si sente uno sparo che assomiglia ad un palloncino che scoppia, un mormorio generale e il fiume che inizia a scorrere. Il Garmin improvvisamente mi avvisa che è passato il primo km: non solo è troppo presto, ci sarà un errore, avrà perso il segnale, ma risulta anche troppo veloce. Decido di controllare e dopo pochissimo suona il secondo km, e poi il terzo: ho quasi il dubbio di aver impostato per errore -è nuovo, ha 15 giorni di vita ed è la prima volta che lo uso in gara- dei lap diversi dal km, quando il cartello del quarto compare mentre l’orologio vibra di nuovo.

Cavolo, in Sardegna i km non passano mai, a Rovigo volano! Primo ristoro: bottigliette d’acqua per tutti, bevo e riparto. Al settimo km mi rendo conto che non riesco a rallentare e che sto ripetendo il solito maledetto errore, lo stesso commesso a Roma: sono troppo veloce rispetto al mio passo, rischio di scoppiare. Poco più avanti di me c’è un runner non giovanissimo -diciamo così- che sembra avere un passo costante: 

-A quanto la fai?
-Mah, 5’30”
-Ah, provo a seguirti per un pezzo, va bene?

Scopro che lui è di Rovigo, abita a 200 metri dalla partenza; gli dico che io invece abito oltre 200 km, che sono in Veneto da mio papà, che è la prima volta che vengo a Rovigo. Lo avviso allo scadere dei km perchè scopro anche che corre con un normale cronometro che non gli dà esattamente il passo: lo calcola man mano per assestarsi. E’ lì che, dopo un paio di km, preferisco affidarmi di nuovo a me stessa -dopo aver osservato che di voglia e fiato per chiacchierare ne ho parecchi.
Km 9: prendo il mio GU. 
Km 10: bottigliette d’acqua, anche stavolta ce n’è per tutti in abbondanza. Qua gli ultimi non restano a bocca asciutta.

Nel frattempo il cielo è più che nuvolo e il vento è decisamente forte e freddo e, soprattutto, non capisco come mai, in un senso o nell’altro, il vento sia sempre contrario e mai a favore. Sto andando bene, continuo a pensare di essere troppo rapida e spero di non cedere più avanti. Il tifo è scarso, anzi, direi nullo: intorno al dodicesimo, o forse un po’ prima, una signora anziana per strada si sbraccia felice al grido di “Bravi! Brava! Che bello, quanti! Sembra di essere a Roma!”, rido e passando faccio io il tifo per lei, ringraziandola e complimentandomi.

Nel frattempo arrivano anche il km 13, il 14 e anche il 15. E’ qua che mi trovo davanti la biondina dalla maglia inconfondibile -con un’enorme scritta verticale che avevo letto bene- che al secondo chilometro mi ha tagliato la strada accelerando e sbuffando… e improvvisamente me la ritrovo dietro. 
Un altro ristoro, l’ultimo, e si riparte. Km 17, km 18: guardo il tempo totale, so che ad essere qui in 1:41 la gara andrà bene, vedo che ci sono in 1:39 e inizio a crederci. Se fino a quel momento la gara, dal ritiro del pettorale, alla struttura del percorso, al paesaggio, mi ha ricordato la Cremona Half Marathon, adesso penso a Jesolo e a Pisa: le gambe girano sulla ciclabile, davanti a me nessuno, dietro nemmeno, io sto bene e inizio a vedere il traguardo.

Km 19: si rientra in città: la media è la stessa della gara di Pisa, potrei chiudere in 1:56. 
Km 20: mi lascio alle spalle anche le due ragazze vicine a me in partenza e scomparse rapide all’orizzonte.

Ci sono, posso chiudere in 1:56 e rotti, oppure accelerare leggermente e provare a fare di meglio. Sto bene, da una parte lo sforzo in più mi richiederebbe una fatica che non ho molta voglia di provare, dall’altra so che se non avrò dato il massimo in quell’ultimo km e un pezzo, se dovessi mancare il personale per una manciata di secondi, lo rimpiangerei infinitamente.

E allora spingo. Mi chiedo che cosa farà Nico con i bambini: gli ho chiesto di farli correre con me al traguardo se arrivassi tra l’1:56 e l’1:58, ma non se fossi in odor di personale o al limite sotto le due ore. Ci siamo, vedo in lontananza la curva del 21esimo ed eccoli lì, Gaia e Nico e poco più avanti mio papà e Luca: mi chiamano, li saluto felice, do il cinque a mio papà (vorrei darlo a Luca, ma ha la mano al contrario, accidenti!!), mi precipito sugli ultimi 97 metri.

E’ lì, davanti a me, il tappeto blu che mi porta al traguardo. Spingo più che posso, non guardo l’orologio, non vedo il tempo sul tabellone. Vedo che sorpasso una manciata di runner affaticati, io sto benissimo, ci sono, qualcuno nella folla a destra mi incita, arrivo

Davanti a me trovo facce anonime, sorridono ma non gioiscono con me. Accidenti, gente, è il mio miglior tempo di sempre: glielo dico, abbozzano, cerco la brillantezza dei romani alla Roma Ostia, un po’ di entusiasmo, o almeno il fotografo. Sì, lui sì, deve aver percepito che per me è più che un traguardo. 
Tempo ufficiale: 1:55:17. 

  

Il pensiero torna ai maratoneti di Milano e Roma, loro stanno ancora correndo: mi mancano gli Urban Runners al traguardo, festeggio felicissima, ma sento che manca un pezzettino. Me la sono goduta, non sono affaticata, non so come sia stato possibile, non mi sento in forma come lo ero a Pisa, non ho avuto una tabella così pesante, non mi sento così allenata, ho qualche kg di più, eppure… Festeggio, festeggio alla grande: mio papà assiste per la prima volta dal vivo all’euforia di una gara andata bene, non parlo d’altro, voglio sapere anche come l’hanno vissuta loro da spettatori in attesa, voglio riviverla, ricordare i momenti.

E poi voglio la ricompensa e andiamo tutti al ristorante!

Rovigo Half Marathon, CON LE GAMBE E CON IL CUORE (dice il payoff).
Proprio così.

La prossima? La prossima è a breve, sarà una gara nuova, che non conosco, una gara da godermi tutta, che mi porterà a vedere se c’è qualcosa oltre i 21 km.

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Giulietta&Romeo Half Marathon 2017: viva il contorno!

“Verona sarà di allenamento per riabituarti alla distanza, la Roma-Ostia per emozionarti, la Sarnico-Lovere per allungare un po’”.
In sintesi, è questo il mio calendario gare concordato con il coach a inizio anno: si parte con la Giulietta&Romeo Half Marathon, la mia terza mezza a Verona, la mia terza GGRHM (una staffetta e due 21K), probabilmente la mia ultima gara in questa città perchè, diciamocelo, città che amo, ma aggiungendo anche un paio di 10k, ormai per me è come correre in Martesana.

Ho parzialmente disobbedito al coach che mi aveva suggerito, tra la mezza di Pisa del 18/12 e la ripresa del 13/1 di fare brevi corse lente di una mezz’oretta, ma ho ceduto al fascino dello Sri Lanka e alla voglia di fare andare le gambe senza troppo pensare a tempi e distanze; il punto è che mi sono poi ritrovata una tabella di “ripresa dopo un mese di presunto stop”: piuttosto noiosa, poco impegnativa, ripetitiva, senza esercizi specifici se non qualche allungo. 
Nel frattempo, arrivata in forma a Natale, mi sono lasciata andare dopo l’epifania, per arrivare impreparata di gambe, fiato, fisico alla mezza di Verona.

Nessuna aspettativa, dunque, nè purtroppo troppa voglia di correre questa gara: pensieri pesanti, poco entusiasmo, assenza dei bambini all’arrivo -rimasti a Milano con la nonna Kiss-, scarso interesse per il percorso, zero motivazione. Nico avrebbe corso anche lui la sua prima vera gara: per Natale gli ho regalato il tesseramento Urban Runners ma con l’obbligo la richiesta che corresse le proprie gare in autonomia, non per me, aspettandomi sì all’arrivo, ma lasciandoci liberi di gestirci ciascuno per conto proprio.

Venerdì siamo partiti per Garda e sabato mattina, nella tipica pioggia dei weekend di gare veronesi, abbiamo ritirato il pacco gara; pomeriggio in relax davanti al camino, qualche boccone di cibo inadeguato alla vigilia di una competizione, una cena abbastanza sana, a letto per le ventitrè. Nel frattempo, la chat Urban Runners squillava, a ricordare a tutti che siamo una famiglia e che nessuno avrebbe corso da solo.

Indecisi sull’organizzazione logistica, domenica ci dirigiamo direttamente alla partenza, consegna sacche e ritrovo con gli UR nel palazzetto. Mentre usciamo, una voce mi chiama: Marianna, delle R4M è lì per la staffetta, mi ha visto anche questa volta; è la donna delle sorprese, ci incontriamo sempre, ad ogni gara, pur senza metterci d’accordo, ha un sorriso fantastico e una parlantina strepitosa, peccato solo non avere ormai più tempo per chiacchierare. Andiamo in griglia. Sono tranquilla, al punto che -ci rido su con Paola- non solo non corro in incognito, ma cazzeggio serenamente con gli altri, scattiamo foto, ascolto musica… Ciò che desidero è correre tranquilla, cercando di trovare qualcosa di bello perchè questa mezza non sia soltanto dovere; l’aspettativa cronometrica che ho è di chiuderla tra l’1:58 e le 2:03, ma mi riservo di gestirmi strada facendo. 

Partiamo in fondo tutti insieme, Nico ed io ci separiamo dopo i primi 300 metri, sto con il gruppetto UR per poco di più, poi inizio la mia gara: quest’anno mi sembra che l’ingorgo iniziale duri per troppi km, sono già nervosa e naturalmente parto già forte. Oddio, “forte”, diciamo che parto con quello che dovrebbe essere il mio ritmo gara a cui sarei dovuta arrivare gradualmente. Al terzo chilometro, insieme al caldo che mi fa subito alzare le maniche della maglia, trovo Rudy: entrambi con gli auricolari, ci salutiamo con lo sguardo, termineremo la gara insieme senza dire una sola parola, solo scambiandoci occhiate reciproche. 

Sesto km, ristoro: sento una ragazza che esclama “questi primi 5 km sono volati”, io non la penso così, ma mi dico invece che ne mancano solo 15 (+1). Arrivo al decimo, non guardo il passo nè do retta al Garmin quando vibra ad ogni chilometro: ogni tanto do un occhio alla media e sì, mi dico che sono già a metà e sta andando bene.
Tredicesimo: basta, ho già perso il conto dei saliscendi / salite / falsipiani / comeaccidentivogliamochiamarli, le mie gambe sono pesanti, devo rallentare, non ce la faccio. Non voglio dirlo, non voglio dirmelo: per la prima volta la mia testa funziona benissimo! Mi basta arrivare al quattordicesimo, perchè mi manchi solo un terzo di gara; lì, in realtà, concordo con me stessa che sarà al quindicesimo, al ristoro, che potrò concedermi di prendere fiato; il ristoro però è quasi al sedicesimo, recupero ma rimando ogni rallentamento al diciassettesimo.

A quel punto, mi dico che ne mancano solo 3(+1), la mia media è buona, forse posso rallentare un po’ e allo stesso tempo avere anche una soddisfazione cronometrica: facciamo che arrivo al 18esimo e poi vediamo, lì ne mancheranno davvero solo tre di chilometri, quello che è abitualmente il mio riscaldamento. Al diciottesimo, anche questa volta, penso ad Alino: l’anno scorso, a quella che doveva essere la mia prima vera mezza, nella stessa circostanza, mi aveva promesso che, terminata la sua gara, sarebbe tornato indietro per portarmi al traguardo, poi -pur avendo fatto avanti e indietro un paio di volte- non ci eravamo incrociati. Sorrido al ricordo. Questa volta sono sulle mie gambe, c’è Rudy che mi tiene d’occhio, ci sarà Nico al traguardo perchè sicuramente ha già finito, ma questa gara non passa mai. All’improvviso, ecco Valentina, una ragazza del gruppo dei Runlovers: è almeno un anno che ci conosciamo virtualmente e ci scriviamo spesso, ma non ci siamo mai incontrate. Mi chiama, mi tocca una spalla, è lei: purtroppo non ho fiato per parlare, lei sgambetta agile, io no, ma ci salutiamo con entusiasmo.

Arriva anche il diciannovesimo, poi il ventesimo, l’Arena: quasi inciampo sul tappeto di ingresso in arena, non ne posso più, ho rallentato appena, respiro ma le mie gambe sono di pietra. Cerco i fotografi, che ho ignorato per tutta la gara: anche questa volta non li vedo (l’anno scorso ho detto che non ce n’erano in Arena e poi mi sono ritrovata con delle foto in cui sorrido guardando dritta nell’obiettivo), ma chissà, magari loro invece mi hanno inquadrata a dovere. E’ finita, ecco la breve rampa titagliolegambeadessoselehaiancoraintegre e il rettilineo finale: accelero, voglio finirla, voglio arrivare prosciugata e con la sensazione di aver dato il massimo.

Così è: 1:59:33, la mia faccia all’arrivo non è sorridente, sembro invocare dell’ossigeno, ho quasi i crampi alle gambe e mi devo appoggiare per riprendere fiato. Ci sono Nico, Valeria e Alino ad aspettare tutti, ad aspettare anche me, Rudy scappa subito. E’ andata, sotto le due ore, perfetto. 

Poco dopo arrivano altri UR, ci salutiamo e mi precipito a bere al ristoro. Mi sento chiamare per nome, mi giro, ed ecco Elena, un’altra R4M: sapevamo entrambe che saremmo state presenti, non ci siamo date appuntamento, abbiamo sperato di incontrarci tra i 6500 partecipanti, e questa volta così è stato. Un’altra amicizia virtuale, un’altra mamma in gamba che corre, un’altra fotografia che diventa -dopo mesi- volto reale: la mia impressione è di conoscerci da sempre, ci abbracciamo con gioia, finalmente ci siamo viste di persona!

Nico ed io ritiriamo le sacche e ci cambiamo in piazza: mi sto infilando le scarpe e un’altra voce mi chiama per nome, questa volta è Francesca, uno dei sorrisi più belli che io abbia conosciuto. La prima volta che l’ho vista, io ero ferma con Nico nei pressi dei conigli sulla Martesana, lei arrivava correndo indossando una maglia UR, l’ho salutata: “Ciao, anche tu sei Urban Runners?”, e poi le presentazioni reciproche e il ritrovarci a correre, sugli stessi percorsi, mai insieme, a mezz’ora di distanza nelle albe milanesi. 

Saliamo sulla navetta, prendo in mano il telefono: Marta mi ha scritto chiedendomi come fosse andata e accennandomi alla sua gara, non sapevo fosse a Verona anche lei. Le rispondo su whatsapp, vorrei salutarla dal vivo, magari è ancora in giro: le chiedo dove sia ed è su una navetta. Quella che è appena partita. Quella che si è appena fermata. Come la mia. Io sono in fondo. Io a metà. Ci cerchiamo e siamo sullo stesso autobus che ci porta, insieme, al palazzetto.

Con Nico, recuperiamo l’auto e torniamo in centro a Verona per mangiare: facciamo in tempo a salutare Paola e Roberto, purtroppo dobbiamo rinunciare al pranzo con gli Urban Runners perchè si farebbe troppo tardi e dobbiamo tornare dai bambini a Milano.
Il bilancio della gara si è trasformato: dove mancavano motivazione ed entusiasmo per la corsa in sè, gli incontri, le facce inaspettate, i sorrisi, le coincidenze e il solito senso di appartenenza a qualcosa di bello e positivo, il “contorno”, hanno fatto il resto. In più, anche il risultato della corsa è stato positivo. 

Ora, in settimana avrò di nuovo il test del lattato e poi via, verso i 2,5 km di salita a metà della Roma-Ostia: è per emozionarmi che l’ho scelta, no?

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(Mezza) Maratona di Pisa: famiglia, amici, testa, cuore, festa per l’ultima gara dell’anno.

E’ chiaro a tutti che, nonostante le premesse, alla fine io non mi sia data nè allo yoga, nè al pilates, nè tanto meno allo Zumba. Ho ripreso in mano la tabella, dopo una strigliata incoraggiante del coach (il cui messaggio fondamentale è stato più o meno: “Stai lavorando alla grande, ti impegni, ti metti in gioco..[..]..non associare la gara al tuo successo come persona”), e ho deciso di rimandare il riposo alle vacanze di Natale.
Per una serie di incastri, cambi di programma, sorprese e vicissitudini di vario tipo, mi sono ritrovata iscritta alla mezza maratona di Pisa. Questa volta avrei portato con me anche i bambini, che da troppo tempo non mi seguivano nelle gare, decisi a goderci anche la città da turisti.

Venerdì sera partiamo da Milano e sabato mattina alle 9, riposati, siamo ai piedi della Torre, che sì, pende veramente! E’ stata una giornata non organizzata, ma piena di cose belle e inaspettate. Al mattino esploriamo la città intorno e al di fuori delle mura e trasciniamo i bambini ricattandoli andiamo tutti insieme al village, per il ritiro del pacco gara e, soprattutto, per fare man bassa di caramelle grazie a Ricola, sponsor della gara [domenica, finita la corsa, i promoter Ricola offrono nuovamente caramelle a Gaia e Luca, per poi chiedermi -ancora sudata e avvolta nella coperta termica ai piedi della Torre- se non ci fossimo già visti allo stand. Sì, ecco, forse le manine che continuavano a rubare caramelle e le mie occhiatacce, non sono passate inosservate]. Un pranzo veloce alle 13.30 e un paio d’ore di riposo (con compiti per Gaia) a casa. Per l’ora della merenda, ci dirigiamo sui ponti del Lungarno e alla mostra di Dalì: è una splendida occasione, i bambini sono entusiasti di poter avere le loro proprie audioguide con i quadri da selezionare e, alla fine, entrambi hanno chiedono un po’ risentiti se sia già finita. A me, anche questa volta, si verifica la solita stranezza: di nuovo, incontro il mio Unicorno, simbolo nato e associato a me diversi mesi fa da una presa in giro degli amici runner, ma che, da allora, avvisto davvero pressochè sempre prima di ogni gara. Questa volta si fa trovare protagonista in uno dei disegni di Dalì per l’Autobiografia di Benvenuto Cellini, ma lo so che è lì per me. Giriamo per il centro, i bambini con un enorme bastoncino di zucchero filato -che sì, è il male assoluto, ma è un weekend di festa e nelle feste tutto è concesso-, ascoltiamo per strada un concerto di un coro gospel che incanta Luca (“Da grande voglio essere lui”, indicando il tastierista, nonchè direttore del coro) e ammiriamo un’esibizione di ragazze che fanno acrobazie su tessuti aerei. In una breve tappa a casa, la tifoseria si organizza per il giorno dopo, quando finalmente arriva il gran momento tanto atteso: La Cena Urban (Runners). Ci troviamo tutti insieme in una lunga tavolata e alla fine sia Gaia che Luca chiacchierano e fanno domande, parlando di “NOI URBAN”: il loro coinvolgimento in questo mio pezzo di mondo, dove si incontrano sport, amici e concetto di squadra, è la vittoria più importante.

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Domenica mattina mi sveglio alle 4.40, ok è troppo presto, non devo pensare alla gara, ma se poi arrivo tardi? Sono sicura di non voler lasciare nulla al deposito borse? E se non trovo gli UR alla partenza? Ma poi ho disattivato i lap automatici sul Garmin? Ah, giusto, devo settare il live track per Nico. Dai, sono le 5.30, mi posso rilassare, ho ancora mezz’ora da passare sotto le caldissime coperte. Ore 5.50, al diavolo, mi alzo. A partire dalle 6.30, passi di diverso peso e dimensione, mi raggiungono un po’ alla volta in cucina: sì, io ho già fatto colazione, vi guardo. Mi vesto e canticchio, Luca reclama -per poter tifare bene– una bandiera Urban Runners e, non avendola, gli faccio indossare la mia maglietta; Gaia allora indossa quella blu della gara, a cui attacchiamo –come fosse il mio pettorale, ma più piccolo– l’adesivo del deposito borse. Ripassiamo il programma della giornata, li saluto e mi avvio in griglia. In qualche modo trovo gli UR, si fa un po’ di casino e si parte tutti insieme. Sono tranquilla e felice, non mi sembra vero che ci sia un gruppo così numeroso che stavolta corra al mio passo.

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Dopo il primo chilometro però è il mio passo che diventa un altro, non ci faccio troppo caso, vado e basta. Subito cerco Nico, Gaia e Luca al primo ponte, c’è un sacco di gente, mi vedono all’ultimo e i bambini restano un po’ spaesati, Luca mi sembra un po’ confuso; so che li ritroverò circa al quarto chilometro, ripassando dall’altra sponda dell’Arno, e così è. Sono in cima alla salita (sì, per me è salita, ok?!) del ponte, li vedo e non mi accorgo che il percorso piega a sinistra, poco male, prendo la curva larga gridando e salutandoli, osservata -così vedrò dalle foto- dai runner intorno a me. Da questo momento so che li rivedrò al traguardo e inizio la mia gara.

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Poco prima del ristoro del quinto chilometro, raggiungo i pacer delle 2 ore: una delle due corsie stradali è aperta al traffico, quella dedicata alla gara è intasata, si crea un imbuto che mi innervosisce, supero un po’ di gente zigzagando in salita (sì, un’altra, per me era un’altra salita), e decido di non fermarmi a bere. Sto benissimo, fa freddo e penso che l’acqua giacciata mi sarebbe più di danno che di sollievo. Continuo pensando che sia un bel percorso, che la giornata è stupenda, il sole e il clima sono perfetti: di tanto in tanto guardo il passo, un po’ mi spavento per paura di “bruciarmi”, un po’ mi dico che sto benissimo e che oggi andrà così. Mi sento così bene che ad un certo punto mi viene una specie di magone, come solo un’altra volta mi è successo, un groppo in gola e mi viene da piangere: il respiro si blocca, non si riesce a correre piangendo, quindi sarà il caso di ritrovare la mia solida razionalità, almeno fino al traguardo. Al nono chilometro, prendo il mio GU e al decimo bevo con calma acqua ghiacciata.

Ho gli auricolari, so che Alino e tanti altri mi sgriderebbero, ma io mi devo divertire e svagare, e per me la musica bassa di sottofondo è solo piacere: riesco comunque a sentire i miei passi e il mio respiro, a rimanere concentrata. Ad un certo punto Robbie Williams canta Love my life, penso a quando in auto, ogni volta, chiedo il parere a Luca e mi risponde che anche a lui piace questa canzone, e allora alzo il volume e cantiamo il ritornello tutti insieme: I love my life / I am powerful / I am beautiful / I am free / I love my life / I am wonderful / I am magical / I am me / I love my life. Ed  è proprio così.

Il ristoro del quattordicesimo chilometro mi sorprende, lo aspettavo alla fine del quindicesimo: ogni tanto guardo il Garmin, in alcuni momenti mi sembra di aver bisogno di recuperare e mi trovo con un’andatura di 5’20”, a volte mi sembra di rallentare eccessivamente e sono solo a 5’35”. Per non fissarmi, trovo davanti a me un runner travestito da Babbo Natale che mi sembra abbia un passo costante sui 5’30”: inizio a tallonarlo. Per circa un chilometro e mezzo vedo che con la coda dell’occhio ogni tanto sbircia, finchè ad un certo punto si gira e gli dico “Sei il mio pacer, ti sto seguendo da un po’!”, mi risponde ridendo “Ma nooo, dai, chè qua si va tutti insieme!” e rallenta per aspettare un paio di amici indietro di poco. Proseguo di nuovo sulle mie gambe, con la mia testa e il mio fiato.

Il diciassettesimo, per me, vuol dire che ci sono, che di chilometri ne mancano solo 3+1 e che si tratta dell’ultimo sforzo; guardo l’andatura media, al di sotto di quella a cui puntavo e inizio a figurarmi il traguardo. Il diciottesimo è il chilometro dei calcoli, l’unico momento in cui avevo stabilito che avrei realmente pensato al tempo, al di là delle mie sensazioni fisiche: per stare nel mio obiettivo, sarei dovuta arrivarci in 1:41, ma sono lì in 1:38 e non posso non iniziare ad immaginare un risultato insperato.

E’ davvero l’ultimo sforzo, gli ultimi due chilometri sono faticosi, le gambe iniziano ad essere pesanti, tengono il passo ma sembrano non accelerare come avrei voluto. L’ultimo ponte, la via dell’appartamento, il rettilineo finale: una voce di donna grida il mio nome (amica, chi sei?), sento poco più avanti Gianluca che mi chiama, lo vedo, mi incita di nuovo. Trovo la forza per dirgli “Sì, e allora vado!” e riesco ad allungare, finchè in curva ecco i bambini: sono pronti a scattare, con le loro magliette da gara, fino al traguardo. Gaia a sinistra, Luca in mezzo, io a destra: guardo il tempo, accidenti, correte più veloci, chè qua sono vicinissima al colpaccio! Dai Luca, con quelle gambette corte, dai! Mi viene voglia di prenderlo in braccio, è questione di secondi per vedere anche quel numero sul tabellone, ma lui ansima e dice che ha caldo. Amore della mamma, il suo sforzo su quei 70 metri è forse più impegnativo del mio su tutta la mezza maratona. Guardo avanti, per la prima volta vedo il traguardo, tra noi e i fotografi stavolta non sembra intromettersi nessuno, ci siamo noi, insieme, a vincere!

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E’ fatta, il tempo ufficiale, il real time, è di 1:56:00, tondi tondi. Treminutiemezzodimeno del mio miglior tempo, treminutimeno di quanto mi aspettassi realisticamente di fare, dueminutimeno di quanto mi sarebbe piaciuto ottimisticamente raggiungere. Io sono alle stelle, i bambini più su; Luca viene medagliato, io e Gaia ci facciamo l’occhiolino e delle foto insieme.

“Mamma, abbiamo vinto!!”
“Abbiamo stravinto!”
“E adesso ci danno anche da mangiare?”

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Il ristoro è un po’ deludente, io cerco Nico e gli altri UR, condividiamo la gioia e il successo. Qualche abbraccio, qualche foto, molta euforia, e ripartiamo subito per Milano. Lungo la strada sono assolutamente incredula, mi chiedo come sia stato possibile, come io abbia potuto tenere quel passo -che è così poco distanze dalle ripetute lunghe che sembravano uccidermi- per 21 chilometri; ripenso alla gara, alle sensazioni, penso che sia stata tutta mia questa volta, tutta sulle mie gambe e con la mia testa e il mio fiato, senza personal pacer e senza spalle di sostegno ad accompagnarmi. Poi penso a Yuri, che la sera prima, con convinzione, mi ha detto che mi avrebbe fatto bene correre, dopo tanto tempo, da sola e che mi ha chiesto come fosse possibile che mi affidassi così tanto allo strumento e così poco alle mie sensazioni, e penso che ci ho riflettuto e in gara questa frase mi si affacciava nella testa; penso poi che lui e Chicco prima della partenza mi hanno indicato i pacer delle 2 ore, e penso che ho risposto che i pacer mi mettono ansia e che poi quei pacer li ho superati; penso che nelle salite c’erano Fabio, a dirmi di spostare il baricentro in avanti chè così praticamente vai da sola e che poi, tu che sei bassa, in salita sei avantaggiata, e Alino a dirmi di mantenere un’andatura costante in salita e, soprattutto, di non esagerare in discesa, chè poi ci si impianta sul rettilineo; penso che c’è Alino dall’inizio alla fine con quello che ci siamo detti in una chiacchierata in Gae Aulenti a settembre; penso a Rudy, chè ci si è visti al ristoro del decimo e ci si è capiti subito; penso che al quinto chilometro ho visualizzato Nico sconfortato, a scuotere la testa e temere che, di nuovo, la mia partenza a razzo sarebbe finita a cazzo, ma che intorno al quattordicesimo probabilmente anche lui avrà pensato che ce l’avrei fatta, tirando un sospiro di sollievo; penso a quanto siano bastati due incitamenti di Gianluca e dell’amica che non ho ancora capito chi fosse sul rettilineo finale, per far venire fuori delle energie che pensavo esaurite; penso ai messaggi ricevuti, alla catenina con i due cuoricini che ho attaccata al collo, a mio papà che non osa chiederlo ma aspetta una chiamata, a mia mamma che ho l’impressione che non approvi del tutto, ma che mi chiede sempre a che ora io corra e ai bambini pronti a fare festa… E penso che, tutto sommato, anche questa volta la gara, forse forse, non l’ho fatta proprio tutta da sola.

 

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Cangrande Half Marathon 2016: ansie da prestazione

E’ passata ormai quasi una settimana dalla mia, nostra Cangrande Half Marathon, gara non esattamente memorabile. Sono arrivata carica di aspettative, dopo il successo inatteso alla mezza di Cremona e dopo un mese di durissima tabella, con allenamenti nuovi che, per la prima volta, mi hanno provato fisicamente e mentalmente.
Il giovedì prima della gara, mentre gli Urban Runners iniziavano a partire per la maratona di Valencia, mi è subito venuta in mente una cosa che mi aveva detto Yuri: non gli sembrava normale che io stessi bene, mi divertissi e provassi soddisfazione in tabella, mentre vivessi male e non riuscissi a godermi il giorno della gara. Questa volta sentivo che qualcosa era cambiato e gliel’ho scritto:

“Non ne posso più di questa tabella di mer*a che per questo mese mi ha fatto sputare sangue!! Domani ho un lentissimo di mezz’ora e poi grazie al cielo me ne libero!!! Insomma, finalmente domenica posso correre come caz*o mi pare, anzi, come caz*o mi viene!!! Ecco, è la prima volta che mi succede, io a questo giro questa tabella di mer*a l’ho odiata. Tu un giorno mi hai detto <Io non capisco, tu la tabella la dovresti odiare!>: Yuri profeta, tabella di mer*a, cardiofrequenzimetro al rogo!”

Con questo spirito sono partita venerdì sera con Nico per Garda. Ci siamo regalati un aperitivo con un bicchiere di vino rosso e pesce di lago, una cena fuori leggera e sabato mattina siamo andati a ritirare il pacco gara. In generale, la voglia di correre la gara era a quel punto molto bassa, scherzando ci dicevamo che sarebbe stato bello goderci prima o poi un weekend senza bambini ma anche senza gare e senza impegni..! Nel pomeriggio, sentiti Fabio, Marco e Rudy, due Urban-Runners-più-uno che avrebbero corso la maratona -quella intera-, ho iniziato ad avvertire da una parte la voglia di sfidarmi, dall’altra l‘ansia da prestazione e il desiderio malsano non di correre, ma che fosse già finito tutto. In serata Nico ed io siamo usciti per una passeggiata di due ore e un quarto nel buio del lungolago deserto.. giusto per sgranchire le gambe e distrarci.

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Domenica mattina abbiamo provato ad incontrarci con gli altri per una foto collettiva, ma senza riuscirci: abbiamo visto Fabio, nella gabbia che precedeva la nostra, e abbiamo corso i primi 100 50 20metri.. va beh, siamo arrivati fino al gonfiabile della partenza ufficiale insieme, poi ciascuno ha iniziato la propria gara.

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Poco dopo la partenza mi sento chiamare da dietro “Ciao Urban Runner! Io sono una Woman In Run!”: non ci conosciamo, ma conosciamo le nostre rispettive famiglie sportive milanesi e trovo che sia bellissimo salutarsi ed incoraggiarsi, semplicemente accomunate dalla passione e dalle strade che percorriamo.

Parto forse un po’ troppo veloce, ma come per Cremona decido di non guardare il Garmin se non al termine del chilometro e di correre come mi sento; fa inaspettatamente caldo, al primo ristoro penso di togliermi la maglietta a maniche lunghe, cosa che fortunatamente non faccio, visto che poi attraverseremo campagne, nebbie in un’aria decisamente fredda. Al km 7 inizio a sentire delle fitte ai fianchi -saranno anche state fitte immaginarie, ma i dolori a sinistra mi sono durati fino a mercoledì sera- e le gambe pesanti: non girano, non riesco ad allungare neanche nei tratti in discesa. Faccio l’errore di verbalizzarlo a Nico: “Oggi non va”. Al km 10 bevo e recupero un po’, per poi iniziare a calare con gambe e testa: mi arrabbio con me stessa, guardando a posteriori i parziali in modo ingiustificato, me la prendo con la tabella, le sveglie all’alba, il mio coach, i sacrifici e gli sforzi, i soldi, l’impegno, la costanza.. tutto mi sembra vano, io non miglioro, io in gara non ce la faccio. Non-ce-la-faccio.

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Al km 13 mollo il colpo. Cammino per il tempo necessario per prendere un GU, chissà che non avvenga un miracolo. Ricomincio, rallento, accelero, Nico mi rimprovera, io me la prendo, litighiamo.
Non c’è niente da fare: di fiato sto benissimo, ne ho un sacco, corro sprecandone tantissimo in insulti, accuse e promesse a me stessa. “Basta, con la corsa ho chiuso, non ne voglio più sapere di tabelle, gare, ripetute…ripetute da nove minuti, capito? Basta!! Da domani solo yoga, anzi, pilates, anzi, zumba! Ecco, Z U M B A!”. (Nico mi confesserà poi che a quel punto gli veniva da ridere, ma temeva per la sua incolumità).

Km 16, il ristoro.
Km 17 rallento ulteriormente.
Km 18 crampi ai polpacci. “Fermati a lato strada, mettiti a terra”, “No, finiamo ‘sta caz*o di gara, chè non ne posso più!”

Finish line, traguardo, medaglia. Il tempo ufficiale è di 2:03:54, un’enormità.

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Non c’è soddisfazione, c’è delusione, c’è rabbia, ci sono per la prima volta sconforto e desiderio di mollare. Che io corra a caso o che corra in tabella, ottengo i medesimi risultati in gara; so che i miglioramenti ci sono e sono notevoli, ma se non riesco a metterli a frutto e ad allenare anche la mia testa alla competizione, tutto lo sforzo non serve a niente. Infine, se non mi diverto più neanche in allenamento, che senso ha? Penso che la vita sia sufficientemente impegnativa per poter decidere di aggiungere agli obblighi -famiglia, lavoro, figli, incombenze..- dei piaceri che siano tali.

Mi cambio e mi rivesto, poi mi posiziono sulla finish line della Maratona -quella intera. Gli arrivi sono commoventi, ogni maratoneta agli ultimi metri mi sembra alla fine di un viaggio che è molto più di una corsa, gli sguardi, la sofferenza e la gioia che quei corpi sprigionano, sono pazzeschi. Io mi sento piccola piccola, io che qualche settimana fa, un po’ per gioco un po’ sulla scia degli entusiasmi della Maratona di New York, ho sfogliato il calendario maratone dell’inverno 2017, io che non ho la testa per concludere una mezza.
Guardo il tempo sul tabellone, il primo ad arrivare è Fabio, poi Marco, infine Rudy: Nico ed io li vediamo, tifiamo per loro, scattiamo qualche foto e riusciamo a riprendere persino il video dell’arrivo, mentre loro -che pure guardano nella nostra direzione- non si accorgono di noi, sono alla fine di un viaggio impegnativo. Sono contenta di essere lì, tutti si meritano qualcuno che li aspetti all’arrivo.

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Gli abbracci finali, i sorrisi, i loro racconti.
Marco scriverà poi “Avervi visto tutti all’arrivo era come essere a casa”: di nuovo, pur provando a ridimensionare delusioni e gioie di una gara, ogni volta mi rendo conto che c’è dell’altro. Non è mai solo una corsa, non è mai solo una delusione o un personal best, è sempre un forte senso di appartenenza, una condivisione di emozioni e sensazioni fisiche che solo chi vive la preparazione e l’evento può capire, è qualcosa a cui non voglio rinunciare.

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Cremona Half Marathon: da sola, in coppia, in tre.

Questa volta non sarò io a parlare di me e di questa Maratonina di Cremona o Cremona Half Marathon, gara in calendario da prima dell’estate e scoperta su Instagram, a cui sono arrivata dopo un mese e mezzo di enormi difficoltà con la corsa (vedi: battiti altissimi, tabella rivista, lunghi non portati a termine, velocità da principiante..), e che ho deciso di correre come allenamento e non da sola: ho regalato a Nico l’iscrizione alla gara per il suo compleanno, e sarà lui -qua seduto vicino a me- a raccontare questa Cremona Half Marathon dal suo punto di vista.

cremona half marathon, ritiro pettorali

V: Dai, comincia da dove vuoi e come vuoi.

N:E’ stata la gara delle sorprese, fino a 15 giorni fa non sapevo neanche che ti avrei accompagnato, non avevamo un piano su come avremmo gestito la corsa, e soprattutto non ci saremmo mai immaginati che sarebbe finita così. L’inizio della giornata fila come da abitudine, con la preparazione, pettorale, colazione..

V: Vuoi intenzionalmente tralasciare la cena dell’atleta di sabato sera?


N: Ahahah, è vero! Ci siamo concessi volutamente cose che prima di una corsa i veri runner non si concedono, proprio a dimostrazione di come volessimo vivere questa corsa alla leggera, con l’unico obiettivo di allenarci e portarla a termine: patatine curcuma e cocco + salame di cioccolato, ecco la nostra cena. [Ora fate come se non aveste mai letto]. Dicevo, stamattina ci dirigiamo alla partenza e fino a quel momento cerco di distrarti perchè vedo in te un po’ di agitazione; ad esempio, ti parlo di cagate, quando mi fermo di fronte alla Papaya Pura di quell’erboristeria in centro, lo faccio per te, ma dalla tua reazione capisco che tu abbia voglia di rimanere concentrata. 

cremona half marathon, partenza

Si parte; non so bene se tu voglia parlare, ascoltarmi o cosa -so che da un auricolare questa volta ascolterai la musica-, ma nel dubbio ogni tanto butto lo stesso là qualche osservazione idiota.

V: Ah sì? Non me ne sono neanche accorta. Solo una cosa, già che ci siamo: se scegli di assumerti il compito di avvistare i fotografi perchè io corro senza occhiali, dovresti anche indicarmi la loro posizione precisa. Tipo, la prossima volta potresti provare a sostituire il “Fotografo!” con “Fotografo sulla destra a 50 metri” o “Fotografo sul panettone lato strada sinistro” etc..qualcuno comunque credo proprio che l’abbiamo beccato. Ecco, dicevi..?

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N: Mi accorgo nei primi chilometri che probabilmente non avrai bisogno nè di essere distratta nè di essere guidata in qualche modo, ho capito subito che saresti andata tranquilla: respiravi bene, eri concentrata.. Ero attento ai tuoi gesti: spiegami solo perchè quando dicevi “troppo veloce!” o mi facevi il gesto “rallentiamo”, poi io rallentavo e tu andavi avanti!

V: Ahahah boh, però sì, forse è andata così.

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N: Al quarto km succede una cosa di cui tu non ti accorgi: Rudy mi tocca una spalla, resto un passo indietro, ci salutiamo e si raccomanda di non avvisarti della sua presenza, lui ci avrebbe seguito. Io mi riaffianco a te e procediamo. Verso il nono km tu prendi il tuo gel e poi senti una presenza..

V: No, aspetta, questa la racconto io. Vedo con la coda dell’occhio, ma soprattutto sento i passi di una tizia che corre letteralmente attaccata a me, mi sposto, ma niente, questa mi segue, mi tallona. Penso che tra runner si dice, scherzando, che “quando sei in difficoltà devi puntare alla culona e attaccarti a lei” (della serie, se lei ce la fa, ce la faccio anche io): ecco, ho pensato che in quel momento la tizia avesse scelto me come la sua culona!! Ho detto ad alta voce un “Cazzo, c’è questa che mi sta attaccata, che ansia!!” e un pochino si è spostata. Carino aver scoperto a metà gara che non fosse una lei, ma Rudy!

N: Siamo al ristoro del km 10 quando Rudy si palesa e ti dice che stai andando alla grande, che adesso starà lui avanti un passo e così continuiamo in tre. A questo punto arriviamo abbastanza velocemente a due terzi di gara e non ricordo se fosse a quel punto, o se addirittura prima, tu mi dici “Nico, stiamo andando benissimo!”: mi sorprendo un po’ perchè non mi aspettavo questa tua esternazione, nè così presto, dall’altra parte era evidente che fosse così. Iniziamo quindi la parte che più tardi scopriremo che per entrambi è stata la più difficoltosa: la lunghissima Via del Bosco, con tragitto a U, in cui si vedevano i runner tornare indietro ma non si capiva dove fosse la svolta, il ricciolo, come l’ha chiamato Rudy. Mi ricordo che subito dopo il ricciolo ti ho dato indicazioni precise sul fotografo: è stato un bel momento, abbiamo provato a fare una foto a tre divertente, che sicuramente non sarà venuta, ma divertente.

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V: Sì, ho persino sprecato fiato per dire “Questo gesto atletico mi costerà almeno 20 secondi!”. Tra l’altro iniziavo ad accusare pesantezza alle gambe, ma la vocina motivata ha detto a quella cattiva “Di fiato stai benissimo, concentrati su quello, chè se quello c’è, è fatta!”; la vocina cattiva poi ci ha riprovato più tardi con un subdolo “Huber sarebbe fiero di te”, ma quella buona non si è fatta fregare e ha prontamente risposto “me ne frego di Huber, io sono qua per me e sono l’unica che ha il diritto di essere fiera o meno di me stessa!”.

N: Brava!! Stavolta la testa ha lavorato bene finalmente!! ..Tra l’altro, una cosa che mi è piaciuta è che mi è sembrata una gara molto partecipata, anche quando intorno al 18esimo ci siamo riavvicinati alla città.

V: No, a me è piaciuta la partenza e la carica delle persone, ma per il resto non ho vissuto grande tifo.

N:Ah ok. Dicevo..?

V: Diciottesimo.

N: Ecco: se fino a quel momento ti vedevo tranquilla, da quel momento ho avvertito la tua fatica. Di nuovo è accaduto che tu mi dicessi di rallentare, anche se poi, di nuovo, facevi rallentare solo me e continuavi al tuo passo.
Finalmente si rientra in città, attraversiamo strade molto belle e con molta partecipazione: mi ricordo un vecchietto che ci incitava, dicendoci che ormai era finita, di continuare così. “Sì, ok, è finita”: in realtà mancano gli ultimi 500 metri almeno, di cui un buon pezzo in lieve salita e con ciottolato. Tu continui in salita, mangiandoti alcuni runner che arrancano, si vede il gonfiabile del traguardo. La prima cosa che faccio è dare un occhio al tempo: so, dal 15esimo, che i pacer delle 2 ore non sono molto più avanti di noi e che, quindi, non siamo troppo distanti da quel tempo. A quel punto, con Rudy, ti diciamo “Guarda il tempo!”

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V: Sì, a 150 metri io che cosa potevo vedere senza occhiali?!! Comunque avevo fatto un paio di calcoli quando al 19esimo ho iniziato a sentire le gambe a pezzi e mi sono detta che non avrei potuto mollare proprio oggi, così vicina al risultato.

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N: Sta di fatto che spingi e facciamo tutti e tre insieme un bello sprint finale! Vedo anche il fotografo, credo che ci abbia ripreso molto bene.

V: Ecco, a quel punto io il fotografo l’ho mancato, non so neanche dove guardassi, ma il sorriso c’era!

N:Il sorriso c’era, il finale è stato bello, tu eri raggiante: era un traguardo che inseguivi da tempo e, soprattutto, assolutamente inaspettato, non previsto e non cercato proprio oggi!

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Proprio così: tempo ufficiale 1:59:35.
Personal best.
Sotto le due ore.
Evviva.

Il giorno prima ho portato Gaia a tagliare i capelli: mentre aspettavamo il suo turno, abbiamo preso, tra le riviste a disposizione, il Libro delle Risposte. Ho iniziato io con la prima domanda a caso: “Come andrà la gara di domani?” e il libro, aperto in un punto qualunque, mi ha risposto “Non dimenticare di divertirti”. Forse il segreto è questo.

Un grazie gigante a Nico e Rudy, per esserci stati e per aver creduto che potessimo arrivare a quel traguardo, ma soprattutto per aver lasciato fare a me, per non avermi tirato o frenato, per la presenza discreta, per l’aver festeggiato insieme. Al traguardo non c’era nessuno ad aspettarci questa volta, al traguardo siamo arrivati in tre tutti insieme: la corsa è uno sport di squadra!..E il mio sorriso quasi non stava nelle foto!

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Categorie: Sport

Un terzo di Mezza di Monza

Perchè mi sono iscritta ad una Mezza per l’11 settembre, con caldo estivo e il coach che, conoscendo la mia sofferenza fisica con temperature elevate, mi aveva suggerito di ricominciare con le gare “in autunno inoltrato”?

-Perchè tutta la Famiglia Urban Runners avrebbe partecipato
-Perchè mi sarebbe sembrata una quasi festa di fine estate
-Perchè sapevo che mi sarei allenata bene ad agosto e sarei arrivata preparata
-Perchè mi avevano giurato che “Alla Mezza di Monza piove sempre, sono 5 anni che diluvia!”

Al ritiro pettorali del sabato mattina, ho sperimentato le temperature dell’Autodromo e mi sono auto-confermata l’idea di correre la gara come fosse un allenamento, tra i 6 e i 5’50” per poi eventualmente spingere nell’ultimo terzo della gara. Un progressivo, insomma, di quelli a cui sono abituata e che mi piacciono tanto.

54 Urban Runners alla partenza, qualche altra faccia conosciuta incontrata a sorpresa, e via, tutti pronti, chi per la 10, chi per la 20, chi per la 30 km, andature diverse per poi rivedersi tutti a pranzo insieme dopo la fatica.

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Il ritrovo è tra le 7 e le 8, per non rischiare di non trovare posto al parcheggio; mi sveglio alle 6, ma non riesco a fare colazione, bevo soltanto la mia tisana, mi sento un po’ appesantita e sottosopra; mi dico che, ora della partenza alle 9.30, potrò mangiare una barretta o prendere un gel. Nel frattempo continuo a bere pian piano, il caldo si sente da subito. Un quarto d’ora prima di partire, senza nessuna fame, prendo un GU.
Mi sento tranquilla: dico a Nico che questa volta correrò senza cintura, quindi senza telefono, quindi senza che lui possa seguirmi con il Garmin Live Track, chè ci vediamo all’arrivo se riesce ad esserci, dopo nel caso non ci si trovasse. Per la prima volta non ho con me neanche la fascia cardio, per evitare fastidi o fissarmi troppo, in compenso ho una bottiglietta d’acqua che mi potrebbe consentire -come ho sperimentato in alcuni lunghi al mare- di bere poco per volta e non scolarmi mezzo litro d’acqua ad ogni ristoro, perdendo tempo e affaticando lo stomaco.
Infine, voglio correre da sola, concentrarmi e gestirmi.

Si parte tutti insieme, so che i primi 5,5 km saranno sulla pista dell’autodromo; il caldo si sente tutto, provo a concentrarmi sulla strada davanti a me e sul passo e mi isolo. Corro circa a 6/5’55” come mi ero promessa, terzo km un po’ più veloce perchè c’è una discesa, verso il quarto inizio a sentire dolore ad entrambi i fianchi (quello che molti chiamano “male alla milza”) e fitte allo stomaco, mi concentro sul respiro ma serve a poco. Arrivo, verso il quinto chilometro, al bivio tra chi prosegue per la 5 e 10 km e chi continua sui percorsi della 21 e 30 km: sono indecisa, per la prima volta valuto seriamente di spostarmi sulla dieci, in modo da arrivare al traguardo, concludere una gara che sento decisamente più alla mia portata e vincere la medaglia per i bambini. Il cartello avvisa che mancano 100 metri al bivio, penso ai bambini, penso che arrendermi così presto sia ridicolo, mi dico che, rallentando, entrando nel parco che dovrebbe essere meno caldo e continuando a concentrarmi sul respiro, presto andrà meglio. In realtà, pur continuando a rallentare, agonizzo un altro chilometro; pur sapendo che è assurdo che accada già, cammino qualche metro, poi riprendo a correre ed è peggio di prima, le fitte aumentano e mi viene da vomitare; la testa a quel punto inizia a formulare pensieri che paiono più che altro insulti, la concentrazione sparisce. Un unico pensiero che mi si para in testa senza possibilità di appello: mancano oltre 14 km, tu non ce la fai in queste condizioni e camminare per due terzi di gara non ha senso. Va bene, mi fermo, anzi, mi ritiro. Dopo pochi passi incontro Ale, che come me ha preso la stessa decisione e torniamo indietro, lui forse più incazzato e deluso, io piangendo e pensando ai bambini.

Penso che sarà l’occasione per spiegare loro che non sempre si può vincere, che esistono anche le sconfitte, che bisogna accettare anche di perdere, che a volte ci sono decisioni da prendere che bla bla bla… Mi chiedo se poter maturare e far miei questi concetti nel breve tempo che mi separa dal vederli, e allo stesso tempo mi chiedo anche dove vada a finire la mia lezione sul non arrendersi mai, sull’arrivare in fondo, sul provarci sempre fino all’ultimo.

Rudy, mentre parlo con Veronica, senza che me ne accorga, con il pettorale che ho ormai spiegazzato nel borsone, riesce a recuperarmi una medaglia, in modo da poterla dare ai bambini.

Li faccio felici e li rendo orgogliosi di me, dando loro una medaglia che non ho conquistato (nè meritato), oppure riesco a trovare in me una lezione in cui poter anche io credere, da trasmettere loro e condividere?

Quando arrivano, Gaia sa già da Nico che non ho finito la gara; do la medaglia a Luca, dicendogli che è per lui, che non l’ho vinta, che purtroppo oggi la mamma ha perso ma che quella è per lui perchè lui è un campione.
Non fanno domande.

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Più tardi, tornando a casa, voglio riprendere con Gaia il discorso e le spiego perchè mi sono fermata, le dico anche che non è stata una scelta facile, che mi sono messa a piangere perchè mi sono sentita un po’ sconfitta, ma che quella è stata in quel momento la cosa più giusta da fare, più giusta dello sforzarmi di arrivare in fondo. Nico rincara la dose, quando Gaia dice che la mamma è bravissima nella corsa e che “se adesso non è più brava nella corsa..?”. Concludo con un discorso breve che suona come “Sapete, non arrendersi non vuol dire finire una gara stando male, ma fermarsi e decidere di riprovarci alla prossima”.

Rimango sola con i bambini per un breve tratto mentre andiamo al ristorante (perchè non me la sento di andare a far festa con gli Urban Runners, ma avevo promesso a Gaia e Luca un pranzo fuori) e ringrazio i bambini perchè “anche se per me è stata una giornata storta e sono un po’ triste, sapere che loro erano lì per me e con me mi ha reso felice, e che sono sempre molto orgogliosa quando li ho vicino durante tutte le mie corse”. Luca saltella in brodo di giuggiole, Gaia affonda il coltello con tono perentorio:

“Io non mi sarei mai fermata, sarei arrivata fino all’arrivo, ci avrei provato fino alla fine.
Però ti capisco eh, TU hai fatto bene.
Ma IO non mi sarei mai fermata”.

Come è difficile essere genitori, come è difficile essere esempio, cercare di controllarsi e orientare il proprio atteggiamento verso quello più costruttivo e comprensibile per i bambini, capire quale sia il miglior insegnamento da trarre e da trasmettere, non contraddirsi, mostrare le proprie debolezze e fragilità ma sempre con il piglio della mamma che si risolleva e su cui possono sempre contare, la mamma che può sbagliare o cedere ma su cui loro non devono mai avere incertezze.

Oggi ho preso una bella sberla: è stata dura ammettere di arrendersi e mollare, non sentirsi sconfitti e prepararsi a ripartirecapire cosa insegnare ai bambini e parlare con loro di qualcosa che mi ha fatto piangere, arrabbiare e sentire incapace e debole.

Domani è lunedì, cominciano le scuole, inizia una nuova routine per tutti, la dieta che dalle vacanze non ho mai ricominciato sul serio, e la nuova tabella in direzione della prossima sfida.

..però, vi prego, non ditemi più di non prenderla, chè “è solo una corsa!”!

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Categorie: Sport, Vita da mamme

Fuori tabella, fuori programma: Jesolo Moonlight Half Marathon a sorpresa

L’avevo detto subito che, dopo la mezza del Naviglio, non mi sentivo demoralizzata e abbattuta come dopo la mezza di Padova: mi era chiaro, ancora una volta, che non fosse un problema di allenamento, ma di testa. La voglia di riprovarci era tanta, ma mi ero anche ripromessa di interrompere le gare fino a settembre, approfittando dell’estate per allenarmi e lasciando l’asfalto bollente ad altri, per dedicare i miei weekend ai bambini e alla tintarella gardesana.

Però dall’altra parte avevo davanti un’occasione speciale: la Jesolo Moonlight Half Marathon, una mezza maratona con partenza alle ore 20.00, un orario in cui abitualmente ho già mediamente addosso le ciabatte e puntato la sveglia per l’alba successiva, ma in cui non avrei patito il caldone estivo di queste settimane. Gara serale in località di mare: domenica sera stessa, a poche ore dalla pessima prestazione sulla Martesana, ho proposto a Nico di correrla con me. Ci abbiamo dormito su e lunedì mattina gli ho prenotato online la visita medica per il certificato di idoneità agonistico, gli ho regalato Runcard e l’iscrizione alla gara.

Due mezze maratone in una settimana, un fuori tabella imprevisto e neanche preannunciato al mio coach, una mia decisione autonoma, senza chiedere il parere a nessuno (beh, insomma, con Yuri c’è stata più o meno la seguente conversazione: “Sto meditando di fare una pazzia-cazzata”, “No. Jesolo no.”) e senza neanche informare nessuno. Nella settimana di scarico prevista dalla tabella, ho corso con calma, scaricando sì, ma in compagnia, senza fascia cardio, godendomi il ritmo chiacchiera e gli amici, e rendendomi conto di quanto mi fossero mancati in questi mesi.

Sabato mattina Nico ed io siamo partiti e arrivati a Jesolo in tarda mattinata, con l’idea di mangiare qualcosa di sano e andare poi a riposare (io proprio a dormire) in hotel prima della gara: arrivati al Village per il ritiro del pettorale, siamo stati contagiati dall’atmosfera e il sole ha fatto il resto. Quindi, cambio di programma: costume da bagno, piadina -pesantissima purtroppo- e lettino in spiaggia. Una veloce doccia verso le 16.30 e poi via, diretti ai pullman che ci hanno portato a Cavallino-Treporti, con un paio d’ore di anticipo sulla partenza.

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Un pregara meraviglioso, tra spiaggia e molo, vento fresco, pochi pensieri.

L’obiettivo della gara mi era chiaro: gestirmi e preoccuparmi soltanto di affrontare i boicottaggi della mia testa; per farlo, avevo detto a Nico che sarebbe stato sufficientemente rassicurante correre in progressione, con i primi 6 km a 6’/km, i successivi 6 km a 5’50”, ulteriori 6 km a 5’40”, per poi giocarmi gli ultimi 3 km a seconda delle forze residue. Non sarebbe importato il tempo stavolta, male che fosse andata avrei chiuso intorno ai 6’/km, in linea con il mio miglior tempo (2:06:27), nella migliore delle ipotesi, con quello che immaginavo potesse essere il mio passo gara (5’50”) sarei stata intorno alle 2:03. Abbiamo anche stilato un elenco di argomenti di cui parlare nei primi chilometri, in modo da essere obbligata ad andare a ritmo agevole. In ogni caso, i primi 3 km a non meno di 6′!!

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Abbiamo atteso che le griglie si riempissero, per stare in fondo e non farci prendere dalla partenza a razzo e dalla frenesia dell’assembramento di runner.

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Si parte. Primo km a 5’59, secondo km a 5’57”, terzo km a 5’48”. Nel frattempo chiacchieriamo e ci sentiamo osservati, come se stessimo facendo qualcosa di insolito o inopportuno. Continuiamo anche a guardarci intorno: il tramonto sulla laguna è a dir poco meraviglioso, ad un certo punto il cielo è tutto rosa. L’umidità è anche tantissima, arriveremo fradici come mai prima d’ora, e le zanzare con me cenano ampiamente.

Arriviamo rapidamente al km 5, non ho particolarmente sete, sto bene, ma onoro il ristoro -acqua- e riparto; dal km 6 smetto del tutto di parlare e anche Nico inizia a dire frasi insensate, al punto che, intenerita dall’intento ma allo stesso tempo con il bisogno di concentrarmi, gli faccio presente che non è necessario che dica qualcosa per forza. La strada è bellissima, decisamente piatta, con una marcatissima linea di mezzadria sulla quale fisso lo sguardo e trovo la concentrazione di respiro e ritmo. Mi sento bene, km 7 in 5’42, al km 8 penso che potrei avere le difficoltà delle due precedenti gare, ma allo stesso tempo sento che le gambe stanno benissimo e mi concentro preventivamente sulla respirazione. “Nico, siamo a 5’35”, troppo” -“Rallentiamo, vieni dietro con me”

Termina il km 10 ed ecco il secondo ristoro: pochi passi camminati per bere acqua e si continua. A questo punto, non ho più così tanta necessità di controllare il passo per dosare le forze e inizio a guardare il Garmin prevalentemente al trillo della fine di ciascun chilometro. Nella mia testa i prossimi step saranno il GU al km 12, ristoro al km 16 e poi l’arrivo.

Km 12 a 5’37”, vedo che l’andatura media scende, inizio a dirmi che ci sono, ce la farò. Non dico nulla dei tempi a Nico, sento che vuole restare di fianco a me, ma mezzo passo indietro, perfetto così. Al km 14 scatta qualcosa nella mia testa: improvvisamente, il pensiero che abitualmente mi sforzo di ripetermi nasce spontaneo e con una forza pazzesca “Mancano solo 7 km, ce la fai a ‘sto ritmo, è perfetto, è il tuo”. Arrivo al quindicesimo, vorrei gridare che ho infranto la maledizione del 15° e riderne con Nico, ma continuo a concentrarmi e a risparmiare le forze. Noto che, se mi distraggo, respiro a caso e di conseguenza rallento: è sufficiente ridare un ritmo agli inspiri per aggiustare l’andatura.

Inizia ad essere buio e, per me che senza occhiali già vedo poco, è uno sforzo in più: mi dico che, in fin dei conti, è come se corressi alle 5 del mattino (trascurando volutamente il dettaglio che a Milano, in città, ci sono i lampioni, sul tragitto di gara no). Il Garmin annuncia anche la conclusione del km 16 in 5’43”, bene perchè adesso sì che ho necessità di idratarmi. Il diciassettesimo sarà il chilometro più lento, a 6’19”: almeno 20 secondi li abbiamo persi per bere e in più, subito dopo, un ponte che mi sembra lunghissimo e che mi taglia le gambe proprio mentre avrebbero dovuto riprendere il ritmo dopo il ristoro.

Ne mancano solo tre, le gambe continuano a girare alla grande, negli ultimi chilometri abbiamo superato tantissimi runner -Nico ed io ci diremo poi che ci sembrava di mangiarceli come fossimo in Pacman-, ho un dolore al fianco (quello che dicono sia mal di milza o mal di non so che cosa, ma che è evidente che sia dovuto al mio sforzo nella respirazione): mollare non è un’opzione, non adesso che ci sono, manca l’equivalente di strada che abitualmente mi è necessaria come riscaldamento.

Ultimi due chilometri, arriviamo nel centro di Jesolo: tornano la luce e la gente lungo le strade. Manca poco, allunghiamo, mi dico che è come nel fartlek del sabato, quando riesco a correrli 2,5 km a 5’20”, posso tirare: km 20 a 5’31”, km 21 a 5’34” con gli ultimi 200 metri a 4’55”.

Nico vede l’arrivo, mi dice che ci siamo: certo che ci siamo, stavolta lo so da almeno metà gara.
Al traguardo ci prendiamo per mano, non vedo i fotografi, probabilmente verrò con un’espressione di sforzo più che con un sorriso fresco. Guardo istintivamente il crono del gonfiabile che indica 2:05 e qualcosa. Ci resto un po’ male, poi fermo il Garmin, il real time, il mio tempo esatto -poi ufficializzato anche dal chip di gara- è di 2:02:21.

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Personal best, un minuto meno delle mie migliori aspettative sulla gara, quattro minuti meno del mio precedente miglior tempo, dieci minuti meno della gara di settimana scorsa. La quinta mezza maratona in quattro mesi. Non un dolore: faccio un rapido check e bandellette, tibie, ginocchia..sono zitti. Questo è un altro grande successo di questi mesi.

Ci abbracciamo e baciamo: la gara e la vittoria sono nostre, vicini, in silenzio, respiri e gambe sincronizzati fino alla fine. Io sono al settimo cielo, incredula e soddisfatta, cammino a un metro da terra: sento tutto l’appoggio e la felicità anche di Nico per avermi accompagnato, mezzo passo indietro, a quel traguardo. Stavolta le gambe, il fiato, la testa li ho messi tutti io, il passo l’ho dettato io, mi sono gestita in tutti i sensi; Nico, in più, ha aggiunto il cuore, un cuore enorme.

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In tutto questo ho capito diverse cose, quanto, ad esempio, probabilmente mi condizioni e mi generi ansia l’aspettativa di chi crede in me più di quanto ci creda io, o di come, per arrivare a quell’obiettivo di stare sotto le due ore, io abbia bisogno di altro tempo: ieri ho dato tutto, avrei forse potuto accelerare il ristoro del 17esimo, ma nell’insieme non sarebbe stato determinante. Io ad oggi concludo una mezza maratona in due ore, due minuti e qualcosa, con una media di 5’47” a km, che mi fa dire che è un ottimo risultato su cui continuare a lavorare.

Oltre a ringraziare Nico, per il supporto e per esserci sempre e, più che mai, per esserci stato in questa occasione, ringrazio anche me stessa, la mia testa dura, il mio accanimento, la voglia di riprovarci e insistere sempre: percepivo che l’obiettivo rischiava di diventare un’ossessione, più forte della passione e del divertimento, Jesolo sarebbe stata determinante. Ora, davvero, non ci saranno più mezze maratone a sorpresa fino a settembre: in previsione una 10 e una 15 km, che deciderò al momento come affrontare. Per il resto, farò tesoro di questa esperienza per arrivare a correre con meno paure, più fiducia in me stessa e meno condizionamenti esterni.

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Categorie: Sport

Mezza del Naviglio: fotografi distratti, teste che non girano, amici, traguardi e cose importanti.

Archiviata Padova e passati i primi momenti in cui avevo pensato che non avrei più voluto per un po’ sentir parlare di corsa, tabelle, lunghi, gare, mezze maratone, naturalmente, il lunedì dopo la gara mi sono iscritta -con l’idea che sarebbe stata l’ultima della stagione- alla Mezza Maratona del Naviglio, Da Cernusco a New York: una corsa a casa mia, sulla Martesana, di cui per un bel tratto conosco le buche, le radici che sollevano l’asfalto, i tratti all’ombra, e la fauna; una corsa a cui l’anno scorso ero iscritta per poi rinunciare perchè infortunata: ero però andata all’arrivo con Gaia ad aspettare Yuri.

Yuri: l’ho conosciuto per caso in un gruppo su Facebook quando, due estati fa, postando le corse estive, abbiamo scoperto di correre sullo stesso lungomare di Montesilvano-Pescara. In quell’agosto non ci siamo mai incontrati perché lui usciva all’alba, ma io prima e, per altro, lui correva più velocemente e più a lungo di me. Ci siamo conosciuti dal vivo a settembre 2014 in una delle mie prime volte con gli Urban Runners. Da lì in avanti, in questi quasi due anni, ho sempre detto che avrei voluto avere uno Yuri nel taschino, per attingerne la positività e il sorriso ogni volta che a me fossero mancati. Dal taschino, poi, Yuri è finito nel cuore e, in un certo senso sì, me lo porto dietro all’occorrenza.

E’ proprio lui che ha scelto di correre con me e per me la mia mezza del Naviglio, con l’intento di farmi riappacificare con la distanza che sia a Milano che a Padova mi ha mandato in crisi troppo presto, di farmi divertire e, se possibile, alla fine, di farmi anche raggiungere l’obiettivo per il quale mi sto allenando con costanza da tre mesi. 1:59:59, il tempo finale di gara.

Sono arrivata alla gara carica come una molla, sentendomi in perfetta forma fisica, con un ultimo mese di tabella decisamente tosto, portato a termine allenamento dopo allenamento, ripetute, fartlek, lunghi; i battiti notevolmente abbassati, i ritmi di conseguenza più sostenuti, non un dolore in corpo. Nei giorni precedenti ero gasatissima, non vedevo l’ora di correre e convinta che avrei raggiunto i miei obiettivi, tutti.
Naturalmente non è mancata una certa ansia, un decalogo semi-serio per Yuri (tra cui: 2- Non pronunciare velocità / medie / statistiche invano; 3- ricordati di (farmi) santificare i ristori; 5- non uccidere (me); 10- scatta selfie, fai video, chiacchiera, ridi..), poi le sue rassicurazioni “penso a tutto io”, e la convinzione che io avrei messo gambe e fiato, e lui avrebbe tenuto a bada la mia testa. Avrei affidato a lui anche il mio Garmin, che tutti identificano come mia fonte di ansia in gara. “Ci sono”, mi dicevo, “ci sei”, mi sentivo dire da Alessandro e gli altri.

Ci siamo messi d’accordo. Le mie richieste base sono state solo due: i primi 3 km a non meno di 6’/km e rispondermi, qualora glielo avessi chiesto, un rassicurante “5’50″”, qualunque fosse stato il nostro passo.

Domenica mattina, partenza anticipata dalle 9.30 alle 9, meglio ancora: abituata a correre prima dell’alba, meno aspetto meglio è; inoltre, con il sole e il caldo della giornata avremmo evitato una mezz’ora bollente. Alla partenza, incontri con altri Urban Runners, sorrisi, foto.

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Si parte, ce la prendiamo comoda, stiamo in fondo: i primi 3 km so che dovremmo farli tranquilli, quindi inizio a chiacchierare, ho giusto un paio di argomenti che conservo da tempo. Finisce il terzo km e chiarisco che da quel momento starò zitta, o corro, o parlo: il quarto km sarà quello più veloce (il mio Garmin darà 5.30, il suo Tom Tom 5.34), poi si continua con sole in fronte e sterrato. A Cassina De’ Pecchi si unisce a noi Ana, detta amichevolmente Frecciarossa: sapevo che sarebbe stata lì per accompagnarci per qualche chilometro. Mi chiede come vada, rispondo più o meno a gesti, mi sembra di andare ad un ritmo decisamente sostenuto, conservo il poco fiato. Yuri è perfetto, ho Ana avanti di un passo e lui dietro di un passo. Intorno al km 7, o 8, inizio a pensare di non farcela: rallento, mi rincuorano dicendo che lo sterrato dovrebbe finire a breve e che poi si passerà dall’altro lato della Martesana, dove c’è ombra, mi chiamano perchè mi affianchi a loro, un metro più avanti. Chiedo quale sia il passo, Yuri mi risponde 5’50”, ma non so se sia vero o se sia la risposta che mi doveva come da patti: nel dubbio, non gli credo e aumento il mio stress, convinta di andare al di sopra delle mie possibilità. Nella mia testa non è il caldo, è il fiato che sembra mancare e il pensiero che, accidenti, ero convinta di tenere il ritmo ma evidentemente non ce la farò. So anche che ragionare così a nemmeno metà gara è un’assurdità. Al km 9 il primo ristoro, cammino, bevo, cammino, bevo: finchè bevo sono autorizzata a camminare; sul ponte ricominciamo.

Si cambia lato, un chilometro ancora, non ce la faccio, lo dico anche ad alta voce. Ascolto lo scambio di battute di Ana e Yuri, vorrei intervenire nei discorsi, sto partecipando silente, ma -da quello che mi hanno detto dopo la gara- non comunico neanche con lo sguardo che pare solo incazzato. Vorrei dire ad Ana che adoro gli involtini di riso e foglie di vite, ma che quelle che vuole raccogliere in Martesana sono foglie di platano: seguo le risposte di Yuri, a cui manca un pezzo del discorso.. mi annoto tutti gli argomenti di cui dovrò dire la mia a fine corsa. Scherzando, prima della gara, avevo detto a Yuri che avrei comunicato con i pollici: pollice in su = tutto ok / sono d’accordo, pollice in giù = va male / non sono d’accordo, pugno chiuso = non riesco neanche a muovere il pollice. Comunico così, Yuri ci scherza, lo apprezzo, ma continuo a non parlare. Faccio fatica, le gambe girano bene, senza che neanche le senta, ma il fiato non mi basta e ho male al fianco sinistro; vado a singhiozzo, ad un certo punto sento l’applicazione Nike di un runner dietro di me che informa che il passo medio è di 6.25 al km.

“Yuri, è uno scherzo, vero?”
“Che cosa?”
“Il passo che ha detto l’app”
“Eh, non so, cosa hai sentito?”
“6.25!!!”
Vedo il suo orologio, 6.17. Fanculo.

E’ lì che, a metà gara, mi dico che sto andando peggio che mai, che neanche nei lipidici, mi fermo e cammino. Ana e Yuri mi spronano, finchè verbalizzo che no, non mi sto divertendo: ormai la gara è in vacca, adesso cammino, decido che si rinuncia ad uno degli obiettivi e si finisce come viene cercando di nuovo di divertirsi.

Da quel momento sarà tutto un andare a singhiozzo fino al 13esimo: alle variabili si aggiunge il colpo di sonno che mi prende spesso e che avevo già avvertito prima del settimo. Yuri non ci crede, ci ride, vorrei dirgli che mi era già successo e ne avevo parlato anche con Rudy, glielo dirò poi. Come fa a venire sonno mentre si corre? Non lo so, ma a me ogni tanto succede.
Non ci fossero i bambini ad aspettarmi al traguardo -e poi mi dico: anche Yuri, ingrata, che è qui per te!-, stavolta vorrei ritirarmi.

Bevo e cammino al 13esimo, poi riprendo e passo il maledetto km 15 con un buon ritmo: là dove pensavo che avrei avuto la solita crisi, al cartello in cui negli ultimi allenamenti immaginavo di sorridere per aver vinto la maledizione del 15esimo, sono passata, pur di buon passo, ma avendo già mollato da un pezzo, inaspettatamente. Più o meno da quelle parti, credo, ecco che Yuri mi avvisa che c’è finalmente un fotografo: ce ne fossero di più, per la mia vanità forse correrei meglio. “Dove?!” – “Là!”. Sorrido bella fresca e in quel momento, nella direzione opposta arrivano tre biciclette, che si inseriscono tra me e il fotografo. Mentre Ana si rotola dalle risate, trovo la forza per sorridere e allo stesso tempo gridare “Ma no, cazzo, le bici adesso nooo!!”

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Yuri intanto, eccezionale, con la sua spontaneità, è uno spettacolo: saluta tutti coloro che lo chiamano -mi dirà poi che molti conoscono lui, ma che lui non conosce tutti-, rallenta per guardare bambini che danno da mangiare alle anatre come se non avesse mai visto scene del genere, ma soprattutto ringrazia ripetutamente e augura buona giornata ai vigili e allo staff che blocca le auto al nostro passaggio: “grazie eh, grazie, grazie, buona giornata, grazie”. Mi viene troppo da dirgli qualcosa e da ridere, non riesco a farlo in modo evidente, ma in cuor mio assolutamente sì. “Mi dicono che, se smettessi di salutare tutti, di chiacchierare, di cazzeggiare, di badare a fotografi etc, probabilmente migliorerei di molto i miei tempi”. Pollice in su.

Ristoro del 16esimo, poi si arriva al 18esimo, un po’ correndo, un po’ camminando.
Dopo aver fatto presente qualche km prima che i rumori sentiti erano gracidii di rane, trovo il fiato per emettere un “conigli!”: avverto dello scetticismo in Yuri, e riesco anche a farglieli vedere. Finalmente, un altro testimone dei miei compagni di corse all’alba.

Un uomo dello staff riconosce un conoscente runner appena dietro di noi e gli fa presente, quasi come per sfotterlo, che ormai finirà oltre le due ore; Yuri mi guarda, ridacchiamo..eh, lo so!! Voglio correre gli ultimi 3 km senza fermarmi, dico anche a Yuri che non mi fermerò al ristoro del 20esimo, ma in realtà sono spompatissima. Gli ultimi 2 km non finiscono mai, dove penso che ci sia finalmente l’ingresso in pista, si aggiungono un altro centinaio di metri, poi si arriva.

Entro in pista, prima di tutto cerco fotografo e bambini: non mi importa come sia andata la gara, sono arrivata con Yuri, anzi, Yuri mi ha portato e il suo gesto di amicizia adesso conta più del resto, nelle foto ci sarò e con il sorriso; poi Gaia e Luca, che prima di uscire, dopo avermi già salutato, hanno aggiunto gridando un “Vai mammaaa, sei forteee!” -“sìììì, sei forteeee!”, da farmi tornare indietro e sbaciucchiarli: stavolta Gaia mi aveva detto che non avrebbe voluto correre gli ultimi metri, ma avrebbe preferito aspettarmi all’arrivo e così anche Luca, che mai prima d’ora aveva corso con me. Li cerco da lontano nel prato all’interno della pista, ma poi li vedo sul lato esterno prima del traguardo: mi sbraccio, si bracciano, quando arrivo grido loro di venire con me e sì, sono lì apposta. Ci prendiamo per mano, rallentiamo al passo di Luca, poi Gaia scatta avanti, Yuri ed io tagliamo il traguardo insieme a loro. Luca è al settimo cielo, “abbiamo vinto!!!”.

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Sul tabellone leggo 2:12 e qualcosa (che saranno 2:11 e qualcosa per me): sapevo che era andata male, ma non pensavo così tanto, penso subito che sto accumulando minuti di gara in gara, invece che ridurli. Yuri mi fa presente che ci sono trenta gradi e che almeno 5 minuti in totale li avremo camminati: per me sono scuse, quello che conta è che le gambe c’erano e la testa no. Penso che dovrò allenarmi di più su quello, capire che cosa mi blocchi, rilassare le ansie da prestazione (ma, del resto, in gara corro anche per migliorarmi e avere tempi ufficiali, i risultati è lì che me li aspetto, non in allenamento da sola): meno ripetute sfiancanti, più esercizi per la testa.

Di delusione ce n’è, ma senza lo sconforto e la rabbia che ho vissuto dopo Padova: so dove devo lavorare, l’arrivo è stato meraviglioso, e ho voglia di rivincita che intendo conquistarmi con un’estate di allenamenti sereni, tra Milano, Garda e la Puglia.

In tutto questo, ancora una volta, mi rendo conto di quanto sono fortunata e che, restando valido tutto quanto scritto fino a due righe fa, forse le cose Importanti sono altre: sono l’avere un marito che mi sostiene e mi accompagna sempre, che crede in me e sopporta i miei nervosismi; avere due bambini pieni di entusiasmo, per i quali sono sempre la migliore (anche se Gaia continua a suggerirmi di partire avanti, altrimenti “se parti in fondo arriverai sempre dietro a tutti) e per i quali traguardo e medaglia significano già avere vinto; avere amici e compagni di squadra che mi accompagnano, che un po’ mi prendono in giro, che mi incoraggiano, che -dopo la gara, quando mi chiedono di raccontare quali siano state le criticità e provano a darmi spunti per aiutarmi e io rispondo che “mi spiace, devo cavarmela da sola, adesso sto diventando pesante”- mi dicono di smetterla di pensare che io sia una lagna, e che sono un’amica.

In tutto questo, Luca ancora stamattina diceva che avrebbe raccontato in asilo che ieri abbiamo e ha vinto la gara: in un certo senso è così, ogni volta che al traguardo trovo qualcuno che mi aspetta, qualcuno che chieda di me in una chat di gruppo, qualcuno da abbracciare, qualcuno con cui tornare a casa, qualcuno che mi telefoni, qualcuno che si interessi a me..sì, ogni volta è una vittoria. EUUUUIIIIUUUAAAA!!!

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Categorie: Sport

(Mezza) Maratona di Sant’Antonio: corsa da papà

Per scegliere una gara abitualmente considero fondamentalmente tre cose: le distanze previste, i costi per partecipare -che non sono tanto l’iscrizione e il pacco gara, ma la fattibilità di andata e ritorno in giornata o, piuttosto, la necessità di pernottare fuori casa, con Nico o con famiglia al seguito-, e la popolarità della corsa, ovvero la possibilità di fare gruppo con qualche amico.

Questa volta, invece, ho scelto la gara puramente per motivi affettivi: l’anno scorso avevo scoperto e mi ero iscritta alla Mezza Maratona di Sant’Antonio che, per il sedicesimo anno, si snodava lungo i luoghi del Santo, partendo pressochè dal paese in cui si trova ad abitare mio papà. Poi era successo che mi ero infortunata e avevo rinunciato a correrla. Dunque, eccomi iscritta di nuovo quest’anno, per correre a casa di papà e per avere anche lui come tifoso al traguardo; per la prima volta da quando esiste questa gara, il percorso è cambiato, la mezza maratona è partita da Abano Terme, per arrivare poi -come da tradizione- a Prato della Valle a Padova. Pazienza, anche se non fossi passata sotto le sue finestre, il significato per me sarebbe rimasto quello di andare a correre da papà, e così è stato.

Sono partita da sola con Nico, per motivi principalmente logistici, legati a quello che sarebbe stato un rientro a Milano senza neanche il tempo di pranzare dopo la corsa, ma questo ha consentito di gestire anche l’organizzazione con calma. Sabato mattina, con Nico ho ritirato il pettorale e, nell’impossibilità di studiare il percorso che si snodava su strade provinciali a me ignote, mi sono concentrata sull’arrivo: insomma, non sapevo dove avrei corso, ma avevo ben chiaro l’asfalto degli ultimi 500 metri, la Basilica, le rotaie a cui fare attenzione, la Piazza e il curvone finale.

Il momento che mi è pesato di più è stato l’attesa della partenza ad Abano Terme, arrivata con circa un’ora e un quarto di anticipo, prima che chiudessero le strade in modo che Nico e papà potessero spostarsi a Padova, da sola, senza amici di corsa con me e senza saper bene cosa fare, oltre a bere, passeggiare, fare un po’ di stretching, passeggiare di nuovo, bere ancora e così via. Quando sono riuscita ad incontrare Letizia e Francesco, di casa ad Abano, mi sono decisamente sentita, anche questa volta, parte di qualcosa che va oltre le distanze, le squadre, le maglie.

mezza maratona di sant'antonio abano terme

Il mio obiettivo per la gara era quello di non commettere gli errori della Stramilano, quindi non solo di non partire troppo velocemente, ma di attenermi alle indicazioni del coach: primi 3 km a 6′, poi fino al 15esimo a 5’50”, poi fino al 18esimo a 5’40” e poi..come va, va! Ero tranquilla, convinta che sarei stata assolutamente in grado di correrla, il ritmo di 5’50” è il mio passo “comodo” e, anzi, avevo quasi in mente di tenerlo fino al 18esimo per poi giocarmi tutto alla fine. Non pensavo ad un obiettivo di tempo, anche se, seguendo le indicazioni, presumibilmente due o tre minuti li avrei guadagnati.

Spilletta RunHomies, per portarli sempre con me, tatuaggio Urban Runners, per avere proprio tutti anche attaccati al braccio.

urban runners, runhomies

Poca gente alla partenza, rispetto a quanto mi aspettassi, uno start scorrevole, non si è creata la classica situazione da slalom tra i partecipanti: il primo km vola, guardo il Garmin che indica 6’/km, perfetta al secondo. Continuo così, non ho un passo costante ma la media al chilometro è da tabella, leggermente di poco più rapida. In un attimo sono al quinto km, il sole è uscito e ringrazio di aver superato i miei complessi e di aver deciso di correre in pantaloncini corti. Ristoro, riesco a bere in corsa, ricomincio.

Un occhio al Garmin ogni tanto per accertarmi di non accelerare, focus sulla strada e mi guardo intorno: una striscia di cemento, campi, prati, sole, caldo, molte persone a fare il tifo. Penso a Gaia e a Luca, so che a Gaia sarebbe piaciuto essere lì, si era raccomandata che indossassi la canottiera nera, chè mi sta molto bene e che mi fa perfetta e mi aveva chiesto infinite volte a che ora iniziassi a correre. Inizio a “dare il cinque” a tutti i bambini con mani protese che incontro: mi rendo conto che per noi che corriamo è bello che siano lì, anche se presumibilmente in attesa di qualche familiare o amico, ma che anche per loro è importante la nostra dimostrazione di riconoscenza. Bravi che siete lì a gridare e ad incitare anche me, proprio me, vi ringrazio mano per mano.

Secondo ristoro, bevo camminando e ricomincio; pochi chilometri e inizio a sentire le gambe pesanti, nonostante il passo sia sempre più o meno in linea con le previsioni e il fiato sia ottimo. Mi dico che è ancora presto, manca metà gara, sono ancora in tempo per rallentare e tornare in progressione più avanti: alterno al passo previsto qualche centinaio di metri più lenti. Le gambe pesanti, la testa che prima prova a concentrarsi sul respiro, poi sul paesaggio, poi sulle immagini dell’arrivo, papà che mi aspetta; penso alle lezioni di AGY e ripeto con Sayonara che il mio corpo è sano, il mio corpo è luce, penso che alla Stramilano 2015 ho mollato per poi rendermi conto all’arrivo che, se avessi solo rallentato senza fermarmi, non sarebbe comunque finita così male.

Niente, poco prima del 15esimo le gambe si impiantano e cammino. Mi dico, senza possibilità di appello, che la gara è andata e decido di prendermela comoda per quel che potrò fare. Avviso –via whatsapp- Nico e chi mi sta seguendo a distanza che mi sono fermata e arriverò con calma; no, non mi sono fatta male, ho le gambe che non rispondono e la sensazione che potrei addormentarmi da un secondo all’altro mentre cammino.

Nico mi risponde che mi sta aspettando poco dopo il 15esimo chilometro con papà: quella che sarebbe dovuta essere una sorpresa diventa lo sprone per ricominciare immediatamente a correre, almeno fino a loro. Vorrai mica farti vedere camminare?! La meraviglia è che in realtà sono poco prima del 17esimo chilometro, quindi, anche se in lentezza, ecco che mi ritrovo più avanti del previsto. Mi sbraccio per farmi vedere, mi vedono, sorrido vedendo Nico che mi inquadra con la fotocamera, mi incitano a continuare, ma con un “‘fanculo!” mi fermo a baciarli e salutarli. La gara è andata, io sono lì per correre da mio papà, quindi la cosa più ovvia e naturale è fermarmi con loro qualche istante.

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Riparto, dopo 500 metri mi trovo di nuovo davanti un runner con cui fin dalla prima metà gara ci si è sorpassati vicendevolmente: l’ho visto fermarsi più volte a camminare per riprendere fiato e poi ripartire. E’ indubbiamente lui, mi ricorda una persona che conosco e ha una maglia particolare. Sta camminando, cammino anche io, lo raggiungo e, con una disinvoltura e intraprendenza che stupiscono anche me stessa, gli propongo:

“Senti, io e te ci stiamo superando a vicenda e camminando a turno dal settimo chilometro: ne mancano tre di chilometri, che dici, la finiamo insieme ‘sta gara?”

Un attimo preso alla sprovvista, poi ok, si va: di nuovo ricominciamo a correre lentamente, scambiandoci qualche parola: perchè siamo lì, chi ci aspetta all’arrivo, qual è il nostro tempo sulla mezza (il suo, per inciso è di 1:50, e ha all’attivo anche una maratona, quella intera dico), l’oroscopo che quella mattina era ben chiaro nel suggerire di sdraiarsi al sole invece di correre..

Arriviamo al ristoro del 19esimo, mi fermo e camminando bevo una bottiglietta d’acqua intera. Federico, così si chiama il runner che ho agganciato, ridendo mi avvisa che stiamo per entrare in pieno centro e che dobbiamo correre chè “lì è probabile che ci sia qualcuno che lo conosce”; concordiamo che là dove ricomincia l’ombra si corre di nuovo, stavolta fino all’arrivo.

Così è, in breve il Garmin avvisa che abbiamo completato il 20esimo chilometro, ne manca uno, acceleriamo. La curva ed ecco quegli ultimi 500 metri che avevo ben stampati in testa, Prato della Valle, papà e Nico che mi vedono e mi incitano, conto cinque gonfiabili, ma quale accidenti sarà quello dell’arrivo? L’ultimo, è ovvio. E’ fatta, ultimo chilometro chiuso a 5’30”, la beffa delle gambe sulla testa: allora, che cos’è che ha mollato a metà gara?

Chiudo la mezza maratona con il mio peggior tempo di sempre: 2:11 e qualcosa, cinque – C I N Q U E – minuti in più delle mie due precedenti gare (otto minuti in più rispetto a quanto mi sarei aspettata).

La delusione è stata grande, accompagnata anche da un po’ di sconforto: sono in tabella da due mesi, rispetto gli allenamenti in qualunque condizione, precisa, con dedizione e impegno, ero convinta che avrei portato a termine bene la gara e il risultato mancato (non il tempo finale, ma la gestione della gara) mi ha fatto anche arrabbiare.
La cosa da fare era ricordarsi il motivo principale per cui ero lì: papà era alla partenza e al traguardo, ho corso a casa sua, per lui sono stata la più brava di tutti, ho potuto regalargli la maglia della gara,  portata comunque a termine.

-Avresti potuto mollare e invece l’hai finita.
-No, non avrei mai potuto mollare, maglia e medaglia mica gliele avrei lasciate!

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In conclusione, dopo aver riflettuto su tutte le cose belle della giornata e sul fatto che l’aver corso tre mezze maratone in tre mesi fosse già un traguardo per me eccezionale- ho fatto due cose: ho promesso la rivincita a quella Mezza Maratona di Sant’Antonio per il 2017 e mi sono iscritta alla prossima -e ultima, per la stagione- gara. Smaltite le emozioni a caldo, la mia voglia di riprovarci ha prevalso su quella di rinunciare, quindi da domani si ricomincia.

Con il sorriso.

Categorie: Sport

Stramilano 2016: perchè la corsa è uno sport di squadra.

C’era tutto: la conferma di poter portare a termine una mezza avuta a Verona, la nuova tabella che ho seguito quasi alla lettera con levatacce alle 5 del mattino per ottimizzare i tempi (e no, le ripetute a quell’ora, con freddo e pioggia, non le consiglio a nessuno), la sensazione di poter mantenere per 21 km un ritmo medio di 5’50” min/km, la possibilità -su cui qualcuno aveva anche scommesso una pizza- che riuscissi a chiudere la gara in 1:59:59, insomma, sotto le due ore, con un ritmo medio di 5’40” min/km.

Era pronta anche la tifoseria, questa volta ben organizzata strategicamente: mamma al km 8, Nico e bambini intorno al km 12, Annalisa al km 15, Fra al km 18 e all’arrivo gli altri amici e la squadra.

Infine, anche fisicamente tutti i pezzi erano al loro posto: bandellette, tendini, tibie…

Insomma, era tutto perfetto -ed è stato tutto perfetto ciò che è stato pianificato e controllato-, ma io ho sbagliato tutto. Trascinata dall’onda in partenza, ho corso la prima metà gara troppo al di sopra dei miei ritmi sostenibili e mi sono ritrovata per i primi 10 km con una media di 5’35” min/km. Ovviamente, poi, il tracollo.
Parto da sola, convinta di andare piano, con il Garmin impazzito che mi segna una frequenza cardiaca di 220 bpm (che neanche le ripetute a 4’45” min/km alle cinque del mattino) e le gambe che girano bene: quando il gruppo degli Urban Runners con obiettivo 1:59 mi affianca, provo a seguirli e a stare con loro, e ho anche fiato per qualche battuta. Poco dopo, ecco che incontro altre facce amiche, con maglia Red Snakes, sguardi, strette di mano, sorrisi, qualche parola di incoraggiamento: Silvia mi chiede come vada, le dico che mi sento bene, mi fa presente che in quel momento sono a 5’20”, le rispondo che sì, mi rendo conto che devo rallentare. Mi incoraggia, mi incoraggiano, sorrido, parlocchio, non sono in affanno, posso farcela.

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Arrivo in porta Venezia, cerco mia mamma: accidenti, le ho detto di mettersi a destra, speriamo di esserci capite, qua non ci si incontra..ed invece, in curva, eccola che mi chiama e rispondo! Uno scambio di sorrisi, lei che cerca qualcosa da gridarmi e opta per un perentorio “Respira!”, con cipiglio materno. Intanto gli amici vanno avanti, meglio così, con loro avrei ansie da prestazione e mi sentirei una zavorra. Arrivo al decimo chilometro in 56 minuti, perfetto, anzi, troppo! Mi fermo al ristoro e riparto, iniziando a sentire le gambe pesanti.

Prossimo obiettivo: raggiungere Nico e i bambini, non posso rallentare eccessivamente prima di incontrarli, devono vedermi scattante e in forze, altrimenti che figura faccio con loro che sanno che sono una supereroina? Spero di incontrarli, nel punto dello scorso anno non ci sono, va bene che avevo suggerito di mettersi un po’ oltre, ma ho paura di non incrociarli; e poi, si ricorderanno che ho detto di tenere la destra anche a loro? Tutti i tifosi con giacca chiara a bordo strada mi sembrano Nico, tutti i bambini potenzialmente sono i miei. Finalmente, circa al tredicesimo chilometro li vedo, mi vedono anche loro e mi chiamano! Sono felice, mi dimentico per un attimo della fatica, mi sbraccio, corro loro incontro e scambio un cinque con Gaia e una cosa simile con Luca. Nico ha le mani occupate, scatta la foto: povero papà, a cui forse non do troppa soddisfazione, concentrata come sono sui bambini.

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Bene, anzi, non va bene per niente, devo rallentare: le gambe iniziano a non girare, rischio di non arrivare alla fine. Maledetti 14esimo e 15esimo chilometro che l’anno scorso hanno segnato la mia resa: anche quest’anno sono un punto critico; non posso però farmi vedere da Annalisa mentre arranco, quindi mi dico di tenere duro fino al ristoro e poi si vedrà. A proposito, sarò in orario con i tempi che le avevo detto? Va bene, passo sotto casa sua, ma chissà se sarà lì, con il suo bimbo piccolo, di domenica, all’ora di pranzo.. E all’improvviso, ecco anche lei: la chiamo con anticipo, ho davanti a me qualche altro runner, voglio che mi veda. Al secondo “Anna!!” mi vede, scambio rapido di sorrisi, mi scatta una foto, continuo.

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Dopo poco vedo il ristoro, quello dopo il quale l’anno scorso ho camminato: rallenta ma non mollare, rallenta ma non mollare, non dargliela vinta, maledetta Stramilano. Mi fermo al ristoro, sali, bottiglietta d’acqua; mentre cammino quei pochi metri che mi consentono di bere, ecco che vedo Alessandro. Non ci credo, è già lì?! Ma è lì per me?! Vedo male da lontano, ma mi è molto chiaro che mi sta mimando -e forse anche sillabando- un “ma allora, ma che cazzo stai facendo?!”. Mi si affianca, chiede come vada, male, gli rispondo. Non ricordo bene se gli abbia detto che ho tirato troppo e ora non ho fiato, o se l’ha capito da solo; so che in quei chilometri ho pensato di dirgli mille cose, spiegargli, lamentarmi, ringraziarlo, liberarlo dall’accompagnarmi chè mica deve farlo per forza, chiedergli della sua gara, arrabbiarmi, ma credo di aver solo annuito e borbottato qualche lamentela. Mi sprona, io rallento; mi dice che mi accompagnerà fino all’arrivo, di respirare, di concentrarmi e piantarla di guardare l’orologio, che anche la sua gara è andata male, ma quel che conta ormai è arrivare. Ascolto e faccio mie le parole, anche se, in cambio, grugnisco delusa e, probabilmente, senza mostrargli troppa gratitudine. Sono contenta di non chiudere la gara da sola e di non chiuderla con qualcuno che ha il mio stesso obiettivo, ma di chiuderla con qualcuno che la sta correndo con me per me.

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Intanto siamo in una zona della città che non conosco, so che Francesca dovrebbe essere dalle parti di piazza nonmiricordocomesichiama, provo a leggere i nomi delle vie ma senza occhiali non vedo niente. Di nuovo, quando ormai non ci speravo più, eccola al suo posto, dove aveva detto che sarebbe stata.

18esimo chilometro, Dai che siamo quasi in Sempione.
Ma dove accidenti siamo?!
Sempione, rivedo l’anno scorso in cui in quegli ultimi chilometri ho alternato camminata a tratti a 5’50”, i fotografi e i podisti da Marte in curva, i ristori vuoti al mio passaggio, il vuoto davanti a me, il vuoto dietro di me. Quest’anno non sono sola, ai ristori c’è gente e materiale, mancano fotografi e podisti da marte in curva, ma io non cammino: vado a scatti, senza trovare un ritmo coerente, ma non mi fermo.

Due chilometri che paiono infiniti, l’Arena che vedo da lontano, l’ultimo giro: sento che adesso le gambe trovano un po’ di forza residua, non molta, ma quella sufficiente per accelerare un minimo e mettere fine alla fatica. Stiamo per entrare in Arena, Ale è lì con me, mi propone di allungare gli ultimi metri, ma io non ne ho proprio, non ce la faccio, le gambe non girano: mi sembra di lagnarmi e tirarmi indietro, ma davvero le gambe non rispondono più.

L’ingresso in arena e la pista, subito ci fanno spostare in quinta e sesta corsia: un ragazzo si è sentito male a pochi metri dal traguardo e l’ambulanza è lì per lui (scopriremo solo il giorno dopo che Fabio, 29 anni, non ce l’ha fatta e questa rimarrà un’ombra terribile su questa Stramilano).
L’ultimo imprevisto: dove saranno Nico e i bambini, ci vedremo? Non so dove cercarli, mi trovano loro, mi chiamano e, non ricordo bene come, Gaia corre in pista con me, nemmeno il tempo di dire qualcosa ad Alessandro, si scambiano i ruoli e taglio il traguardo con mia figlia, mano nella mano.

All’arrivo sono tutti lì, notano il mio sorriso, io in realtà sono un po’ delusa e decisamente stremata.
“Non ce l’ho fatta”
“Ce l’hai fatta, Vale, hai il sorriso”.

2:06, pochi secondi meno di Verona, circa 3 minuti in più di quanto, secondo me, fosse nelle mie capacità attuali.

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Ho il sorriso, però, e questo è vero. E’ stato tutto perfetto e non sarò mai sufficientemente grata a tutti coloro che hanno speso una parola di incoraggiamento, un abbraccio, una presa in giro affettuosa per me, un grido per chiamarmi mentre correvo; non sarò mai abbastanza riconoscente ad Alessandro dal cuore grande, che ha dovuto mollare la sua gara e poi ha corso con me, per essersi sorbito le mie arrabbiature, per essersi tirato indietro a pochi metri dall’arrivo e aver fatto spazio ad un’altra persona senza che io mi rendessi conto, Ale che, ingiustamente, non si è sentito chiedere fino alla fine “ma a te come è andata? come stai?”, solo perchè ho dato per scontato che ad un top fosse andata necessariamente bene, e perchè troppo concentrata su me stessa. Ale, scusa e grazie, grazie e scusa, con il cuore.

Infine, ma cosa più importante, il mio grazie più grande va anche questa volta a Nico e ai bambini, per esserci stati prima, durante e dopo, per aver avuto pazienza, per avermi festeggiato, per avermi sostenuto questa volta e sostenermi sempre, nelle mie giornate di buona e in quelle in cui faccio casino.

La Stramilano l’ho chiusa con il sorriso: il tempo conta, se così non fosse non seguirei tabelle di allenamento, ma non è nulla in confronto a quanto ho ricevuto in affetto, presenza e sostegno da questa gara. Grazie a tutti, di cuore.

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Categorie: Sport