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(Mezza) Maratona di Sant’Antonio: corsa da papà

Per scegliere una gara abitualmente considero fondamentalmente tre cose: le distanze previste, i costi per partecipare -che non sono tanto l’iscrizione e il pacco gara, ma la fattibilità di andata e ritorno in giornata o, piuttosto, la necessità di pernottare fuori casa, con Nico o con famiglia al seguito-, e la popolarità della corsa, ovvero la possibilità di fare gruppo con qualche amico.

Questa volta, invece, ho scelto la gara puramente per motivi affettivi: l’anno scorso avevo scoperto e mi ero iscritta alla Mezza Maratona di Sant’Antonio che, per il sedicesimo anno, si snodava lungo i luoghi del Santo, partendo pressochè dal paese in cui si trova ad abitare mio papà. Poi era successo che mi ero infortunata e avevo rinunciato a correrla. Dunque, eccomi iscritta di nuovo quest’anno, per correre a casa di papà e per avere anche lui come tifoso al traguardo; per la prima volta da quando esiste questa gara, il percorso è cambiato, la mezza maratona è partita da Abano Terme, per arrivare poi -come da tradizione- a Prato della Valle a Padova. Pazienza, anche se non fossi passata sotto le sue finestre, il significato per me sarebbe rimasto quello di andare a correre da papà, e così è stato.

Sono partita da sola con Nico, per motivi principalmente logistici, legati a quello che sarebbe stato un rientro a Milano senza neanche il tempo di pranzare dopo la corsa, ma questo ha consentito di gestire anche l’organizzazione con calma. Sabato mattina, con Nico ho ritirato il pettorale e, nell’impossibilità di studiare il percorso che si snodava su strade provinciali a me ignote, mi sono concentrata sull’arrivo: insomma, non sapevo dove avrei corso, ma avevo ben chiaro l’asfalto degli ultimi 500 metri, la Basilica, le rotaie a cui fare attenzione, la Piazza e il curvone finale.

Il momento che mi è pesato di più è stato l’attesa della partenza ad Abano Terme, arrivata con circa un’ora e un quarto di anticipo, prima che chiudessero le strade in modo che Nico e papà potessero spostarsi a Padova, da sola, senza amici di corsa con me e senza saper bene cosa fare, oltre a bere, passeggiare, fare un po’ di stretching, passeggiare di nuovo, bere ancora e così via. Quando sono riuscita ad incontrare Letizia e Francesco, di casa ad Abano, mi sono decisamente sentita, anche questa volta, parte di qualcosa che va oltre le distanze, le squadre, le maglie.

mezza maratona di sant'antonio abano terme

Il mio obiettivo per la gara era quello di non commettere gli errori della Stramilano, quindi non solo di non partire troppo velocemente, ma di attenermi alle indicazioni del coach: primi 3 km a 6′, poi fino al 15esimo a 5’50”, poi fino al 18esimo a 5’40” e poi..come va, va! Ero tranquilla, convinta che sarei stata assolutamente in grado di correrla, il ritmo di 5’50” è il mio passo “comodo” e, anzi, avevo quasi in mente di tenerlo fino al 18esimo per poi giocarmi tutto alla fine. Non pensavo ad un obiettivo di tempo, anche se, seguendo le indicazioni, presumibilmente due o tre minuti li avrei guadagnati.

Spilletta RunHomies, per portarli sempre con me, tatuaggio Urban Runners, per avere proprio tutti anche attaccati al braccio.

urban runners, runhomies

Poca gente alla partenza, rispetto a quanto mi aspettassi, uno start scorrevole, non si è creata la classica situazione da slalom tra i partecipanti: il primo km vola, guardo il Garmin che indica 6’/km, perfetta al secondo. Continuo così, non ho un passo costante ma la media al chilometro è da tabella, leggermente di poco più rapida. In un attimo sono al quinto km, il sole è uscito e ringrazio di aver superato i miei complessi e di aver deciso di correre in pantaloncini corti. Ristoro, riesco a bere in corsa, ricomincio.

Un occhio al Garmin ogni tanto per accertarmi di non accelerare, focus sulla strada e mi guardo intorno: una striscia di cemento, campi, prati, sole, caldo, molte persone a fare il tifo. Penso a Gaia e a Luca, so che a Gaia sarebbe piaciuto essere lì, si era raccomandata che indossassi la canottiera nera, chè mi sta molto bene e che mi fa perfetta e mi aveva chiesto infinite volte a che ora iniziassi a correre. Inizio a “dare il cinque” a tutti i bambini con mani protese che incontro: mi rendo conto che per noi che corriamo è bello che siano lì, anche se presumibilmente in attesa di qualche familiare o amico, ma che anche per loro è importante la nostra dimostrazione di riconoscenza. Bravi che siete lì a gridare e ad incitare anche me, proprio me, vi ringrazio mano per mano.

Secondo ristoro, bevo camminando e ricomincio; pochi chilometri e inizio a sentire le gambe pesanti, nonostante il passo sia sempre più o meno in linea con le previsioni e il fiato sia ottimo. Mi dico che è ancora presto, manca metà gara, sono ancora in tempo per rallentare e tornare in progressione più avanti: alterno al passo previsto qualche centinaio di metri più lenti. Le gambe pesanti, la testa che prima prova a concentrarsi sul respiro, poi sul paesaggio, poi sulle immagini dell’arrivo, papà che mi aspetta; penso alle lezioni di AGY e ripeto con Sayonara che il mio corpo è sano, il mio corpo è luce, penso che alla Stramilano 2015 ho mollato per poi rendermi conto all’arrivo che, se avessi solo rallentato senza fermarmi, non sarebbe comunque finita così male.

Niente, poco prima del 15esimo le gambe si impiantano e cammino. Mi dico, senza possibilità di appello, che la gara è andata e decido di prendermela comoda per quel che potrò fare. Avviso –via whatsapp- Nico e chi mi sta seguendo a distanza che mi sono fermata e arriverò con calma; no, non mi sono fatta male, ho le gambe che non rispondono e la sensazione che potrei addormentarmi da un secondo all’altro mentre cammino.

Nico mi risponde che mi sta aspettando poco dopo il 15esimo chilometro con papà: quella che sarebbe dovuta essere una sorpresa diventa lo sprone per ricominciare immediatamente a correre, almeno fino a loro. Vorrai mica farti vedere camminare?! La meraviglia è che in realtà sono poco prima del 17esimo chilometro, quindi, anche se in lentezza, ecco che mi ritrovo più avanti del previsto. Mi sbraccio per farmi vedere, mi vedono, sorrido vedendo Nico che mi inquadra con la fotocamera, mi incitano a continuare, ma con un “‘fanculo!” mi fermo a baciarli e salutarli. La gara è andata, io sono lì per correre da mio papà, quindi la cosa più ovvia e naturale è fermarmi con loro qualche istante.

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Riparto, dopo 500 metri mi trovo di nuovo davanti un runner con cui fin dalla prima metà gara ci si è sorpassati vicendevolmente: l’ho visto fermarsi più volte a camminare per riprendere fiato e poi ripartire. E’ indubbiamente lui, mi ricorda una persona che conosco e ha una maglia particolare. Sta camminando, cammino anche io, lo raggiungo e, con una disinvoltura e intraprendenza che stupiscono anche me stessa, gli propongo:

“Senti, io e te ci stiamo superando a vicenda e camminando a turno dal settimo chilometro: ne mancano tre di chilometri, che dici, la finiamo insieme ‘sta gara?”

Un attimo preso alla sprovvista, poi ok, si va: di nuovo ricominciamo a correre lentamente, scambiandoci qualche parola: perchè siamo lì, chi ci aspetta all’arrivo, qual è il nostro tempo sulla mezza (il suo, per inciso è di 1:50, e ha all’attivo anche una maratona, quella intera dico), l’oroscopo che quella mattina era ben chiaro nel suggerire di sdraiarsi al sole invece di correre..

Arriviamo al ristoro del 19esimo, mi fermo e camminando bevo una bottiglietta d’acqua intera. Federico, così si chiama il runner che ho agganciato, ridendo mi avvisa che stiamo per entrare in pieno centro e che dobbiamo correre chè “lì è probabile che ci sia qualcuno che lo conosce”; concordiamo che là dove ricomincia l’ombra si corre di nuovo, stavolta fino all’arrivo.

Così è, in breve il Garmin avvisa che abbiamo completato il 20esimo chilometro, ne manca uno, acceleriamo. La curva ed ecco quegli ultimi 500 metri che avevo ben stampati in testa, Prato della Valle, papà e Nico che mi vedono e mi incitano, conto cinque gonfiabili, ma quale accidenti sarà quello dell’arrivo? L’ultimo, è ovvio. E’ fatta, ultimo chilometro chiuso a 5’30”, la beffa delle gambe sulla testa: allora, che cos’è che ha mollato a metà gara?

Chiudo la mezza maratona con il mio peggior tempo di sempre: 2:11 e qualcosa, cinque – C I N Q U E – minuti in più delle mie due precedenti gare (otto minuti in più rispetto a quanto mi sarei aspettata).

La delusione è stata grande, accompagnata anche da un po’ di sconforto: sono in tabella da due mesi, rispetto gli allenamenti in qualunque condizione, precisa, con dedizione e impegno, ero convinta che avrei portato a termine bene la gara e il risultato mancato (non il tempo finale, ma la gestione della gara) mi ha fatto anche arrabbiare.
La cosa da fare era ricordarsi il motivo principale per cui ero lì: papà era alla partenza e al traguardo, ho corso a casa sua, per lui sono stata la più brava di tutti, ho potuto regalargli la maglia della gara,  portata comunque a termine.

-Avresti potuto mollare e invece l’hai finita.
-No, non avrei mai potuto mollare, maglia e medaglia mica gliele avrei lasciate!

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In conclusione, dopo aver riflettuto su tutte le cose belle della giornata e sul fatto che l’aver corso tre mezze maratone in tre mesi fosse già un traguardo per me eccezionale- ho fatto due cose: ho promesso la rivincita a quella Mezza Maratona di Sant’Antonio per il 2017 e mi sono iscritta alla prossima -e ultima, per la stagione- gara. Smaltite le emozioni a caldo, la mia voglia di riprovarci ha prevalso su quella di rinunciare, quindi da domani si ricomincia.

Con il sorriso.

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