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Mi ha detto che…
Ma tu che lavoro fai?

Fine luglio, il prolungamento di asilo nido di Luca e materna di Gaia -che a Milano, per le strutture comunali, si chiamano “centri estivi”– termina di martedì. Le ferie di mamma e papà cominciano il venerdì sera, ed ecco che si ripropone la formula vincente “Luca dal nonno Totò, Gaia in ufficio con la mamma”.

Gaia ormai è di casa in Jobmetoo, per i miei colleghi e per tutti gli abitanti dell’Impact Hub, che si stupiscono di come sia brava e tranquilla e le offrono caramelle, dolci, palloncini, giochini di vario genere.. Io lavoro e lei, seduta vicino, si dedica a disegni, puzzle, set di tazzine da tè, qualche domanda ogni tanto.

Mi accorgo che è abbastanza attenta a ciò che accade intorno a lei, che studia le interazioni tra il team, che scruta Lucia quando si alza e si orienta con il bastone o quando parla al telefono con le cuffie scrivendo simultaneamente al computer, che ascolta le chiacchiere e le battute tra noi, a volte rimproverandoci per qualche parolaccia che non si dice: “è vero, Gaia, hai ragione, non si dice, mi è scappata!”

Ogni volta che viene in ufficio osserva qualcosa di nuovo; la disabilità visibile di alcuni di noi, invece, è ormai normalità, non stupisce, non incuriosisce, non fa sorgere domande, non genera incertezza nei comportamenti da tenere. Gaia si relaziona con tutti allo stesso modo, con a volte un po’ di indecisione e a volte con il suo tono assertivo che non lascia spazio all’altro.

Torniamo a casa in bicicletta e ascoltiamo con un auricolare ciascuno della musica dallo smartphone, quando mi squilla il telefono. Sto pedalando, lei è seduta dietro di me in un incastro perfetto di borsa, sacchetto, casco, cintura, cavetto del telefono: le chiedo di fare silenzio chè devo rispondere ad una telefonata di lavoro. Rispondo e, senza dar troppo peso alla cosa, mi rendo conto solo alla fine che lei, dal suo auricolare, ha seguito tutta la conversazione.

“Mamma, ma tu, esattamente, che lavoro fai? Chi era?”

Finalmente questa domanda, diretta, chiara e spontanea: diverse volte le ho provato a spiegare il mio lavoro, ma forse non è mai stato il momento giusto. Allo stesso tempo è difficile sintetizzare ciò di cui mi occupo: potrei parlarle delle mille attività che svolgo, del business generale dell’azienda in cui lavoro, potrei mettere l’accento sulla disabilità attorno alla quale ruota il senso di Jobmetoo, oppure sulla collaborazione tra di noi, potrei dare infinite sfumature e accezioni ad una così semplice domanda. Scelgo di rispondere in modo sintetico e abbastanza semplice per una bambina di cinque anni, pronta poi a seguire i sentieri che la sua curiosità sceglierà di prendere.

 

IO: “Io aiuto le persone a trovare lavoro. Incontro le persone, le ascolto, provo a capire chi sono, che cosa hanno studiato, se hanno già fatto dei lavori, che cosa vorrebbero fare; poi, quando so che alcune aziende, alcuni uffici, hanno bisogno di assumere, cioè di far iniziare a lavorare qualcuno, le mando lì e le aiuto a fare dei colloqui -cioè, ad incontrare e a farsi conoscere. Sono riuscita a spiegarmi?”
GAIA: “Sì, ma perchè non se lo trovano da soli il lavoro?”
IO: “Sai, non è facile trovare lavoro, non sempre ci sono aziende, uffici, che cercano qualcuno di nuovo; e poi, magari, non tutti sanno come si fa a cercare lavoro. Tu lo sai che in inglese Jobmetoo significa più o meno “lavoro anche io”? Ecco, noi esistiamo apposta per aiutare chi non lavora o chi vuole cambiare lavoro e non ci riesce da solo.”
GAIA: “E quello lì al telefono chi era?E perchè ti ha chiamato?”
IO: “Si chiama Pippo (nome di fantasia), è un ragazzo molto in gamba che sta cercando lavoro. C’era un’azienda che cercava una persona come lui e allora l’ho mandato e ha fatto un colloquio; poi però, c’erano anche altri ragazzi e alla fine non hanno scelto lui, ma un altro. Allora ho dovuto dirglielo e lui mi stava chiedendo perchè non fosse stato scelto, se avesse sbagliato qualcosa o se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso per venire scelto.”
GAIA: “Ah, ho capito”.

 

Non insisto, le ho dato tante informazioni e non oso immaginare che cosa stia frullando nella sua testa, già sorpresa più volte da sue riflessioni improvvise e inaspettate nella loro complessità. Ricominciamo ad ascoltare la musica e a cercare le nutrie nella Martesana.

 

Qualche chilometro di ciclabile dopo, mi richiama:

“Mamma, ma tu lo sai che cosa devi dire a quel ragazzo che non è stato scelto? Tu gli devi dire che non si deve preoccupare e che, anche se questa volta non è stato scelto lui, tu lo aiuterai a farlo scegliere la prossima volta! Non deve essere triste, perchè è in gamba!”

 

Il senso del mio lavoro, anzi, uno dei significati del mio lavoro, è proprio questo: dare un’occasione alle persone in gamba, incoraggiandole a non mollare, ad inseguire i propri obiettivi, a prendere in mano la propria vita, il proprio curriculum a volte frammentato, a giocarsela alla pari con gli altri; supportare e accompagnare queste persone nel loro percorso, cercando di andare oltre alle difficoltà del mercato, alla scarsità di posti di lavoro, ai pregiudizi nei confronti delle assunzioni di persone con disabilità; spingere le aziende a prendere in considerazione candidati per le loro competenze e non per l’etichetta di una diagnosi su un pezzo di carta, facendo fare valutazioni di compatibilità che tengano conto delle necessità dell’individuo, senza preclusioni o paure aprioristiche.

Quindi, un po’ con la logica di una bambina di cinque anni: Pippo è in gamba, questa volta non è stato scelto, ma dovrà avere la sua occasione e io sono qua per lui e per tutti gli altri, per provare insieme a muovere i primi passi. Quello che spero, per Pippo, per me e per Gaia, è che la prossima volta lei possa accidentalmente ascoltare una conversazione diversa, in cui Pippo sarà felice per essere stato scelto, emozionato e magari anche un po’ agitato per il suo nuovo inizio: è lì che anche Gaia non solo coglierà la soddisfazione maggiore del mio lavoro, ma soprattutto capirà che io non ho a che fare con candidati, ma con Persone.

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Categorie: Il (mio) mondo del lavoro, Mi ha detto che

Gaia in Jobmetoo: il primo confronto con la disabilità.

Carnevale: scuole chiuse, bambini a casa, genitori in ufficio e nonni che possono gestire fino ad un certo numero di nipoti contemporaneamente.
Per fortuna, in Jobmetoo si è attenti alle persone, ai nostri candidati così come ai dipendenti; con la mentalità giovane, aperta e la flessibilità che ci contraddistinguono, non potendo lavorare da casa per impegni improrogabili che richiedevano la mia presenza in ufficio, ho risolto affidando Luca con i cuginetti dal nonno e portando Gaia con me al lavoro.

Gaia principessa in ufficio

Ho già raccontato delle volte precedenti in cui mi ha accompagnato e del grande valore che l’esperienza aveva avuto sia per me che per lei. Questa volta, più del solito, i due giorni trascorsi alle scrivanie di Jobmetoo sono stati estremamente formativi ed educativi per Gaia: per la prima volta ha conosciuto il team allargato (a ottobre aveva incontrato soltanto un collega, anzi, come dice lei, un collego: è uomo), ha osservato dinamiche nuove e ruoli differenti e, soprattutto, si è confrontata davvero, riflettendoci anche su, con il tema della disabilità (non è che non ci avesse mai avuto a che fare, ma non in modo consapevole, magari soltanto incontrando persone con disabilità motoria casualmente per strada, o con quel compagno di classe “speciale, che ha una maestra tutta per sè”, senza ulteriori spiegazioni.)

In Jobmetoo ci occupiamo di ricerca e selezione e dell’inserimento lavorativo di persone con disabilità e/o appartenenti a categorie protette, promuovendo il valore delle competenze e di ciascuna risorsa in sè, oltre alla necessità di identificare ruoli, ambienti e strumenti compatibili con le esigenze individuali del lavoratore. In altre parole, la persona con disabilità può essere una risorsa per l’azienda, mettendo a disposizione conoscenze, competenze e proprio potenziale, laddove l’azienda sia disposta a guardare oltre l’etichetta di un’invalidità che può essere superata con sforzi reciproci.
Crediamo davvero in questo e il nostro team, in primis, accoglie anche colleghi con disabilità differenti, visibili e non, in ruoli diversi. Non è necessario conoscere o dichiarare la disabilità di ciascuno, ma -quanto a ciò che è visibile- è naturale che una bambina di ormai cinque anni si accorga da sè di qualcosa di nuovo, ed è di questo che parlerò, nel rispetto di tutti i colleghi e delle disabilità non visibili, ma che ci sono e non sono di “serie b”.

Ieri Gaia si è seduta alla scrivania vicino a me, a Daniele -nonchè fondatore di Jobmetoo, disabile uditivo-, ad Erica e a Lucia –non vedente. Già a metà della giornata, nonostante avesse sottolineato più volte il fatto che io fossi sempre al telefono, impegnata in telefonate troppo lunghe, aveva dichiarato l’intento di tornare ogni volta la scuola fosse chiusa: è stata viziata dai colleghi, tra chi le ha regalato poster da colorare delle principesse Disney, chi cioccolatini e Chupa Chups, chi le ha portato pennarelli e giocattoli e chi ha chiacchierato con lei, facendola sentire l’ospite speciale della giornata.

Lucia Erica Daniele Gaia Vale Jobmetoo

Con Daniele è stato facile: non nascondo che le avessi già parlato di lui, tempo fa, la prima volta che è venuta in ufficio. Le avevo anticipato con tutta la naturalezza possibile che Daniele parla molto bene, ma non sente e che, quindi, avrebbe dovuto semplicemente guardarlo in faccia per parlargli, in modo che lui potesse leggere i movimenti delle sue labbra. Mi era sembrato che fosse quasi divertita, aveva fatto delle prove con me – “mamma, prova ad indovinare che cosa sto dicendo”, muovendo poi le labbra senza emettere suono.

Lucia, con gli occhi azzurri che Gaia non capiva come mai non vedessero (immaginava che una persona “cieca” non avesse del tutto gli occhi, oppure si fosse accecata con qualcosa: “ma come ha fatto, con un coltello?”, mi ha chiesto poi a sera), l’ha colpita profondamente. Gaia, che è una bambina sveglia (ma, soprattutto, è una bambina e i bambini modificano i propri comportamenti in modo istintivo), ha capito subito che con Lucia era fondamentale dare dei riferimenti tattili o sonori, per indicare la propria presenza. Ha poi studiato l’utilizzo del bastone con cui Lucia vede la strada, le porte, il bagno e gli ostacoli.

Team Jobmetoo a pranzo

Tornati a casa, ha raccontato al papà dei cioccolatini di Alessandro, di Erica, che è una bellissima cantante “ma famosa, eh! ci sono anche i video su internet!”, di Lucia, che è “una ragazza che vede non con gli occhi, ma con le mani e con un bastone”.

A tavola, ha richiamato la mia attenzione con un “mamma, guarda che cosa so fare?!”: appoggiava un braccialetto sul tavolo, chiudeva gli occhi e lo riprendeva. “Hai visto? Riesco a capire dov’è e a prenderlo anche se non vedo!”.
Dopo cena, invece, andava in giro per casa ad occhi chiusi: “Lo sai che io sono capace di andare in camera senza guardare?”. Ad un certo punto, nell’entusiasmo, si è schiantata, quasi correndo -appunto- a occhi chiusi, contro uno spigolo, procurandosi un segno notevole sulla fronte: certo, Lucia va in giro aiutandosi con un bastone, lei ha capito che è meglio se, per sicurezza, allunga le braccia davanti a sè.

Insomma, più che imparare qualcosa del mio lavoro (sentendomi parlare con un collega, mi ha chiesto “Che cos’è che stai cercando?”, ho risposto: “Una persona che di lavoro faccia il contabile unico e che voglia lavorare a Bologna”, ha insistito: “Ma tu per lavoro cerchi le persone?”. Sì, ecco, io per lavoro cerco le persone e parlo tanto, tantissimo, forse troppo, con loro), questa volta Gaia si è arricchita grazie al team di Jobmetoo, a Lucia e a tutti noi che lavoriamo insieme per superare la disabilità e andare oltre le differenze, che sono tali soltanto se le consideriamo così.

Per concludere, vi invito ad ascoltare (e guardare) Erica, la bellissima e bravissima cantante che ha conquistato il cuore di Gaia:

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Riflessioni sparse di una trentenne

I trent’anni sono compiuti, mi ritrovo con una laurea e un master remoti, nove anni di lavoro da dipendente accumulati, moltissime persone conosciute e transitate nella mia vita, un marito e due figli.
Sì, ho compiuto trent’anni, ne sono sicura, non quaranta.

compleanno 30 candeline
Ed ecco le mie brevi riflessioni, considerazioni e scoperte di questa mia nuova cifra tonda.

In ordine sparso, parlando prima di affetti, poi di cose da fare e di sè.

1- E’ più importante dedicarsi a chi è presente, che pensare a chi non può esserci: è il caso della mia festa di domani, a cui mancheranno inaspettatamente alcune persone su cui contavo, ma -in generale- vale nella vita. Troppo spesso si rischia di non accorgersi o non dare importanza a chi è realmente vicino a noi, perchè occupati a crucciarci per gli assenti. E’ ingiusto per chi c’è ed è ingiusto per noi stessi.

2- Le persone nel corso degli anni cambiano e le amicizie evolvono, si trasformano. Se si è in grado di ascoltarsi, volersi bene e accettare le differenze, i rapporti crescono e si rafforzano; a volte le relazioni franano, senza colpe di nessuno, ma per allontanamenti naturali e fisiologici. Sto imparando ad accettarlo, smettendo di chiedermi quali errori siano stati commessi e da chi.

3- Gli amori a senso unico portano in vicoli ciechi, così come i rapporti a tutti i costi su cui ci si accanisce. L’amicizia richiede impegno, desiderio di vicinanza e di incontro; quando la fatica supera la volontà di trovarsi, forse non ne vale la pena. Se non ci si riesce a telefonare, a scrivere, a vedere di persona per mesi, forse bisogna chiedersi quanto si tenga a quella persona. Forse basterebbe lasciarla andare, accettando lo scorrere del tempo e ammettendo onestamente con se stessi che si desidera cambiare strada.

4- Gli Amici sono pochi, gli amici sono tanti. Gli Amici tendenzialmente sono per sempre, gli amici non è detto, ma è bello poter godere di rapporti -anche momentanei- sapendo che nel presente sono fonte di gioia e serenità. Non è necessario ogni volta pensare ad un per sempre, ci si può frequentare accomunati da passioni o situazioni e mettendosi in gioco in misura discrezionale. Non si dà tutto a tutti, ma può essere bello, sano e salutare dare a ciascuno il pezzo di noi che più gli assomiglia. Questo ho imparato a concedermelo, godendo della compagnia di persone che nell’oggi riempiono il mio presente.

5- Ogni volta c’è da sorprendersi di come, anche nelle piccole cose, persone con cui ci si incontra una volta all’anno, siano presenti. Gli Amici di sempre sono per sempre, certi legami sono indissolubili e non solo per il passato condiviso, ma anche per il presente silenzioso che si vive in lontananza. Non dimentichiamoci degli Amici, perchè ogni volta avremo la riprova che basta un cenno per riaccorciare distanze apparentemente incolmabili.

6- E’ ora di lasciare andare chi ci ostacola, chi trova sempre un motivo per non incoraggiarci, per denigrarci, per non darci la soddisfazione che meritiamo; chi invidia con malignità la nostra vita, come se non ce la fossimo costruita un pezzo alla volta, con una buona dose di fortuna, sì, certo, ma anche di scelte impegnative, coraggiose e rischiose; chi non gioisce con noi solo perchè vorrebbe essere al nostro posto o perchè, con la nostra gioia, si sente defraudato di qualcosa; chi non capisce che la nostra felicità non esclude la sua, che la nostra sofferenza non sminuisce le sue difficoltà, che la sua gioia non è per noi motivo di invidia. E’ ora di lasciare andare chi non si prende cura di noi.

7- Non è troppo tardi per iniziare a fare qualcosa, per trovare un hobby, per scoprire una passione, per recuperare qualcosa di interrotto anni o secoli prima. Mesi fa ho addirittura cercato corsi di ginnastica artistica per adulti: mi sono lasciata vincere dal senso di imbarazzo che avrei provato in sala a distanza di vent’anni, nel ricordo di un body ProPatria e di un fisico da bambina, e ho deciso di ricominciare ad essere sportiva a partire da allenamenti più adatti alla me di adesso. Mi sono concessa un nuovo inizio.

8- A trent’anni, quando ormai lavori da nove, non si hanno più molte chance di sbagliare o di sperimentare. A trent’anni bisogna scegliere come indirizzare il proprio percorso professionale, verso quali ruoli, verso quali contesti, verso quali ambizioni. Io ho avuto l’opportunità di scegliere e, per la prima volta, ho scelto con il cuore e non con il senso di praticità o di programmazione a lungo termine. In principio era stata la mia prima offerta di lavoro, un tempo indeterminato, non avevo alternative, nè me ne sono cercate, e ho accettato senza interrogarmi troppo su ruolo, azienda, settore; poi è stato il momento del secondo cambio, un passaggio intermedio programmato, l’unico che mi sembrava possibile per transitare ad altro ruolo, e ho proseguito così. Solo ora ho scelto consapevolmente un lavoro che mi piace e in un contesto che amo, e ho riscoperto il piacere di darsi da fare per una causa, per un obiettivo, per una squadra.

9- A trent’anni ci si può mettere alle strette, si può parlare con se stessi onestamente. Ho ammesso a me stessa che la mia vita personale e familiare sono prioritari rispetto alla carriera o a qualunque incremento retributivo: è stato faticoso rifiutare una proposta con brillanti prospettive e uno stipendio elevato, ma alla domanda “Lei ha la necessità di stare con i propri figli?”, mi sono sentita rispondere “Non è che io abbia necessità, io voglio stare con i miei figli”. La risposta che cercavo (e negavo) l’ho trovata in me, inaspettatamente, pronta ad essere verbalizzata a tradimento.

10- Si può decidere di non avere più voglia di dedicarsi ad attività o a rapporti sterili, routinari ma di nessun apporto reale alla nostra vita. Ho smesso di inseguire rapporti faticosi, ho smesso di portare avanti piccole abitudini impegnative da mantenere e di nessun beneficio. Si possono concentrare le proprie energie in relazioni e progetti costruttivi, sicuramente più gratificanti.

11- Si può cambiare, riconoscere il cambiamento e accettarlo con benevolenza. Si può anche sperimentare, provare a vedere che cosa succede a invertire le abitudini, provare, ad esempio, anche a spostare un divano nel centro del soggiorno -stravolgendo l’assetto della casa- per fare spazio ad un albero di Natale che, per anni, era stato sacrificato in un angolo nascosto.

12- Si può essere più indulgenti e meno severi con se stessi. Si può anche scoprire, ad esempio, che dopo anni trascorsi sui Grandi Classici, o a confrontarsi su film impegnati e a tacere apprezzamento per canzoni commerciali, è salutare concedersi anche letture da spiaggia, commedie disincantate e una cantata a squarciagola di brani musicali passati da Radio Italia. Non solo: si può scoprire che adesso non ci importa nulla se qualcuno ci addita come ignoranti, o non all’altezza, o “ma tu davvero ascolti quella roba lì?”.

13- Ci si può iniziare ad accettare, con i propri difetti, con il proprio carattere poco docile o con quel sedere taglia 42 che vorremmo da anni che fosse una 40 o, magari, una 38. Si può provare ad andare al supermercato sotto casa in scarpe da ginnastica invece che con i tacchi alti, o a non truccarsi nel fine settimana, o a lasciar asciugare i capelli selvaggiamente all’aria così come vengono..ed accorgersi che si riesce a stare bene anche così, imperfetti e poco attraenti. Si riesce anche a capire che cosa -e in che misura- possiamo cambiare, che cosa invece è parte di noi.

14- A trent’anni, nei miei trent’anni che sembrano quaranta, non ci si deve lasciare andare: la vita è ancora lì, tutta davanti, con proposte di nuovi inizi, di cambiamenti, di riscoperte di sè e del mondo. Nei miei trent’anni che sembrano quaranta, ho la fortuna di avere chiare le mie priorità e le mie certezze, e di averle al centro di tutto; intorno, però, mi prometto di non dimenticarmi mai di me stessa.

albero di natale divano spostato

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Figli e lavoro, figli al lavoro

Era il 2009 quando per la prima volta ho sentito parlare dell’iniziativa Bimbi in Ufficio con Mamma e Papà (ex Festa della Mamma che lavora) promossa dal Corriere della Sera e con svolgimento, tradizionalmente, nel mese di maggio: l’azienda in cui all’epoca lavoravo aderiva, pur senza organizzare nulla di specifico, e quell’anno alcune colleghe mamme avevano portato i loro piccoli a conoscere il luogo di lavoro e a condividere una merenda.

Nel 2012 ho partecipato anche io, ormai in un’altra azienda, alla mia prima giornata Bimbi in Ufficio insieme a Gaia:

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Ottobre e novembre, tra regali e dolori

“Ma tu, in che giorno posti sul blog?”
“Boh, quando ho qualcosa da dire!”

Forse non è il modo corretto per tenere un blog che abbia un discreto seguito, ma per me funziona così, l’avevo premesso. Le giornate sono sempre di ventiquattro ore, le cose da fare invece si moltiplicano.

Anche per questo, mancano dieci giorni alla fine di ottobre, novembre incombe e ancora non ho messo a fuoco il mio mese. Gli obiettivi di settembre sono stati centrati in pieno, con routine nuovamente consolidate e positività ai massimi storici.

Ad ottobre mi sono fatta un grande regalo: un nuovo lavoro, con un nuovo team compatto e produttivo, in una start-up!
Ho salutato la solida agenzia per il lavoro che mi ha fatto da casa per alcuni anni, le colleghe con cui ci si è ripromesse di rimanere in contatto, e ho accettato la sfida di provare a cambiare un pezzettino del mondo in cui viviamo, cominciando dall’inserimento dei disabili in contesti lavorativi.

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La moltiplicazione delle ore del giorno

Più di una volta, in più di un’occasione, mi sono sentita chiedere “ma come fai a far tutto?” (sì, più o meno come nel famoso libro poi diventato film). Lavoro d’ufficio full time, due pesti, un marito, una casa, da quest’anno allenamenti 2/3 volte a settimana, un semi-lavoretto di pasticceria per arrotondare nei weekend tra settembre e maggio, amici da non trascurare e ora il blog.

Bene, vi svelo il segreto. Anzi, la magia, il MIRACOLO:
Io sono in grado di moltiplicare le ore del giorno.

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Eccomi, ora inizio! Figli o lavoro?

Ciò che mi ha convinto e dato lo spunto per aprire il blog è stato un confronto di ieri con due mie colleghe: una, la bellissima Principessa che fa girare la testa a tutti –compresa mia figlia-, impegnata-ma-non-ancora-Fidanzata; l’altra, innamorata ciecamente del proprio maritino e Futura Mamma di un bimbo dal nome ancora incerto che nascerà in autunno.

Maternità e lavoro, non un tema facile nè semplificabile, spesso ricorrente e per tanti punti di vista diversi.

Ieri pomeriggio si parlava di mamme che tornano al lavoro subito dopo la nascita dei figli, mamme che rientrano dopo qualche mese, mamme che ricominciano  dopo l’ultimo giorno disponibile di maternità/ferie/permessi; ancora, mamme che riprendono con orario ridotto, mamme che non ritornano affatto. E’ chiaro che ogni scelta possa essere dettata da necessità o da intenzione, ma è di questo secondo caso che si discuteva.

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