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Come cominciare a correre.
Le cose che ho imparato e il mio nuovo inizio.

Un anno e poco più da quando ho iniziato a correre; un anno esatto dal mio primo vero infortunio, la frattura da stress alla tibia dello scorso agosto; un anno e poco più che provo a correre un mese e sto ferma due perchè mi faccio male; un anno e poco più, e sono al punto di partenza.

Questa volta però mi sento più consapevole, ed ecco tutto quello che avrei voluto sapere un anno fa, prima di iniziare, o che avrei dovuto ascoltare con orecchie attente e che invece ho ignorato.

Occorrono scarpe giuste: ammortizzate a dovere, adatte al vostro appoggio (fate un test blando, di quelli gratuiti in negozio, almeno, se non ve la sentite di investire sui plantari per scarpe neutre), al vostro peso e al vostro livello, di almeno un numero/un numero e mezzo più grandi delle vostre scarpe quotidiane, esteticamente irrilevanti. Davvero, piuttosto abbinerete dri-fit e pantaloni alle scarpe, ma non fate il contrario, le scarpe non si scelgono per colore. Ho impiegato una frattura da stress, tendiniti, sindrome della BIT e tre modelli di Nike e Asics prima di acquistare il nuovo paio di scarpe neutre giuste e, soprattutto, investire nei plantari.
Le calze salvano il piede: solo dopo mesi di vesciche inguaribili sulle dita e sulle piante dei piedi, unghie perse e altre irrimediabilmente nere, qualcuno mi ha fatto scoprire l’esistenza di calzini rinforzati che, specialmente per chi come me usa i plantari, sono fondamentali. Non esagero se dico che mi è cambiata la vita, mai più vesciche o unghie nere (per ora, vedremo quando ricomincerò ad allungare le distanze). Ovviamente no a calze di cotone o di spugna, ma neanche semplici calzini dri-fit (che già usavo), bensì specifici rinforzati; io uso questi. Perchè nessuno mi ha mai parlato delle calze?
L’infortunio va messo in conto: è stata la lezione più importante e faticosa da capire e accettare in questo anno di errori. Tanto più si è inesperti, principianti, fuori forma, ma anche desiderosi di darci dentro, superarsi e darsi obiettivi senza conoscersi bene, tanto maggiore è il rischio di farsi male. L’infortunio (mi) spaventa, perchè significa fermarmi dall’attività che mi fa essere felice, mi gratifica e mi dà soddisfazione, ma anche perdere l’allenamento conquistato, a livello muscolare e di fiato. Le ho provate tutte per riuscire ad ignorarlo, impacchi di ghiaccio tre volte al giorno, arnica, artiglio del diavolo, pomate a base di lidocaina, creme e spray a base di Diclofenac, Brufen, antinfiammatori e antidolorifici per via orale.. Poi ho accettato, a malincuore, che la cura è una: riposo finchè il dolore non passa.
– Il sovraccarico è dietro l’angolo: anche questo è stato (ed è) il mio errore principale. Mi faccio prendere da allenamenti ben riusciti e incremento l’intensità secondo quella che in realtà non è una progressione adatta a me; purtroppo credo di aver capito che, per evitare di esagerare inconsapevolmente, siano necessari un’ottima conoscenza di sè e delle proprie potenzialità, eventualmente -per i più fortunati- qualcuno che sappia dire come allenarsi, la capacità di fermarsi o fare un passo indietro alla prima sensazione di aver ecceduto (o di dolore) e tanta pazienza, ovvero non aver fretta di raggiungere i propri obiettivi o di vedere che cosa ci sia “oltre”.
Una corsa non è mai uguale ad un’altra: i “soliti” km, sul “solito” percorso, alla “solita” ora, possono risultare estremamente diversi di volta in volta, più o meno faticosi o di successo. La corsa dipende da moltissimi fattori, dalla motivazione, dall’energia del momento, dalla forma fisica, dal clima, da ciò che abbiamo mangiato il giorno prima, dall’alimentazione in generale, dal ciclo per le donne, dai pensieri che abbiamo in mente.. L’ho scoperto tardi, dopo essermi inutilmente frustrata: mai più.
– La corsa è democratica, le sue leggi valgono per tutti: gli errori, gli infortuni, gli imprevisti non sono riservati solo alle schiappe neofite, ma possono capitare anche a runner esperti (possono). Uno stop forzato per un periodo prolungato costa fatica a tutti, così come la ripresa. Una scarsa cura delle quotidiane sane abitudini influisce sulle prestazioni di chi comincia così come di quelle di chi è allenato. Tutto in proporzione, naturalmente, ma le regole valgono per tutti (e, se ci sono eccezioni, non voglio frequentarle).

Ho ricominciato a correre dopo metà luglio, seguendo le indicazioni di Maga Marina, con iniziali test di 12 minuti, per poi passare a 15 minuti, poi a 3 chilometri e via via incrementando le distanze. Nel mese di agosto ho corso due volte a settimana, all’alba naturalmente, aumentando fino ai 9 km, e correndo su un territorio nuovo per me, spesso su sterrato o su strade provinciali e con salite. Ho sempre prestato attenzione alle sensazioni muscolari e alle spie del sovraccarico, agli accenni di eventuali dolori; non mi sono curata (molto) del ritmo, dei tempi, della frequenza cardiaca, anche se, alla fine di ogni corsa, lo sguardo al Garmin e all’andatura media lasciava sempre una sensazione di delusione o di incredulità per una ripresa che non avrei creduto così impegnativa.

Tornata a Milano, nonostante un’otite in corso e una settimana di fermo, ho voluto provare a correre i miei “di nuovo primi” 10 km, sul mio percorso abituale, in pianura, ma è stato proprio in quell’occasione che gambe e fiato mi hanno tradita e, già solo dal sesto km, è ricomparso inaspettato il dolore alla bandelletta; ho corso 7 km, ho camminato qualche minuto, poi ne ho “strappati” a me stessa altri 2, lentissimi, per non sentirmi “schiappa”.

Non ero pronta, non sono pronta. Ho lasciato passare un’altra settimana di stop e ieri ho ricominciato. Parto da 6 km, lenti, che dovranno tornare ad essere spensierati e senza ansie.
Per settembre rallenterò, correndo da sola e provando a seguire le tabelle delle soglie cardiache, puntando ad un aumento della resistenza che prescinda da ritmi e velocità; per ottobre spero di poter essere in forma per ricominciare ad allenarmi in gruppo e iniziare di nuovo a fare sul serio. Non ho obiettivi perchè in questo momento sarebbero deleteri per il concetto stesso di recupero e re-inizio, ma ho due sogni, la partecipazione alla DeeJay10 di Milano dell’11 Ottobre e una mezza maratona per la fine dell’anno. Senza fretta, senza ansie, senza farmi male.

Mi sento molto saggia e giudiziosa, i miei buoni propositi sono scritti nero su bianco. Sarò ricompensata?

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Ho fatto un patto con la Maga

E’ successo che io mi sia arresa ai suggerimenti di tante persone.
E’ successo che settimana scorsa io abbia quindi conosciuto la Maga, così la chiamano.
E’ successo che giovedì, dopo la sua scrupolosa visita osteopatica, io abbia fatto un patto con lei.

Il sintomo è la sindrome della bandelletta ileo-tibiale, la causa è un concatenarsi di fattori, da un ginocchio valgo, al sovraccarico in modo sbagliato, al poco tempo dedicato al recupero dopo la frattura da stress all’altra tibia e via dicendo. Ho provato a ricominciare, due volte a settimana su brevi distanze, una volta anche in pausa pranzo nel giorno più caldo e afoso dell’anno insieme ad un collega, ma, intorno al quinto chilometro, il ginocchio si è sempre fatto sentire.

C’è poco da fare: devo fermarmi, fare esercizi specifici e dar tempo alla BIT di far pace con le mie intemperanze.
Ho scelto di affidarmi alla Maga, chiedendole però di far finta che non fossi andata da lei fino a domani: dopo aver rinunciato alla mezza maratona di Padova, a quella di Jesolo, a quella del Naviglio e anche ai soli 10 km dell’Avon Running, avevo solo da correre la Run530 con Nico e una corsa per Milano con le 100runninggirls.

Per la Run530 era tutto già programmato da tempo: dopo aver tentato invano di convincere Fra, la mia socia, ad alzarsi all’alba, anche puntando sui suoi sensi di colpa, mi sono iscritta con Nico. I bambini giovedì sera sono rimasti a dormire dai nonni e noi abbiamo puntato la sveglia alle 4.15. Personalmente adoro correre all’alba, prevalentemente perchè la città dorme, la strada è tutta mia e posso perdermi nel silenzio delle strade. Venerdì no: venerdì eravamo 3000 persone che cercavano di svegliare Milano correndo per 5 km per centro, con partenza e arrivo ai giardini di Porta Venezia. Come ristoro finale, tanti sorrisi e ciliegie a volontà.

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Stasera invece è stato un allenamento su due percorsi di lunghezze diverse, 5 e 8 km (nel patto, ho assicurato che non avrei corso oltre i cinque, soglia di sopportazione massima attuale per la mia bandelletta): noi 100runninggirls c’eravamo quasi tutte, per ricordare a chi ancora deve iscriversi alla Nike Women’s 10 km, che c’è ancora tempo, ci si può iscrivere insieme alla nostra crew e donare parte della quota a LILT. Sosteniamo il progetto “Con un nastro rosa”, per la prevenzione dei tumori femminili. Anche gli uomini e le donne che non correranno la gara il 5 giugno potranno donare e potranno farlo cliccando QUI.

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Ho corso sapendo che sarebbe stata l’ultima corsa per un po’, stavolta a tempo indeterminato, finchè le cose non si sistemano, con la gioia del momento e un groppo in gola. La Maga mi ha detto che, quando ricomincerò, mi aiuterà a farlo gradualmente e non dovrò darmi obiettivi (“Ah, quindi la mezza maratona di Pisa del 27 di settembre…?”, questa la reazione). Sono scesa a patti con lei e, per ora, il compromesso è che io mi impegnerò a rispettare le sue indicazioni, ma che non penseremo ad un tempo senza scadenza: io ad agosto sarò al mare e non potrò perdermi lo spettacolo dell’alba di corsa!

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Verso la Nike Women’s 10 km: sconfitte, rivincite e nuovi tentativi

Quando ripenso -e lo faccio spesso- all’ultima volta che ho corso con gioia e soddisfazione, mi viene in mente la Martesana a gennaio, coperta di neve e ghiaccio, il mio lungo più lungo, i primi 18 km di pura soddisfazione, alle otto di un sabato mattina, quando la città non aveva neanche l’intenzione di uscire dal piumone. Poi, presa dall’entusiasmo dei miei nuovi ritmi a cui non ero preparata, sono iniziate le tendiniti, gli stop, le corse sui dolori.

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La prima mezza maratona: ad oggi, nonostante tutto, non riesco a ricordarla con gioia. A mano a mano che passa il tempo, sento sempre più l’amaro in bocca per quel chilometro percorso camminando, per aver mollato, per non aver voluto accettare che non fossi pronta e allo stesso tempo per essermi sabotata da sola durante la gara.

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Poi la staffetta, su un ginocchio incerto e con qualche preoccupazione, ma felice, piacevole, per una buona causa; corsa sapendo che sarebbe stata la mia unica eccezione allo stop per il dolore al ginocchio.
staffetta

Gli esami
, tutti negativi.
Dicono che situazioni particolarmente difficili da gestire o stressanti possano influire sulla rigidità di tendini, legamenti, dolori muscolari o ossei; forse il mio versamento al ginocchio, le fitte, i cedimenti e il dolore sono dovuti a un periodo non brillante che, si spera, potrebbe essersi schiarito settimana scorsa.

Da sabato
, improvvisamente, il mio ginocchio è guarito.
 bacioluca naturopatia

Ho voglia di rivincite.

Ho già rinunciato alla Mezza Maratona di Padova del 19 aprile e alla Mezza Maratona del Naviglio del 24 maggio, sono ancora indecisa se iscrivermi almeno alla Avon Running del 24 maggio: sarò in grado -il ginocchio ce la farà?- di correre per 10 km tra una settimana e poco più?

Mi sono invece iscritta, senza dubbi, alla Nike Women’s 10km del 5 giugno: solo donne, per una corsa serale nel centro di Milano, una festa con la mia crew 100runninggirls che raccoglie fondi per LILT, per la prevenzione dei tumori femminili, donne che supportano altre donne.

Ieri sera abbiamo corso insieme, un buon gruppo delle ragazze della crew, quelle che sono riuscite a scappare dall’ufficio e a liberarsi da altri impegni: ci siamo fatte notare per Milano, con i nostri sorrisi e i nostri fiocchi rosa.

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Nike Women’s 10km
: l’anno scorso si chiamava We Own The Night, ed era stata la prima volta che ho corso 10 km consecutivi e la mia prima gara.
Impossibile mancare all’appuntamento.
Mi sarebbe piaciuto vedere, a distanza di un anno, nello stessa competizione, quali fossero i miei miglioramenti, invece non correrò con questo obiettivo: correrò insieme ad amiche che si stanno avvicinando ora alla corsa, che correranno per la prima volta i 10 km, che si sono unite alla mia crew, e che spero di riuscire ad incoraggiare e spronare fino al traguardo. Questa volta tocca a me a motivare, lo devo al karma, è un grazie nei confronti di chi, anche in gara, mi ha preso sottobraccio. La mia soddisfazione saranno loro.
I miei nuovi obiettivi sono altri: riuscire a recuperare l’allenamento, procedendo da capo, con scarpe e plantari nuovi da testare, fiato da ritrovare, muscoli da scaldare, qualche chilo di troppo da smaltire.
Procederò gradualmente, da poche, brevi e lente uscite, aumentando man mano, cercando di tenere a bada la fretta; il pensiero fisso rimane quella mezza maratona su cui voglio riprendermi la rivincita, a cui voglio arrivare allenata, tranquilla e senza dolori…sarà a settembre?


Intanto, avanti tutta verso il mio primo anniversario dei 10 chilometri!

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https://www.facebook.com/sara.v.barzaghi/videos/10206419156099056/

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21,097 km: al traguardo, in qualche modo, sono arrivata. Per la prima volta.

Un mese e mezzo di allenamento, 19 giorni di stop, tre sabati di corsa, un’amica-compagna di strada, tanti supporters e 21,097 km percorsi.

Non è andata come avrei immaginato, è andata peggio dell’ipotesi peggiore che avessi preventivato, mi sono ritrovata a non sapere che cosa stessi provando all’arrivo, non la gioia della soddisfazione, non l’eccitazione da endorfine, non delusione nè sconforto. Mi sono semplicemente sentita “sollevata”. E poi felice, ma non per la corsa in sè.

La settimana precedente è stata piena di preoccupazioni, con l’imprevista conferma che non ci sarebbe stata Silvia, infortunata alla maratona di Roma, a correre con me e Fra (“tu pensa a far girare le gambe, chè al resto penso io”, mi diceva, e questa era la rassicurazione che mi ripetevo per compensare il non-allenamento), con le ferite ai piedi che non guarivano e con la normale ansia pregara. Venerdì Fra ed io abbiamo ritirato il pettorale, ma, ancora, la preoccupazione delle mie condizioni -nostre, anzi, visto che anche la mia socia aveva un bicipite femorale non in forma- è stata di sottofondo tra un sorriso e l’altro.

Nel mio sabato di negatività perchè ancora non riuscivo a camminare appoggiando i piedi senza dolore a causa di ferite sulle piante, ho poi sentito Silvia che è riuscita a tranquillizzarmi e a darmi carica.

Arriva domenica mattina: Fra ed io, Aulin per lei e Brufen600 e cerotti per me, superato il dilemma del cambio dell’ora, riusciamo ad arrivare al villaggio degli atleti. Incontriamo i Red Snakes, il coach che ci chiede come vada (“Coach, io ci provo. Ho dei buchi nei piedi, ma ci provo, ormai sono qua.” – “I buchi nei piedi: non benissimo!”), depositiamo le sacche e incontriamo altre facce amiche: Valentina, Yuri, Alessandro, che non hanno smesso di fare il tifo per noi, ci caricano ulteriormente.

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Andiamo alla griglia di partenza, Fra ed io ci teniamo la mano. Fra ed io ci stritoliamo la mano. Parliamo poco, ci guardiamo, i miei occhi, ad intermittenza, si inumidiscono, ma sono felice di essere lì e mi sento positiva. Ripetiamo il piano: “andiamo ai 6 min/km fino ai 15 km, poi vediamo e, se ne abbiamo, spingiamo, altrimenti continuiamo e chiudiamo in 2.06/2.07. L’importante è arrivare, non importa il tempo”.

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Partiamo, salutiamo i fotografi tenendoci per mano, qualche metro e compare Davide, che ci annuncia che correrà con noi fino al traguardo, rinunciando al suo obiettivo. I primi due, tre chilometri sono stupendi, incontriamo un sacco di facce amiche che tifano per noi, Eliana che ci saluta, Taty che, mentre corre, ci lancia un grido di incoraggiamento. E’ una festa: mentre siamo al secondo km, i primi kenyani ci doppiano arrivando oltre al quinto chilometro, tutti corriamo rivolti verso di loro applaudendo ammirati.

Al quinto chilometro c’è il primo ristoro, non ho molta sete, ma Silvia si era raccomandata di bere comunque, quindi ringrazio Davide che ci anticipa per portarci l’acqua e faccio il mio dovere. Verso il settimo chilometro mi sento stanca, mi sembra di non aver fiato, controllo il Garmin e siamo intorno ai 6, è strano per i miei tempi, ma è “come da piano”, vorrei rallentare, lo dico a Fra e Davide, li invito ad andare avanti, a fare ciascuno la propria gara, ma non vogliono lasciarmi: “l’importante non è il tempo, è arrivare insieme”. Punto alla mia prima meta: so che tra il decimo e il dodicesimo chilometro ci saranno i miei due supporter speciali, Nico e Gaia, a fare il tifo per me.

Eccoli, al decimo: mi sbraccio da lontano, allungo, mi avvicino, grido a Gaia che le voglio bene, mentre sta srotolando dei cartelloni che ha preparato per me. Vorrei dire loro di seguirmi per un pezzo in bici, ma non sono sicura che sia una buona idea e comunque non avrei fiato per dirlo.

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Da questo momento la mia testa inizia a boicottarmi. Un occhio al Garmin e l’undicesimo chilometro lo chiudiamo con una media di 6.21, il dodicesimo a 6.25, il tredicesimo a 6.33. A me sembra di fare sempre più fatica di fiato, la vocina in testa mi dice che ho sbagliato tutto, che non solo non sto mantenendo il ritmo già blando dei 6 minuti/km, ma che sto facendo una specie di terrificante progressione al contrario. Ripeto a Fra e a Davide per l’ennesima volta di andare avanti, io vado sempre peggio e l’idea che loro rallentino per me mi aggiunge ansie. Chiudiamo il quattordicesimo km con un passo di 7.03. Qua mollo. Qua esplicito che “faccio schifo”; Davide mi dice “chi se ne frega”, Fra mi ricorda che l’importante è arrivare, ma io penso che ai 7 ho corso nelle prime due/tre uscite della mia vita. Intanto, ovviamente, rallento ancora. Penso a Yuri che mi dice che è e sarà una festa, penso a Silvia che mi ammonisce di non pensare ai chilometri che passano e a quelli che mancano perchè altrimenti sarà lunga, ripenso ad Alessandro che mi dice che sono pronta per la mezza, a tutti quelli che mi hanno detto un “credo in te, so che puoi farlo”, penso a Gaia che mi aspetta all’arrivo. Devo distrarmi.

“Davide, raccontami qualcosa”.
“Cosa?”
“Qualcosa. Dimmi del Passatore!”
“Eh, addirittura!”
E mi racconta come ha iniziato ad allenarsi per questa ultramaratona di 100 km in cui debutterà, con tutta la mia ammirazione, tra pochi mesi. Se non stessi correndo e con il fiato al limite, gli farei mille domande, per curiosità e per farmi distrarre ancora un po’, ma purtroppo il racconto finisce presto. Quando il Garmin mi avvisa che sto correndo a 7.20, penso che forse sarei più veloce se camminassi, mi mortifico, spingo Fra e Davide a lasciarmi: “Ti mollo solo se ti fermi”, qualche metro e inizio a camminare. Fra e Davide iniziano finalmente la loro corsa, io mi sento sollevata e felice per loro e riprendo a correre.

Passo sotto casa di un’amica, ha la finestra sul balcone aperta, so che sarebbe rimasta affacciata, grido un “Annalisaaa” a pieni polmoni e proseguo fino al ristoro del quindicesimo chilometro, bevo una bottiglietta d’acqua intera e due bicchieri di Gatorade, poi faccio un patto con me stessa: camminerò per un chilometro, fino al cartello del sedicesimo, poi ricomincerò sapendo che ne mancheranno solo cinque. Chi corre da tempo e su lunghe distanze dice che “per cinque chilometri neanche ci si cambia”. Raccolgo anche bottigliette d’acqua da terra, quelle scartate dai runner davanti, ho troppa sete, probabilmente prenderò tutte le malattie del mondo, ma devo bere. Saranno i liquidi, sarà l’indulgenza nei confronti di me stessa, ma mi sento meglio. Ormai la gara “è andata”, lo accetto, l’unico obiettivo è recuperare la medaglia dei finisher da consegnare a Gaia, che ormai mi aspetta al traguardo.

Ricomincio a correre, arriva il diciassettesimo, cammino qualche metro, ricomincio, vedo che il Garmin indica che corro a 5.40, è follia, rallento, riprendo a 6, rallento, ma mi ritrovo a 5.50, quindi il fiato sparisce del tutto, cammino di nuovo qualche metro, ricomincio a correre. Arriverò così al ventesimo chilometro, assolutamente non in grado di avere un ritmo, di regolarmi, di respirare e di far girare le gambe.

Mi sento tra gli ultimi, il ristoro del diciottesimo chilometro è vuoto, non ci sono neanche più bottiglie d’acqua, stanno sbaraccando tutti. Noi runner delle retrovie corriamo da soli, tutti molto distanti gli uni dagli altri: non rimane che sorridere ai fotografi, quale occasione migliore per essere inquadrati alla perfezione? Sarà che inizio a sorridere per le foto, sarà che lungo la strada chi fa il tifo lo fa proprio per me -“dai, che sei brava!”, “forza ragazza, manca poco!”-, sarà che ho voglia di vedere facce amiche..non mollo più. Passo nel tifo dei Podisti da Marte, qualcuno mi batte il cinque, intravedo l’Arena.

Ci siamo. Allungo l’ultimo mezzo chilometro, tornando sul mio passo a 5.40, vedo di nuovo Sara che in questa gara è comparsa ripetutamente, entro in Arena. Fisso lo sguardo sul gonfiabile del traguardo, cercherò Gaia e Nico lì vicino. Faccio girare le gambe. Sento il coach Matteo che grida “Vai Valeria!”, alzo un braccio in segno di ringraziamento e di conferma “sì, vado, cazzo, adesso vado!” e spingo gli ultimi metri. Sorrido, fotografi da tutte le parti: incredibile, aspettano anche noi lumachine. Finalmente vedo Gaia e Nico, grido loro un “Vi voglio bene”, passo il traguardo, spengo il Garmin, ma cerco facce.

Fra mi aspetta, ci abbracciamo, recuperiamo la medaglia. Avevamo sognato un arrivo al traguardo per mano, così non è stato, ma per me rimarrà la nostra prima mezza maratona, prima di una lunga serie. Poi abbraccio Yuri, Davide, un altro Davide, Valentina, Alessandro, tutti quelli che mi hanno sostenuto e pensato in questa fatica enorme. Quando mi chiedono come sia andata, dico “non bene, ho anche camminato per un chilometro”, ma per loro conta che io sia arrivata alla fine. Non sento euforia, nè sconforto: sono sollevata, è finita, potrò ricominciare da capo, con i piedi a posto e con un allenamento costante.

Il mio motivo di felicità è ricevere l’appoggio di tutti, sono gli abbracci che ricevo, i complimenti, i sorrisi, le pacche sulle spalle, gli sguardi di approvazione.

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Saluto Nico, facciamo passare Gaia al di qua delle transenne, in pista con me, mi fa rileggere bene i cartelli che mi aveva preparato, si fa premiare con la sua meritata medaglia.

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Sono felice perchè mia figlia è orgogliosa di me, è emozionata e un po’ spaesata dalla situazione, dall’Arena così grande e affollata, dal chiasso dei runner festosi e dai tifosi accalcati. In serata mi chiederà se un giorno potremo fare una gara insieme, mentre Gli Uomini faranno il tifo per noi, così poi lei potrà mettere la sua medaglia al collo di Luca; poi mi dice che però, magari, prima dovremmo allenarci qualche volta insieme prima della gara, così da diventare più veloci. Questa mattina ha voluto portare a scuola la mia sua medaglia, da far vedere ai compagni e alla maestra, mi ha chiesto di accompagnarla perchè così, magari, la maestra mi avrebbe fatto soffiare sulla candela come premio (non so di che cosa parlasse, le ho detto che l’avrei accompagnata volentieri, ma senza soffiare da nessuna parte, e che la mia festa era già stata ieri con lei).

In tutto ciò, la mia prima mezza maratona l’ho chiusa in 2.19.18, con un chilometro percorso camminando (e ancora 210 runner arrivati al traguardo dietro di me). Non so quindi, se io sia ufficialmente una mezza-maratoneta, nel dubbio, aspetto la prossima occasione per riprovarci.

Obiettivo: concluderla correndo, senza Garmin e con in testa solo una grande chiassosissima Festa.

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Categorie: Sport

Stramilano e agitazioni.

Ci siamo: il contatore sulla pagina della Stramilano, che visito quotidianamente in modo compulsivo, come se ci potessi trovare incredibili novità o notizie, ricorda che mancano 6 giorni alla data.

-6, come i km che, in gara, dovrò aggiungere alla fatica fatta questo sabato mattina con Fra.
-6, come i km più difficili che mi aspetteranno domenica.

Arrivo impreparata e con molte agitazioni. Un ottimo allenamento nel mese di gennaio, con gambe, muscoli, testa e cuore che hanno retto bene il ritmo delle tre uscite settimanali, delle ripetute, delle salite e delle progressioni con i Red Snakes. Una pausa pressochè totale da metà febbraio ad oggi, con dolori continui e di vario genere.

Arrivo alla mia prima mezza maratona con uno stop di 19 giorni e una sola uscita a settimana per le tre settimane successive: più che un allenamento, solo un tentativo di ricordare a gambe e fiato come affrontare una corsa, e un modo per rassicurarmi che no, non sono stata ferma proprio del tutto. Dopo ogni uscita di questi ultimi weekend, tendinite e vesciche-ferite sulle piante dei piedi si sono rifatte sentire: corsa, un paio di giorni di zoppia, qualche altro giorno per riprendere ad appoggiare il piede correttamente, e poi ecco tornato il fine settimana e la nuova uscita, un circolo vizioso.

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Le ultime due corse, però, sono state speciali: non ero da sola, ero con Fra. Sono state corse prese sul serio, in uno strano silenzio, concentrate entrambe sui nostri acciacchi e pronte a captare le sensazioni di muscoli, piedi, tendini, focalizzate sui chilometri che scorrevano, sul ritmo del respiro; ci siamo prese più tempo per lo stretching, perchè le chiacchiere tra noi ci mancavano da un pezzo. Sono state prove generali per la nostra Prima Mezza Maratona insieme: non sempre affiancate ma, a turno, una, avanti di qualche metro, trainava l’altra.

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Non siamo al massimo della nostra forma nè ben allenate, e abbiamo corso senza tecnica nè ritmo: troppo veloci in partenza, incostanti e senza progressione, alternando casualmente chilometri più rapidi a chilometri in cui il rallentamento era notevole ma necessario. Ormai, però, abbiamo deciso di andare fino in fondo e provarci.

Anche se in cuor mio mi piacerebbe -anzi, mi sarebbe piaciuto-, concludere la gara entro un certo tempo, adesso la cosa che conta sarà arrivare al traguardo e farlo con il sorriso. Le incognite sono tantissime e non abbiamo neanche la garanzia di essere fisicamente a posto o di aver fatto il nostro dovere agli allenamenti: l’unica certezza è che, nelle condizioni in cui siamo e saremo, abbiamo e avremo dato il massimo.

E’ la nostra gara, vorrei che la facessimo fianco a fianco per spronarci e arrivare insieme, ma -come a Parigi- penso che sia giusto che Fra si goda la sua corsa nel caso io non dovessi tenere il ritmo. Non so come andrà, non vedo l’ora di sapere come finirà, che cosa proverò/proveremo.

So solo che gli incoraggiamenti di chi ci ha sostenuto fino ad ora, tra infortuni, allenamenti, stop, incertezze, non potranno mancare in questi lunghi S E I giorni di attesa.

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Categorie: Amicizia, Sport

Ma una “mezza” si improvvisa?

Settimana scorsa ho ricominciato a correre.
Questa settimana ho rismesso di correre.
Giovedì la mia tendinite andava meglio, la mia voglia di uscire era alle stelle, la mia ansia e preoccupazione per il lungo stop e l’avvicinarsi della Stramilano hanno fatto il resto. Spalmata di creme e gel di vario genere e natura, mi sono regalata 11 km al parco sotto casa: la giornata era stupenda, il cielo limpido, un vento che aveva spazzato via inquinamento e qualsiasi forma di vita dal mio parco, un tramonto pazzesco su quartiere Adriano e un mio ritmo inaspettato -certo, con fatica tremenda. Ad ogni passo sentivo le tensioni delle ultime settimane scivolare via da me, calpestavo tutte le questioni lavorative, familiari, gli impegni e i pensieri inutilmente martellanti.

Sono tornata a casa al settimo cielo, con energia e ottimismo da vendere, con i tendini affaticati come tutti i muscoli che ho in corpo, e con due vesciche sotto la pianta dei piedi.

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Venerdì pomeriggio, per approfittare delle belle giornate, siamo partiti con i bambini per Garda. Sabato mattina, prima delle otto, non ho potuto fare a meno di regalarmi un’altra ora di corsa, questa volta su un lungolago deserto e rasserenante. E’ stato qui che mi sono resa conto che correre sulle vesciche potesse essere più doloroso che correre sulla tendinite, arginabile con Artiglio del Diavolo, Arnica, Pennsaid e intrugli simili.

E’ stato qui che, appoggiando male i piedi per non scarnificarmi, è subentrato un principio di tendinite al piede sano.
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Ieri ho deciso di smettere di correre.
Ieri ho deciso di smettere temporaneamente di correre.
Ieri ho deciso, dopo lunghi arrovellamenti, di smettere temporaneamente di correre.
Da una parte c’è la Stramilano a cui, per molti motivi, ormai non voglio rinunciare, dall’altra c’è la mia salute, quindi ho raggiunto un compromesso con me stessa.
Le opzioni erano due:
Accantonare l’obiettivo mezza maratona, recuperare l’uso dei piedi, riprendere l’allenamento, scegliere un’altra gara e correrla tra qualche mese con un buon livello di preparazione e l’auspicio di chiuderla in 2 ore / 2.05. Da sola.
– Perseguire l’obiettivo Stramilano, recuperando l’uso dei piedi con il riposo e tentando la gara senza un allenamento adeguato, puntando solo a finirla, per confermare a me stessa che ce la posso fare, senza ambizioni particolari di tempo o andatura. Con Fra e con chi sarà con noi per supportarci.

..e io ho scelto la seconda opzione.

In parte è una piccola sconfitta per non essere riuscita ad allenarmi, perchè il mio fisico non ha retto adeguatamente, forse per le scarpe non idonee (a breve dovrebbero arrivare i plantari correttivi che ho fatto fare su misura), forse per un sovrallenamento a cui non ero ancora pronta, forse perchè l’inconscio e l’ansia (quella invece è consapevole) remano contro l’obiettivo mezza maratona imposto dalla testa.

Non ho potuto non ascoltare i segnali del mio corpo e stavolta non è un modo di dire. Il mio piede mi ha parlato ieri mattina, quando, indecisa se andare agli allenamenti con i Red Snakes e già iscritta alla run, ho controllato lo stato della vescica-ferita: il segnale di pericolo e di allerta è stato evidente.
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A questo punto, quindi, il mio piano prevede:

cura delle ferite e definitiva regressione della tendinite
allenamento lungo e lento sabato prossimo (o lunedì all’alba, se le vesciche non fossero rimarginate), 1 allenamento medio e lento il sabato successivo, gara il weekend dopo.

Insomma, mi dicevano che “La mezza maratona si può improvvisare e ho sempre negato che potesse essere così, ma è esattamente quello mi troverò a fare. L’unica cosa che rimane, nel frattempo, sarà provare un training intensivo per la testa. Qualcuno conosce metodi infallibili?

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Infortunio e presagi

Weekend: tutti corrono, i runner professionisti, i runner amatoriali e i runner della domenica, quelli che sono stati in letargo per tutto l’inverno, ma si sgranchiscono sulla ciclabile nelle domeniche di sole che fanno presagire l’arrivo della primavera.
Io, invece, sono ancora ferma.

Sabato avrei voluto ricominciare dopo l’infortunio della staffetta di Verona: preoccupata per le due settimane di fermo completo e per la memoria corta dei miei muscoli e fiato, avevo pianificato una ripresa con 15 km, la famosa via di mezzo tra le istruzioni del coach (un weekend 13, uno 17..e via verso la mezza maratona).
Ero anche già d’accordo con Fra, anche lei lontana dalla corsa da una decina di giorni per un piccolo stiramento del bicipite femorale. Anzi, insieme avevamo deciso di testare piede per me e gamba per lei venerdì mattina, con una corsetta di soli cinque chilometri nel nostro parco sotto casa.

Venerdì ore 8.30 ci siamo trovate al parco; a neanche due km dalla partenza io mi sono dovuta fermare di nuovo per il dolore al piede, che era invece scomparso ormai da quasi una settimana. Avvilita, sconfitta e demoralizzata, ho abbandonato Fra ai suoi quattro restanti chilometri e sono rincasata, sentendomi uno straccio e buttandomi sul lavoro.

tendinite peronei

Sabato nessuna delle due ha corso: anche a Fra la gamba aveva dato fastidio dopo il test e abbiamo saggiamente scelto di fermarci ancora qualche giorno prima di tentare di nuovo.

La Stramilano è tra ormai meno di un mese ed io sono ferma da 16 giorni che diventeranno almeno 21 prima di tentare nuovamente un’uscita. Ho il serio dubbio di non riuscire a recuperare gambe e fiato e di azzerare tutti i miglioramenti che mi ero conquistata in due mesi di duro allenamento. Questo perchè guardo avanti, perchè, in realtà, non è neanche detto che io guarisca dalla tendinite dei peronei  in tempo per la gara (sì, mi pare che l’abbiano chiamata così).

Venerdì mi sono sentita sconfitta, sabato frustrata; c’è chi mi ha rassicurato dicendomi che sono pronta, chi mi ha ricordato che se non dovessi correre la Stramilano, basterà che io scelga una gara successiva, c’è poi chi ha sminuito con un “ma sì, pazienza, il mondo va avanti lo stesso, le cose importanti sono altre”. Siamo tutti d’accordo, la fame del mondo è una questione sicuramente più spinosa, ma -oltre che con i massimi sistemi- io mi trovo a fare i conti anche con me stessa. E a me questa cosa del non riuscire ad accettare l’infortunio e l’imprevisto come parte dell’allenamento, fa impazzire. E incazzare, si può dire?

Domenica il mondo dei runner si è diviso tra gare e corsette in amicizia al parco.
Io invece, nonostante i bambini fossero a dormire dai nonni, alle sette mi sono alzata, ho acceso il pc e, armata di carta di credito..mi sono iscritta alla Stramilano.

tessera fidal

Coerente no?
Finalmente mi sono risentita in gioco: magari il piede non mi consentirà di correre proprio quella gara, magari invece riuscirò a correre qualche giorno prima e arriverò impreparata, ma almeno mi do la possibilità di partecipare.

Oggi, rientrando dal lavoro, ho trovato ad aspettarmi una sorpresa, come presagio di buone notizie: è finalmente arrivata la tessera della società alla quale sono iscritta, con canotta sociale e zainetto.
Happy Runner Club.

“Mamma, vuol dire che tu quando corri sei felice?”

Happy runner

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Verona Half Marathon, per un San Valentino di corsa

Sono in ritardo, siamo già a metà settimana e siamo già tutti proiettati verso il prossimo weekend, più che a ricordare quello scorso, ma la mia vita è un puzzle da diecimila pezzi, arrivo ad incastrare tutto, ma non è detto che lo faccia immediatamente.

E’ stato il nostro -mio e di Nico- undicesimo San Valentino, ma il primo “di corsa”.
Nella cornice di Verona In Love, programma di festa di quattro giorni dedicato agli innamorati e non, ci siamo iscritti alla Verona Half Marathon. Non essendo pronti per affrontare un’intera mezza maratona, abbiamo optato per l’opzione staffetta, il Duo Half: Nico avrebbe corso la prima frazione di 8 km e io la seconda di 13, una distanza più vicina alla mia preparazione alla Stramilano.

LUI: “Io, appena ti vedrò, griderò ‘ti amo’!”
IO:    “…”
LUI: “E tu mi dirai: ‘spicciati, chè perdiamo tempo!'”

Sabato i bambini sono andati a pranzo dai nonni e noi siamo partiti per Verona.
Purtroppo il cielo era grigio, la pioggia continua e io, da giovedì sera, avevo un piede dolorante che facevo fatica ad appoggiare: gli umori non erano alle stelle, non ero certa che avrei corso il giorno dopo.

duo half

Abbiamo ritirato pettorali e pacco gara -uno dei momenti che adoro, quello in cui si concretizza l’iscrizione, in cui si legge il proprio numero e, nella maggior parte dei casi, si entra in possesso della maglietta e iniziano le prove di outfit (se piove, se non piove, se piove e fa freddo, se piove e fa caldo, se..) -, e ci siamo concessi un giro per il centro della bellissima Verona (che, se non avessi visto Roma, direi che è la città italiana più bella in cui sia stata, prima ancora di Firenze o Venezia). Abbiamo salutato coach Matteo e alcuni Red Snakes incontrati nei pressi del palazzetto, che mi hanno ammonito in merito alla scelta di correre e ricordato di preservare il piede; abbiamo ritirato il nostro sigillo d’amore, prenotato a sorpresa da Milano, e una tavoletta omaggio di cioccolato Lild, zoppicato intorno all’arena e a Castelvecchio.

arena di verona

Quasi convinta che non avrei corso, abbiamo valutato l’ipotesi di uscire a cena invece di mangiare sano in previsione della gara; alla fine abbiamo festeggiato un salutare San Valentino nel caldo inaspettato del camino della casa di Garda, acceso due giorni prima del nostro arrivo per rendere la casa agibile.

Domenica mattina il piede sembrava essere migliorato, riuscivo a camminare; la scarpa dava fastidio, ma -deciso di correre- l’ho infilata all’ultimo momento. Avrei potuto lasciar correre Romeo da solo, o peggio, impedirgli di gareggiare solo per il ritiro di Giulietta?

Rare Partners #corrieimmaginadivolare.

Ho  accompagnato Nico alla partenza e poi, con Giorgia, abbiamo aspettato l’arrivo dei nostri compagni di staffetta.

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Pettorale 478/1 in arrivo, Nico mi passa il chip e inizio i miei 13 km.

E’ stata la mia prima gara su una distanza superiore ai 10 km, non avevo molta voglia di correre e, per quanto avessi scelto consapevolmente di ignorare i fastidi del mio piede, il pensiero ogni tanto andava a lui e una vocina mi ricordava di aver già sottovalutato il dolore di una gamba e di essermi procurata una frattura alla tibia. In tutto questo, non sono riuscita a darmi un ritmo, a gestire la gara, ma mi sono fatta gestire, faticando lungo il tragitto, arrabbiandomi per le salite (va bene, non sono la Salita del Pincio, chi è allenato li chiama giusto falsopiani, ma io avevo sempre pensato che Verona fosse pianeggiante ed ero impreparata), concludendo però con un passo medio di 5’39”, passo per me molto buono. Lungo la strada, questa volta ho voluto provare ad essere io ad incoraggiare un ragazzo che ho visto iniziare a camminare con fatica (un premio alla sua maglietta “Lazy but talented”), ricordando tutte le volte in cui sconosciuti che correvano nel mio stesso percorso hanno speso una parola per spronarmi vendendomi in difficoltà. Ho incontrato anche un atleta non vedente con il suo accompagnatore: erano ad una decina di metri davanti a me e avrei voluto spendere il poco fiato per dire con ammirazione a quel ragazzo che, per me, il vincitore della gara era lui, ma la verità è che, a poco a poco, la distanza che ci separava è aumentata e non sono stata in grado di raggiungerlo.

Il percorso non mi ha entusiasmato, ma probabilmente era il mio umore (la testa, accidenti!) che mi ha fatto avvertire la fatica e godere poco del tragitto mai fatto prima; ho atteso dal primo passo l’ingresso in Arena, che ho attraversato rapidamente e da cui sono uscita incontrando Nico che tifava per me.
Il ‘ti amo!’ gliel’ho gridato io, credo che per lui sia stato inaspettato.

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All’arrivo, l’occhiata al Garmin, il pensiero di aver scampato la pioggia giusto in tempo, la soddisfazione per non aver mollato neanche stavolta e per aver raggiunto un obiettivo in più, mi hanno risollevato l’umore, come ultimamente sempre succede dopo le corse, che siano in gara o in allenamento.

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Abbiamo salutato gli amici incontrati, moltissimi i milanesi in trasferta, gruppi e amici sparsi, e pranzato con Francesco e il suo compare di gare, direttamente da Abano: “la corsa unisce” e questa occasione, per la prima volta, mi ha fatto provare un senso di appartenenza a..boh, alla categoria dei runner?

Da domenica sera non riesco a camminare bene, lunedì sono state escluse fratture e oggi ho incontrato il mio ortofigo che ha confermato una tendinite che, con riposo, ghiaccio etc etc etc e adeguato cambio scarpe e solette, si dovrebbe risolvere in tempi brevi.

Questa volta mi prenderò cura del mio piede, prima che il dolore diventi infortunio serio e comprometta la preparazione in corso e, più ancora, la partecipazione alla Stramilano (non mi sono ancora formalmente iscritta, non riesco a smettere di pensarci), quindi starò ferma finchè non avrò più dolore (ecco, l’ho detto, nero su bianco).
La coscienza e la ragione lo sanno; razionalmente mi ripeto che è giusto così, che in certi casi “il riposo è allenamento”, che fare altrimenti sarebbe controproducente, ma le gambe scalpitano e il cuore è in agitazione. Non ho ancora imparato -e non so se riuscirò mai a farlo, nella corsa e nella vita- ad accettare l’infortunio come parte dell’allenamento, l’imprevisto come qualcosa che si può gestire, e men che meno a trasformare gli intoppi e i fuoriprogramma come occasioni da cui trarre qualcosa di positivo.
Ad ogni modo, spero di poter ricominciare nel giro di una settimana: fortunatamente saranno giornate estremamente impegnative, il secondo compleanno di LucAttila è in arrivo e avrò tempo di dedicarmi alla preparazione dei festeggiamenti!
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Io non so se è proprio amore (faccio ancora confusione)

Ci siamo, dicembre è alle porte e quest’anno sarà più impegnativo che mai.

Tra meno di dieci giorni sarà il mio compleanno, non uno qualunque, ma quello della cifra tonda, del cambio di decade, della fine degli sconti ai musei anche su presentazione del vecchio tesserino universitario, dell’inaccessibilità delle promozioni delle compagnie telefoniche dedicate ai ragazzi e giovani fino a..
Sarà il compleanno dei TRENTA e per il mio trentesimo anno di vita ho in mente grandi cose: se anagraficamente accuso il colpo, mai prima d’ora mi sono sentita così energica, attiva, con la voglia e la possibilità di dedicarmi a diversi progetti.

Un passo alla volta, cominciando dalle scarpe giuste, da una giacca antivento-antipioggia-traspirante-catarifrangente regalo di compleanno anticipato e dal mio Ortopedico o, come l’ha chiamato una mia amica, Ortofigo (e già qua..). Bene, dopo averlo tempestato di e-mail per due mesi, e dopo aver sognato ripetutamente nell’ultima settimana suoi rimproveri, visite annullate, referti senza speranza, stasera c’è stato il verdetto, anzi, si è accesa una piccola luce di speranza. Tralasciando la sindrome della BIT (bilateralmente) e risonanze magnetiche per verificare lo stato dell’esito della frattura di agosto, l’Ortofigo si è lasciato sfuggire -caro dottore, scripta manent e io continuo a rileggere il referto post-visita- che mi è concessa la ripresa.

Mentre il mio sorriso di allargava a dismisura, il dottore si è sentito in dovere di aggiungere, in più momenti:

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Ottobre e novembre, tra regali e dolori

“Ma tu, in che giorno posti sul blog?”
“Boh, quando ho qualcosa da dire!”

Forse non è il modo corretto per tenere un blog che abbia un discreto seguito, ma per me funziona così, l’avevo premesso. Le giornate sono sempre di ventiquattro ore, le cose da fare invece si moltiplicano.

Anche per questo, mancano dieci giorni alla fine di ottobre, novembre incombe e ancora non ho messo a fuoco il mio mese. Gli obiettivi di settembre sono stati centrati in pieno, con routine nuovamente consolidate e positività ai massimi storici.

Ad ottobre mi sono fatta un grande regalo: un nuovo lavoro, con un nuovo team compatto e produttivo, in una start-up!
Ho salutato la solida agenzia per il lavoro che mi ha fatto da casa per alcuni anni, le colleghe con cui ci si è ripromesse di rimanere in contatto, e ho accettato la sfida di provare a cambiare un pezzettino del mondo in cui viviamo, cominciando dall’inserimento dei disabili in contesti lavorativi.

Categorie: Il (mio) mondo del lavoro, Sport