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Salomon Running 2017: 25 km e 23 piani di scale

In una mail di 12 giorni fa al mio coach -che, poverino, ultimamente ha a che fare con una squilibrata-, nel picco della demoralizzazione e sconforto, scrivevo: “Continuo a dirmi che non voglio fare la Salomon, che mi fa schifo, che odio i trail e le salite e che quei 23 piani di gradini mi fracasseranno, che correre a Milano è orribile, che la gara parte alle 10 e morirò di caldo etc… ma la Salomon la farò, non fosse altro perchè, magari, facendo qualcosa che la mia testa non vuole fare, allenerò anche lei.”. Pieno delirio, insomma.

Sono due settimane che non riesco a correre come dovrei, come vorrei, come ho per altro sempre fatto fino, appunto, a 15 giorni fa. Mi sono chiesta più volte, con rabbia o demotivazione o sconforto o sogni di domeniche sul divano, perchè mai mi fossi iscritta alla Salomon Running, dopodichè, pur non avendo trovato in me risposte attualmente soddisfacenti, ho fatto un patto e definito le basi per affrontarla nelle condizioni in cui sto adesso.

La Salomon Running è un city trail su tre distanze: quella scelta da me è la gara Hard, 25 km con scalata della Torre Isozaki, ovvero 23 piani di scale a salire e altrettanti a scendere.

Obiettivi della giornata: correre la gara, con calma, lentamente, puntando a finirla senza troppe soste; sorridere ai fotografi e, se possibile, correre in gruppo; piazzare i bambini da qualche parte affidare i figli ai nonni e partecipare al pre e al post-corsa con gli Urban Runners, per stare insieme dopo tanto tempo. Nico avrebbe corso con me, con l’opzione di staccarsi per gestire la propria gara in qualunque momento avesse voluto o dovuto.

All’arrivo in Arena prima della corsa, Nico ed io attraversiamo il prato bagnato e fangoso per le piogge degli ultimi due giorni cercando di entrare nell’ottica della gara che non sarà del tutto su asfalto; non mi vedo, ma sento di avere una faccia da interrogazione a sorpresa senza aver studiato, per fortuna ci pensano gli Urban Runners a darmi un po’ di carica. Si scherza, chiedo di tenermi un posto a tavola, ci si spalma di cremine (opto per quella per ginocchia, che me le ghiaccerà all’ottavo km e me le renderà bollenti dal 20esimo in poi). Margherita mi regala un portafortuna, che porto con me fino alla fine e che mi accompagnerà ancora a lungo da oggi in poi: correrò con lei, correrò per lei.

Siamo in tanti: i primi a partire sono quelli della 15 km, poi tocca a noi. Nel frattempo incontro Elena ed Erica, le due mamme del gruppo Running4mommies con cui sono partita anche alla Sarnico Lovere; in griglia mi guardo intorno e finalmente compare anche Francesca, Urban Runner, Runlover e compagna di Martesana, pause pranzo e chiacchiere. Nico a fianco. Lo sparo, si parte. Ci si ferma, si riparte; un po’ ad imbuto usciamo dall’Arena e dal Parco Sempione. 

Passo tranquillo, non guardo il Garmin, ma voglio correre a sensazione, lentamente -come mi ero detta- per arrivare alla fine, e sento che più o meno ci sono: tra i 6 e i 6’15″/km. Le gambe vorrebbero andare oggi, ma non mi faccio fregare: negli ultimi allenamenti il cuore non si è allineato alle gambe e sono scoppiata, oggi è lunga, è la testa che deve guidare. Inizio a chiacchierare e i primi km passano abbastanza veloci: mi dicono che siamo anche passati dentro Palazzo Marino, io ricordo solo che Francesca ha detto un “ah sì, eccolo lì”, ma non ricordo altro: chissà su che argomento ero concentrata. Giro in centro e torniamo nei pressi del Castello: attraversiamo il fossato, noi entriamo quando il gruppone Urban Runners sta già uscendo, ci chiamiamo e salutiamo. All’uscita, purtroppo, dopo circa 5 km insieme, Francesca mi dice di andare al mio passo e, dopo un momento di titubanza, proseguo con Nico. 

Chiacchieriamo meno, il ritmo è leggermente aumentato, quando vedo il passo sui 5’45” rallento e cerco di controllarmi: arriviamo quasi senza accorgercene al decimo km. Bevo a tutti i ristori, cammino per il tempo necessario a bere un paio di bicchieri d’acqua, e riparto; saluto e ringrazio chi ci incita, chi chiude le strade, chi ci dà indicazioni; dirò poi ridendo a Yuri che, in questo, mi sono sentita un po’ lui.

Non ricordo bene a che punto corrispondessero i chilometri, correvo e basta, sapevo che passati i primi 10, avrei puntato ai 15, poi ai 18 dove, più o meno, avrei trovato la Torre, e poi alla fine. Ricordo bene però i passaggi della Montagnetta, le salite che ho percorso a passo svelto ma camminando, troppo ripide e troppo fangose da correre, le discese in cui invece mi sono lanciata agilissima (promemoria: devo trovare una gara da correre tutta in discesa), ricordo quando ho incontrato Elena, partita veloce con Erica, e lo scambio di incoraggiamenti, ricordo la salita -agile, contro ogni aspettativa- sul cono elicoidale del Portello, le scale della Fiera e lo spuntare di una vescica enorme sulla pianta del piede destro. Ricordo Nico che indica Casa Milan, una nonnina in sedia a rotelle che ci applaude e incoraggia a cui io dico passando “Signora, lei è una grande!” e che mi ringrazia a sua volta, ricordo le voci di chi ci grida “Forza Urban”, a cui rispondo con sorriso di orgoglio e gratitudine “Evviva gli Urban!”, ricordo il passaggio nella buca del golf, che nemmeno sapevo cosa fosse, e l’emozione dell’avvicinamento alla torre Allianz.

Non so che cosa aspettarmi, però trovo positivo che siamo già intorno al ventesimo km -me l’aspettavo tra il 15esimo e il 18esimo, facendo una media tra quello che amici mi avevano detto-: l’entrata sul tappeto blu è emozionante, sembra di essere a Gardaland in qualche tunnel prima di un’attrazione spaziale, e poi i gradini. Sto bene attenta a non commettere l’errore di farli sulle punte dei piedi, chè già i polpacci, per quanto ahimè grossi, sono il mio punto debole: Nico ed io saliamo cauti ma agili, superiamo una ventina di persone, arriviamo in alto, diamo una rapida occhiata al panorama e scendiamo. Niente, in discesa -anche sui gradini- me la cavo bene. Incontriamo il gruppone Urban che nel fossato del Castello ci aveva preceduto, ma preferiamo procedere al nostro passo. Appena scesi, dopo pochi metri, Nico ha un crampo ad una gamba, mi dice di andare, si ferma un attimo e ripartirà. Io continuo, però mi sento in colpa: per tutta la gara ha seguito il mio passo, per lui troppo lento, per accompagnarmi e ora che è in difficoltà lui io continuo la mia corsa? Penso che sia amore, penso anche che, al contrario, accadrebbe la stessa cosa perchè io vorrei che lui proseguisse; e poi penso che mi raggiungerà. Mi giro un paio di volte per guardarmi indietro e ad un certo punto lo vedo comparire qualche centinaio di metri alle mie spalle: bene, so che mi riprenderà e finiremo insieme. Nel frattempo incontro Paola, scambio due chiacchiere anche con lei e, quando Nico mi affianca, ripartiamo per i due km che ci separano dal traguardo. 

Le gambe a questo punto vanno, io mi sento benissimo, penso che non solo ce l’ho fatta -cosa che penso dal 17esimo km- ma che è anche già praticamente finita! Vediamo l’Arena, un mezzo giro esterno, l’ingresso. E’ finita.

No, non ancora: l’emozione più grande è adesso: quanti saranno quegli Urban Runners, i veloci della 25 km insieme a quelli che hanno concluso la 15 km e la 9.9 km, lì in curva a tifare per noi? Sento praticamente un boato, riconosco troppe facce, ci incoraggiano, ci danno il cinque, a me vengono le lacrime agli occhi e un groppo in gola. Mi carico come una molla e l’ultimo mezzo giro di pista è velocissimo: “Nico, mi sa che forse ho sprintato un po’ troppo” [Garmin mi darà gli ultimi 500 metri a 4’58”].

Arriviamo per mano, sorrisi a non finire.

   

Dietro di noi, ad un paio di minuti, ecco arrivare anche il gruppone Urban Runners. Vedrò poi Francesca ed Elena. Iniziamo a festeggiare, si stappa anche una bottiglia. Prima di andare a pranzo, aspettiamo in Arena l’arrivo di Constantin e lo scortiamo  mentre taglia il traguardo della sua incredibile 25 km con Torre Isozaki. I momenti di commozione per me continuano.

 

In conclusione, ho mantenuto un passo lento, tranquillo, quello che fino a 15 giorni fa avrei detto troppo lento, ma sono arrivata e arrivata felice, sana, senza dolori e sorridente. Oggi gli amici Urban Runners mi fanno notare che Il Giorno ha scelto una foto di me e Nico per l’articolo sulla Salomon: siamo sulla scala che precede l’ingresso alla Torre Allianz, abbiamo percorso circa 20 km e stiamo per affrontare 23 piani di scale in salita. Sorridiamo, anzi, ci stiamo proprio divertendo. 

Stamattina ho riscritto una mail al coach, raccontandogli sommariamente della gara di ieri: non è ancora giunta l’ora di darmi agli scacchi, qua si continuerà ad allungare le distanze!

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Lierac Beauty Run: la mia prima volta da Pacer

Era esattamente un anno che non partecipavo a gare sui 10 km, ma in un anno di programmazione di mezze maratone, sapevo fin dall’inizio che alla Lierac Beauty Run non avrei rinunciato: già l’anno scorso l’ottima organizzazione e il ricco pacco gara mi avevano convinto! Sapevo anche che avrei corso, appunto, per il pacco gara, per la compagnia e per il divertimento serale dei miei figli, non certo per la prestazione, considerato l’orario di partenza -che coincide quasi con quello a cui abitualmente vado a dormire- e il caldo assurdo delle serate di giugno a Milano. Ma lo sapete, vi avevo anche già invitati qua, qualche settimana prima della gara.

Quando si è presentata l’opportunità di candidarsi come Pacer, ci ho pensato due volte sì, ma poi ho deciso di provare: il pacer, o lepre, è colui che garantisce a chi lo segue un determinato passo costante per il raggiungimento del traguardo in un tempo ben preciso dichiarato in partenza. Per me, da runner, il pacer è quello con i palloncini che cerco con lo sguardo qualche centinaio di metri avanti a me, quello che quando sorpasso è perchè sto andando bene, quello che se mi supera è segno che difficilmente raggiungerò il mio tempo; da candidata pacer, esserlo significa avere una responsabilità, quella di portare al traguardo chi corre, garantendo l’andatura, ma anche incoraggiamenti ed entusiasmo.

Sì, alla fine sono stata scelta come pacer, insieme a Claudia e Susanna, splendide compagne di viaggio, per chi avesse voluto correre i 10 km in 1h05′, ovvero con un passo di 6’25/6’30” a chilometro, il mio ritmo chiacchiera preferito.

E ora, il racconto lo dedico, più di tutto, a voi, splendide donne, ognuna con la propria battaglia nel cuore, che avete inondato la città di energia, sorrisi e bellezza. Mi perdoneranno gli uomini che hanno corso, se mi verrà da parlare al femminile.

La giornata di sabato era caldissima, ma alle 16.00 ero già in Arena: quest’anno l’organizzazione mi è sembrata perfetta, venivano addirittura distribuiti ghiaccioli e bevande fresche, le code erano snelle e gli stand organizzati molto bene; dal palco l’animazione coinvolgeva le runner e, dall’altro lato del campo, EcoLife regalava massaggi sportivi, eccellenti come sempre. A me un massaggio pre-gara, a Gaia un’acconciatura allo stand Phyto.

Da parte mia, dopo aver curiosato nel pacco gara, questa volta, per la prima volta, avendone l’occasione, ho fatto subito personalizzare la maglietta: come spesso accade, si hanno sempre idee brillanti tranne quando si è costretti a trovarle in pochi istanti. Alla fine, non ho fatto scrivere il mio nome, ma quello che mi gridano i miei bambini quando corro, “Supermamma”, che può sembrare banale, ma mi ricorda sempre che, nel mio essere normale, qualcuno a volte riesce a percepire uno sforzo in più, o addirittura qualcosa di straordinario, di…super!

In realtà, nel corso della giornata, mi sono trovata a cambiare ben tre maglie: la prima, quella ufficiale, quella personalizzata, la Mizuno con uno scollo stupendo e un colore che sta bene a tutte; la seconda, quella della mia squadra, gli Urban Runners, quella di cui vado fiera, quella nera che mi sta molto bene, quella con cui ho fatto le foto di rito e con cui sono stata investita del ruolo di pacer; la terza, quella gialla fluo che mi identificasse per tutte le runner come pacer per la 10 km. Nel frattempo, mentre Gaia e Luca giocavano al Kikolle Kids Village e poi con il papà e il pallone da rugby nel prato, presentate le crew e terminato il riscaldamento collettivo, dopo il briefing pacer e fatto un po’ di casino, abbiamo iniziato a prepararci.

Magliette gialle, pettorali spillati, palloncini annodati, il sole che calava e noi pacer, disposti nel campo: dietro di noi iniziavano a radunarsi le runner che avremmo accompagnato al traguardo. Sorridevo, pensando che questa volta non ero io a dover fare i calcoli di andature, passo, tempo finale, pensare alla strategia di gara, cercare i palloncini da seguire: questa volta ero dalla parte di chi spiegava il passo che avemmo tenuto, l’obiettivo, il percorso (e sì, anche le differenze tra la 5 e la 10 km).

Alle 20.30, circa, inaspettatamente e piacevolmente si è alzato un leggero venticello e, pian piano, ci si è posizionati in griglia: calcare la pista dell’Arena è sempre un’emozione, farlo in un gruppo prevalentemente di donne, con l’energia che solo noi possiamo sprigionare, lo è ancora di più, farlo con la responsabilità di portare qualcuno al traguardo è stata gioia immensa!

Continuavo a pensare che, se il pacer dei 45′ generalmente si trova a spronare runner presumibilmente desiderosi di migliorare il loro miglior tempo, io, quella sera, come pacer dei 65′ avrei avuto da spronare runner desiderose di chiudere la gara, magari la loro prima 10 km, runner che avrebbero esultato anche solo per il fatto di essere arrivate al traguardo: e io ce li avrei portate!

Start! Si parte, prima la 10 km competitiva e non, poi la 5 km, in una nuvola di coriandoli rosa; sorrisi per noi stesse, sorrisi per i fotografi, sorrisi per la bella città che abbiamo attraversato in un momento quasi irreale: sabato sera, le strade tutte per noi, le luci del tramonto in una Milano che, anche se noi corriamo, sembra rallentare e fermarsi al nostro passaggio.

Ho cercato di dare il massimo, cercando non solo il ritmo costante che vi avevo promesso, quello che era scritto sui miei palloncini rosa e nero, ma anche incoraggiandovi, indicandovi gradini, pavè, rotaie, sorreggendovi le bottigliette d’acqua e rispondendo ai quanto manca?, a quanto siamo?, non so se accelerare adesso, che dici?. Nell’ultimo quarto di pista, Gaia e Luca hanno corso con noi tre pacer, mano nella mano con me, tirandomi e provando uno scatto finale con grande soddisfazione.

Ho visto tanta fatica, un caldo pazzesco che ha toccato tutte noi, ho visto donne che non hanno mollato, ragazzine entusiaste e veloci, papà che al secondo km ci hanno affidato le loro figlie dicendoci che le avrebbero aspettate all’arrivo, donne che hanno rallentato e poi ripreso, donne che si sono godute il momento, la festa, la città, quei 10 km tutti nostri, donne dai sorrisi increduli e felici sulla finish line.

Poi sono rimasta lì ancora un po’, sulla finish line, intendo: ho corso la mia gara da pacer, non per me stessa ma per voi, per il vostro risultato, per la vostra felicità, per il vostro traguardo. E allora ho scelto di godermelo un po’ il vostro successo, facendomi riempire il cuore dai vostri sorrisi dell’arrivo, dai visi sconosciuti ma uniti da quel traguardo comune, dalle facce stanche ma incredule, dai volti sudati ma felici: vi ho dato il cinque, vi ho fatto i complimenti, vi ho detto che siete state bravissime, ragazze, ce l’avete fatta, questa Lierac Beauty Run l’avete vinta tutte voi!

Aspettati gli ultimi arrivi, sono tornata dai miei figli e dal marito, dai miei Urban Runners, ho approfittato velocemente del ristoro e poi mi sono nuovamente sdraiata nelle mani di EcoLife e, nello specifico, di Serena che, piccolina ma potente, mi ha incredibilmente messo a posto il piriforme che mi faceva disperare da diversi giorni.

 

Insomma, una giornata perfetta in cui di più non avrei potuto chiedere, in cui ho ricevuto molto e, mi auguro, restituito altrettanto; della mia felicità non posso che ringraziare l’organizzazione impeccabile, Lierac, EcoLife, i miei compagni di avventura ma, soprattutto, ancora una volta, gli Urban Runners, la mia Squadra, che mi ha dato la possibilità di vivere questa esperienza da un punto di vista privilegiato, con un ruolo importante in cui mettermi alla prova, mai sola, ma anche questa volta affiancata da chi non ti lascia mai.

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Sarnico Lovere 2017: c’è vita oltre i 21 Km.

Finalmente è arrivata la Sarnico-Lovere, gara lunga poco più di 25 km per la quale l’anno scorso non mi sentivo pronta. Quest’anno era lì che mi chiamava, a detta di tutti una gara meravigliosa per i paesaggi, oltre la distanza che fino ad ora era stato il mio limite, corsa da godermi senza altri obiettivi.

L’idea era quella di correrla tranquilla (a circa 6’/km per i primi 15 km, per poi eventualmente accelerare), possibilmente farla in compagnia e godermi il tutto. A seguire pranzo con gli Urban Runners.

Ritirati i pettorali il giorno prima, domenica incontro un sacco di facce amiche e inizio ad entrare nel clima di festa che immaginavo per questa corsa: Elena, Davide, il gruppone UR… Nico e i bambini si appostano poco dopo la partenza, io nell’ultima griglia, anzi, tra gli ultimi dell’ultima griglia, in buona compagnia.

 

Si parte, ci si ferma. Ah no, si parte. No, ci si riferma. Il primo chilometro è a singhiozzo, 4000 runners intasano il primo tratto di strada: noi delle retrovie ci ridiamo su e sorridiamo ai fotografi. Per i primi tre/quattro chilometri il gruppetto dei 6’/km è abbastanza compatto, mi raggiungono altri amici a sorpresa, e ancora sorrisi e chiacchiere. Corro con Cristina, oscillando tra i 6′ e i 5’45”, a noi si affianca Fede di Udine, che si trova bene al nostro passo, e proseguiamo insieme. Fa molto caldo, lo sento subito, i battiti sono già alle stelle; in più la gara non è certo pianeggiante come mi avevano detto (quasi) tutti: come dico sempre, io corro a Milano, per me “gli scivoli dei marciapiedi sono salite”, la Sarnico Lovere è un continuo saliscendi

Poco prima del quindicesimo chilometro, inizio a sentire la bandelletta che probabilmente è un po’ stranita da quel passo lento e pesante unito ai saliscendi: dopo il ristoro, saluto Cri e Fede, chiedo loro di andare avanti in modo da gestirmi da sola. Mi fermo per bere al ristoro e, mentre cammino per finire la mia acqua, mi sento chiamare: Francesca e Daniela, belle come il sole, sono lì dietro di me.

Proseguo con loro ed è a quel punto che la corsa si trasforma: sorrisi e chiacchiere da una parte, e un paesaggio che inizia ad essere davvero emozionante. Tutte noi tre siamo un po’ provate, chi dal caldo, chi da acciacchi, ma corriamo insieme, rallentiamo a turno l’una per l’altra: nessuna di noi ormai può andare a podio e decidiamo di divertirci insieme. Tra avvistamento di asinelli, selfie e “ragazze, fotografo!”, arriviamo al ristoro del ventesimo chilometro, mentre io continuo a sognare all’arrivo gelati giganti e un tuffo nel lago (in realtà non mangerò gelati e non puccerò neanche i piedi in acqua).

 

Poco dopo il ristoro, Daniela ci dice di andare avanti, che ci raggiungerà. Siamo titubanti, ormai si finisce insieme, ma lei insiste. Proseguiamo Francesca ed io fino al km 23, un po’ a singhiozzo, ma sempre senza mancare i fotografi, perchè di sorrisi ne abbiamo ancora in abbondanza. Ad un certo punto anche Francesca mi dice di andare avanti: non so se aspetterà Daniela, o se mi raggiungerà dopo: le chiedo un paio di volte se sia sicura e mi pare convinta, quindi continuo da sola. A questo punto ho anche voglia di arrivare al traguardo, sono quasi due ore e mezza che sono sulle gambe.

  

L’ultimo tratto di gara è in discesa, si vedono runner che tornano a ritroso, segno che effettivamente il traguardo è vicino; un’ultima breve salita (Sì, ok, salita. Salita. Salita. Se, appoggiando sulla strada una pallina, questa rotola in giù, evidentemente non si tratta di piano, questa è la mia tesi), curva e traguardo. 

Vedo Nico e i bambini, corro con loro l’ultimo tratto, con Luca inizialmente un po’ indeciso, che poi mi prende per mano e corre velocissimo tra chi fa il tifo per noi e me che grido “dai che vinciamoooo!”.

   

E’ un bel traguardo, in tutti i sensi: l’essere arrivata con i bambini, e l’aver concluso una gara “oltre”, oltre il mio limite, oltre i minuti a chilometro, oltre il Garmin al polso. Non sono emozionata come pensavo che sarei stata, forse perchè non l’ho vissuta come una gara, ma come una semplice corsa, o forse perchè “fatti 21, se ne fanno 25,3”, ma va bene così.

Come dice Francesca, adesso sono un’ULTRA-MEZZA-MARATONETA

Il fatto che abbia voglia di sperimentarmi di nuovo oltre i 21km è un buon segno, il fatto che, per la prossima volta, abbia voglia di farlo più seriamente, ancora meglio.
Intanto però, largo all’estate, al caldo, ai battiti alle stelle, alle soste alle fontane: inizia il periodo degli allenamenti a lungo termine e delle competizioni senza grandi obiettivi, delle corse in compagnia e delle gare che sono pretesti per weekend fuoriporta. La Moonlight Half Marathon di Jesolo, ad esempio?

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Tra Milano e Roma, io finisco in Veneto: la mia improvvisa Rovigo Half Marathon 2017

2 aprile, giorno di maratone: corrono tutti, divisi tra Milano e Roma, la maggior parte sulla distanza regina, un buon gruppo in staffette solidali. Io no. 
Io, per vicissitudini varie, finisco in Veneto da papà, iscritta quasi all’ultimo momento alla mezza maratona di Rovigo (in programma ci sarebbe stata la maratonina dei Dogi, ma si terrà il prossimo weekend, e io sarò impegnata alla prima Stramamete di Gaia, la corsetta-passeggiata della sua scuola elementare).

Rovigo Half Marathon: gara Fidal, tracciata TDS, scoperta per caso su internet, con pagine Facebook e Instagram poco gestite, informazioni invece discrete sul sito; siamo alla terza edizione, numero di iscritti alla mezza circa 850, di più quelli della 10k, a cui si aggiungono i partecipanti alla stracittadina di 3,5 km.
Il mio primo pensiero è circa il percorso e il dislivello, ma un’amica mi conferma che la città è pianeggiante, e così ribadiscono su runningforum. Il secondo pensiero, scherzosamente, è: con questi iscritti, io arriverò ultima. Il terzo pensiero è: speriamo che non faccia il caldo che c’era l’anno scorso a Padova.

Venerdì sera andiamo da mio papà, con i bambini felici di poter andare a casa del nonno lontano e di giocare nella sua soffitta: passiamo il sabato ad un parchetto all’aperto (no, io non rinuncio alla mia oretta e mezza di sonno pomeridiano) e poi, sul tardo pomeriggio, andiamo a Rovigo per calcolare tempi e distanze e ritirare il pettorale.
Scoperto che impieghiamo circa un’ora di auto e che la città è piccolina, ritiro senza problemi il ricco pacco gara (maglietta tecnica, un pacco di pasta, uno di riso, una bottiglia di passata di pomodoro, due lattine di aranciata amara, una bottiglietta di tè freddo, una barretta…) e riusciamo ad iscrivere Gaia e Luca con nonno e papà alla stracittadina.

Siamo tutti contenti, io perchè penso che così occuperanno un po’ il tempo prima del mio arrivo, i bambini -Gaia soprattutto- perchè è la loro prima iscrizione ufficiale con tanto di maglia tecnica, Nico e il nonno perchè si starà insieme e potranno visitare la città.

Domenica mattina le previsioni non si smentiscono e, con mia grande gioia, più ci avviciniamo a Rovigo, più il cielo si rannuvola. Arriviamo in zona partenza con circa mezz’ora di anticipo, un gran vento freddo, un po’ di gente che fa riscaldamento. E io, guardandoli, penso che sì, arriverò ultima. Ci sono maglie “ufficiali” di tre colori: blu per la mezza maratona, verde per la 10k e azzurra per la stracittadina. La griglia è una unica: lo speaker dà indicazioni sull’ordine di partenza, ma in realtà è un gran mucchio di maglie miste. Questa volta, immaginando la situazione e considerando il numero di iscritti sulla 21k, parto piuttosto davanti (avrò circa 15 secondi di real time).

Se la musica e la presentazione dei top runner in griglia fa ben sperare, la partenza è fiacca: non viene annunciata, si sente uno sparo che assomiglia ad un palloncino che scoppia, un mormorio generale e il fiume che inizia a scorrere. Il Garmin improvvisamente mi avvisa che è passato il primo km: non solo è troppo presto, ci sarà un errore, avrà perso il segnale, ma risulta anche troppo veloce. Decido di controllare e dopo pochissimo suona il secondo km, e poi il terzo: ho quasi il dubbio di aver impostato per errore -è nuovo, ha 15 giorni di vita ed è la prima volta che lo uso in gara- dei lap diversi dal km, quando il cartello del quarto compare mentre l’orologio vibra di nuovo.

Cavolo, in Sardegna i km non passano mai, a Rovigo volano! Primo ristoro: bottigliette d’acqua per tutti, bevo e riparto. Al settimo km mi rendo conto che non riesco a rallentare e che sto ripetendo il solito maledetto errore, lo stesso commesso a Roma: sono troppo veloce rispetto al mio passo, rischio di scoppiare. Poco più avanti di me c’è un runner non giovanissimo -diciamo così- che sembra avere un passo costante: 

-A quanto la fai?
-Mah, 5’30”
-Ah, provo a seguirti per un pezzo, va bene?

Scopro che lui è di Rovigo, abita a 200 metri dalla partenza; gli dico che io invece abito oltre 200 km, che sono in Veneto da mio papà, che è la prima volta che vengo a Rovigo. Lo avviso allo scadere dei km perchè scopro anche che corre con un normale cronometro che non gli dà esattamente il passo: lo calcola man mano per assestarsi. E’ lì che, dopo un paio di km, preferisco affidarmi di nuovo a me stessa -dopo aver osservato che di voglia e fiato per chiacchierare ne ho parecchi.
Km 9: prendo il mio GU. 
Km 10: bottigliette d’acqua, anche stavolta ce n’è per tutti in abbondanza. Qua gli ultimi non restano a bocca asciutta.

Nel frattempo il cielo è più che nuvolo e il vento è decisamente forte e freddo e, soprattutto, non capisco come mai, in un senso o nell’altro, il vento sia sempre contrario e mai a favore. Sto andando bene, continuo a pensare di essere troppo rapida e spero di non cedere più avanti. Il tifo è scarso, anzi, direi nullo: intorno al dodicesimo, o forse un po’ prima, una signora anziana per strada si sbraccia felice al grido di “Bravi! Brava! Che bello, quanti! Sembra di essere a Roma!”, rido e passando faccio io il tifo per lei, ringraziandola e complimentandomi.

Nel frattempo arrivano anche il km 13, il 14 e anche il 15. E’ qua che mi trovo davanti la biondina dalla maglia inconfondibile -con un’enorme scritta verticale che avevo letto bene- che al secondo chilometro mi ha tagliato la strada accelerando e sbuffando… e improvvisamente me la ritrovo dietro. 
Un altro ristoro, l’ultimo, e si riparte. Km 17, km 18: guardo il tempo totale, so che ad essere qui in 1:41 la gara andrà bene, vedo che ci sono in 1:39 e inizio a crederci. Se fino a quel momento la gara, dal ritiro del pettorale, alla struttura del percorso, al paesaggio, mi ha ricordato la Cremona Half Marathon, adesso penso a Jesolo e a Pisa: le gambe girano sulla ciclabile, davanti a me nessuno, dietro nemmeno, io sto bene e inizio a vedere il traguardo.

Km 19: si rientra in città: la media è la stessa della gara di Pisa, potrei chiudere in 1:56. 
Km 20: mi lascio alle spalle anche le due ragazze vicine a me in partenza e scomparse rapide all’orizzonte.

Ci sono, posso chiudere in 1:56 e rotti, oppure accelerare leggermente e provare a fare di meglio. Sto bene, da una parte lo sforzo in più mi richiederebbe una fatica che non ho molta voglia di provare, dall’altra so che se non avrò dato il massimo in quell’ultimo km e un pezzo, se dovessi mancare il personale per una manciata di secondi, lo rimpiangerei infinitamente.

E allora spingo. Mi chiedo che cosa farà Nico con i bambini: gli ho chiesto di farli correre con me al traguardo se arrivassi tra l’1:56 e l’1:58, ma non se fossi in odor di personale o al limite sotto le due ore. Ci siamo, vedo in lontananza la curva del 21esimo ed eccoli lì, Gaia e Nico e poco più avanti mio papà e Luca: mi chiamano, li saluto felice, do il cinque a mio papà (vorrei darlo a Luca, ma ha la mano al contrario, accidenti!!), mi precipito sugli ultimi 97 metri.

E’ lì, davanti a me, il tappeto blu che mi porta al traguardo. Spingo più che posso, non guardo l’orologio, non vedo il tempo sul tabellone. Vedo che sorpasso una manciata di runner affaticati, io sto benissimo, ci sono, qualcuno nella folla a destra mi incita, arrivo

Davanti a me trovo facce anonime, sorridono ma non gioiscono con me. Accidenti, gente, è il mio miglior tempo di sempre: glielo dico, abbozzano, cerco la brillantezza dei romani alla Roma Ostia, un po’ di entusiasmo, o almeno il fotografo. Sì, lui sì, deve aver percepito che per me è più che un traguardo. 
Tempo ufficiale: 1:55:17. 

  

Il pensiero torna ai maratoneti di Milano e Roma, loro stanno ancora correndo: mi mancano gli Urban Runners al traguardo, festeggio felicissima, ma sento che manca un pezzettino. Me la sono goduta, non sono affaticata, non so come sia stato possibile, non mi sento in forma come lo ero a Pisa, non ho avuto una tabella così pesante, non mi sento così allenata, ho qualche kg di più, eppure… Festeggio, festeggio alla grande: mio papà assiste per la prima volta dal vivo all’euforia di una gara andata bene, non parlo d’altro, voglio sapere anche come l’hanno vissuta loro da spettatori in attesa, voglio riviverla, ricordare i momenti.

E poi voglio la ricompensa e andiamo tutti al ristorante!

Rovigo Half Marathon, CON LE GAMBE E CON IL CUORE (dice il payoff).
Proprio così.

La prossima? La prossima è a breve, sarà una gara nuova, che non conosco, una gara da godermi tutta, che mi porterà a vedere se c’è qualcosa oltre i 21 km.

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Giulietta&Romeo Half Marathon 2017: viva il contorno!

“Verona sarà di allenamento per riabituarti alla distanza, la Roma-Ostia per emozionarti, la Sarnico-Lovere per allungare un po’”.
In sintesi, è questo il mio calendario gare concordato con il coach a inizio anno: si parte con la Giulietta&Romeo Half Marathon, la mia terza mezza a Verona, la mia terza GGRHM (una staffetta e due 21K), probabilmente la mia ultima gara in questa città perchè, diciamocelo, città che amo, ma aggiungendo anche un paio di 10k, ormai per me è come correre in Martesana.

Ho parzialmente disobbedito al coach che mi aveva suggerito, tra la mezza di Pisa del 18/12 e la ripresa del 13/1 di fare brevi corse lente di una mezz’oretta, ma ho ceduto al fascino dello Sri Lanka e alla voglia di fare andare le gambe senza troppo pensare a tempi e distanze; il punto è che mi sono poi ritrovata una tabella di “ripresa dopo un mese di presunto stop”: piuttosto noiosa, poco impegnativa, ripetitiva, senza esercizi specifici se non qualche allungo. 
Nel frattempo, arrivata in forma a Natale, mi sono lasciata andare dopo l’epifania, per arrivare impreparata di gambe, fiato, fisico alla mezza di Verona.

Nessuna aspettativa, dunque, nè purtroppo troppa voglia di correre questa gara: pensieri pesanti, poco entusiasmo, assenza dei bambini all’arrivo -rimasti a Milano con la nonna Kiss-, scarso interesse per il percorso, zero motivazione. Nico avrebbe corso anche lui la sua prima vera gara: per Natale gli ho regalato il tesseramento Urban Runners ma con l’obbligo la richiesta che corresse le proprie gare in autonomia, non per me, aspettandomi sì all’arrivo, ma lasciandoci liberi di gestirci ciascuno per conto proprio.

Venerdì siamo partiti per Garda e sabato mattina, nella tipica pioggia dei weekend di gare veronesi, abbiamo ritirato il pacco gara; pomeriggio in relax davanti al camino, qualche boccone di cibo inadeguato alla vigilia di una competizione, una cena abbastanza sana, a letto per le ventitrè. Nel frattempo, la chat Urban Runners squillava, a ricordare a tutti che siamo una famiglia e che nessuno avrebbe corso da solo.

Indecisi sull’organizzazione logistica, domenica ci dirigiamo direttamente alla partenza, consegna sacche e ritrovo con gli UR nel palazzetto. Mentre usciamo, una voce mi chiama: Marianna, delle R4M è lì per la staffetta, mi ha visto anche questa volta; è la donna delle sorprese, ci incontriamo sempre, ad ogni gara, pur senza metterci d’accordo, ha un sorriso fantastico e una parlantina strepitosa, peccato solo non avere ormai più tempo per chiacchierare. Andiamo in griglia. Sono tranquilla, al punto che -ci rido su con Paola- non solo non corro in incognito, ma cazzeggio serenamente con gli altri, scattiamo foto, ascolto musica… Ciò che desidero è correre tranquilla, cercando di trovare qualcosa di bello perchè questa mezza non sia soltanto dovere; l’aspettativa cronometrica che ho è di chiuderla tra l’1:58 e le 2:03, ma mi riservo di gestirmi strada facendo. 

Partiamo in fondo tutti insieme, Nico ed io ci separiamo dopo i primi 300 metri, sto con il gruppetto UR per poco di più, poi inizio la mia gara: quest’anno mi sembra che l’ingorgo iniziale duri per troppi km, sono già nervosa e naturalmente parto già forte. Oddio, “forte”, diciamo che parto con quello che dovrebbe essere il mio ritmo gara a cui sarei dovuta arrivare gradualmente. Al terzo chilometro, insieme al caldo che mi fa subito alzare le maniche della maglia, trovo Rudy: entrambi con gli auricolari, ci salutiamo con lo sguardo, termineremo la gara insieme senza dire una sola parola, solo scambiandoci occhiate reciproche. 

Sesto km, ristoro: sento una ragazza che esclama “questi primi 5 km sono volati”, io non la penso così, ma mi dico invece che ne mancano solo 15 (+1). Arrivo al decimo, non guardo il passo nè do retta al Garmin quando vibra ad ogni chilometro: ogni tanto do un occhio alla media e sì, mi dico che sono già a metà e sta andando bene.
Tredicesimo: basta, ho già perso il conto dei saliscendi / salite / falsipiani / comeaccidentivogliamochiamarli, le mie gambe sono pesanti, devo rallentare, non ce la faccio. Non voglio dirlo, non voglio dirmelo: per la prima volta la mia testa funziona benissimo! Mi basta arrivare al quattordicesimo, perchè mi manchi solo un terzo di gara; lì, in realtà, concordo con me stessa che sarà al quindicesimo, al ristoro, che potrò concedermi di prendere fiato; il ristoro però è quasi al sedicesimo, recupero ma rimando ogni rallentamento al diciassettesimo.

A quel punto, mi dico che ne mancano solo 3(+1), la mia media è buona, forse posso rallentare un po’ e allo stesso tempo avere anche una soddisfazione cronometrica: facciamo che arrivo al 18esimo e poi vediamo, lì ne mancheranno davvero solo tre di chilometri, quello che è abitualmente il mio riscaldamento. Al diciottesimo, anche questa volta, penso ad Alino: l’anno scorso, a quella che doveva essere la mia prima vera mezza, nella stessa circostanza, mi aveva promesso che, terminata la sua gara, sarebbe tornato indietro per portarmi al traguardo, poi -pur avendo fatto avanti e indietro un paio di volte- non ci eravamo incrociati. Sorrido al ricordo. Questa volta sono sulle mie gambe, c’è Rudy che mi tiene d’occhio, ci sarà Nico al traguardo perchè sicuramente ha già finito, ma questa gara non passa mai. All’improvviso, ecco Valentina, una ragazza del gruppo dei Runlovers: è almeno un anno che ci conosciamo virtualmente e ci scriviamo spesso, ma non ci siamo mai incontrate. Mi chiama, mi tocca una spalla, è lei: purtroppo non ho fiato per parlare, lei sgambetta agile, io no, ma ci salutiamo con entusiasmo.

Arriva anche il diciannovesimo, poi il ventesimo, l’Arena: quasi inciampo sul tappeto di ingresso in arena, non ne posso più, ho rallentato appena, respiro ma le mie gambe sono di pietra. Cerco i fotografi, che ho ignorato per tutta la gara: anche questa volta non li vedo (l’anno scorso ho detto che non ce n’erano in Arena e poi mi sono ritrovata con delle foto in cui sorrido guardando dritta nell’obiettivo), ma chissà, magari loro invece mi hanno inquadrata a dovere. E’ finita, ecco la breve rampa titagliolegambeadessoselehaiancoraintegre e il rettilineo finale: accelero, voglio finirla, voglio arrivare prosciugata e con la sensazione di aver dato il massimo.

Così è: 1:59:33, la mia faccia all’arrivo non è sorridente, sembro invocare dell’ossigeno, ho quasi i crampi alle gambe e mi devo appoggiare per riprendere fiato. Ci sono Nico, Valeria e Alino ad aspettare tutti, ad aspettare anche me, Rudy scappa subito. E’ andata, sotto le due ore, perfetto. 

Poco dopo arrivano altri UR, ci salutiamo e mi precipito a bere al ristoro. Mi sento chiamare per nome, mi giro, ed ecco Elena, un’altra R4M: sapevamo entrambe che saremmo state presenti, non ci siamo date appuntamento, abbiamo sperato di incontrarci tra i 6500 partecipanti, e questa volta così è stato. Un’altra amicizia virtuale, un’altra mamma in gamba che corre, un’altra fotografia che diventa -dopo mesi- volto reale: la mia impressione è di conoscerci da sempre, ci abbracciamo con gioia, finalmente ci siamo viste di persona!

Nico ed io ritiriamo le sacche e ci cambiamo in piazza: mi sto infilando le scarpe e un’altra voce mi chiama per nome, questa volta è Francesca, uno dei sorrisi più belli che io abbia conosciuto. La prima volta che l’ho vista, io ero ferma con Nico nei pressi dei conigli sulla Martesana, lei arrivava correndo indossando una maglia UR, l’ho salutata: “Ciao, anche tu sei Urban Runners?”, e poi le presentazioni reciproche e il ritrovarci a correre, sugli stessi percorsi, mai insieme, a mezz’ora di distanza nelle albe milanesi. 

Saliamo sulla navetta, prendo in mano il telefono: Marta mi ha scritto chiedendomi come fosse andata e accennandomi alla sua gara, non sapevo fosse a Verona anche lei. Le rispondo su whatsapp, vorrei salutarla dal vivo, magari è ancora in giro: le chiedo dove sia ed è su una navetta. Quella che è appena partita. Quella che si è appena fermata. Come la mia. Io sono in fondo. Io a metà. Ci cerchiamo e siamo sullo stesso autobus che ci porta, insieme, al palazzetto.

Con Nico, recuperiamo l’auto e torniamo in centro a Verona per mangiare: facciamo in tempo a salutare Paola e Roberto, purtroppo dobbiamo rinunciare al pranzo con gli Urban Runners perchè si farebbe troppo tardi e dobbiamo tornare dai bambini a Milano.
Il bilancio della gara si è trasformato: dove mancavano motivazione ed entusiasmo per la corsa in sè, gli incontri, le facce inaspettate, i sorrisi, le coincidenze e il solito senso di appartenenza a qualcosa di bello e positivo, il “contorno”, hanno fatto il resto. In più, anche il risultato della corsa è stato positivo. 

Ora, in settimana avrò di nuovo il test del lattato e poi via, verso i 2,5 km di salita a metà della Roma-Ostia: è per emozionarmi che l’ho scelta, no?

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Cangrande Half Marathon 2016: ansie da prestazione

E’ passata ormai quasi una settimana dalla mia, nostra Cangrande Half Marathon, gara non esattamente memorabile. Sono arrivata carica di aspettative, dopo il successo inatteso alla mezza di Cremona e dopo un mese di durissima tabella, con allenamenti nuovi che, per la prima volta, mi hanno provato fisicamente e mentalmente.
Il giovedì prima della gara, mentre gli Urban Runners iniziavano a partire per la maratona di Valencia, mi è subito venuta in mente una cosa che mi aveva detto Yuri: non gli sembrava normale che io stessi bene, mi divertissi e provassi soddisfazione in tabella, mentre vivessi male e non riuscissi a godermi il giorno della gara. Questa volta sentivo che qualcosa era cambiato e gliel’ho scritto:

“Non ne posso più di questa tabella di mer*a che per questo mese mi ha fatto sputare sangue!! Domani ho un lentissimo di mezz’ora e poi grazie al cielo me ne libero!!! Insomma, finalmente domenica posso correre come caz*o mi pare, anzi, come caz*o mi viene!!! Ecco, è la prima volta che mi succede, io a questo giro questa tabella di mer*a l’ho odiata. Tu un giorno mi hai detto <Io non capisco, tu la tabella la dovresti odiare!>: Yuri profeta, tabella di mer*a, cardiofrequenzimetro al rogo!”

Con questo spirito sono partita venerdì sera con Nico per Garda. Ci siamo regalati un aperitivo con un bicchiere di vino rosso e pesce di lago, una cena fuori leggera e sabato mattina siamo andati a ritirare il pacco gara. In generale, la voglia di correre la gara era a quel punto molto bassa, scherzando ci dicevamo che sarebbe stato bello goderci prima o poi un weekend senza bambini ma anche senza gare e senza impegni..! Nel pomeriggio, sentiti Fabio, Marco e Rudy, due Urban-Runners-più-uno che avrebbero corso la maratona -quella intera-, ho iniziato ad avvertire da una parte la voglia di sfidarmi, dall’altra l‘ansia da prestazione e il desiderio malsano non di correre, ma che fosse già finito tutto. In serata Nico ed io siamo usciti per una passeggiata di due ore e un quarto nel buio del lungolago deserto.. giusto per sgranchire le gambe e distrarci.

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Domenica mattina abbiamo provato ad incontrarci con gli altri per una foto collettiva, ma senza riuscirci: abbiamo visto Fabio, nella gabbia che precedeva la nostra, e abbiamo corso i primi 100 50 20metri.. va beh, siamo arrivati fino al gonfiabile della partenza ufficiale insieme, poi ciascuno ha iniziato la propria gara.

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Poco dopo la partenza mi sento chiamare da dietro “Ciao Urban Runner! Io sono una Woman In Run!”: non ci conosciamo, ma conosciamo le nostre rispettive famiglie sportive milanesi e trovo che sia bellissimo salutarsi ed incoraggiarsi, semplicemente accomunate dalla passione e dalle strade che percorriamo.

Parto forse un po’ troppo veloce, ma come per Cremona decido di non guardare il Garmin se non al termine del chilometro e di correre come mi sento; fa inaspettatamente caldo, al primo ristoro penso di togliermi la maglietta a maniche lunghe, cosa che fortunatamente non faccio, visto che poi attraverseremo campagne, nebbie in un’aria decisamente fredda. Al km 7 inizio a sentire delle fitte ai fianchi -saranno anche state fitte immaginarie, ma i dolori a sinistra mi sono durati fino a mercoledì sera- e le gambe pesanti: non girano, non riesco ad allungare neanche nei tratti in discesa. Faccio l’errore di verbalizzarlo a Nico: “Oggi non va”. Al km 10 bevo e recupero un po’, per poi iniziare a calare con gambe e testa: mi arrabbio con me stessa, guardando a posteriori i parziali in modo ingiustificato, me la prendo con la tabella, le sveglie all’alba, il mio coach, i sacrifici e gli sforzi, i soldi, l’impegno, la costanza.. tutto mi sembra vano, io non miglioro, io in gara non ce la faccio. Non-ce-la-faccio.

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Al km 13 mollo il colpo. Cammino per il tempo necessario per prendere un GU, chissà che non avvenga un miracolo. Ricomincio, rallento, accelero, Nico mi rimprovera, io me la prendo, litighiamo.
Non c’è niente da fare: di fiato sto benissimo, ne ho un sacco, corro sprecandone tantissimo in insulti, accuse e promesse a me stessa. “Basta, con la corsa ho chiuso, non ne voglio più sapere di tabelle, gare, ripetute…ripetute da nove minuti, capito? Basta!! Da domani solo yoga, anzi, pilates, anzi, zumba! Ecco, Z U M B A!”. (Nico mi confesserà poi che a quel punto gli veniva da ridere, ma temeva per la sua incolumità).

Km 16, il ristoro.
Km 17 rallento ulteriormente.
Km 18 crampi ai polpacci. “Fermati a lato strada, mettiti a terra”, “No, finiamo ‘sta caz*o di gara, chè non ne posso più!”

Finish line, traguardo, medaglia. Il tempo ufficiale è di 2:03:54, un’enormità.

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Non c’è soddisfazione, c’è delusione, c’è rabbia, ci sono per la prima volta sconforto e desiderio di mollare. Che io corra a caso o che corra in tabella, ottengo i medesimi risultati in gara; so che i miglioramenti ci sono e sono notevoli, ma se non riesco a metterli a frutto e ad allenare anche la mia testa alla competizione, tutto lo sforzo non serve a niente. Infine, se non mi diverto più neanche in allenamento, che senso ha? Penso che la vita sia sufficientemente impegnativa per poter decidere di aggiungere agli obblighi -famiglia, lavoro, figli, incombenze..- dei piaceri che siano tali.

Mi cambio e mi rivesto, poi mi posiziono sulla finish line della Maratona -quella intera. Gli arrivi sono commoventi, ogni maratoneta agli ultimi metri mi sembra alla fine di un viaggio che è molto più di una corsa, gli sguardi, la sofferenza e la gioia che quei corpi sprigionano, sono pazzeschi. Io mi sento piccola piccola, io che qualche settimana fa, un po’ per gioco un po’ sulla scia degli entusiasmi della Maratona di New York, ho sfogliato il calendario maratone dell’inverno 2017, io che non ho la testa per concludere una mezza.
Guardo il tempo sul tabellone, il primo ad arrivare è Fabio, poi Marco, infine Rudy: Nico ed io li vediamo, tifiamo per loro, scattiamo qualche foto e riusciamo a riprendere persino il video dell’arrivo, mentre loro -che pure guardano nella nostra direzione- non si accorgono di noi, sono alla fine di un viaggio impegnativo. Sono contenta di essere lì, tutti si meritano qualcuno che li aspetti all’arrivo.

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Gli abbracci finali, i sorrisi, i loro racconti.
Marco scriverà poi “Avervi visto tutti all’arrivo era come essere a casa”: di nuovo, pur provando a ridimensionare delusioni e gioie di una gara, ogni volta mi rendo conto che c’è dell’altro. Non è mai solo una corsa, non è mai solo una delusione o un personal best, è sempre un forte senso di appartenenza, una condivisione di emozioni e sensazioni fisiche che solo chi vive la preparazione e l’evento può capire, è qualcosa a cui non voglio rinunciare.

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Cremona Half Marathon: da sola, in coppia, in tre.

Questa volta non sarò io a parlare di me e di questa Maratonina di Cremona o Cremona Half Marathon, gara in calendario da prima dell’estate e scoperta su Instagram, a cui sono arrivata dopo un mese e mezzo di enormi difficoltà con la corsa (vedi: battiti altissimi, tabella rivista, lunghi non portati a termine, velocità da principiante..), e che ho deciso di correre come allenamento e non da sola: ho regalato a Nico l’iscrizione alla gara per il suo compleanno, e sarà lui -qua seduto vicino a me- a raccontare questa Cremona Half Marathon dal suo punto di vista.

cremona half marathon, ritiro pettorali

V: Dai, comincia da dove vuoi e come vuoi.

N:E’ stata la gara delle sorprese, fino a 15 giorni fa non sapevo neanche che ti avrei accompagnato, non avevamo un piano su come avremmo gestito la corsa, e soprattutto non ci saremmo mai immaginati che sarebbe finita così. L’inizio della giornata fila come da abitudine, con la preparazione, pettorale, colazione..

V: Vuoi intenzionalmente tralasciare la cena dell’atleta di sabato sera?


N: Ahahah, è vero! Ci siamo concessi volutamente cose che prima di una corsa i veri runner non si concedono, proprio a dimostrazione di come volessimo vivere questa corsa alla leggera, con l’unico obiettivo di allenarci e portarla a termine: patatine curcuma e cocco + salame di cioccolato, ecco la nostra cena. [Ora fate come se non aveste mai letto]. Dicevo, stamattina ci dirigiamo alla partenza e fino a quel momento cerco di distrarti perchè vedo in te un po’ di agitazione; ad esempio, ti parlo di cagate, quando mi fermo di fronte alla Papaya Pura di quell’erboristeria in centro, lo faccio per te, ma dalla tua reazione capisco che tu abbia voglia di rimanere concentrata. 

cremona half marathon, partenza

Si parte; non so bene se tu voglia parlare, ascoltarmi o cosa -so che da un auricolare questa volta ascolterai la musica-, ma nel dubbio ogni tanto butto lo stesso là qualche osservazione idiota.

V: Ah sì? Non me ne sono neanche accorta. Solo una cosa, già che ci siamo: se scegli di assumerti il compito di avvistare i fotografi perchè io corro senza occhiali, dovresti anche indicarmi la loro posizione precisa. Tipo, la prossima volta potresti provare a sostituire il “Fotografo!” con “Fotografo sulla destra a 50 metri” o “Fotografo sul panettone lato strada sinistro” etc..qualcuno comunque credo proprio che l’abbiamo beccato. Ecco, dicevi..?

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N: Mi accorgo nei primi chilometri che probabilmente non avrai bisogno nè di essere distratta nè di essere guidata in qualche modo, ho capito subito che saresti andata tranquilla: respiravi bene, eri concentrata.. Ero attento ai tuoi gesti: spiegami solo perchè quando dicevi “troppo veloce!” o mi facevi il gesto “rallentiamo”, poi io rallentavo e tu andavi avanti!

V: Ahahah boh, però sì, forse è andata così.

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N: Al quarto km succede una cosa di cui tu non ti accorgi: Rudy mi tocca una spalla, resto un passo indietro, ci salutiamo e si raccomanda di non avvisarti della sua presenza, lui ci avrebbe seguito. Io mi riaffianco a te e procediamo. Verso il nono km tu prendi il tuo gel e poi senti una presenza..

V: No, aspetta, questa la racconto io. Vedo con la coda dell’occhio, ma soprattutto sento i passi di una tizia che corre letteralmente attaccata a me, mi sposto, ma niente, questa mi segue, mi tallona. Penso che tra runner si dice, scherzando, che “quando sei in difficoltà devi puntare alla culona e attaccarti a lei” (della serie, se lei ce la fa, ce la faccio anche io): ecco, ho pensato che in quel momento la tizia avesse scelto me come la sua culona!! Ho detto ad alta voce un “Cazzo, c’è questa che mi sta attaccata, che ansia!!” e un pochino si è spostata. Carino aver scoperto a metà gara che non fosse una lei, ma Rudy!

N: Siamo al ristoro del km 10 quando Rudy si palesa e ti dice che stai andando alla grande, che adesso starà lui avanti un passo e così continuiamo in tre. A questo punto arriviamo abbastanza velocemente a due terzi di gara e non ricordo se fosse a quel punto, o se addirittura prima, tu mi dici “Nico, stiamo andando benissimo!”: mi sorprendo un po’ perchè non mi aspettavo questa tua esternazione, nè così presto, dall’altra parte era evidente che fosse così. Iniziamo quindi la parte che più tardi scopriremo che per entrambi è stata la più difficoltosa: la lunghissima Via del Bosco, con tragitto a U, in cui si vedevano i runner tornare indietro ma non si capiva dove fosse la svolta, il ricciolo, come l’ha chiamato Rudy. Mi ricordo che subito dopo il ricciolo ti ho dato indicazioni precise sul fotografo: è stato un bel momento, abbiamo provato a fare una foto a tre divertente, che sicuramente non sarà venuta, ma divertente.

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V: Sì, ho persino sprecato fiato per dire “Questo gesto atletico mi costerà almeno 20 secondi!”. Tra l’altro iniziavo ad accusare pesantezza alle gambe, ma la vocina motivata ha detto a quella cattiva “Di fiato stai benissimo, concentrati su quello, chè se quello c’è, è fatta!”; la vocina cattiva poi ci ha riprovato più tardi con un subdolo “Huber sarebbe fiero di te”, ma quella buona non si è fatta fregare e ha prontamente risposto “me ne frego di Huber, io sono qua per me e sono l’unica che ha il diritto di essere fiera o meno di me stessa!”.

N: Brava!! Stavolta la testa ha lavorato bene finalmente!! ..Tra l’altro, una cosa che mi è piaciuta è che mi è sembrata una gara molto partecipata, anche quando intorno al 18esimo ci siamo riavvicinati alla città.

V: No, a me è piaciuta la partenza e la carica delle persone, ma per il resto non ho vissuto grande tifo.

N:Ah ok. Dicevo..?

V: Diciottesimo.

N: Ecco: se fino a quel momento ti vedevo tranquilla, da quel momento ho avvertito la tua fatica. Di nuovo è accaduto che tu mi dicessi di rallentare, anche se poi, di nuovo, facevi rallentare solo me e continuavi al tuo passo.
Finalmente si rientra in città, attraversiamo strade molto belle e con molta partecipazione: mi ricordo un vecchietto che ci incitava, dicendoci che ormai era finita, di continuare così. “Sì, ok, è finita”: in realtà mancano gli ultimi 500 metri almeno, di cui un buon pezzo in lieve salita e con ciottolato. Tu continui in salita, mangiandoti alcuni runner che arrancano, si vede il gonfiabile del traguardo. La prima cosa che faccio è dare un occhio al tempo: so, dal 15esimo, che i pacer delle 2 ore non sono molto più avanti di noi e che, quindi, non siamo troppo distanti da quel tempo. A quel punto, con Rudy, ti diciamo “Guarda il tempo!”

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V: Sì, a 150 metri io che cosa potevo vedere senza occhiali?!! Comunque avevo fatto un paio di calcoli quando al 19esimo ho iniziato a sentire le gambe a pezzi e mi sono detta che non avrei potuto mollare proprio oggi, così vicina al risultato.

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N: Sta di fatto che spingi e facciamo tutti e tre insieme un bello sprint finale! Vedo anche il fotografo, credo che ci abbia ripreso molto bene.

V: Ecco, a quel punto io il fotografo l’ho mancato, non so neanche dove guardassi, ma il sorriso c’era!

N:Il sorriso c’era, il finale è stato bello, tu eri raggiante: era un traguardo che inseguivi da tempo e, soprattutto, assolutamente inaspettato, non previsto e non cercato proprio oggi!

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Proprio così: tempo ufficiale 1:59:35.
Personal best.
Sotto le due ore.
Evviva.

Il giorno prima ho portato Gaia a tagliare i capelli: mentre aspettavamo il suo turno, abbiamo preso, tra le riviste a disposizione, il Libro delle Risposte. Ho iniziato io con la prima domanda a caso: “Come andrà la gara di domani?” e il libro, aperto in un punto qualunque, mi ha risposto “Non dimenticare di divertirti”. Forse il segreto è questo.

Un grazie gigante a Nico e Rudy, per esserci stati e per aver creduto che potessimo arrivare a quel traguardo, ma soprattutto per aver lasciato fare a me, per non avermi tirato o frenato, per la presenza discreta, per l’aver festeggiato insieme. Al traguardo non c’era nessuno ad aspettarci questa volta, al traguardo siamo arrivati in tre tutti insieme: la corsa è uno sport di squadra!..E il mio sorriso quasi non stava nelle foto!

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Categorie: Sport

Un terzo di Mezza di Monza

Perchè mi sono iscritta ad una Mezza per l’11 settembre, con caldo estivo e il coach che, conoscendo la mia sofferenza fisica con temperature elevate, mi aveva suggerito di ricominciare con le gare “in autunno inoltrato”?

-Perchè tutta la Famiglia Urban Runners avrebbe partecipato
-Perchè mi sarebbe sembrata una quasi festa di fine estate
-Perchè sapevo che mi sarei allenata bene ad agosto e sarei arrivata preparata
-Perchè mi avevano giurato che “Alla Mezza di Monza piove sempre, sono 5 anni che diluvia!”

Al ritiro pettorali del sabato mattina, ho sperimentato le temperature dell’Autodromo e mi sono auto-confermata l’idea di correre la gara come fosse un allenamento, tra i 6 e i 5’50” per poi eventualmente spingere nell’ultimo terzo della gara. Un progressivo, insomma, di quelli a cui sono abituata e che mi piacciono tanto.

54 Urban Runners alla partenza, qualche altra faccia conosciuta incontrata a sorpresa, e via, tutti pronti, chi per la 10, chi per la 20, chi per la 30 km, andature diverse per poi rivedersi tutti a pranzo insieme dopo la fatica.

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Il ritrovo è tra le 7 e le 8, per non rischiare di non trovare posto al parcheggio; mi sveglio alle 6, ma non riesco a fare colazione, bevo soltanto la mia tisana, mi sento un po’ appesantita e sottosopra; mi dico che, ora della partenza alle 9.30, potrò mangiare una barretta o prendere un gel. Nel frattempo continuo a bere pian piano, il caldo si sente da subito. Un quarto d’ora prima di partire, senza nessuna fame, prendo un GU.
Mi sento tranquilla: dico a Nico che questa volta correrò senza cintura, quindi senza telefono, quindi senza che lui possa seguirmi con il Garmin Live Track, chè ci vediamo all’arrivo se riesce ad esserci, dopo nel caso non ci si trovasse. Per la prima volta non ho con me neanche la fascia cardio, per evitare fastidi o fissarmi troppo, in compenso ho una bottiglietta d’acqua che mi potrebbe consentire -come ho sperimentato in alcuni lunghi al mare- di bere poco per volta e non scolarmi mezzo litro d’acqua ad ogni ristoro, perdendo tempo e affaticando lo stomaco.
Infine, voglio correre da sola, concentrarmi e gestirmi.

Si parte tutti insieme, so che i primi 5,5 km saranno sulla pista dell’autodromo; il caldo si sente tutto, provo a concentrarmi sulla strada davanti a me e sul passo e mi isolo. Corro circa a 6/5’55” come mi ero promessa, terzo km un po’ più veloce perchè c’è una discesa, verso il quarto inizio a sentire dolore ad entrambi i fianchi (quello che molti chiamano “male alla milza”) e fitte allo stomaco, mi concentro sul respiro ma serve a poco. Arrivo, verso il quinto chilometro, al bivio tra chi prosegue per la 5 e 10 km e chi continua sui percorsi della 21 e 30 km: sono indecisa, per la prima volta valuto seriamente di spostarmi sulla dieci, in modo da arrivare al traguardo, concludere una gara che sento decisamente più alla mia portata e vincere la medaglia per i bambini. Il cartello avvisa che mancano 100 metri al bivio, penso ai bambini, penso che arrendermi così presto sia ridicolo, mi dico che, rallentando, entrando nel parco che dovrebbe essere meno caldo e continuando a concentrarmi sul respiro, presto andrà meglio. In realtà, pur continuando a rallentare, agonizzo un altro chilometro; pur sapendo che è assurdo che accada già, cammino qualche metro, poi riprendo a correre ed è peggio di prima, le fitte aumentano e mi viene da vomitare; la testa a quel punto inizia a formulare pensieri che paiono più che altro insulti, la concentrazione sparisce. Un unico pensiero che mi si para in testa senza possibilità di appello: mancano oltre 14 km, tu non ce la fai in queste condizioni e camminare per due terzi di gara non ha senso. Va bene, mi fermo, anzi, mi ritiro. Dopo pochi passi incontro Ale, che come me ha preso la stessa decisione e torniamo indietro, lui forse più incazzato e deluso, io piangendo e pensando ai bambini.

Penso che sarà l’occasione per spiegare loro che non sempre si può vincere, che esistono anche le sconfitte, che bisogna accettare anche di perdere, che a volte ci sono decisioni da prendere che bla bla bla… Mi chiedo se poter maturare e far miei questi concetti nel breve tempo che mi separa dal vederli, e allo stesso tempo mi chiedo anche dove vada a finire la mia lezione sul non arrendersi mai, sull’arrivare in fondo, sul provarci sempre fino all’ultimo.

Rudy, mentre parlo con Veronica, senza che me ne accorga, con il pettorale che ho ormai spiegazzato nel borsone, riesce a recuperarmi una medaglia, in modo da poterla dare ai bambini.

Li faccio felici e li rendo orgogliosi di me, dando loro una medaglia che non ho conquistato (nè meritato), oppure riesco a trovare in me una lezione in cui poter anche io credere, da trasmettere loro e condividere?

Quando arrivano, Gaia sa già da Nico che non ho finito la gara; do la medaglia a Luca, dicendogli che è per lui, che non l’ho vinta, che purtroppo oggi la mamma ha perso ma che quella è per lui perchè lui è un campione.
Non fanno domande.

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Più tardi, tornando a casa, voglio riprendere con Gaia il discorso e le spiego perchè mi sono fermata, le dico anche che non è stata una scelta facile, che mi sono messa a piangere perchè mi sono sentita un po’ sconfitta, ma che quella è stata in quel momento la cosa più giusta da fare, più giusta dello sforzarmi di arrivare in fondo. Nico rincara la dose, quando Gaia dice che la mamma è bravissima nella corsa e che “se adesso non è più brava nella corsa..?”. Concludo con un discorso breve che suona come “Sapete, non arrendersi non vuol dire finire una gara stando male, ma fermarsi e decidere di riprovarci alla prossima”.

Rimango sola con i bambini per un breve tratto mentre andiamo al ristorante (perchè non me la sento di andare a far festa con gli Urban Runners, ma avevo promesso a Gaia e Luca un pranzo fuori) e ringrazio i bambini perchè “anche se per me è stata una giornata storta e sono un po’ triste, sapere che loro erano lì per me e con me mi ha reso felice, e che sono sempre molto orgogliosa quando li ho vicino durante tutte le mie corse”. Luca saltella in brodo di giuggiole, Gaia affonda il coltello con tono perentorio:

“Io non mi sarei mai fermata, sarei arrivata fino all’arrivo, ci avrei provato fino alla fine.
Però ti capisco eh, TU hai fatto bene.
Ma IO non mi sarei mai fermata”.

Come è difficile essere genitori, come è difficile essere esempio, cercare di controllarsi e orientare il proprio atteggiamento verso quello più costruttivo e comprensibile per i bambini, capire quale sia il miglior insegnamento da trarre e da trasmettere, non contraddirsi, mostrare le proprie debolezze e fragilità ma sempre con il piglio della mamma che si risolleva e su cui possono sempre contare, la mamma che può sbagliare o cedere ma su cui loro non devono mai avere incertezze.

Oggi ho preso una bella sberla: è stata dura ammettere di arrendersi e mollare, non sentirsi sconfitti e prepararsi a ripartirecapire cosa insegnare ai bambini e parlare con loro di qualcosa che mi ha fatto piangere, arrabbiare e sentire incapace e debole.

Domani è lunedì, cominciano le scuole, inizia una nuova routine per tutti, la dieta che dalle vacanze non ho mai ricominciato sul serio, e la nuova tabella in direzione della prossima sfida.

..però, vi prego, non ditemi più di non prenderla, chè “è solo una corsa!”!

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Categorie: Sport, Vita da mamme

Fuori tabella, fuori programma: Jesolo Moonlight Half Marathon a sorpresa

L’avevo detto subito che, dopo la mezza del Naviglio, non mi sentivo demoralizzata e abbattuta come dopo la mezza di Padova: mi era chiaro, ancora una volta, che non fosse un problema di allenamento, ma di testa. La voglia di riprovarci era tanta, ma mi ero anche ripromessa di interrompere le gare fino a settembre, approfittando dell’estate per allenarmi e lasciando l’asfalto bollente ad altri, per dedicare i miei weekend ai bambini e alla tintarella gardesana.

Però dall’altra parte avevo davanti un’occasione speciale: la Jesolo Moonlight Half Marathon, una mezza maratona con partenza alle ore 20.00, un orario in cui abitualmente ho già mediamente addosso le ciabatte e puntato la sveglia per l’alba successiva, ma in cui non avrei patito il caldone estivo di queste settimane. Gara serale in località di mare: domenica sera stessa, a poche ore dalla pessima prestazione sulla Martesana, ho proposto a Nico di correrla con me. Ci abbiamo dormito su e lunedì mattina gli ho prenotato online la visita medica per il certificato di idoneità agonistico, gli ho regalato Runcard e l’iscrizione alla gara.

Due mezze maratone in una settimana, un fuori tabella imprevisto e neanche preannunciato al mio coach, una mia decisione autonoma, senza chiedere il parere a nessuno (beh, insomma, con Yuri c’è stata più o meno la seguente conversazione: “Sto meditando di fare una pazzia-cazzata”, “No. Jesolo no.”) e senza neanche informare nessuno. Nella settimana di scarico prevista dalla tabella, ho corso con calma, scaricando sì, ma in compagnia, senza fascia cardio, godendomi il ritmo chiacchiera e gli amici, e rendendomi conto di quanto mi fossero mancati in questi mesi.

Sabato mattina Nico ed io siamo partiti e arrivati a Jesolo in tarda mattinata, con l’idea di mangiare qualcosa di sano e andare poi a riposare (io proprio a dormire) in hotel prima della gara: arrivati al Village per il ritiro del pettorale, siamo stati contagiati dall’atmosfera e il sole ha fatto il resto. Quindi, cambio di programma: costume da bagno, piadina -pesantissima purtroppo- e lettino in spiaggia. Una veloce doccia verso le 16.30 e poi via, diretti ai pullman che ci hanno portato a Cavallino-Treporti, con un paio d’ore di anticipo sulla partenza.

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Un pregara meraviglioso, tra spiaggia e molo, vento fresco, pochi pensieri.

L’obiettivo della gara mi era chiaro: gestirmi e preoccuparmi soltanto di affrontare i boicottaggi della mia testa; per farlo, avevo detto a Nico che sarebbe stato sufficientemente rassicurante correre in progressione, con i primi 6 km a 6’/km, i successivi 6 km a 5’50”, ulteriori 6 km a 5’40”, per poi giocarmi gli ultimi 3 km a seconda delle forze residue. Non sarebbe importato il tempo stavolta, male che fosse andata avrei chiuso intorno ai 6’/km, in linea con il mio miglior tempo (2:06:27), nella migliore delle ipotesi, con quello che immaginavo potesse essere il mio passo gara (5’50”) sarei stata intorno alle 2:03. Abbiamo anche stilato un elenco di argomenti di cui parlare nei primi chilometri, in modo da essere obbligata ad andare a ritmo agevole. In ogni caso, i primi 3 km a non meno di 6′!!

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Abbiamo atteso che le griglie si riempissero, per stare in fondo e non farci prendere dalla partenza a razzo e dalla frenesia dell’assembramento di runner.

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Si parte. Primo km a 5’59, secondo km a 5’57”, terzo km a 5’48”. Nel frattempo chiacchieriamo e ci sentiamo osservati, come se stessimo facendo qualcosa di insolito o inopportuno. Continuiamo anche a guardarci intorno: il tramonto sulla laguna è a dir poco meraviglioso, ad un certo punto il cielo è tutto rosa. L’umidità è anche tantissima, arriveremo fradici come mai prima d’ora, e le zanzare con me cenano ampiamente.

Arriviamo rapidamente al km 5, non ho particolarmente sete, sto bene, ma onoro il ristoro -acqua- e riparto; dal km 6 smetto del tutto di parlare e anche Nico inizia a dire frasi insensate, al punto che, intenerita dall’intento ma allo stesso tempo con il bisogno di concentrarmi, gli faccio presente che non è necessario che dica qualcosa per forza. La strada è bellissima, decisamente piatta, con una marcatissima linea di mezzadria sulla quale fisso lo sguardo e trovo la concentrazione di respiro e ritmo. Mi sento bene, km 7 in 5’42, al km 8 penso che potrei avere le difficoltà delle due precedenti gare, ma allo stesso tempo sento che le gambe stanno benissimo e mi concentro preventivamente sulla respirazione. “Nico, siamo a 5’35”, troppo” -“Rallentiamo, vieni dietro con me”

Termina il km 10 ed ecco il secondo ristoro: pochi passi camminati per bere acqua e si continua. A questo punto, non ho più così tanta necessità di controllare il passo per dosare le forze e inizio a guardare il Garmin prevalentemente al trillo della fine di ciascun chilometro. Nella mia testa i prossimi step saranno il GU al km 12, ristoro al km 16 e poi l’arrivo.

Km 12 a 5’37”, vedo che l’andatura media scende, inizio a dirmi che ci sono, ce la farò. Non dico nulla dei tempi a Nico, sento che vuole restare di fianco a me, ma mezzo passo indietro, perfetto così. Al km 14 scatta qualcosa nella mia testa: improvvisamente, il pensiero che abitualmente mi sforzo di ripetermi nasce spontaneo e con una forza pazzesca “Mancano solo 7 km, ce la fai a ‘sto ritmo, è perfetto, è il tuo”. Arrivo al quindicesimo, vorrei gridare che ho infranto la maledizione del 15° e riderne con Nico, ma continuo a concentrarmi e a risparmiare le forze. Noto che, se mi distraggo, respiro a caso e di conseguenza rallento: è sufficiente ridare un ritmo agli inspiri per aggiustare l’andatura.

Inizia ad essere buio e, per me che senza occhiali già vedo poco, è uno sforzo in più: mi dico che, in fin dei conti, è come se corressi alle 5 del mattino (trascurando volutamente il dettaglio che a Milano, in città, ci sono i lampioni, sul tragitto di gara no). Il Garmin annuncia anche la conclusione del km 16 in 5’43”, bene perchè adesso sì che ho necessità di idratarmi. Il diciassettesimo sarà il chilometro più lento, a 6’19”: almeno 20 secondi li abbiamo persi per bere e in più, subito dopo, un ponte che mi sembra lunghissimo e che mi taglia le gambe proprio mentre avrebbero dovuto riprendere il ritmo dopo il ristoro.

Ne mancano solo tre, le gambe continuano a girare alla grande, negli ultimi chilometri abbiamo superato tantissimi runner -Nico ed io ci diremo poi che ci sembrava di mangiarceli come fossimo in Pacman-, ho un dolore al fianco (quello che dicono sia mal di milza o mal di non so che cosa, ma che è evidente che sia dovuto al mio sforzo nella respirazione): mollare non è un’opzione, non adesso che ci sono, manca l’equivalente di strada che abitualmente mi è necessaria come riscaldamento.

Ultimi due chilometri, arriviamo nel centro di Jesolo: tornano la luce e la gente lungo le strade. Manca poco, allunghiamo, mi dico che è come nel fartlek del sabato, quando riesco a correrli 2,5 km a 5’20”, posso tirare: km 20 a 5’31”, km 21 a 5’34” con gli ultimi 200 metri a 4’55”.

Nico vede l’arrivo, mi dice che ci siamo: certo che ci siamo, stavolta lo so da almeno metà gara.
Al traguardo ci prendiamo per mano, non vedo i fotografi, probabilmente verrò con un’espressione di sforzo più che con un sorriso fresco. Guardo istintivamente il crono del gonfiabile che indica 2:05 e qualcosa. Ci resto un po’ male, poi fermo il Garmin, il real time, il mio tempo esatto -poi ufficializzato anche dal chip di gara- è di 2:02:21.

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Personal best, un minuto meno delle mie migliori aspettative sulla gara, quattro minuti meno del mio precedente miglior tempo, dieci minuti meno della gara di settimana scorsa. La quinta mezza maratona in quattro mesi. Non un dolore: faccio un rapido check e bandellette, tibie, ginocchia..sono zitti. Questo è un altro grande successo di questi mesi.

Ci abbracciamo e baciamo: la gara e la vittoria sono nostre, vicini, in silenzio, respiri e gambe sincronizzati fino alla fine. Io sono al settimo cielo, incredula e soddisfatta, cammino a un metro da terra: sento tutto l’appoggio e la felicità anche di Nico per avermi accompagnato, mezzo passo indietro, a quel traguardo. Stavolta le gambe, il fiato, la testa li ho messi tutti io, il passo l’ho dettato io, mi sono gestita in tutti i sensi; Nico, in più, ha aggiunto il cuore, un cuore enorme.

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In tutto questo ho capito diverse cose, quanto, ad esempio, probabilmente mi condizioni e mi generi ansia l’aspettativa di chi crede in me più di quanto ci creda io, o di come, per arrivare a quell’obiettivo di stare sotto le due ore, io abbia bisogno di altro tempo: ieri ho dato tutto, avrei forse potuto accelerare il ristoro del 17esimo, ma nell’insieme non sarebbe stato determinante. Io ad oggi concludo una mezza maratona in due ore, due minuti e qualcosa, con una media di 5’47” a km, che mi fa dire che è un ottimo risultato su cui continuare a lavorare.

Oltre a ringraziare Nico, per il supporto e per esserci sempre e, più che mai, per esserci stato in questa occasione, ringrazio anche me stessa, la mia testa dura, il mio accanimento, la voglia di riprovarci e insistere sempre: percepivo che l’obiettivo rischiava di diventare un’ossessione, più forte della passione e del divertimento, Jesolo sarebbe stata determinante. Ora, davvero, non ci saranno più mezze maratone a sorpresa fino a settembre: in previsione una 10 e una 15 km, che deciderò al momento come affrontare. Per il resto, farò tesoro di questa esperienza per arrivare a correre con meno paure, più fiducia in me stessa e meno condizionamenti esterni.

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Categorie: Sport

Mezza del Naviglio: fotografi distratti, teste che non girano, amici, traguardi e cose importanti.

Archiviata Padova e passati i primi momenti in cui avevo pensato che non avrei più voluto per un po’ sentir parlare di corsa, tabelle, lunghi, gare, mezze maratone, naturalmente, il lunedì dopo la gara mi sono iscritta -con l’idea che sarebbe stata l’ultima della stagione- alla Mezza Maratona del Naviglio, Da Cernusco a New York: una corsa a casa mia, sulla Martesana, di cui per un bel tratto conosco le buche, le radici che sollevano l’asfalto, i tratti all’ombra, e la fauna; una corsa a cui l’anno scorso ero iscritta per poi rinunciare perchè infortunata: ero però andata all’arrivo con Gaia ad aspettare Yuri.

Yuri: l’ho conosciuto per caso in un gruppo su Facebook quando, due estati fa, postando le corse estive, abbiamo scoperto di correre sullo stesso lungomare di Montesilvano-Pescara. In quell’agosto non ci siamo mai incontrati perché lui usciva all’alba, ma io prima e, per altro, lui correva più velocemente e più a lungo di me. Ci siamo conosciuti dal vivo a settembre 2014 in una delle mie prime volte con gli Urban Runners. Da lì in avanti, in questi quasi due anni, ho sempre detto che avrei voluto avere uno Yuri nel taschino, per attingerne la positività e il sorriso ogni volta che a me fossero mancati. Dal taschino, poi, Yuri è finito nel cuore e, in un certo senso sì, me lo porto dietro all’occorrenza.

E’ proprio lui che ha scelto di correre con me e per me la mia mezza del Naviglio, con l’intento di farmi riappacificare con la distanza che sia a Milano che a Padova mi ha mandato in crisi troppo presto, di farmi divertire e, se possibile, alla fine, di farmi anche raggiungere l’obiettivo per il quale mi sto allenando con costanza da tre mesi. 1:59:59, il tempo finale di gara.

Sono arrivata alla gara carica come una molla, sentendomi in perfetta forma fisica, con un ultimo mese di tabella decisamente tosto, portato a termine allenamento dopo allenamento, ripetute, fartlek, lunghi; i battiti notevolmente abbassati, i ritmi di conseguenza più sostenuti, non un dolore in corpo. Nei giorni precedenti ero gasatissima, non vedevo l’ora di correre e convinta che avrei raggiunto i miei obiettivi, tutti.
Naturalmente non è mancata una certa ansia, un decalogo semi-serio per Yuri (tra cui: 2- Non pronunciare velocità / medie / statistiche invano; 3- ricordati di (farmi) santificare i ristori; 5- non uccidere (me); 10- scatta selfie, fai video, chiacchiera, ridi..), poi le sue rassicurazioni “penso a tutto io”, e la convinzione che io avrei messo gambe e fiato, e lui avrebbe tenuto a bada la mia testa. Avrei affidato a lui anche il mio Garmin, che tutti identificano come mia fonte di ansia in gara. “Ci sono”, mi dicevo, “ci sei”, mi sentivo dire da Alessandro e gli altri.

Ci siamo messi d’accordo. Le mie richieste base sono state solo due: i primi 3 km a non meno di 6’/km e rispondermi, qualora glielo avessi chiesto, un rassicurante “5’50″”, qualunque fosse stato il nostro passo.

Domenica mattina, partenza anticipata dalle 9.30 alle 9, meglio ancora: abituata a correre prima dell’alba, meno aspetto meglio è; inoltre, con il sole e il caldo della giornata avremmo evitato una mezz’ora bollente. Alla partenza, incontri con altri Urban Runners, sorrisi, foto.

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Si parte, ce la prendiamo comoda, stiamo in fondo: i primi 3 km so che dovremmo farli tranquilli, quindi inizio a chiacchierare, ho giusto un paio di argomenti che conservo da tempo. Finisce il terzo km e chiarisco che da quel momento starò zitta, o corro, o parlo: il quarto km sarà quello più veloce (il mio Garmin darà 5.30, il suo Tom Tom 5.34), poi si continua con sole in fronte e sterrato. A Cassina De’ Pecchi si unisce a noi Ana, detta amichevolmente Frecciarossa: sapevo che sarebbe stata lì per accompagnarci per qualche chilometro. Mi chiede come vada, rispondo più o meno a gesti, mi sembra di andare ad un ritmo decisamente sostenuto, conservo il poco fiato. Yuri è perfetto, ho Ana avanti di un passo e lui dietro di un passo. Intorno al km 7, o 8, inizio a pensare di non farcela: rallento, mi rincuorano dicendo che lo sterrato dovrebbe finire a breve e che poi si passerà dall’altro lato della Martesana, dove c’è ombra, mi chiamano perchè mi affianchi a loro, un metro più avanti. Chiedo quale sia il passo, Yuri mi risponde 5’50”, ma non so se sia vero o se sia la risposta che mi doveva come da patti: nel dubbio, non gli credo e aumento il mio stress, convinta di andare al di sopra delle mie possibilità. Nella mia testa non è il caldo, è il fiato che sembra mancare e il pensiero che, accidenti, ero convinta di tenere il ritmo ma evidentemente non ce la farò. So anche che ragionare così a nemmeno metà gara è un’assurdità. Al km 9 il primo ristoro, cammino, bevo, cammino, bevo: finchè bevo sono autorizzata a camminare; sul ponte ricominciamo.

Si cambia lato, un chilometro ancora, non ce la faccio, lo dico anche ad alta voce. Ascolto lo scambio di battute di Ana e Yuri, vorrei intervenire nei discorsi, sto partecipando silente, ma -da quello che mi hanno detto dopo la gara- non comunico neanche con lo sguardo che pare solo incazzato. Vorrei dire ad Ana che adoro gli involtini di riso e foglie di vite, ma che quelle che vuole raccogliere in Martesana sono foglie di platano: seguo le risposte di Yuri, a cui manca un pezzo del discorso.. mi annoto tutti gli argomenti di cui dovrò dire la mia a fine corsa. Scherzando, prima della gara, avevo detto a Yuri che avrei comunicato con i pollici: pollice in su = tutto ok / sono d’accordo, pollice in giù = va male / non sono d’accordo, pugno chiuso = non riesco neanche a muovere il pollice. Comunico così, Yuri ci scherza, lo apprezzo, ma continuo a non parlare. Faccio fatica, le gambe girano bene, senza che neanche le senta, ma il fiato non mi basta e ho male al fianco sinistro; vado a singhiozzo, ad un certo punto sento l’applicazione Nike di un runner dietro di me che informa che il passo medio è di 6.25 al km.

“Yuri, è uno scherzo, vero?”
“Che cosa?”
“Il passo che ha detto l’app”
“Eh, non so, cosa hai sentito?”
“6.25!!!”
Vedo il suo orologio, 6.17. Fanculo.

E’ lì che, a metà gara, mi dico che sto andando peggio che mai, che neanche nei lipidici, mi fermo e cammino. Ana e Yuri mi spronano, finchè verbalizzo che no, non mi sto divertendo: ormai la gara è in vacca, adesso cammino, decido che si rinuncia ad uno degli obiettivi e si finisce come viene cercando di nuovo di divertirsi.

Da quel momento sarà tutto un andare a singhiozzo fino al 13esimo: alle variabili si aggiunge il colpo di sonno che mi prende spesso e che avevo già avvertito prima del settimo. Yuri non ci crede, ci ride, vorrei dirgli che mi era già successo e ne avevo parlato anche con Rudy, glielo dirò poi. Come fa a venire sonno mentre si corre? Non lo so, ma a me ogni tanto succede.
Non ci fossero i bambini ad aspettarmi al traguardo -e poi mi dico: anche Yuri, ingrata, che è qui per te!-, stavolta vorrei ritirarmi.

Bevo e cammino al 13esimo, poi riprendo e passo il maledetto km 15 con un buon ritmo: là dove pensavo che avrei avuto la solita crisi, al cartello in cui negli ultimi allenamenti immaginavo di sorridere per aver vinto la maledizione del 15esimo, sono passata, pur di buon passo, ma avendo già mollato da un pezzo, inaspettatamente. Più o meno da quelle parti, credo, ecco che Yuri mi avvisa che c’è finalmente un fotografo: ce ne fossero di più, per la mia vanità forse correrei meglio. “Dove?!” – “Là!”. Sorrido bella fresca e in quel momento, nella direzione opposta arrivano tre biciclette, che si inseriscono tra me e il fotografo. Mentre Ana si rotola dalle risate, trovo la forza per sorridere e allo stesso tempo gridare “Ma no, cazzo, le bici adesso nooo!!”

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Yuri intanto, eccezionale, con la sua spontaneità, è uno spettacolo: saluta tutti coloro che lo chiamano -mi dirà poi che molti conoscono lui, ma che lui non conosce tutti-, rallenta per guardare bambini che danno da mangiare alle anatre come se non avesse mai visto scene del genere, ma soprattutto ringrazia ripetutamente e augura buona giornata ai vigili e allo staff che blocca le auto al nostro passaggio: “grazie eh, grazie, grazie, buona giornata, grazie”. Mi viene troppo da dirgli qualcosa e da ridere, non riesco a farlo in modo evidente, ma in cuor mio assolutamente sì. “Mi dicono che, se smettessi di salutare tutti, di chiacchierare, di cazzeggiare, di badare a fotografi etc, probabilmente migliorerei di molto i miei tempi”. Pollice in su.

Ristoro del 16esimo, poi si arriva al 18esimo, un po’ correndo, un po’ camminando.
Dopo aver fatto presente qualche km prima che i rumori sentiti erano gracidii di rane, trovo il fiato per emettere un “conigli!”: avverto dello scetticismo in Yuri, e riesco anche a farglieli vedere. Finalmente, un altro testimone dei miei compagni di corse all’alba.

Un uomo dello staff riconosce un conoscente runner appena dietro di noi e gli fa presente, quasi come per sfotterlo, che ormai finirà oltre le due ore; Yuri mi guarda, ridacchiamo..eh, lo so!! Voglio correre gli ultimi 3 km senza fermarmi, dico anche a Yuri che non mi fermerò al ristoro del 20esimo, ma in realtà sono spompatissima. Gli ultimi 2 km non finiscono mai, dove penso che ci sia finalmente l’ingresso in pista, si aggiungono un altro centinaio di metri, poi si arriva.

Entro in pista, prima di tutto cerco fotografo e bambini: non mi importa come sia andata la gara, sono arrivata con Yuri, anzi, Yuri mi ha portato e il suo gesto di amicizia adesso conta più del resto, nelle foto ci sarò e con il sorriso; poi Gaia e Luca, che prima di uscire, dopo avermi già salutato, hanno aggiunto gridando un “Vai mammaaa, sei forteee!” -“sìììì, sei forteeee!”, da farmi tornare indietro e sbaciucchiarli: stavolta Gaia mi aveva detto che non avrebbe voluto correre gli ultimi metri, ma avrebbe preferito aspettarmi all’arrivo e così anche Luca, che mai prima d’ora aveva corso con me. Li cerco da lontano nel prato all’interno della pista, ma poi li vedo sul lato esterno prima del traguardo: mi sbraccio, si bracciano, quando arrivo grido loro di venire con me e sì, sono lì apposta. Ci prendiamo per mano, rallentiamo al passo di Luca, poi Gaia scatta avanti, Yuri ed io tagliamo il traguardo insieme a loro. Luca è al settimo cielo, “abbiamo vinto!!!”.

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Sul tabellone leggo 2:12 e qualcosa (che saranno 2:11 e qualcosa per me): sapevo che era andata male, ma non pensavo così tanto, penso subito che sto accumulando minuti di gara in gara, invece che ridurli. Yuri mi fa presente che ci sono trenta gradi e che almeno 5 minuti in totale li avremo camminati: per me sono scuse, quello che conta è che le gambe c’erano e la testa no. Penso che dovrò allenarmi di più su quello, capire che cosa mi blocchi, rilassare le ansie da prestazione (ma, del resto, in gara corro anche per migliorarmi e avere tempi ufficiali, i risultati è lì che me li aspetto, non in allenamento da sola): meno ripetute sfiancanti, più esercizi per la testa.

Di delusione ce n’è, ma senza lo sconforto e la rabbia che ho vissuto dopo Padova: so dove devo lavorare, l’arrivo è stato meraviglioso, e ho voglia di rivincita che intendo conquistarmi con un’estate di allenamenti sereni, tra Milano, Garda e la Puglia.

In tutto questo, ancora una volta, mi rendo conto di quanto sono fortunata e che, restando valido tutto quanto scritto fino a due righe fa, forse le cose Importanti sono altre: sono l’avere un marito che mi sostiene e mi accompagna sempre, che crede in me e sopporta i miei nervosismi; avere due bambini pieni di entusiasmo, per i quali sono sempre la migliore (anche se Gaia continua a suggerirmi di partire avanti, altrimenti “se parti in fondo arriverai sempre dietro a tutti) e per i quali traguardo e medaglia significano già avere vinto; avere amici e compagni di squadra che mi accompagnano, che un po’ mi prendono in giro, che mi incoraggiano, che -dopo la gara, quando mi chiedono di raccontare quali siano state le criticità e provano a darmi spunti per aiutarmi e io rispondo che “mi spiace, devo cavarmela da sola, adesso sto diventando pesante”- mi dicono di smetterla di pensare che io sia una lagna, e che sono un’amica.

In tutto questo, Luca ancora stamattina diceva che avrebbe raccontato in asilo che ieri abbiamo e ha vinto la gara: in un certo senso è così, ogni volta che al traguardo trovo qualcuno che mi aspetta, qualcuno che chieda di me in una chat di gruppo, qualcuno da abbracciare, qualcuno con cui tornare a casa, qualcuno che mi telefoni, qualcuno che si interessi a me..sì, ogni volta è una vittoria. EUUUUIIIIUUUAAAA!!!

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Categorie: Sport