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Estate in Sardegna:
suggerimenti per una vacanza diversa dalla nostra

Dovrei esserci: all’inizio della seconda intensa settimana di lavoro, lavata via ogni traccia di abbronzatura, ripresi nido e materna per Luca e Gaia, ricacciata a dormire la mamma-mostro che abita in una grotta dentro di me, le vacanze sono ufficialmente diventate un ricordo. Come promesso -a me stessa, soprattutto-, fatta la disamina degli errori che avremmo potuto evitare, terremo i ricordi belli che, nell’insieme di un’estate complicata, sono stati comunque presenti.

Per leggere del nostro viaggio, sono necessarie alcune premesse:

La scelta della meta è stata dettata unicamente dal desiderio di approdare al mare bello, da cartolina, unico elemento che è mancato alle due precedenti estati in Abruzzo. Alla vigilia della partenza, nè Nico nè io eravamo convinti della decisione, ancora con un po’ di rimorso per aver tradito una regione di cui avremmo avuto -e avremo- tantissimo da scoprire, con la sua biodiversità, le attività diversificate, le sagre..
La Sardegna è una regione enorme, che varia moltissimo da zona a zona; è tutta bella, innegabilmente. La nostra insoddisfazione di fondo è dovuta ad una scarsa informazione prima di partire e ad una certa disorganizzazione. Avevamo aspettative che, senza conoscenza del territorio e pensando di improvvisare una volta a meta, non si sarebbero mai potute realizzare.
Lo stress della non-vacanza è derivato da qualche sfortuna e da nostri errori di valutazione, di cui sono stati poi conseguenze i quasi 4.000 km percorsi in auto, le frequenti insofferenze dei bambini, la difficoltà nella gestione familiare, la quasi assenza di momenti di coppia, il nervosismo generale e la sensazione di aver sbagliato a monte.

Detto ciò, abbiamo trascorso poco più di 20 giorni in Sardegna, alloggiando presso l’Agriturismo biologico Santa Lucia a Tratalias, (l'”Agriturissimo”, come diceva Luca), nel Sulcis, a pochi chilometri da Carbonia, quindi non sul mare. La scelta è stata consapevole, con l’intento che avremmo, come nostro solito, girato senza aver necessità di una spiaggia attrezzata di riferimento, e con l’idea che, come speravamo, i bambini potessero vivere un contesto a loro misura, in campagna, in liberà, a contatto con la natura e con gli animali. In effetti, è stato così: cavalli, asini, pavoni, capre, pony, gatti, fichi d’india, vitigni..sono stati compagnia e ambiente ideale per Gaia e Luca che, soprattutto nell’ultima settimana, presa ormai confidenza con gli spazi, si aggiravano da soli, giocando tra loro, con altri ospiti e con gli animali.

Ciò che non avevamo considerato, nell’organizzazione del viaggio, è stata la morfologia del territorio: abbiamo scoperto solo una volta arrivati che -come scherzavamo tra noi- 1 km sardo corrisponde ad almeno 2 km milanesi (in macchina o anche nelle corse all’alba!). C’è voluto qualche giorno per accettare dei ritmi nuovi, tanto tempo perso speso in auto, gli arrivi in spiaggia in tarda mattinata, con il sole a picco e file di ombrelloni disordinati, e i rientri dalle spiagge, per poter arrivare puntuali a cena, non più tardi delle 17/18.00, rinunciando ai colori del mare al tramonto. L’alternativa sarebbe stata girare meno, recarsi alle spiagge più vicine e conoscere meno il territorio. Naturalmente non abbiamo cercato solo mare: rinunciando a percorsi di trekking, al di sopra della nostra impreparazione ed equipaggiamento, abbiamo esplorato grotte, rovine, miniere.

Queste le nostre tappe:

Porto Pino:
Splendida nella stagione giusta, osannata da tutti, vicina al nostro alloggio, ci si è però presentata male; purtroppo la spiaggia, sia nella parte libera che in quella attrezzata, era coperta da alghe, così come i primi 3 metri di ingresso in acqua; acqua splendida, la prima in cui ci siamo immersi il giorno dell’arrivo, calda, trasparente, viva. Non siamo tornati altre volte, nonostante le indicazioni di spostarci a Porto Pineddu, insenatura adiacente, con qualche scoglio e con meno -come diceva Luca- insalata.

Chia: identifica un’affollata zona di spiagge e calette numerose; siamo tornati due volte, la prima fermandoci a Su Giudeu, per l’entusiasmo di Gaia affascinata dai colori, e la seconda, per fuggire -invano- dal maestrale della nostra zona, a Cala Cipolla, che però nella settimana di Ferragosto è apparsa sporca, coperta di immondizia, con mare torbido. Chia ci ha illuso anche con una sagra del pesce, in realtà organizzata male, con un menu poco accattivante e molto caro, con scarso intrattenimento: poco male, finito il nostro piatto, lungo la strada per tornare, ci siamo fermati alla sagra del Pane di Teulada, in cui abbiamo osservato gli attrezzi del mestiere e concluso la serata con l’assaggio di pane con ricotta e ravioli fritti.

Is Aruttas e Mari Ermi: i colori più belli di cui ci siamo riempiti gli occhi, nella zona di Oristano, 4 ore di auto in giornata tra andata e ritorno, assolutamente ripagate. La spiaggia di Is Aruttas è costituita da granito, piccoli chicchi come di riso, bianchissimi.

S’Archittu, San Giovanni Sinis, Tharros: tornando nella zona di Oristano una seconda volta, abbiamo esplorato senza fermarci la spiaggia di S’Archittu, in tarda mattinata assolutamente impraticabile nel mese di agosto, a meno di innervosirsi per questioni di centimetri e ombre altrui, per sostare a San Giovanni, ampia, dal mare molto freddo ma con sfumature meravigliose. Prima di rientrare, naturalmente, abbiamo visitato il sito di Tharros: per coinvolgere i bambini, trascinati per ore in auto alla ricerca di ciò che, spesso, era più una nostra necessità -l’affannosa ricerca del mare, quello caraibico-, abbiamo investito in un trenino che ci ha portati con un giro di circa mezz’ora lungo l’istmo della penisola del Sinis, facendoci fare tappa nel sito dei resti dell’antica città fenicia di Tharros, per altro lambita da acque in cui -a saperlo prima- avremmo fatto in modo di trascorrere la giornata.

Isola di Sant’Antioco: siamo tornati  quattro volte, è un’isola piuttosto ricca di spiagge, nonostante non sia molto estesa, e molto varia. La prima volta abbiamo scelto Turri, terza insenatura della spiaggia, in cui bisognava arrampicarsi un po’ per poi godere della solitudine e della libertà di giocare, gridare, lanciare sassi, sabbia, sentirsi selvaggi. Ci siamo spostati poi a Cala Grande, parte di Calasetta, dopo aver guardato incantati le rocce e le acque di Cala Tuffi: 15 metri di altezza da cui ragazzini di ogni età si tuffavano in colori incredibili, a cui ho resistito sotto lo sguardo minatorio di mio marito e di quello preoccupato di Gaia: “Mamma, ma non ti vuoi tuffare, vero?”. Nella nostra seconda visita, invece, siamo stati meno fortunati, fermandoci a Coaquaddus, con acque tranquille, sabbia scura, ma nessuna emozione incredibile. In compenso, abbiamo preso un pedalò per la gioia infinita dei bambini. Le nostre ulteriori due visite sono state dedicate invece, su richiesta di Gaia che ci aveva sentito leggere informazioni turistiche, alla visita alle Tombe dei Giganti e al complesso nuragico di Grutti Acqua, in cui io e lei abbiamo potuto fare le esploratrici, arrampicandoci e lasciando indietro gli uomini.

Dune Is Arenas Biancas: Si può accedere alla spiaggia, da quanto abbiamo appreso, sia da Porto Pino, sia -come abbiamo sempre fatto noi- dalla zona militare di Teulada; si percorrono circa 6 km di sterrato, poi 500 metri a piedi dal parcheggio alle dune che incorniciano la spiaggia, lunga e ampia. E’ la spiaggia in cui, complice la breve distanza dall’alloggio, siamo tornati con più frequenza, fino a conquistare, gli ultimi due giorni di vacanza, il posto in prima fila. E’ qui che ho visto i miei figli giocare insieme nel modo più spensierato, divertendosi e (Luca) fidandosi del mare, rincorrendosi sul fondale basso per molti metri, tra acqua calda e secche, facendo immersioni con gli occhi aperti e giocando con le onde a riva.

Piscinas: molto distante in auto dalla nostra zona, ci ha rubato il cuore per la sua ampiezza, il suo mare agitato e pericoloso, con forti correnti, sabbia scura e pochissima gente. Siamo tornati due volte, sperando di riuscire a vederla senza il mare mosso, ma così non è stato: la ricorderemo come la spiaggia dei cavalloni, quelli in cui anche papà non si fida a fare il bagno, in cui si scappa dalle onde che, anche a riva, trascinano via adulti e bambini con la loro forza e, allo stesso tempo, una trasparenza incredibile.

Campionna: nella settimana di Ferragosto, osservando l’aumento della folla sulle spiagge più ampie, abbiamo sperimentato alcune calette nella zona tra Chia e Teulada; di queste, conosciamo solo il nome di Campionna, in cui abbiamo trascorso una giornata, e di Pixinni, in cui non ci siamo fermati perchè, ahinoi, coperta di alghe. Abbandonando invece l’auto su una piazzola di sosta sulla strada costiera, inerpicandoci per un sentiero, siamo arrivati ad una piccola insenatura di cui neanche sardi locali a cui abbiamo chiesto sapevano il nome. Siamo tornati più volte, non appena i bambini ci hanno detto di preferire i sassi alla sabbia: lì, inoltre, hanno potuto trovare acqua calda e fondale accessibile in ingresso in acqua, scogli su cui arrampicarsi e costruire tende da un lato, mare tranquillo e calmo anche in giornate di forte vento. E’ stata la nostra Spiaggia Sconosciuta, in cui a Ferragosto eravamo in cinque famiglie.

Capo Pecora e San Nicolò/Portixeddu: nella zona di Buggerru, già visitata per interessi di miniere, abbiamo esplorato Capo Pecora, in cui Nico ed io, se fossimo stati ancora una coppia senza figli, avremmo trascorso un paio di giorni, tra sassi, scogli, acque dai colori meravigliosi, profondità da scoprire, insenature rocciose e prati di gigli marini che conducevano all’accesso al mare. Decisamente inadatta a Gaia e Luca, per morfologia e per la giornata ventosa e di mare mosso che avrebbe complicato le cose, abbiamo poi passato la giornata a San Nicolò, molto simile a Piscinas: mare profondo con onde alte e trasparenti, spiaggia ampia, aria di libertà, corse e ruote sulla sabbia.

Sentendoci parlare di miniere e passando quotidianamente da Carbonia, Gaia -e a ripetizione Luca- hanno manifestato interesse e curiosità. Abbiamo quindi dedicato, anche per intervallare le giornate di sole e mare, alcuni giorni a questi siti, visitando, nell’ordine:

Buggerru: è una cava, non una miniera. La differenza c’è ed è sostanziale. Qua c’è la possibilità, con la visita guidata, di percorrere alcune centinaia di metri sul trenino, ovvero sul mezzo per il trasporto dei minerali, all’interno della galleria. Il ritorno è a piedi, su uno spettacolo a strapiombo sul mare da perdere il fiato. La guida che abbiamo avuto non è stata a misura di bambino, ma -come sempre- è compito dei genitori provare ad incuriosire e a far conoscere con parole adatte ciò che si sta esplorando.


Grande miniera di Serbariu, a Carbonia: una miniera vera e propria, con una visita guidata molto interessante, adatta anche ai bambini, con riproduzioni visive e sonore del lavoro, corredata da un museo organizzato e ricco di informazioni e reperti, anche tattili e concreti, da cui anche un bambino di due anni e mezzo e una di cinque e mezzo sono riusciti a farsi incuriosire. Museo, galleria, riproduzioni, all’esterno un altro trenino e poi un’area giochi: “domani ci torniamo alla miniera?”.

Masua e Galleria di Porto Flavia: si percorre una galleria che si affaccia sul mare, da cui partivano i carichi di minerale; la spettacolarità estetica che lascia senza parole vale la pena cercarla da un’escursione via mare, guardando dal Pan di Zucchero verso la costa. A Masua, in attesa della visita alla galleria, abbiamo anche fatto il bagno in spiaggia, assolutamente non attrezzati: mutande per noi adulti, nudità integrale per i bambini, e non abbiamo rinunciato alle onde.

– Non ci siamo privati dello spettacolo delle grotte che, avendomi sempre affascinata, sapevo che sarebbero piaciute, con quell’alone di mistero e la sensazione di un’esplorazione segreta, anche a Gaia. Belle le grotte di Is Zuddas, con concrezioni stupefacenti; spettacolari nella loro profondità le grotte di Su Mannau, in cui un percorso artificiale comodo e la presenza di acqua rendono il tutto ancora maggiormente fruibile e affascinante per i bambini.

Castello di Acquafredda: la giornata era iniziata con il cielo nuvoloso e qualche goccia di pioggia, era mattina tardi e abbiamo deciso di andare a fare un’altra gita. La salita al Castello di Acquafredda, che dura circa un’oretta con calma, è stata molto bella per tutti: i bambini hanno camminato, corso, si sono arrampicati e aiutati; abbiamo letto insieme le descrizioni delle varie rovine, fino a raggiungere la posizione frontale rispetto al corpo centrale della rocca. Abbiamo guardato dalle mura, controllato eventuali attacchi da terra e scrutato l’orizzonte sul mare, per essere sicuri di non avvistare navi nemiche. Non sono sfuggite ai bambini pale eoliche, campi, cavalli.

Infine, naturalmente, non ci siamo persi il borgo di Tratalias Vecchia, esplorato da me all’alba durante una delle mie corse sulla SP74, e poi rivisto in occasione di una sagra e non. Abbiamo girato anche Iglesias e il suo centro pedonale. Al ritorno, un po’ per trascorrere del tempo e intrattenere i bambini prima dell’imbarco sul traghetto, un po’ perchè la soddisfazione nel sorriso di Luca è enorme, siamo saliti su un trenino turistico ad Olbia che ci ha guidato per un breve tragitto. Per il resto, non abbiamo visitato città o centri abitati, cosa che però nessuno di noi rimpiange. Ciò che invece manca alla spunta di ciò che avremmo voluto fare sono sicuramente un’escursione via mare (gommone, barca, motoscafo..), eccessivamente cara per le nostre tasche, la visita a Carlo Forte e una giornata alla spiaggia di Cala Domestica, che avevamo tenuto per gli ultimi giorni, ma a cui abbiamo rinunciato a favore della comodità e della serenità dei bambini alle dune Is Arenas Biancas.

Insomma, alla fine di tutto, ecco alcuni suggerimenti per chi non conosce la Sardegna e vuole avventurarcisi con bambini:

  1. Tenete bene a mente che le distanze, pur con strade ben praticabili e ampie, sono enormi: ricordate che 1 km sardo non corrisponde ad 1 km continentale, ma è moooolto più lungo (e impervio).
  2. Scegliete accuratamente la zona da visitare e, se avete intenzione di rimanere a lungo come noi e allo stesso tempo di esplorare il territorio, valutate due soluzioni abitative, in modo da potervi concentrare -anche se a fronte di un piccolo trasloco a metà vacanza (sì, con due figli e 23 giorni di vacanza si parla di trasloco!)- su due zone come si deve, invece di impazzire e percorrere quotidianamente centinaia di km.
  3. Pianificate il più possibile, da casa, prima di partire, le mete principali che non volete perdervi e calcolate i tempi (gmaps è abbastanza attendibile).
  4. Prenotate con largo anticipo, se in alta stagione, le visite a siti archeologici o minerari: a Buggerru siamo entrati per un soffio di fortuna, a Masua siamo dovuti tornare due volte.
  5. Tenete a mente, cosa che avevamo sottovalutato e che è stata fonte di stress mentale, che sì, la Sardegna è cara: ad esempio, in moltissime spiagge il parcheggio è obbligatorio, è esclusivamente a pagamento e varia dai 5 ai 10€ al giorno (che, moltiplicati per 20 giorni di vacanza possono essere parecchi, se non considerati nel budget; ecco perchè cambiare lidi e lasciare l’auto sulla strada statale per inerpicarsi su sentieri mal tracciati), un pedalò costa 12 € per mezz’ora, e così via per ogni eventuale extra richiesto dai bambini (gelato, treccine, braccialetto, cappellino..). Naturalmente c’è la possibilità di dire di no, o di contenere le spese: non abbiamo quasi mai acquistato il pranzo in baracchini in spiaggia, ma facevamo una spesa frugale nei vari Lidl/Eurospin, a base di frutta e verdura, succhi di frutta o focaccia e prosciutto..e così via.

Detto questo, io per qualche anno in Sardegna non tornerò: la prossima volta voglio viverla diversamente, cercando di esplorarla, come isola selvaggia, in modo più spartano e itinerante, pianificando le tappe e non i vincoli, e lo potrò fare quando i bambini saranno cresciuti entrambi, in modo da poterne godere di più tutti.

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Categorie: Viaggi

Quando una mamma va a correre

“Ma come fai a lavorare full time, occuparti dei figli e andare anche a correre?”
“Ma dopo che stai fuori di casa tutto il giorno e vivi di fretta per tutta la settimana, dove trovi la voglia di correre?”
“Ma tu lasci i bambini per andare a correre?”

Ecco, se le mie motivazioni a correre sono in evoluzione (in questo momento ho l’obiettivo della mezza maratona, nient’altro), se il mio passo e le mie distanze e i momenti che scelgo per le uscite sono variabili, le domande che invece mi vengono fatte -e quelle che vengono corrette in corso, o rimangono tra i denti, come tentativi di “ma non ti senti in colpa a lasciare i bamb..?”– sono più o meno le stesse.
Al primo posto rimarrà sempre il “chi te lo fa fare?”, ma poi si passa all’attenta analisi della mia vita quotidiana.
Ecco come vivo il mio (provare ad) essere runner all’interno della mia famiglia, e come la mia famiglia -quella ristretta, dei miei genitori e suoceri magari parlerò un’altra volta- vive il mio (provare ad) essere runner.
  Gaia color run noitrecolor run luca color run

Innanzi tutto: la questione tempo (“dove lo trovi il tempo di..?”) in tre parole:

1) Marito: mi ripeto nel dire che è fondamentale la sua collaborazione, la sua disponibilità a sostituirmi o ad alternarsi nella gestione dei bambini. Se non ci fosse, o non fosse in grado (o non volesse) stare con Gaia e Luca, inutile, dovrei trovare un altro appoggio o rinunciare alle mie uscite.
2) Organizzazione: nonostante la disponibilità del marito, cerco di incastrare le varie corse negli orari meno fastidiosi per lui e meno di impatto sui bambini. Ciò significa che in primavera ed estate esco a correre alle 5.45/6 del mattino, quando tutti dormono e non si accorgono neanche della mia assenza, oppure, di questi tempi, il sabato mattina, mentre tutti e tre sono in piscina, occupati in attività che non mi includerebbero comunque. Quando mi alleno in settimana faccio in modo di precipitarmi dall’ufficio ad asilo e scuola materna, recuperare i bambini, stare con loro un’oretta, scarsa, a dire la verità, ma sufficiente a rendermi presente e a spiegare loro dove vado, prima di darmi il cambio con il papà e uscire per la run. Tutto questo implica sveglie all’alba, chilometri in più da percorrere in bicicletta (circa 12/15 ogni volta che torno a casa prima di correre, per un totale di circa 25/28 km di bicicletta giornalieri) e una vita frenetica. Tutto però si incastra e pare, per ora, che nessuno ne sia scontento.
3) Motivazione: è mia forte convinzione che se si voglia ottenere veramente qualcosa e, nello specifico, uno spazio per sè, si debba e si possa farlo. Un’ora di tempo nell’arco di una giornata, se le prime due condizioni si verificano e se c’è l’intenzione di averla davvero, si trova. La forza di volontà deve vincere sulla fatica, altrimenti non usciremo mai dalle coperte per andare a correre con il buio, il freddo e, magari, anche la pioggia.

addominali mammaluca plank mammaluca

Passiamo alla voglia di correre.

C’è davvero qualcuno che pensa che io abbia sempre voglia di correre? C’è davvero qualcuno che pensa che io sia già così appassionata da amare e desiderare sempre le uscite all’alba, con il ghiaccio o gli allenamenti sulle salite dopo una giornata di lavoro? C’è davvero qualcuno che pensa che si agisca solo in base a ciò che abbiamo voglia di fare? E c’è davvero qualcuno che pensa che correre controvoglia non sia soddisfacente?

Aver voglia di fare fatica, di sottoporsi ad uno stress fisico, ma spesso anche mentale -quando la testa insiste sul ricordarci alternative più piacevoli, una cena tutti insieme, un film sul divano, i giochi per terra con Luca e Gaia, un sushi con le mammiche..-, soprattutto quando ci si sente fuori forma o non predisposti, è innaturale. Spesso il primo sforzo è proprio allacciare le scarpe e iniziare a correre; vincere la demotivazione e la pigrizia è ciò che mi porta a godere delle endorfine post allenamento e della soddisfazione per aver tenuto duro e aver rispettato gli impegni con me stessa.

“Mamma, ma vai a correre anche se c’è la neve?”
“Mamma, ma non hai freddo?”
“Mamma, ma perchè se non hai voglia vai lo stesso a correre?”
Non nascondo che, a volte, siano proprio le domande di Gaia a ricordarmi che devo essere esempio, non di masochismo, ma di dedizione, costanza, determinazione, che devo tenere duro anche per insegnare ai miei bambini che, se abbiamo un obiettivo o un impegno, non deve essere la non-voglia a guidare le nostre azioni. Anche perchè, altrimenti, varrebbe lo stesso discorso per loro se, un giorno qualsiasi, non volessero andare a scuola o a nuoto o a teatro perchè, ad esempio, piove.

corsa a ìl buio neve

Infine, sì, lascio i miei bambini quando vado a correre.
Non solo non me li porto dietro, cosa ovvia, ma “sottraggo loro del tempo che scelgo di dedicare a me stessa”.
E no, non mi sento in colpa.
Certo, cerco di incastrare ogni cosa in modo che io possa stare con loro, anche per poco, quasi tutti i giorni (a volte, una o due a settimana, se non riesco a prenderli a nido/materna, rincaso direttamente dopo gli allenamenti, verso le 21, quando loro stanno già dormendo, è vero). Quando torno dagli allenamenti e soprattutto dopo gli ultimi soddisfacenti “lunghi del sabato” (ah, a proposito, sabato scorso, uscendo alle 8 di mattina, con la neve ancora sulle strade, ho raggiunto per la prima volta la soglia dei 18 km consecutivi e con un passo per me anche molto buono!) sono generalmente di ottimo umore, con la mente sgombra e predisposta a dedicarmi a loro..e con una dose maggiore di pazienza -che non è certamente il mio punto forte.
Una donna felice è anche una mamma più felice con i propri bambini; della realizzazione personale (lavoro, sport, passioni) e della serenità di uno dei componenti della famiglia, beneficiano generalmente anche tutti gli altri.

Anche per i bambini ormai è una routine, è normale che la mamma vada a correre: quando mi vesto, senza che io chieda nulla, mi portano le scarpe -rigorosamente una a testa-, Luca sfreccia lungo il corridoio al grido di “correreeee!” o di “anche Luca a correreeee”, mi salutano dalla finestra. Gaia mi chiede sempre se io abbia una gara -e nel caso si raccomanda di vincere e portare la medaglia-, o se invece sia un allenamento; ogni tanto le rispondo -nel caso dei lunghi del sabato- che è un allenamento, ma anche un po’ una gara e che devo vincere assolutamente, anche se non avrò nessun trofeo. A volte, Gaia aggiunge che vorrebbe venire insieme a me e mi chiede se, quando sarà più grande, potremo correre insieme. Non vedo l’ora, amore mio, non vedo l’ora.

In tutto questo, sono convinta anche che i miei bambini si stiano ulteriormente avvicinando al mondo dello sport (al di là del corso di nuoto che entrambi seguono dall’età di tre mesi), che non ha età, che è per tutti, che fa bene al corpo e allo spirito; impareranno pian piano che si può correre per competere con se stessi, per gareggiare fra molti, o per il piacere stesso di muoversi; scopriranno che non sempre ci sarà una medaglia all’arrivo e che, a volte, sarà soltanto per i più meritevoli, che magari non saranno loro; sceglieranno lo sport che più apparterrà alla loro indole, individuale o di squadra, in acqua o fuori, agonistico o amatoriale, con l’auspicio che possano sempre divertirsi in ciò che fanno e lottare per raggiungere le proprie soddisfazioni.

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Categorie: Sport, Vita da mamme

Mi ha detto che..POSSO!

Capita che un’amica lanci un chiaro S.O.S. e, in barba ai programmi e al piano A di un pomeriggio in famiglia, si telefoni ad un’altra amica e si improvvisi un piano B: “Marito porta figli alla festa programmata, verso le 15 gli farò sapere luogo esatto del parco e se la caveranno senza di me; lei passerà a prendermi tra mezz’ora, ho giusto il tempo di salutare i suoceri, andare a casa a sistemarmi la faccia e a preparare un minimo di borsa -bancomat, una felpa, fazzoletti e una bottiglietta d’acqua; dovremmo arrivare dall’amica a 160 km da qua per merenda, si sta insieme e poi, a seconda di come va, potremmo tornare per cena. Male che vada, comunque stasera gioca il Milan, lui avrebbe compagnia”.

Anche se preso alla sprovvista, Nico -di gran cuore come sempre- capisce la situazione, mi rassicura sul riuscire a gestire le due pesti fino a sera e si raccomanda soltanto con un “Torna quando devi tornare, non ti preoccupare; solo, fammi sapere quando arrivi e quando riparti…e guidate piano”. Luca si è già addormentato per il riposino pomeridiano; Gaia no e devo affrontarla. Ottengo anche il suo benestare spiegandole che, purtroppo, non potrò andare con loro alla festa, perchè c’è un’amica che ha molto bisogno di me, e promettendole che quando tornerò –presto, ma certo, presto!– le porterò una sorpresa (funziona sempre).

Succede poi che, in effetti, si ha conferma che il rientro avverrà dopo cena: un’amica è un’amica e in questo momento ha bisogno di noi, di me. Fammi fare una telefonata.

Categorie: Amicizia, Mi ha detto che, Vita da mamme

Sveglia all’alba con sorpresa

L’ultima settimana, tra referti inattesi, premi sorprendenti, belle notizie, è stata per me densa -oltre che di qualche notte in bianco- di emozioni e pensieri. A questo si aggiunga il fatto che sono abituata ad alzarmi dal letto ben prima del resto della famiglia ed ecco che, anche se sono a casa dal lavoro con la gamba sul famoso sgabello, si verificano risvegli irrimediabili alle 5.40, occhi sbarrati, cervello che inizia a frullare, pianificare, organizzare, progettare piani A, B, C.

Per i primi cinque-dieci minuti provo a riaddormentarmi, poi le gambe iniziano a scalpitare, il materasso diventa scomodo, mi sembra che faccia anche decisamente caldo e non resta che alzarmi. In casa si sentono soltanto tre orsi letargici che russano, il cielo è ancora scuro e dal condominio non si percepisce nessun movimento.
E’ l’ora perfetta per andare a correre e ho così tanta energia e adrenalina in corpo che so che oggi potrei battere ogni record, di tempo e distanza. Mio marito apre un occhio, mi chiede l’ora, rispondo con un “5.45, basta, vado a correre!”; si fa una risata nel sonno e si gira dall’altra parte.

Categorie: Pasticceria e pasticci, Vita da mamme

Settembre

Oggi Luca ha ricominciato il nido, Gaia è tornata felicemente alla scuola materna, orgogliosa di essere non più una Bollicina di 3 anni, ma una Little Wave di 4 anni tra i suoi compagni di classe Acqua.

Oggi, quindi, è iniziato davvero settembre e con esso la vita di tutti i giorni.

Ho deciso che, se l’anno scorso ho affrontato pian piano piccoli cambiamenti di vita (alimentazione, attività sportiva, assestamento familiare con Luca finalmente “interattivo”, nuove amicizie..), quest’anno dovrà essere Meraviglioso. Le difficoltà non mancano mai, le insoddisfazioni neanche, ma voglio provare ad essere più positiva ed ottimista, sull’esempio di alcune splendide persone che da qualche mese riempiono la mia vita, cercando di raggiungere un pezzettino alla volta delle piccole conquiste.

C’è chi ad inizio anno (che per me è quello scolastico) si dà buoni propositi. Io voglio darmi degli obiettivi. La sottile differenza è che i propositi assomigliano a speranze, sogni, desideri; gli obiettivi prevedono una meta chiara e un percorso per raggiungerla (obiettivi SMART, sono ripetitiva).

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Delle meraviglie d’Abruzzo

Alzi la mano chi conosce l’Abruzzo.
Rettifico: alzi la mano chi dell’Abruzzo sa qualcosa di più dell’ “è una regione dell’Italia centrale, dovrebbe esserci il mare, ma forse no, però ci sono le montagne; il suo capoluogo è Pescara, anzi, L’Aquila, boh, ah sì L’Aquila, dove qualche anno fa c’è stato il terremoto. In Abruzzo si mangia bene.”

Io, fino all’estate scorsa, dell’Abruzzo non conoscevo nulla. Sono approdata nella provincia di Pescara per caso, cercando su gmaps una località di villeggiatura adatta anche a Luca di soli sei mesi, con un mare più invitante di quello della Riviera Romagnola e più vicino di quello splendido di Puglia/Calabria, e più economica delle Marche o della Toscana che, da preventivi, erano al di sopra del nostro budget familiare.

Nel 2013 ci siamo finiti per caso, nel 2014 siamo tornati per scelta.

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La moltiplicazione delle ore del giorno

Più di una volta, in più di un’occasione, mi sono sentita chiedere “ma come fai a far tutto?” (sì, più o meno come nel famoso libro poi diventato film). Lavoro d’ufficio full time, due pesti, un marito, una casa, da quest’anno allenamenti 2/3 volte a settimana, un semi-lavoretto di pasticceria per arrotondare nei weekend tra settembre e maggio, amici da non trascurare e ora il blog.

Bene, vi svelo il segreto. Anzi, la magia, il MIRACOLO:
Io sono in grado di moltiplicare le ore del giorno.

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