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Istanbul a Pasqua. Certo, con i bambini!

Quando ho detto che il nostro piano per Pasqua sarebbe stata una vacanza quasi-last minute ad Istanbul (pacchetto prenotato su Expedia, Volo Alitalia, alloggio presso The Stone Hotel – zona Sultanahmet), dopo qualche minuto di chiacchierata i miei interlocutori, immancabilmente, hanno esclamato un “Ah, ma anche con i bambini?!”.

Istintivamente, ogni volta, il pensiero è “certo, e chi me li tiene per cinque giorni?!”, poi segue un “eh, magari andassimo via da soli”, ma alla fine sopraggiunge la riflessione su quanto sia bello anche per loro trascorrere del tempo insieme, in vacanza e alla scoperta di nuovi mondi. Alla fine di ogni viaggio, in particolare, mi sento di aver fatto qualcosa di grande per loro, mi sembra che la fatica di portarli con noi (fatica consapevole, nessuno ci obbliga a partire, potremmo stare a casa nostra) e di mediare tra una vacanza di coppia e una vacanza a misura di bambino, cercando di coinvolgerli anche in attività che potrebbero essere per loro troppo faticose o poco allettanti, sia ripagata dalla loro frenesia nel raccontare che cosa hanno visto e vissuto, dalla malinconia del ritorno a Milano e dal desiderio di partire presto per un’altra meta.

Così, ecco che per questa Pasqua siamo andati a Istanbul, una città di cui mi sono innamorata. Anzi, Istanbul non è una città, Istanbul sono mille città, tutte diverse, troppe da visitare e conoscere in pochi giorni, un insieme di culture, religioni, abitudini e tradizioni che convivono senza distinzioni apparenti.

Siamo partiti attrezzati con: scarpe da ginnastica per tutti, un passeggino utilizzato pochissimo (LucAttila rimane seduto solo se obbligato e dopo scenate con grida e strepiti, oppure in braccio alla sorella), per Gaia una pedana per passeggino nuova, comprata per l’occasione, e rotta durante il viaggio aereo; in una borsa, qualche euro cambiato in lire turche una volta a destinazione, pannolini di ricambio, Istanbul Kart per i mezzi pubblici e macchina fotografica.

Partiti di mercoledì sera, abbiamo dedicato il primo giorno ad esplorare il quartiere di Sultanahmet. Chi va ad Istanbul per un weekend, va in questa zona: “è tutto lì”, dicono, la Grande Moschea (Moschea Blu), Santa Sofia, la Basilica Cisterna, gli Obelischi e la fontana tedesca, il Palazzo Topkapi, il Gulhane Park, la via con i ristoranti turistici e i negozi di souvernir, il Gran Bazar. In Santa Sofia non siamo riusciti ad entrare per via di una coda interminabile e dal Gulhane Park siamo, ahimè, dovuti scappare, per un quarto d’ora di temporale inatteso che ci ha inzuppati completamente.

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Il primo giorno i bambini hanno scoperto che, se noi spremiamo le arance, a Istanbul si spremono i melograni e il succo è buonissimo, sembra vino, lascia i baffi rossi e fa molto ridere; hanno avviato una gara all’avvistamento del gatto -animale quasi sacro e più che rispettato dalla popolazione, che gli lascia sui marciapiedi croccantini, ciotole d’acqua e casette di cartone- e una conta di fontane; hanno scoperto che ad Istanbul, con poche lire turche, per strada si possono assaggiare da ambulanti, mentre si cammina senza sosta con mamma e papà, delle specie di focaccine-ciambella, cozze con limone, panini con pesce arrostito al momento, dolci buonissimi, ceci caramellati e frutta secca, pannocchie da sgranocchiare o caldarroste; hanno scoperto che per cinque volte al giorno, per tutta la città, si sente cantare un inno di richiamo alla preghiera dai megafoni dei minareti, che sembrano la Torre di Rapunzel e invece sono parte delle moschee.

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Il primo giorno siamo riusciti anche ad esplorare la zona di Eminonu, con il bazar egiziano, anche chiamato Bazar delle Spezie, con colori, profumi e assaggi buonissimi, soprattutto per le bambine che guardano distese di dolci con gli occhi sgranati (per i bambini che, invece, si addormentano nel passeggino, purtroppo non rimane molto..). *nelle foto, immagini di vari bazar.

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Da lì abbiamo attraversato il ponte di Galata e, tra gradini e salite, siamo arrivati alla torre: neanche se avessimo provato a calcolare i tempi saremmo riusciti ad arrivare in cima così puntuali per il tramonto.

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Abbiamo trascorso la serata tra i sapori di Galata e siamo tornati in hotel a dormire, con Gaia che ancora saltellava per Sultanahmet.

Luca: “Dov’è Istabulle?”
Mamma: “Siamo a Istanbul, è qui!”
Luca: “E’ qui per terra?”

Il secondo giorno abbiamo incontrato, grazie a www.scoprireistanbul.com, Kadir, una guida eccezionale che ci ha accompagnato per i quartieri di Fatih, Fener e Balat, per mostrarci il volto della vera Istanbul, quella non turistica, quella della vita quotidiana. Kadir ci ha raccontato con passione storia e storie della città, ci ha accompagnato in moschee e bazar, ci ha spiegato l’architettura dei palazzi e insegnato a distinguere case ottomane e armene, ci ha intrattenuto con piacevolissime spiegazioni su dettagli che da soli ci saremmo persi, ci ha illustrato mosaici e raccontato leggende. La nostra guida meravigliosa ha fatto appassionare Gaia e Luca, che cercava la sua mano invece di quella di mamma o papà, che non ha chiuso occhio per tutto il giorno, che ha gustato, leccandosi i baffi, zuppa di lenticchie, carne e budino di riso in una locanda in cui ci siamo fermati a mangiare tutti insieme. Con Kadir abbiamo assaggiato anche il Salep, buonissima bevanda invernale fatta con latte, polvere di orchidea, zucchero e cannella: al primo sorso, Luca non ha potuto trattenere una risata di sorpresa e soddisfazione per il suo palato. Nonostante i dieci chilometri abbondanti percorsi e le ore di camminata sui colli di Istanbul, i bambini sembravano reggere bene e ne abbiamo approfittato per trascorrere la serata a Taksim, con Kadir che ci faceva strada: non abbiamo potuto non cenare insieme a lui, poi, iniziato a piovere, siamo tornati in albergo con una passeggiata in discesa e un comodo tram, per la gioia di Luca.

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Il terzo giorno è stato quello dedicato ai bambini: li abbiamo portati all’Istanbul Akvaryum, il primo acquario per entrambi. Gaia ne è rimasta affascinata, soprattutto per i faccia a faccia con gli squali, per le stelle marine e per il sentirsi sotto al mare senza bagnarsi. Un giro nel labirinto degli specchi, uno alla scoperta di un relitto e, nel primo pomeriggio, siamo tornati a Eminonu, pranzando con poche lire ai baracchini lungo la strada.

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Abbiamo poi attraversato di nuovo il ponte, fatto un giro nel quartiere di Galata, assaggiato sfoglie con formaggio e spinaci, fino a perderci e arrivare a Besiktas; ci siamo poi lasciati guidare dal lungomare, dalle strade costeggiate da tulipani e fiori viola, abbiamo giocato in un parco giochi sul mare, fotografato il Palazzo Dolmabahçe, ci siamo ritrovati in un’area per lo shopping, affollata al punto da essere quasi impraticabile.

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Tornando indietro, con la funicolare siamo saliti nuovamente a Taksim: i bambini hanno giocato rincorrendosi nell’enorme piazza, poi, seguendo i binari del tram nostalgico, abbiamo ripercorso la via principale, fino a fermarci a mangiare in un locale suggerito il giorno prima da Kadir. Gaia ha assaggiato i miei involtini di foglie di vite, i ravioli turchi con lo yogurt, Luca ha preferito polpette, humus per tutti; infine, dolci a volontà e, di nuovo, una passeggiata in discesa fino ad Eminonu e poi tre fermate di tram per tornare in hotel.

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Il quarto giorno, Pasqua, dopo che i bambini hanno scartato i piccoli ovetti della nonna Maria nascosti in valigia, abbiamo incontrato, invece, un’altra guida, Michelangelo, che, dopo un tour per Eminonu, ci ha fatto traghettare sul Bosforo alla scoperta dei quartieri di Üsküdar, Kadıköy e Yeldeğirmeni. Forse per il gruppo numeroso, per la guida meno empatica e accattivante di Kadir, o per le nostre aspettative troppo alte, la giornata è trascorsa con un po’ di insoddisfazione e con la sensazione di non aver scoperto tutto quello che quei quartieri asiatici avrebbero avuto da dirci. Abbiamo contato i numerosi Occhi di Allah, in realtà non simboli religiosi, ma apotropaici, che allontanano il malocchio da chi li porta con sè.

Gaia: “Sai che il braccialetto che mi hanno regalato al Gran Bazar mi protegge dal male all’occhio?”

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A metà pomeriggio, dopo un breve giro per Kadıköy, siamo tornati a Eminonu e al Bazar delle Spezie, in cui, tra assaggi vari- ci siamo dedicati alle negoziazioni per gli acquisti.

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Un po’ per stanchezza, un po’ per i tempi stretti, un po’ perchè carichi di pacchetti che ci impedivano di muoverci agevolmente sulle salite o sui mezzi pubblici, un po’ per un mio ginocchio provato da giorni di Converse, abbiamo preferito rimanere, come ultima sera, a Sultanahmet. Gaia per cena ha chiesto gli involtini di foglie di vite. Sulla via del ritorno in hotel si è lamentata di un dolore ai “mignoli dei piedi”, ha tolto le scarpe e il rientro è stato facile: per quello che mi riguarda, rimarrò sempre sbalordita per i chilometri e le ore macinate incessantemente, saltellando e divertendosi, senza mai lamentarsi, per quattro giorni pieni.

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Ancora una volta si è rafforzata la mia convinzione che viaggiare con i bambini sia fattibile, che ci sono mete migliori di altre per motivi di sicurezza e igiene (ma vale anche per gli adulti), ma che in realtà tutto dipenda da come si sceglie di organizzare la propria vacanza. Sono sufficienti poche accortezze, una pianificazione che tenga conto delle possibili esigenze dei più piccoli e, quindi, un’attrezzatura per far fronte ad esse (acqua, un cambio, snack, passeggino/fascia/zaino se pensiamo che i piccoli non cammineranno a lungo..); è necessario poi, più di tutto, la disponibilità dei genitori ad adattarsi, a modificare eventualmente sul momento i propri piani (ammetto che io stessa devo lavorare ancora un po’ su questo punto, da donna tabella mi innervosisco parecchio), ad adoperarsi per coinvolgere attivamente i bambini in ciò che si vede e che si fa, rendendo il mondo a loro misura.

Lunedì abbiamo avuto solo poche ore prima di tornare in aeroporto, giusto il tempo di un ultimo giro per Sultanahmet e di spendere le lire residue: Luca felice all’idea di rivedere il nonno Totò, Gaia con richiesta di tornare presto a fare un altro viaggio, noi con la consapevolezza che non sarebbe bastata una settimana intera per conoscere questa magica città e che, “il mondo è grande, non torniamo due volte nello stesso posto”, ma chissà..!

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Figli e lavoro, figli al lavoro

Era il 2009 quando per la prima volta ho sentito parlare dell’iniziativa Bimbi in Ufficio con Mamma e Papà (ex Festa della Mamma che lavora) promossa dal Corriere della Sera e con svolgimento, tradizionalmente, nel mese di maggio: l’azienda in cui all’epoca lavoravo aderiva, pur senza organizzare nulla di specifico, e quell’anno alcune colleghe mamme avevano portato i loro piccoli a conoscere il luogo di lavoro e a condividere una merenda.

Nel 2012 ho partecipato anche io, ormai in un’altra azienda, alla mia prima giornata Bimbi in Ufficio insieme a Gaia:

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Mamme e papà di figlie femmine: tot cose che vorremmo sapere (come affrontare)

In questi giorni si sta diffondendo su internet un articolo che si intitola “Papà di figlie femmine, 15 cose che dovreste PROPRIO sapere”. L’ho trovato molto bello, per diversi aspetti adatto anche a papà di figli maschi: la presenza di un genitore anche nei momenti difficili, l’importanza degli esempi di comportamento, lo stare insieme in un tempo di qualità, il rispetto reciproco, la capacità di chiedere scusa per i propri errori, l’amore.

Però credo che qualcuno debba scrivere anche un articolo più o meno dal titolo “Papà di figlie femmine, 15 cose che dovreste PROPRIO sapere come affrontare“, anzi, “Papà e mamme di figlie femmine..”.

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Una promessa è una Promessa!

A volte crediamo in valori che non riusciamo a vivere come davvero nostri, abbiamo principi che spesso ci capita di tradire, ci diamo obiettivi che perseguiamo o raggiungiamo solo parzialmente; certo, se siamo sinceri con noi stessi, ci rendiamo conto di tutto ciò, ricominciamo con i buoni propositi, mettiamo impegno e riproviamo da capo.

Se poi siamo genitori, oltre ad avere una coscienza per noi stessi, vogliamo anche dare il buon esempio e insegnare qualcosa ai nostri figli, per cui ammettiamo gli errori e ricominciamo a perseguire ideali e morale in cui crediamo.

Su una cosa, però, non ci si può sbagliare: le promesse.
Le Promesse vanno mantenute!

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