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Donne che a volte (non) hanno paura

E’ da qualche settimana che avrei voluto scrivere questo post, perchè sono mesi che corro all’alba, anzi, prima dell’alba, con il buio, da sola, e ultimamente le pressioni altrui su quanto quello che faccio sia pericoloso stanno aumentando, complici le notizie di cronaca poco incoraggianti. Da ultima, quella del medico arrestato per aggressioni sessuali ripetute a runner donne, da sole, al Parco Lambro in pieno giorno.

Pioggia di messaggi, a volte neanche direttamente a me, ma tramite mio marito –“hai sentito la notizia? di’ alla Vale..”, come se fossi una che vuole rischiare a tutti i costi, un’irragionevole o una che adora correre da sola alle 5 del mattino di inverno. Certo, sì, adesso lo adoro, ma se non lavorassi e potessi correre alle 8 o mentre i bambini sono in asilo, ecco, forse avrei un’opzione in più.

Quello che avrei voluto scrivere due settimane fa è che sì, io corro da sola e non lo faccio completamente senza paura, ma neanche con ansia; corro con alcune precauzioni come non comunicare orari nè percorsi, alternare tracciato e tipologia/durata di allenamenti; corro vestita tendenzialmente di nero, senza musica o, durante i lipidici, con un solo auricolare a volume basso (per non morire di noia, più che altro); sono persino arrivata a tenere l’orologio retroilluminato all’interno del polso, in modo da non farmi notare sul percorso, specie se ripetuto ciclicamente; mi lego i capelli in una cipolla, da quando su runlovers ho giustamente letto che una coda o una treccia sono più facilmente afferrabili da malintenzionati. Inoltre, ho sempre tutti i sensi e i sensori attivati, le famose antenne drizzate, al punto da scambiare spesso -con il buio e la miopia- pali o bidoni del parco per persone (meglio avvistare qualcuno in più che qualcuno in meno); se scorgo uomini sul mio tragitto, cerco di passare con una buona postura, testa alta e correndo senza ansimare, anche se sono in ripetuta, pensando che sia meglio dare l’impressione di una che potrebbe darsela a gambe levate senza affanno o gridare a pieni polmoni; sto sempre attenta ai soliti soggetti che so di incontrare, i due zingari con auto scassata e lunga che rovistano nei sacchi di immondizia condominiali nel giorno di ritiro della plastica, l’uomo -che a volte è accompagnato- che ad una certa ora precisa sale sul suo furgoncino bianco nel punto in cui entro nel parco (furgoni e auto mi insospettiscono sempre), il tizio che in bicicletta, prima dell’alba, taglia per il parco verso i condomini di Sesto..; sto attenta al passaggio di auto e ad eventuali rallentamenti sospetti. Mio marito sa sempre dove vado, il tipo e la durata di allenamento che dovrò sostenere e avvio il live-track con Garmin perchè possa eventualmente tracciarmi in tempo reale, e osservo chi porta in giro il cane -e il tipo di cane!-, a cui eventualmente chiedere aiuto. Ho sempre con me, oltre all’orologio, il cellulare e, fino a poco tempo fa, anche la chiave lunga della porta blindata nascosta in una mano; spesso immagino come potrei reagire in determinate situazioni e mi creo dei film mentali.

Purtroppo però la realtà può essere ben diversa da come ce la si immagina.

Ci si preoccupa di correre da soli, con il buio, in orari in cui ciclabili e parchi sono poco frequentati, e poi succede che una domenica mattina, -quando la tua corsa l’hai già finita e il sole è decisamente alto nel cielo, hai percorso camminando e riappacificandoti con il mondo i 200 metri che separano ciclabile da casa, hai anche già citofonato a tuo marito perchè ti apra il portone per cambiarti, lavarti e bere un litro d’acqua- uno sconosciuto, alle spalle, ti molesti violando le tue parti intime, quelle più intime che nei leggins da running lo sono ancora di più.

Difese abbassate, la sensazione di sicurezza di casa, ed ecco che la reazione che immaginavo avrei avuto non è quella che metto in atto, le azioni non si susseguono come nei miei diversi film immaginari. Non ho paura, ho una reazione di rabbia e, allontanata la persona, una volta salita in casa, penso sia inutile sporgere denuncia o chiamare il 112 e che, forse, non è stata una cosa poi così grave, “con tutto quel che si sente in giro”.

Non è vero. A 24 ore di distanza faccio la denuncia e un primo nodo si scioglie (oggi, martedì, ho riconosciuto in questura il soggetto, tra 8 foto in bianco e nero, con assoluta certezza).

Ragazze, donne, che siate runner o capitiate qua per caso, da questa vicenda e da questi tre giorni ho tratto alcune lezioni e rinfrescato alcune idee che avevo un po’ sfocate:

1- Non permettete a nessuno di dirvi che ve le andate a cercare. Andare a cercarsela è tuffarsi nudi in un cespuglio di ortiche sperando di non riempirsi di bolle, è arrampicarsi su una parete di 200 metri senza imbragatura, è esporsi al sole di mezzogiorno in Kenya senza protezione solare. Per il resto, non c’è nulla di ciò che possiamo fare che giustifichi, ammetta, consenta, renda lecita un’aggressione o una molestia, e andare a cercarsela è una stronzata maschilista.

2- Non sorvolate sulle battutine: quelle che vengono da donne sono le peggiori. Personalmente ne ho ricevute un paio, non so se la mia stizza e la mia pena siano state adeguatamente percepite, ma a me è apparsa chiara la pochezza delle persone da cui le ho ricevute. Si ricordi sempre che oggi è toccato a me, domani potrebbe toccare a te, o a tua moglie, o a tua figlia: ti viene ancora voglia di scherzarci sopra?

3- Non pensate che non sia una cosa grave solo perchè esistono stupri e assassinii: ci ho messo due giorni a capirlo, ma poi tutto viene fuori comunque. Non esistono cose che ci meritiamo, cose non gravi, scusanti o giustificazioni; possono esserci attenuanti, come l’incapacità di intendere e di volere, ma non sta a noi giudicare, così come non sta a noi stabilire se la pena sia il carcere o un trattamento sanitario. Sta a noi difenderci e denunciare.

4- Non sottovalutate l’azione delle forze dell’ordine nè l’importanza di una denuncia, anche se contro ignoti. Per citare la mia mamma, una segnalazione oggi, una domani, e magari si salva una donna o, un giorno, si arriva ad identificare un soggetto con dei precedenti. La denuncia inoltre consente di aprire un fascicolo: “se dovesse rivedere il soggetto, identifichi la posizione e ci chiami subito, che sia ora, tra 10 giorni o 5 mesi”.

5- Circondatevi di persone che vi supportino: non vergognatevi a parlarne, non abbiate paura a condividere preoccupazioni o sensazioni con chi vi vuole bene. Nell’alternanza delle sensazioni, una chiacchierata con qualcuno vi aiuterà a ridimensionare il tutto alle giuste proporzioni e ad andare fino in fondo.

6- Continuate a cercare di condurre la vostra vita normale: forse è presto per me per parlarne, ma per ora non rinuncerò a correre solo perchè, una volta e in una situazione che delle caratteristiche delle mie corse aveva ben poco, sono stata molestata. Nessuno ha -e a nessuno dobbiamo dare- il diritto di prendersi la nostra libertà.

7- Abbiate coraggio, sempre.

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Paura? Via, di corsa!

Ma tu non hai paura a correre all’alba?
No. Anzi, sì.
Non è meglio la sera?
No. Anzi, non c’è un “meglio”.

La verità è che Irene stava correndo lungo il Naviglio in pieno giorno, quando tre, forse quattro, bastardi l’hanno aggredita appena si è fermata a bere ad una fontanella.

La verità è che tutte noi corriamo in luoghi e momenti diversi, ma le molestie che subiamo sono le stesse. “Molestie”, sì, perché i commenti di cattivo gusto, gli apprezzamenti bisbigliati, gli sguardi viscidi, gli inviti non richiesti sono molesti; sono inopportuni, ci importunano.

Le molestie non risparmiano nessuna, in questo caso non c’è discriminazione: colpiscono le donne belle, le donne carine, quelle meno belle; quelle magre, quelle in carne, alte, basse, vestite con abbigliamento tecnico o con tute da casa, in bra sportivi o felpe ingombranti, le ragazzine come le donne meno giovani.

Quando esco per andare a correre o ad allenarmi, che ci sia luce o buio,

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