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C’era una volta Kamal

Nella giornata internazionale della disabilità, vi voglio raccontare una storia: non è una favola di fantasia, è una storia vera, fatta di pregiudizi, fatiche, speranze, incontri stupefacenti e, ancora, in cerca di un lieto fine.

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E’ la storia di Kamal (nome di fantasia), che ho incontrato personalmente pochi giorni fa, in un colloquio in cui più lui sorrideva, più a me si stringeva il cuore: il mio compito non è addentrarmi troppo specificatamente nelle vicissitudini personali, non è offrire sostegno psicologico, il mio ruolo è fare una valutazione principalmente delle competenze e del quadro generale della persona, al fine di poterla supportare nell’inserimento lavorativo, in un ruolo e in un contesto adatti. Nel mio lavoro ho sviluppato la capacità di non farmi coinvolgere emotivamente per rimanere obiettiva nelle valutazioni, allo stesso tempo però, da essere umano, credo che alcune vite meritino di essere raccontate.

Eccomi davanti, quindi, a Kamal, che -pur riferendo difficoltà nel parlare- aveva già sostenuto un colloquio telefonico con una collega. Non abita a Milano, ma in un’altra provincia piuttosto lontana: arriva puntuale, con il sostegno di una stampella: è solo quando lo vedo di persona che mi rendo conto della sua invalidità. Kamal, marocchino di origine, ha 25 anni ed è affetto da una forma di spasticità. Già capisco che deve aver già fatto uno sforzo notevole per arrivare con i mezzi e lunghi tratti  a piedi a sostenere il colloquio (se avesse espresso le sue difficoltà, come step iniziale, l’avremmo incontrato su SkyPe, penso).

Kamal inizia a parlarmi del suo titolo di studio, quando è sufficiente una mia domanda perchè inizi a raccontarmi la sua storia, ed è da quel momento che inizio a conoscerlo un po’ meglio.

“Da quanti anni sei in Italia?”

Kamal, all’età di 17 anni, lascia la sua famiglia per raggiungere una provincia del centro-nord Italia, dove ha l’appoggio temporaneo di uno zio. Viene in Italia perchèper un handicappato non c’è posto al suo paese, per un handicappato non c’è possibilità di studiare, nè cure mediche avanzate, nè futuro. Se sta in Marocco, non può fare niente della sua vita”.
Dopo pochi mesi, lo zio di Kamal perde il lavoro e, con questa motivazione, non può più occuparsene: lo “abbandona” e il ragazzo deve tornare a casa. Kamal non si arrende: dal Marocco prende contatti con un’amica, ex compagna dello zio, che promette di andare a prenderlo a Malpensa, poi lui se la caverà.

Arriva il giorno programmato, il volo atterra puntuale a destinazione, ma ad aspettare Kamal non c’è nessuno: Kamal “viene abbandonato per la seconda volta”. Ecco che, come nelle favole più incredibili, in aeroporto qualcuno ascolta la sua storia: si tratta di un padre di famiglia di buon cuore, che, senza pensarci due volte, porta a casa Kamal e gli offre un’opportunità di futuro. In poco tempo, Kamal può abitare in una comunità che si prenda cura di lui e può finalmente intraprendere un corso di studi e conseguire il diploma di tecnico dei servizi turistici: ha solo un piccolo rimpianto, cioè quello di non aver potuto studiare ragioneria (perchè l’istituto non accettava iscrizioni tardive).

Kamal ha sempre sviluppato, un po’ per indole, un po’ per necessità, una passione per i numeri, per i conti, per la matematica e, fin da piccolo, ha avuto le idee chiare su che cosa avrebbe fatto da grande. “Per la mia disabilità, l’unica cosa che posso fare è un lavoro di ufficio, con il pc, a fare conti. Ho sempre pensato che la mia strada sarebbe stata quella dell’economia”.

Con la maggiore età, lascia la comunità e saluta il suo angelo che l’ha salvato e che ora deve tornare ad occuparsi della propria famiglia, dei propri figli e della moglie che hanno, negli anni, manifestato gelosie verso quello sconosciuto che il papà si affannava ad aiutare. In tutti questi anni, Kamal è diviso tra ciò che pensa sia bene fare per se stesso e il senso di responsabilità: racconta che ha un papà in Marocco che percepisce 150 € al mese di pensione, e tre sorelle che lui stesso deve mantenere a distanza grazie alla propria pensione di invalidità.

Kamal si iscrive in università, alla facoltà di Economia e Management e inizia a sostenere, con successo, i primi esami. La sua vita non è semplice: vive con un ragazzo in un piccolo appartamento, ha paura di non riuscire a sostenere i ritmi attuali. “Bisogna pulirla la casa, cucinare, fare la spesa, lavare, e io faccio fatica a muovermi, a camminare, a usare le braccia”. Ha bisogno di un aiuto concreto e, per questo, di un lavoro e di uno stipendio: se non troverà lavoro nel medio periodo, dovrà tornare in Marocco. La sua pensione di invalidità è sufficiente a malapena per l’affitto e per le spese di prima necessità, il resto serve per mantenere le sorelle che devono studiare. Una retribuzione, anche minima, gli consentirebbe di fare venire in Italia la sua mamma, che potrebbe dargli assistenza (e il conforto amorevole che merita dopo anni di solitudine, penso io). Magari, pensa, rinuncerà agli studi e, nel freddo italiano di una casa senza riscaldamenti, tornerà a casa: “con un diploma, qualche chances in più dovrebbe averla anche in Marocco”.

Kamal parla 5 lingue: arabo e francese come madrelingua, italiano ottimo, inglese e spagnolo buoni. Utilizza correntemente il computer e programmi come Word ed Excel a occhi chiusi: il pc “è stato suo amico fin da piccolo, perchè avendo difficoltà a scrivere a mano, se ne è sempre servito”. Kamal, nonostante la disabilità importante, neurologica, quindi fisica e motoria, ha anche avuto -durante gli studi- alcune esperienze di lavoro in stage in ambito amministrativo.

Questo momento è un altro punto decisivo nella sua vita, in cui si trova ad un bivio tra due strade in cui non potrà essere il solo decisore di quella da intraprendere: ha bisogno, ancora una volta, di qualcuno che creda in lui, che vada oltre i preconcetti, i pregiudizi e le discriminazioni di razza, religione e disabilità. Kamal ha bisogno di un’occasione per poter essere messo alla prova, eventualmente formato come qualunque studente senza pluriennale esperienza; la sua forza di volontà, tenacia, resilienza, le fatiche, gli sforzi e le sofferenze di questi anni meritano una ricompensa – penso io.

Verso la fine del racconto, chiedo a Kamal se -se avesse saputo prima a che cosa sarebbe andato incontro, se avesse visto prima tutte le delusioni, le fatiche, le pesantezze di una vita da disabile senza aiuti fisici e con aiuti economici su cui non poter contare- ritornerebbe in Italia, se rifarebbe il percorso che ha fatto.

Kamal, sfoderando il centesimo sorriso, mi risponde senza incertezze che “la sua vita, nonostante tutto e nonostante la disabilità, gli ha dato tante soddisfazioni, tante persone di buon cuore, tante opportunità”.

Così, per l’ennesima volta, imparo una nuova lezione, si ridimensionano i problemi quotidiani, trovano un nuovo ordine le priorità.

Nella giornata internazionale della disabilità, vi ho parlato di Kamal: non è sicuramente un caso isolato, nè è mia intenzione -parlando di lui- dimenticare tutte le altre storie che ho ascoltato e persone che ho conosciuto, ma, al contrario, Kamal rappresenta una faccia comune della disabilità che troppo frequentemente viene trascurata, o ignorata. Troppo spesso si pensa alla persona con disabilità come a qualcuno non abile in termini assoluti, incapace -genericamente- di fare, senza ambizioni o senza futuro; no, non è quasi mai così: in chi vuole fare, la forza di volontà, la capacità di rialzarsi e di vivere condizioni estreme, la forza di lottare quotidianamente, sono caratteristiche dominanti. Tocca a noi, cosiddetti normodotati (eppure, quanto ciascuno di noi è disabile in determinate condizioni o circostanze!), guardare con occhi diversi e fare un passo per superare pregiudizi a favore di opportunità.

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Mi ha detto che…
Ma tu che lavoro fai?

Fine luglio, il prolungamento di asilo nido di Luca e materna di Gaia -che a Milano, per le strutture comunali, si chiamano “centri estivi”– termina di martedì. Le ferie di mamma e papà cominciano il venerdì sera, ed ecco che si ripropone la formula vincente “Luca dal nonno Totò, Gaia in ufficio con la mamma”.

Gaia ormai è di casa in Jobmetoo, per i miei colleghi e per tutti gli abitanti dell’Impact Hub, che si stupiscono di come sia brava e tranquilla e le offrono caramelle, dolci, palloncini, giochini di vario genere.. Io lavoro e lei, seduta vicino, si dedica a disegni, puzzle, set di tazzine da tè, qualche domanda ogni tanto.

Mi accorgo che è abbastanza attenta a ciò che accade intorno a lei, che studia le interazioni tra il team, che scruta Lucia quando si alza e si orienta con il bastone o quando parla al telefono con le cuffie scrivendo simultaneamente al computer, che ascolta le chiacchiere e le battute tra noi, a volte rimproverandoci per qualche parolaccia che non si dice: “è vero, Gaia, hai ragione, non si dice, mi è scappata!”

Ogni volta che viene in ufficio osserva qualcosa di nuovo; la disabilità visibile di alcuni di noi, invece, è ormai normalità, non stupisce, non incuriosisce, non fa sorgere domande, non genera incertezza nei comportamenti da tenere. Gaia si relaziona con tutti allo stesso modo, con a volte un po’ di indecisione e a volte con il suo tono assertivo che non lascia spazio all’altro.

Torniamo a casa in bicicletta e ascoltiamo con un auricolare ciascuno della musica dallo smartphone, quando mi squilla il telefono. Sto pedalando, lei è seduta dietro di me in un incastro perfetto di borsa, sacchetto, casco, cintura, cavetto del telefono: le chiedo di fare silenzio chè devo rispondere ad una telefonata di lavoro. Rispondo e, senza dar troppo peso alla cosa, mi rendo conto solo alla fine che lei, dal suo auricolare, ha seguito tutta la conversazione.

“Mamma, ma tu, esattamente, che lavoro fai? Chi era?”

Finalmente questa domanda, diretta, chiara e spontanea: diverse volte le ho provato a spiegare il mio lavoro, ma forse non è mai stato il momento giusto. Allo stesso tempo è difficile sintetizzare ciò di cui mi occupo: potrei parlarle delle mille attività che svolgo, del business generale dell’azienda in cui lavoro, potrei mettere l’accento sulla disabilità attorno alla quale ruota il senso di Jobmetoo, oppure sulla collaborazione tra di noi, potrei dare infinite sfumature e accezioni ad una così semplice domanda. Scelgo di rispondere in modo sintetico e abbastanza semplice per una bambina di cinque anni, pronta poi a seguire i sentieri che la sua curiosità sceglierà di prendere.

 

IO: “Io aiuto le persone a trovare lavoro. Incontro le persone, le ascolto, provo a capire chi sono, che cosa hanno studiato, se hanno già fatto dei lavori, che cosa vorrebbero fare; poi, quando so che alcune aziende, alcuni uffici, hanno bisogno di assumere, cioè di far iniziare a lavorare qualcuno, le mando lì e le aiuto a fare dei colloqui -cioè, ad incontrare e a farsi conoscere. Sono riuscita a spiegarmi?”
GAIA: “Sì, ma perchè non se lo trovano da soli il lavoro?”
IO: “Sai, non è facile trovare lavoro, non sempre ci sono aziende, uffici, che cercano qualcuno di nuovo; e poi, magari, non tutti sanno come si fa a cercare lavoro. Tu lo sai che in inglese Jobmetoo significa più o meno “lavoro anche io”? Ecco, noi esistiamo apposta per aiutare chi non lavora o chi vuole cambiare lavoro e non ci riesce da solo.”
GAIA: “E quello lì al telefono chi era?E perchè ti ha chiamato?”
IO: “Si chiama Pippo (nome di fantasia), è un ragazzo molto in gamba che sta cercando lavoro. C’era un’azienda che cercava una persona come lui e allora l’ho mandato e ha fatto un colloquio; poi però, c’erano anche altri ragazzi e alla fine non hanno scelto lui, ma un altro. Allora ho dovuto dirglielo e lui mi stava chiedendo perchè non fosse stato scelto, se avesse sbagliato qualcosa o se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso per venire scelto.”
GAIA: “Ah, ho capito”.

 

Non insisto, le ho dato tante informazioni e non oso immaginare che cosa stia frullando nella sua testa, già sorpresa più volte da sue riflessioni improvvise e inaspettate nella loro complessità. Ricominciamo ad ascoltare la musica e a cercare le nutrie nella Martesana.

 

Qualche chilometro di ciclabile dopo, mi richiama:

“Mamma, ma tu lo sai che cosa devi dire a quel ragazzo che non è stato scelto? Tu gli devi dire che non si deve preoccupare e che, anche se questa volta non è stato scelto lui, tu lo aiuterai a farlo scegliere la prossima volta! Non deve essere triste, perchè è in gamba!”

 

Il senso del mio lavoro, anzi, uno dei significati del mio lavoro, è proprio questo: dare un’occasione alle persone in gamba, incoraggiandole a non mollare, ad inseguire i propri obiettivi, a prendere in mano la propria vita, il proprio curriculum a volte frammentato, a giocarsela alla pari con gli altri; supportare e accompagnare queste persone nel loro percorso, cercando di andare oltre alle difficoltà del mercato, alla scarsità di posti di lavoro, ai pregiudizi nei confronti delle assunzioni di persone con disabilità; spingere le aziende a prendere in considerazione candidati per le loro competenze e non per l’etichetta di una diagnosi su un pezzo di carta, facendo fare valutazioni di compatibilità che tengano conto delle necessità dell’individuo, senza preclusioni o paure aprioristiche.

Quindi, un po’ con la logica di una bambina di cinque anni: Pippo è in gamba, questa volta non è stato scelto, ma dovrà avere la sua occasione e io sono qua per lui e per tutti gli altri, per provare insieme a muovere i primi passi. Quello che spero, per Pippo, per me e per Gaia, è che la prossima volta lei possa accidentalmente ascoltare una conversazione diversa, in cui Pippo sarà felice per essere stato scelto, emozionato e magari anche un po’ agitato per il suo nuovo inizio: è lì che anche Gaia non solo coglierà la soddisfazione maggiore del mio lavoro, ma soprattutto capirà che io non ho a che fare con candidati, ma con Persone.

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Milano Marathon 2015: una staffetta per le malattie rare

Mesi fa, quando con le DynamoGirls e Nike ho partecipato alla We Run Paris, ho conosciuto Marcella e RarePartners, una onlus a sostegno delle persone affette da malattie rare, che  promuove  lo sviluppo di nuove terapie e strumenti diagnostici: ci hanno messo le ali ai piedi e noi ragazze siamo partite per la nostra avventura oltre confine.

Di ritorno, già proiettata al calendario gare 2015, ho proposto in ufficio di partecipare alla Milano City Marathon con una staffetta Jobmetoo. Noi che ci occupiamo di inserimento lavorativo di persone con disabilità (fisiche, sensoriali, psichiche, intellettive, motorie), appartenenti a categorie protette, e persone affette da malattie rare, abbiamo scelto di correre proprio per le malattie rare e di sostenere la causa del 2015 di Rare Partners per la Sindrome di Usher.

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In prima frazione, io e i miei acciacchi (dopo la Stramilano, è il turno del ginocchio destro, forse la sindrome della BIT), a seguire Nico, poi Alessandro e, infine, Danilo.

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Mezz’ora prima di noi iniziava la maratona vera, quella di chi non ha bisogno di dividere la distanza in quattro per portarla a termine, quella di chi si allena duramente, quella di chi fa sul serio, spesso continuando a farlo riuscendo a divertirsi: tra di loro, molti amici, a cui ho pensato continuamente e del cui entusiasmo mi sono nutrita per tutta la mattinata.

In griglia stavolta ero da sola, in mezzo a migliaia di persone, ma pronta a correre facendo i conti con il mio fiato e le mie gambe: serena, senza obiettivi di tempo, con il pensiero rivolto al vero motivo per cui ero lì e con l’unica preoccupazione sulla resistenza del mio ginocchio (prima di partire Brufen600 e pomata alla lidocaina). In settimana, agli allenamenti di martedì e giovedì, il ginocchio mi ha imposto di fermarmi dopo soli cinque chilometri: per precauzione, quindi, ho chiesto a Nico che mi aspettasse non nella zona di cambio, a 11.2 km, ma tra il quinto e settimo chilometro, in modo che potessi, alla peggio, passargli il testimone e tornare alla base con la metropolitana più vicina; in caso non avessi avuto bisogno, avremmo corso insieme un tratto.

Partiti, ecco subito la salita in Porta Venezia per consentirmi di testare il ginocchio, poi via, i chilometri scorrevano veloci, il mio fiato mi ha sorpreso, le gambe giravano bene; di nuovo la salita, al contrario, fianco a fianco con i bambini e ragazzi della Milano School Marathon, entusiasti e grintosi, molti dei quali trascinavano i genitori per mano; intorno al quinto chilometro il ginocchio ha bussato, ma è stato solo un avvertimento. Tranquilla, ho iniziato a pensare che mancava solo metà gara, che entro un paio di chilometri, volendo, avrei potuto mollare e affidare il resto a Nico; poi di nuovo nessun dolore e, mentre mi chiedevo che cosa fare e iniziavo a far fatica, ho ripensato al motivo per cui stavo correndo. Scritto di mio pugno sul pettorale con un indelebile nero a punta grossa, avevo indicato: “CORRO PER CHI NON PUO'”. Un paio di ceffoni, una doccia fredda e ho avuto chiaro che sarei arrivata alla fine, avevo preso un impegno importante che avrei avuto ragione di tradire solo se fossi stata male e non per banale fatica.

Nico si è fatto trovare all’ottavo chilometro, niente chiacchiere tra noi e, all’inizio della sua frazione, ci siamo salutati e lui ha preso il volo, per correre complessivamente 15 chilometri con una media di 4.50 min/km (io, per la cronaca, ho corso circa 11.3 km con una media di 5.42 min/km).

Il tempo di scattare una foto al mio traguardo, mi sono fermata qualche minuto ed ecco che il ginocchio ha ceduto del tutto, mi sono appoggiata al muro e poi, poco dopo, di nuovo alla parete che costeggiava le scale della metropolitana. Pazienza, il mio tratto l’avevo fatto, avevo finito ed ero contenta: ora era il turno dei tre uomini della squadra. Sono arrivata in qualche modo allo scambio tra Nico e Alessandro, ho avvisato Danilo quando Ale ha iniziato la frazione e sono tornata con Nico in Porta Venezia; abbiamo recuperato le sacche allo stand di RarePartners, salutato e ringraziato, ma ancora non era arrivato il momento di rientrare a casa.

Ho degli amici-di-corsa che mi avevano detto che avrebbero contato di finire la loro maratona in circa quattro ore, mancavano una ventina di minuti scarsi, ho voluto aspettarli al traguardo e gioire della loro felicità.

Arrivano, li chiamo, mi sbraccio, li incontro, li bacio; sono sudati, stanchi, felici, mi commuovo al posto loro, o forse insieme a loro; mi commuovo del fatto che, pur non essendo Amici con la A maiuscola, ma condividendo le stesse passioni e le stesse fatiche, conosciamo il valore di un semplice saluto o di un incoraggiamento, e ci portiamo tutti nella testa e nel cuore ogni volta che arriviamo alla griglia di partenza, il successo di uno è la gioia di tutti.

Intanto mancava poco anche all’arrivo di Danilo, abbiamo incontrato nuovamente Alessandro per caso in zona arrivo: la nostra staffetta era di nuovo al completo, pochi minuti ed ecco che il nostro ultimo staffettista ha tagliato il traguardo: finalmente è stata medaglia, soddisfazione, festa e senso di squadra per tutti. Facciamolo ancora!

L’atmosfera di serenità, i buoni motivi per cui tutti eravamo lì a correre, chi con una onlus, chi con l’altra, la sensazione di aver fatto, nel nostro piccolo, qualcosa di importante, di aver macinato qualche chilometro per chi non può farlo e per contribuire ad aiutare gli altri, hanno fatto sì che siamo tutti soddisfatti della giornata.

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Le nostre medaglie, come squadra, sono per le persone che nel nostro lavoro incontriamo quotidianamente, per Rare Partners, per Alessandro, per tutti coloro che lottano nelle difficoltà; la mia medaglia, personalmente, invece, è sempre per loro due, che mi aspettano a casa e che non vedono l’ora di chiedermi “mamma, com’è andata? hai vinto anche stavolta?”.

Ho vinto, sì, e con me tutti quelli che, per gli altri, non si arrendono alla fatica.

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Categorie: Il (mio) mondo del lavoro, Sport

Gaia in Jobmetoo: il primo confronto con la disabilità.

Carnevale: scuole chiuse, bambini a casa, genitori in ufficio e nonni che possono gestire fino ad un certo numero di nipoti contemporaneamente.
Per fortuna, in Jobmetoo si è attenti alle persone, ai nostri candidati così come ai dipendenti; con la mentalità giovane, aperta e la flessibilità che ci contraddistinguono, non potendo lavorare da casa per impegni improrogabili che richiedevano la mia presenza in ufficio, ho risolto affidando Luca con i cuginetti dal nonno e portando Gaia con me al lavoro.

Gaia principessa in ufficio

Ho già raccontato delle volte precedenti in cui mi ha accompagnato e del grande valore che l’esperienza aveva avuto sia per me che per lei. Questa volta, più del solito, i due giorni trascorsi alle scrivanie di Jobmetoo sono stati estremamente formativi ed educativi per Gaia: per la prima volta ha conosciuto il team allargato (a ottobre aveva incontrato soltanto un collega, anzi, come dice lei, un collego: è uomo), ha osservato dinamiche nuove e ruoli differenti e, soprattutto, si è confrontata davvero, riflettendoci anche su, con il tema della disabilità (non è che non ci avesse mai avuto a che fare, ma non in modo consapevole, magari soltanto incontrando persone con disabilità motoria casualmente per strada, o con quel compagno di classe “speciale, che ha una maestra tutta per sè”, senza ulteriori spiegazioni.)

In Jobmetoo ci occupiamo di ricerca e selezione e dell’inserimento lavorativo di persone con disabilità e/o appartenenti a categorie protette, promuovendo il valore delle competenze e di ciascuna risorsa in sè, oltre alla necessità di identificare ruoli, ambienti e strumenti compatibili con le esigenze individuali del lavoratore. In altre parole, la persona con disabilità può essere una risorsa per l’azienda, mettendo a disposizione conoscenze, competenze e proprio potenziale, laddove l’azienda sia disposta a guardare oltre l’etichetta di un’invalidità che può essere superata con sforzi reciproci.
Crediamo davvero in questo e il nostro team, in primis, accoglie anche colleghi con disabilità differenti, visibili e non, in ruoli diversi. Non è necessario conoscere o dichiarare la disabilità di ciascuno, ma -quanto a ciò che è visibile- è naturale che una bambina di ormai cinque anni si accorga da sè di qualcosa di nuovo, ed è di questo che parlerò, nel rispetto di tutti i colleghi e delle disabilità non visibili, ma che ci sono e non sono di “serie b”.

Ieri Gaia si è seduta alla scrivania vicino a me, a Daniele -nonchè fondatore di Jobmetoo, disabile uditivo-, ad Erica e a Lucia –non vedente. Già a metà della giornata, nonostante avesse sottolineato più volte il fatto che io fossi sempre al telefono, impegnata in telefonate troppo lunghe, aveva dichiarato l’intento di tornare ogni volta la scuola fosse chiusa: è stata viziata dai colleghi, tra chi le ha regalato poster da colorare delle principesse Disney, chi cioccolatini e Chupa Chups, chi le ha portato pennarelli e giocattoli e chi ha chiacchierato con lei, facendola sentire l’ospite speciale della giornata.

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Con Daniele è stato facile: non nascondo che le avessi già parlato di lui, tempo fa, la prima volta che è venuta in ufficio. Le avevo anticipato con tutta la naturalezza possibile che Daniele parla molto bene, ma non sente e che, quindi, avrebbe dovuto semplicemente guardarlo in faccia per parlargli, in modo che lui potesse leggere i movimenti delle sue labbra. Mi era sembrato che fosse quasi divertita, aveva fatto delle prove con me – “mamma, prova ad indovinare che cosa sto dicendo”, muovendo poi le labbra senza emettere suono.

Lucia, con gli occhi azzurri che Gaia non capiva come mai non vedessero (immaginava che una persona “cieca” non avesse del tutto gli occhi, oppure si fosse accecata con qualcosa: “ma come ha fatto, con un coltello?”, mi ha chiesto poi a sera), l’ha colpita profondamente. Gaia, che è una bambina sveglia (ma, soprattutto, è una bambina e i bambini modificano i propri comportamenti in modo istintivo), ha capito subito che con Lucia era fondamentale dare dei riferimenti tattili o sonori, per indicare la propria presenza. Ha poi studiato l’utilizzo del bastone con cui Lucia vede la strada, le porte, il bagno e gli ostacoli.

Team Jobmetoo a pranzo

Tornati a casa, ha raccontato al papà dei cioccolatini di Alessandro, di Erica, che è una bellissima cantante “ma famosa, eh! ci sono anche i video su internet!”, di Lucia, che è “una ragazza che vede non con gli occhi, ma con le mani e con un bastone”.

A tavola, ha richiamato la mia attenzione con un “mamma, guarda che cosa so fare?!”: appoggiava un braccialetto sul tavolo, chiudeva gli occhi e lo riprendeva. “Hai visto? Riesco a capire dov’è e a prenderlo anche se non vedo!”.
Dopo cena, invece, andava in giro per casa ad occhi chiusi: “Lo sai che io sono capace di andare in camera senza guardare?”. Ad un certo punto, nell’entusiasmo, si è schiantata, quasi correndo -appunto- a occhi chiusi, contro uno spigolo, procurandosi un segno notevole sulla fronte: certo, Lucia va in giro aiutandosi con un bastone, lei ha capito che è meglio se, per sicurezza, allunga le braccia davanti a sè.

Insomma, più che imparare qualcosa del mio lavoro (sentendomi parlare con un collega, mi ha chiesto “Che cos’è che stai cercando?”, ho risposto: “Una persona che di lavoro faccia il contabile unico e che voglia lavorare a Bologna”, ha insistito: “Ma tu per lavoro cerchi le persone?”. Sì, ecco, io per lavoro cerco le persone e parlo tanto, tantissimo, forse troppo, con loro), questa volta Gaia si è arricchita grazie al team di Jobmetoo, a Lucia e a tutti noi che lavoriamo insieme per superare la disabilità e andare oltre le differenze, che sono tali soltanto se le consideriamo così.

Per concludere, vi invito ad ascoltare (e guardare) Erica, la bellissima e bravissima cantante che ha conquistato il cuore di Gaia:

Categorie: Il (mio) mondo del lavoro, Vita da mamme