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Firenze Marathon: la mia prima Maratona.

Finalmente è arrivato il venerdì: dopo mezza giornata di lavoro e scuola, partiamo tutti e quattro alla volta di Firenze, arrivando per l’ora di merenda. Decidiamo di andare subito al Village e improvvisamente tutto diventa sempre reale: leggo il mio nome tra i 10.000 partecipanti, ho finalmente il mio pettorale tra le mani (ancora GRAZIE a Technogym per avermi fatto questo regalo con tutta la fiducia possibile!!), aggiungo la mia firma sul muro, inizio ad essere contagiata dal clima di festa e agitazione. Saluto Marcella e Laura allo stand di Rare Partners, le prime a vedermi e a scoprire che sono lì anche io: tra un incoraggiamento e l’altro, mi dicono che saranno al 38esimo chilometro anche per me. T R E N T O T T E S I M O? Ma che sto facendo?

 

Sabato mattina, a casa, iniziamo a studiare il percorso e l’organizzazione generale: dal nostro appartamento al chilometro 4 ci sono circa 300 metri e, nell’arco di un paio di chilometri lineari, si troverà il diciassettesimo, dove i miei tifosi potrebbero appostarsi. Proviamo il tragitto a piedi, proseguiamo, come in gara, sul Lungarno e, dopo una sosta ad un parco giochi, continuiamo fino a Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Duomo, supermercato e a casa per pranzo, con Garmin che segna 12.000 passi. Come da raccomandazioni: non camminare troppo, riposa e non stancarti prima della gara. Per rimediare, nel pomeriggio dormo abbondantemente. Nel frattempo arriva in città anche il gruppo Urban Runners: passo da casa loro per ritirare la mia maglietta da gara e iniziano le prime lacrime trattenute, gli occhi lucidi, gli abbracci nella trepidazione generale. Tommy mi telefona, Fabio, l’altro Fabio, Rudy, Elisa, Francesca e Francesca, Valeria…gli amici mi scrivono, così come mia mamma e mio papà.

    

Sono scaramantica, ho le mie routine, non ceniamo insieme, torno a casa: alle 20.30 sono a letto insieme ai bambini, dopo il mio abbondante piatto di pasta di mais condita con olio. Prendo sonno abbastanza rapidamente, mi sveglio alle 2.20 e poi, definitivamente, alle 5.15. Colazione, vestizione, ancora sotto il piumone: si sveglia per prima Gaia che mi chiede se io sia pronta, guardiamo un documentario sugli uccelli migratori, fingendo -probabilmente entrambe- interesse; si alzano poi anche Luca e Nico. Non piove, sembra anche che ci sia una buona temperatura. Li saluto presto e alle 7.45 sono a casa Urban Runners: ci si avvia in griglia. Occhi lucidi, groppo in gola, lacrime, sorrisi: ci siamo. Scopro che non sono la sola esordiente, siamo in 4, accompagnati dal nostro angelo biondo, Valentina. Quando le avevo chiesto le canzoni per la playlist, Valentina mi aveva risposto “Io te le mando, ma io sarò lì con te. In silenzio o chiacchierando o dietro o di fianco, ma non ti mollo neanche per un metro”. Avevo avuto un po’ di paura perchè, quando la mia testa parte, vado fuori controllo e non volevo rischiare di pesare su qualcun altro; ora però siamo lì, griglia fucsia, l’ultima, quella dei lenti e di quelli alla prima volta.

Allaccio e slaccio e riallaccio le scarpe, accendo il Garmin e, alle 8.29 avvio la mia playlist. All’improvviso un boato: sono partiti, cioè, siamo partiti! “Ragazzi, ho sentito una goccia!”. Non mi credono, forse pensano che io stia scherzando. “Ragazzi, seconda goccia”. In pochi minuti passiamo sotto lo start e inizia il diluvio: più battesimo di così, mi dico! Il primo pensiero va a Nico e ai bambini: ho detto loro di non stare a prendere freddo, qua la pioggia è esagerata da subito, in cuor mio però so che almeno al quarto km ci saranno, perchè Nico ha comprato mantelle per tutti.

La playlist inizia con Shakira e la sua Try Everything, colonna sonora di Zootropolis, che ripete “I won’t give up, no I won’t give in till I reach the end (And then I’ll start again)”, pioggia non mi fermerai. A seguire arriva una canzone di Tommy, i Kadebostany con Mind if I stay, che non so bene che cosa dicano ma capisco che ripetono “Don’t be scared” e io no, non ho paura adesso. Ed Sheeran canta Shape of you e so solo che è la canzone della mia bambina, quella che si è portata dietro dopo la prima vacanza da sola a luglio. 

Sono insieme a Valentina ed Enrico, abbiamo un passo simile, almeno inizialmente, un occhio a loro e concentrazione su di me. Intorno al quarto chilometro chiedo di aiutarmi a vedere dove possano essere Nico e i bambini: sono lì, nelle loro mantelle colorate a prendere la pioggia, corro da loro, Luca non è felicissimo della situazione. “VI AMOOOO!” e proseguo. 

   

Sul retro della mia maglia c’è scritto “La mia prima mara…cosa?!” e al sesto chilometro ricevo l’incitamento e l’in-bocca-al-lupo da una runner, mi chiede se Valentina sia la mia guida, le rispondo che è anche quella spirituale. Proseguiamo ed entriamo nel parco delle cascine, continua a piovere. Dopo il Katalicammello, Nico fa suonare Woodkid con Run boy run. Nella direzione opposta alla nostra intanto passano i primi, io resto focalizzata sul passo, con sguardo basso per non scivolare. Al decimo chilometro ho bevuto dell’acqua, ma aspetto il quindicesimo per prendere il primo gel come mi ha suggerito Andrea: è anche un modo per provare a superare la “Maledizione del quindicesimo”, che da sempre mi colpisce. E’ lì che io incontro sempre una specie di muro, chiamiamolo muretto, dove la testa probabilmente si stufa, in allenamento o nelle mezze: Vale mi chiede come vada, le dico che non sento le gambe, le ho ghiacciate, mi risponde che è presto, che mancano ancora 27 chilometri. Eh, lo so, mica mollo, però non è che vada benissimo. I Prozac+ cantano Acido- Acida+, scusami Vale, non rispondo di quello che dico. “Guarda, per me, puoi anche insultarmi”. Non lo farò.

Agli spugnaggi c’è chi commenta che sembra una presa per il culo, ma i volontari le spugne oggi le danno asciutte. Io vorrei solo dell’acqua calda sui quadricipiti e uno scaldino per le mani. Penso a Fabio che mi ha scritto che la maratona è tutta testa: quindi, testa, piantala di farmi pensare che ho i quadricipiti congelati, non è vero, è solo un trucco, uno scherzo di pessimo gusto.

Uscita dal parco delle cascine: cerco loro, Vale me li indica, li raggiungo felice e li bacio tutti e tre. Luca continua ad avere una faccia non convintissima. Ora so che li rivedrò solo all’arrivo.

Proseguiamo, Enrico va avanti e sono contenta così: dico a Vale che me ne frego del passo ma ho bisogno di rallentare perchè le gambe non girano e preferisco cautelarmi. Gli Articolo31 cantano “Domani smetto” e, ridacchiando, inizio a pensarci; penso anche che se domani non avrò 39 di febbre sarà un miracolo. Il lungarno è un inferno, è il pezzo in cui soffro di più: intorno al 19esimo -credo- c’è Monica, neanche la riconosco inizialmente, ci fa un sacco di feste, si sgola, ci incoraggia, riesco solo a farle il segno universale di pollice su. Fatico e voglio controllare la testa. Gli Abba attaccano con “SOS”, voglio dirlo a Vale per riderci su, ma conservo ogni forza: anche lei ha freddo e ha le mani gelate. Io non vedo niente: già sono miope, con tutta l’acqua che viene giù, faccio proprio fatica anche con la vista; tengo lo sguardo basso a pochi metri, mentre la pioggia scorre incessante anche su faccia e capelli.

 

Ponte vecchio, so che da quelle parti ci sarà Rudy, mi ha detto che mi aspetta in curva, ma nelle due curve, in salita e in discesa, non lo vedo. Ci chiama Anna, la riconosco, non ricordo se ho risposto anche con la voce o solo con il sorriso. Poco più avanti ecco anche Rudy, gli devo un abbraccio che non mi sono fermata a dargli: in realtà lo vedo all’ultimo e quasi non lo riconosco, ho un altro ponte davanti a me. Al ristoro sono quasi tentata di versarmi sulle gambe del tè caldo, ma per fortuna sono ancora un po’ lucida e questa cazzata la evito. Vasco Rossi canta Sally, io devo portare Margherita al traguardo, e con lei anche Paola: chiedo loro di essermi ali, alleggeritemi un po’.

Non troviamo la Bonny alla mezza, proseguiamo su un drittone che mi sembra interminabile. Piove. Diluvia. Chissà se mio fratello riuscirà ad esserci al ventiseiesimo chilometro, con queste secchiate d’acqua, poi..! Poco prima della fine del venticinquesimo mi sento chiamare: “Vale?!”, mi giro, è lui, chissenefrega del tempo, torno indietro di qualche metro, lo abbraccio, lo bacio, gli dico che oggi è durissima con tutta questa pioggia, lui e un paio di signori a fianco mi dicono un dai, dai, vai! Riparto, ma non vedo più Valentina, si vede che è andata avanti: gliel’avevo detto di sentirsi libera di proseguire, chè io sono un po’ difficile da gestire (scoprirò solo all’arrivo che in realtà non è stata bene, si è fermata un attimo senza dirmi nulla per non condizionarmi). I circa 7 minuti di Sweet Judy blue eyes mi fanno superare il momento più critico, traghettandomi direttamente oltre il ventiseiesimo chilometro. 

Se fino ad ora lungo tutto il tracciato ho trovato tifo e partecipazione, adesso iniziano un po’ di chilometri in una zona più desolata; paradossalmente, però, io inizio a stare meglio. Dal ventottesimo inizia a smettere di piovere e il trentesimo chilometro mi sembra vicino: Eric Clapton mi canta Cocaine, io mi accontento dei miei GU ogni 10 chilometri. Mi affianca un runner che non conosco e che più volte nell’arco di pochi chilometri prova a parlarmi: ad un certo punto, quando sembra risentirsi per la mia chiusura, mi scuso per l’antipatia, ma sono concentrata, non sono una da chiacchiere in gara e voglio conservare ogni piccola energia. 

E’ in questo momento che emerge il mio essere lupo solitario: sono da sola, sulle mie gambe, e per fortuna sono abituata a fare affidamento (e a fare i conti) sempre e solo con me stessa. Sto bene, non riesco a governare le gambe, vanno da sole, non riesco a cambiare passo nè per accelerare nè per ridurre, ma di testa sto bene: ha smesso di piovere e finalmente riesco a guardarmi intorno e a godermi quello che sto facendo. E’ paradossale, là dove ci si schianta o si scavalca il muro, io mi riprendo, almeno di spirito. Ho dolore ai quadricipiti, è stato troppo il freddo che ho preso nella prima parte della gara, so che è per quello, ma ormai la gara è in discesa. Fatti 30, vuoi non farne 42?! Per me non è che “ne mancano ancora 12”, a me scatta un “ne hai già fatti 30!”: la testa c’è. Ad un certo punto mi sento canticchiare gli Avicii e, contemporaneamente, un runner mi chiede “Ma canti mentre corri tu?”: sarà l’euforia del trentesimo, mi viene da ridere, mi riconcentro sul concetto di non disperdere energie. 

Trovo una sorpresa al trentacinquesimo: non posso chiamarlo ponte, non so cosa sia, ma è una breve ripidissima salita che mi è impossibile correre. Si sale, si scende, nessun tratto in piano: agli spettatori sul ponte ridendo chiedo “Ma che scherzo è questo al trentacinquesimo?!”. Sulla discesa però ricordo il sole e sento la voce di Gaia che mi fa lucidamente presente che “cosa saranno 7 chilometri per me?!”, sette sono quelli che mancano al traguardo. Meno di un allenamento standard infrasettimanale. 

Aspetto il trentottesimo, dove so che troverò Marcella e Laura. Sono al di là della paura / in quella prateria infinita / piena di pericoli e strapiena di vita / e adesso sono qui / è un superpotere essere vulnerabili / e adesso sono qui / dove sono possibili cose impossibili: c’è Veronica con me con questa canzone che adesso è perfetta. 

Si rientra in centro, i pedoni ormai iniziano ad attraversare il tracciato di gara. Guardo davanti a me, non più per terra; vedo una ragazza che incita qualcuno “dai, dai, sei bravissima, forza!”, penso che dica a qualcuno dietro di me, ma più mi avvicino più mi rendo conto che è con me che parla: annuisce, sgrano gli occhi, mi incoraggia di nuovo, si sgola, le sorrido di gratitudine sincera e tiro dritto. 

Arriva il km 39 ed ecco lì Rare Partners: Marcella e Laura, energicissime e casiniste più che mai, mi gasano, corrono con me qualche metro, finchè Laura mi minaccia “Non ci provare neanche a mollare, chè ti prendo a calci nel sedere!”. No, no, non ho fiato per rispondere ma figurati se mollo: come mi sta dicendo Gaia nella testa “Ormai ti mancano solo 3 chilometri! Meno dei chilometri di riscaldamento di un allenamento normale!”. Scoprirò dopo che, nello stesso momento, mentre io passo il trentanovesimo, Gaia chiederà a Nico di potersi togliere la giacca e prepararsi perchè ormai sto arrivando. Tre chilometri non sono proprio niente.

“…You’re giving me a million reasons to let you go
You’re giving me a million reasons to quit the show
You’re givin’ me a million reasons, Give me a million reasons
I’ve got a hundred million reasons to walk away
But baby, I just need one good one to stay…”

Inizio anche a fare qualche conto: ho perso un po’ dal trentesimo e dal trentacinquesimo, sarei potuta arrivare meglio, ma sono ancora in tempo per stare nelle 4h20′. E’ la maratona numero zero mi dicevano, basta arrivare al traguardo; io però mi sono sempre detta che se fossi arrivata entro le 4h15′ “avrei fatto fuochi d’artificio”, entro le 4h20′ “sarei stata soddisfatta”, entro le 4h25′ “va beh, è la prima”, oltre non sarei stata contenta. Sono ancora comoda per godermi la soddisfazione, riesco anche a camminare qualche passo per bere di nuovo al ristoro del 40esimo.

    

Gli ultimi due chilometri sono interminabili e non ricordo molto, se non la folla di runner, turisti, spettatori. Non ricordo nemmeno quando Garmin suona il quarantaduesimo a ricordarmi che mancano solo 200 metri scarsi; non vedo neanche il cartello. Non mi rendo bene conto che sia finita, sono stanca, ma non metto bene a fuoco ciò che ho fatto e ciò che sto per concludere. 

Corro verso piazza Duomo, sulla curva a destra ecco di nuovo Monica che mi chiama a gran voce, poco più avanti vedo Nico e i bambini: mi sbraccio felice, mi corrono incontro, mi bloccano. Dobbiamo andare di là, urlo, gli indico la direzione giusta: la gara non è finita, corriamo insieme fino a là, poi, a quel punto, festeggeremo. Pochi metri per allinearci, ci prendiamo per mano, tagliamo quella finish line in 4h19′: soddisfatta. 

      

Abbraccio Gaia e Luca, mi dispiace non avere lì subito anche Nico; sono maratoneta, mi mettono la medaglia al collo, spiego a Luca che no, quella non posso dargliela, quella è tutta mia. Un ragazzo mi aiuta con la coperta termica, ho per mano i bambini, le dita congelate, uno strano senso di euforia e di…e adesso?.
Ci ritroviamo tutti insieme, con Nico, con Vale e gli Urban, la festa inizia, la festa continua per i giorni seguenti.

Il viaggio è iniziato il giorno in cui ho deciso che avrei corso una maratona, prima di entrare in tabella e quando poi ci sono entrata, quando ho iniziato a rispondermi a tutti i perchè, quando ho deciso di affrontare le fatiche fisiche e interiori. Il viaggio è arrivato ad una prima fermata, Firenze, ma non si esaurisce qui: non so se correrò altre maratone -anzi, sì che lo so-, ma comunque prosegua il viaggio della vita, questa corsa è stata una tappa importante.

Nel mio viaggio, quello della vita e quello della corsa, entrano ed escono costantemente delle persone: c’è chi si ferma di più, chi di meno, chi va via e chi resta mentre sono io che mi allontano. Ogni persona che incontro, però, mi lascia un pezzo di sè, che mi porterò dietro per sempre: è così che mentre suonavano le canzoni scelte dagli affetti di oggi, riecheggiavano gli affetti di ieri, è così che nella corsa di oggi vinco e supero fatiche e dolori trascurati nel tempo. Un grazie speciale a chi sceglie di restare, oggi, ma anche a chi c’è in questo momento, a chi mi ha accompagnato e magari domani non ci sarà; un grazie di cuore alla mia famiglia, tutta, ai miei bambini e a Nico, a mamma e a mio papà e a mio fratello, nonostante i nostri modi diversi di rapportarci tra noi. Oggi grazie a Yuri, Alino, Rudy, Paola, Marghe, Tommy, Valentina, Gianluca, Fabio l’avvocato, Fabio che compie imprese surreali, La Bozz, Veronica, Francesca; grazie a Luana, Elisa, Fra per i messaggi inaspettati e commoventi, grazie al coach Andrea e grazie a chi ogni giorno crede in me e mi aiuta a farlo sempre un pochino di più.

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Mara…cosa? Come ci sono arrivata.

Circa sei mesi di preparazione, di allenamenti in tabella, di alimentazione un po’ più attenta, di pomate all’arnica e alla canfora -notevole la Pomata Verde ad uso equino e bovino, ottima anche per profumare gli ambienti domestici, grazie Fra per il consiglio. Avrei potuto fare più sacrifici -mi avevano preannunciato che sarebbe stato un periodo di rinunce e fatiche-, ma non mi sono negata nulla, mi sono organizzata meglio, incastrando gli sgarri alimentari, le uscite e l’adeguato riposo nei momenti giusti.

I sacrifici veri li ha fatti la mia famiglia, quello va detto: la maratona l’hanno preparata anche loro, Nico, i bambini, rinunciando a partire perchè avevo i lunghi da correre in piano, accompagnandomi nelle gare di preparazione, sopportando le mie considerazioni condivise prima e dopo ogni allenamento -ma certo, se poi mi istigano chiedendo “Ma allora, come è andata oggi? E i battiti?”, come faccio a trattenermi?- , e soprattutto le deviazioni immancabili nei discorsi, perchè qualsiasi argomento, alla fine, lo riconducevo a lei, alla mia maracosa. A dire il vero, tutti coloro che ho frequentato in questi mesi, alla fine mi sentivano parlare di corsa: scusatemi (lo rifarò, lo so).

In questi mesi a Nico è cresciuta una barba lunghissima, che sembra una metafora e forse lo è; Gaia è migliorata in matematica, aiutandomi a tenere il conto dei chilometri che, allenamento dopo allenamento, mi sarebbero mancati al raggiungimento dei fatidici quarantadue; Luca ha iniziato a chiedere di addormentarsi nel lettone, dalla mia parte, e l’ho assecondato, spesso addormentandomi insieme a lui prima che finissero i telegiornali delle 20.30.

Ho corso in Martesana, in Grecia, in giro per il centro Italia, cricetando nel mio parco di quartiere su un giro di 2 chilometri, a Garda, per le strade di Milano; ho corso con il sole, con la pioggia, con il vento e con l’afa di una delle estati più calde degli ultimi anni; ho corso col sorriso, arrabbiata, triste, preoccupata, felice, stanca, energica, con mille pensieri, senza null’altro a cui pensare. Null’altro tranne la mia maracosa, è chiaro.

Ho sognato ogni giorno il traguardo, per lo più ho sempre immaginato una giornata di sole, il Duomo alle spalle, il tappeto blu e molti turisti ad invadere il tracciato dopo le ormai quattro ore di partenza della gara che avrei impiegato; ho immaginato di essere vestita con i miei pantaloncini, quelli comodi che però sulla coscia destra si alzano sempre di un paio di centimetri, e la maglia Urban Runners; ho visualizzato il mio arrivo con i bambini, stanca e felice, tra gli abbracci di Nico e degli amici. Mi sono vista correre parlando tra me e me, tra le mie mille vocine di cui ho raccontato tante volte, quelle che remano contro e quelle che non vogliono mollare; ho cercato le risposte a tutti i perchè lo sto facendo? ma chi me lo fa fare? , nel caso in cui si fossero presentati i dubbi nel momento meno opportuno, ho provato a preparare delle ragionevoli sane obiezioni ai trucchi della mia testa, che avrei voluto davvero tenere a bada almeno nella mia gara più importante.

Ho tenuto nascosta la mia meta, ma non a tutti. Ho spudoratamente mentito a chi mi chiedeva che cosa stessi preparando o se avessi in mente qualche obiettivo particolare, e ho altrettanto spudoratamente sfruttato gli incoraggiamenti di chi, invece, sapeva. Ho tormentato il mio coach Andrea, con aggiornamenti settimanali interminabili, paranoie e preoccupazioni, e al contrario picchi di accesi entusiasmi.

Ho letto un libro che racconta di una prima maratona, o meglio, di tante storie che ruotano attorno al pretesto della preparazione di un tapascione alla maratona di Venezia. E’ un libro scritto dal mio amico Urban Runner Biagio, si intitola Non ci resta che correre, e mi ha accompagnato nell’ultimo periodo di allenamenti. L’ho concluso la domenica precedente la mia gara, seduta da sola al gelo su una panchina al parco, mentre i bambini scorrazzavano liberi: ho pianto, mi sono commossa per l’ennesima volta in quelle prime ore della giornata, ho realizzato che a quel punto toccava a me e chissà come sarebbe stato. Quella domenica ho pianto spesso, ho ballato, ho saltellato per casa, ho cantato, sono passata dall’euforia alle lacrime più volte all’ora. Valentina mi ha detto che era assolutamente normale. Non mi resta che correre.

Non mi sono mai vista da sola: ho sempre avvertito e saputo che ci sarebbero state delle presenze con me durante la mia maracosa, magari non fisicamente a fianco, ma alla partenza, o all’arrivo, o lungo il percorso, o a distanza. Quelle più importanti, quelle che mi hanno accompagnato e incoraggiato, quelle a cui ho promesso di tagliare quel traguardo, quelle che mi hanno sopportato, quelle che hanno creduto in me spesso più di quanto potessi crederci io, quelle che tramite le mie gambe avrebbero raggiunto una loro meta, quelle che amo, queste mi sono accertata che ci fossero tutte.

Ho creato una playlist speciale ad un mese dalla gara: 90 brani, con un calcolo spannometrico al ribasso di 3 minuti a canzone, per garantirmi almeno 270 minuti -oltre quattro ore e mezza- di musica; 90 brani, in parte scelti da me e in parte inseriti dalle mie persone speciali: ho chiesto a ciascuno 3 canzoni, 2 italiane e 1 straniera o viceversa, canzoni che piacessero a loro, che avessero un significato speciale oppure no, di qualunque genere, ritmo, melodia. Sarebbe stato il mio modo di portarli nel mio viaggio, di sentirli lì con me, sentirli in tutti i sensi. 

Vale, ma ti piace Vasco?
Vale, ma che musica preferisci?
Ma abbiamo sicuramente gusti troppo diversi.
Cerco un ritmo da corsa..
Mi raccomando, questa falla partire per prima.
Questa è per il traguardo.
Questa è per il pezzo verso la fine, ma non per l’arrivo, per il “muro”.

Quello che importa è che le canzoni abbiano un significato per te o che semplicemente ti piacciano, ma piacciano a te; sei TU quello che io porto con me, con i tuoi gusti, con quello che tu scegli di regalarmi (sappi comunque che nella playlist Luca ha infilato la canzone dei Minions, Rovazzi, il Katalicammello e la Pappa col pomodoro!). Per la corsa avrò un mio ritmo, la musica non sarà necessariamente carica, la musica sarà accompagnamento. Le canzoni le ascolterò in modo casuale, sarà il lettore a scegliere per me, del resto le persone entrano nelle nostre vite non certo quando lo scegliamo noi: sono sicura che ogni canzone arriverà sempre nel momento giusto, ognuno di voi mi accompagnerà in modo particolare nel chilometro giusto. Questa la mia risposta.

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Ho ascoltato i rimproveri e le iniezioni di motivazione di mia figlia, con il suo tono assertivo e pungente. Dopo i 32 km di Parma, tutta esaltata, camminando per il centro nel pomeriggio, mi ha detto “E’ praticamente fatta! Adesso ti mancano solo 10 km, e che cosa vuoi che siano 10 km per te?!”. Dopo il lungo di 36 km -per il quale i bambini sono rimasti a dormire dai nonni perchè Nico potesse accompagnarmi in bicicletta- la mia bambina ha esclamato un “Evvai! Adesso ne mancano solo 6, praticamente niente!”. Il venerdì prima della gara -intendo quello a due giorni dalla maracosa– con aria di sufficienza mi ha incoraggiato con un “Sarà una passeggiata di salute!”. Non ho potuto che farle presente, con tono a quel punto eroico e scaramantico allo stesso tempo, che sarebbe invece stata la mia gara più difficile e più lunga. A quel punto è partito il rimprovero: “Certo! Perchè tu ti sei fermata a 36 in allenamento!! Te ne sarebbero mancati solo 4 per arrivare a 40 e poi solo altri 2 per arrivare alla fine…ma tu ti sei fermata! Ma oggi è venerdì, hai ancora domani per provare a farli prima di correre la gara domenica!”. 

Ed è così che sono arrivata al grande giorno, senza correre alcuna maracosa di prova.

 

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Move it Garda Half Marathon in coppia

E’ prevalentemente colpa di Francesco e Letizia se quest’anno, dopo che per due anni me ne hanno parlato in termini entusiastici, mi sono iscritta -anzi, ho iscritto sia me che Nico- alla Move it Garda, ex Garda Trentino, con partenza e arrivo a Riva del Garda.

Effettivamente, l’organizzazione è eccellente e il percorso si rivela uno dei più belli -forse il più bello in assoluto- su cui io abbia mai corso in gara. Arrivati al village sabato all’ora di merenda, dopo aver ritirato rapidamente un ricchissimo pacco gara, scopriamo che, a disposizione per atleti e accompagnatori, ci sono tavoli in cui vengono offerti affettati e formaggi, panini di patate / con olive / con le noci, strudel di mele, frutta… Incontriamo Fra e Lety che ci svelano che, dalla parte opposta del capannone, vengono offerte anche frittelle di mele. Praticamente sono circa le 17 e noi abbiamo anche già cenato. 

Sono abbastanza carica e motivata: il coach in tabella mi indica un ritmo medio che qualche giorno fa mi sembrava surreale, ma che in realtà mi convinco di poter provare a raggiungere. L’importante, mi dico, è gestire la gara; idealmente immagino i primi 10 km ad una certa andatura, poi ulteriori 5 un po’ più accelerati, per poi andare “a cannone” per gli ultimi 5, in modo da poter esalare l’ultimo respiro al termine del 21esimo che avrò tirato fino a sfinirmi. Ci rido su, mi ripeto che è fattibile, che ho voglia di spingerla questa gara. E’ la prima mezza maratona che corro in gara da aprile: l’ultima, quella di Rovigo, mi aveva regalato grandi gioie e un personal best che ho intenzione di polverizzare.

Fatto il check-in al nostro appartamento, azzardiamo una passeggiata sul lungolago: ormai il tramonto ce lo siamo persi da un pezzo, le nuvole, la nebbia e il freddo ci fanno preferire il divano di casa. Alle 21.40 siamo nel letto, sveglia puntata per le 6.45, in modo da avere tutto il tempo per risvegliarci con calma, fare colazione e le cose senza fretta. 

Quando mi sveglio, trovo un messaggio di Francesca che stavolta non correrà, ma accompagnerà il suo Nicola: sono contenta di vederla, è una di quelle persone positive, semplici e fresche da fare bene allo spirito. Ovviamente, nel frattempo, la mia voglia di correre e tutta la grinta e arroganza della sera prima, sono sparite.
“Scrivimi quando sei qui, chè ti cerco”
“Sì!! Mi riconoscerai dall’immensa voglia che ho di correre”
“La stessa che abbiamo tutte le domeniche, insomma”. 

Aspettiamo la partenza insieme, Fra ci accompagna in griglia, i due Nicola -il mio e il suo- correranno la gara pressochè allo stesso ritmo. Io la mia voglio correrla da sola, gestirla di testa e, preferibilmente, spingerla perchè so che posso raggiungere quell’obiettivo ben preciso che ho in mente. 

 

Presi dall’ironizzare sui nostri battiti già alle stelle prima di iniziare a correre, dal sole che ha alzato le temperature e forse non era il caso di indossare una maglia a maniche lunghe sotto la t-shirt Urban Runners, presi dalla trepidazione del pregara, ci perdiamo lo sparo, peccato. Iniziamo la processione verso il gonfiabile dello start e iniziamo a correre, ovviamente Nicola&Nicola mi salutano dopo i primi 20 metri, mentre io resto immersa in un denso fiume umano da cui non riesco a cavarmi fuori prima di 4-5 chilometri. 

Controllo i palloncini dei pacer: supero quelli dell’1:59, e meno male. Guardo il Garmin, il secondo km risulta percorso in 5:18, malissimo, non posso essere già ad un ritmo così superiore alla media che dovrei avere alla fine. In realtà non riesco proprio a gestirmi, è uno slalom unico per non calpestare nessuno e non inciampare nella folla. Davanti a me altri palloncini, immagino siano quelli dell’1:55 che seguirei volentieri fino allo sprint degli ultimi km: in realtà, non capisco perchè ma sono un altro gruppo di pacer per l’1:59. Come spesso succede, ‘fanculo ai palloncini, penso a me stessa e proseguo. 

Fa molto caldo, a questo punto; inizio a tirarmi su le maniche della drifit, immaginando anche che, se continua così, quasi quasi potrei fermarmi a toglierla e abbandonarla sulla strada; valuto i pro e i contro, compreso il costo della maglia con baffo Nike. La cosa meno logica che io possa fare a questo punto -ma che faccio, ovviamente-, è saltare il ristoro del quinto chilometro: posso tirare il decimo, mi dico, e intanto mi libero di un po’ di gente che mi fa da tappo.

La sorpresa arriva quando al decimo non c’è nessun ristoro: mi dicono che si trova “alla Cattedrale, finito l’11esimo chilometro”. In effetti, non appena il Garmin mi avvisa al termine del lap , ecco il ristoro. E’ qua che perdo circa un minuto e mezzo: mi dico che, a questo punto, prenderò adesso acqua e gel e ricaricherò gambe e fiato, per poi non perdere più tempo fino all’arrivo. 

Ricomincio, felice di essere ormai al dodicesimo: lo scherzo del ristoro spostato un chilometro più in là ha ingannato la mia testa che però ha retto bene. Il percorso adesso è meraviglioso: se nella prima parte di gara ho corso con gli occhi tra la strada, le montagne e i meleti, adesso corro lungo il fiume, bellissimo. Intorno al tredicesimo chilometro ringrazio il cielo per aver messo la famosa maglia a maniche lunghe: non solo il sole è scomparso, ma nebbia, nuvole basse e soprattutto un vento freddo -ovviamente contrario- mi accompagneranno fino al traguardo.

Arrivo in zona quindicesimo, ma stavolta non mi aspetto il ristoro: del resto, se il decimo l’hanno spostato all’undicesimo, il successivo lo immagino al sedicesimo. Così è. Poi, mi dico, è ora di dare tutto, mancano solo 4 km + 1 (perchè l’ultimo, in una mezza, per me non conta): vedo che la media, dopo il minuto e mezzo perso al primo ristoro, si è alzata notevolmente, ma ce la posso ancora fare. Arrivo al diciottesimo con un paio di minuti in più rispetto a quanto avessi pianificato, ma non voglio mollare, magari qualcosa posso recuperare, mi dico. Inizio a fare anche qualche calcolo mentale sullo scenario peggiore e ho la conferma che, con lo scenario peggiore, avrei la sufficienza in pagella. 

Spingo, o meglio, vorrei spingere, mi sembra di farlo, sia le gambe che il fiato mi danno chiari segnali che ciò stia avvenendo, ma in realtà Garmin mi fa presente che sono ben più lenta che ad inizio gara: ormai si tratta di tenere la media, difficile riguadagnare qualcosa. Gli ultimi 3 chilometri costeggiano il lago, bellissimo, agitato per il vento, tra le montagne: è tutto di un colore grigio-blu, dall’acqua alle pareti rocciose. Fino ad ora sul percorso non è certo mancato il tifo, anzi: adulti e bambini, gente che suona strumenti musicali o riproduce musica da casse, gente che agita campanacci da bestiame o oggetti per far casino. Nell’ultimo tratto la partecipazione aumenta ancora di più: le facce dei runner sono stanche, il vento ci ostacola, ma allo stesso tempo ci porta chiari gli incitamenti dei presenti. 

L’ultimo chilometro, come spesso accade, quello in cui do tutto -o meglio, dovrei dare tutto, ho la percezione che ciò stia avvenendo, ma il tempo effettivo mi dirà poi che forse per oggi era tutto, ma che non è certo il meglio che io possa fare- sembra non finire mai. Suona il 21esimo chilometro, gli ultimi scarsi 100 metri sono sicuramente di più, non vedere il gonfiabile dell’arrivo mi irrita.

Improvvisamente, eccolo là, io me l’aspettavo sul lago e invece è in pieno centro. Mi lancio verso il traguardo, le gambe girano, sapendo che sono gli ultimi metri, uno sguardo al tabellone e poi oltre: Nico è lì che mi aspetta. Ha l’aria di chi è lì da un pezzo, ed effettivamente è così, è arrivato più di 10 minuti prima di me, avevamo sbagliato i conti: lui si aspettava di essere più lento, io di impiegare circa 4/5 minuti di meno. Ci diciamo subito che il percorso, bellissimo, non è certo semplice, e che abbiamo avvertito entrambi il cambio di temperatura: l’unica differenza è che lui ha fatto il suo personal best, io ho la sufficienza. Io però questa volta, pur non avendo gestito le forze, credo di aver gestito la testa: non c’è mai stato un momento in cui mi sia detta che non ce l’avrei fatta, fino agli ultimi chilometri ho creduto di poter recuperare. Non ho subito la maledizione del quindicesimo chilometro, non ho camminato le salite dei sottopassi nonostante una vocina, nel tratto in discesa, mi dicesse di farlo. La testa stavolta c’era. Quando, per straordinario allineamento dei pianeti e di tutti gli astri celesti, riuscirò a mettere d’accordo gambe, fiato, cuore, testa e Garmin, beh, allora sarà festa grande -e qualcuno griderà al miracolo o al doping.

La sensazione finale, nonostante tutto, è quella di una piccola delusione e di una grande voglia di riprovarci: non ho in programma altre mezze maratone da qui alla fine dell’anno, ma vorrei riscattarmi, voglio la rivicinta, so che quel numero posso leggerlo sul tabellone. Per ora ho in mente altro e un po’ di weekend con impegni già presi, ma se non sarà per Natale, sicuramente con l’anno nuovo tornerò a lavorare sulla mezza maratona.

Oggi ho voluto, dopo tanto tempo, risperimentare la collaudata strategia del “parti a razzo, arrivi a cazzo”,  conilsennodipoi posso confermare che sì, rimane una legge sempre valida e attuale. 

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Lierac Beauty Run: la mia prima volta da Pacer

Era esattamente un anno che non partecipavo a gare sui 10 km, ma in un anno di programmazione di mezze maratone, sapevo fin dall’inizio che alla Lierac Beauty Run non avrei rinunciato: già l’anno scorso l’ottima organizzazione e il ricco pacco gara mi avevano convinto! Sapevo anche che avrei corso, appunto, per il pacco gara, per la compagnia e per il divertimento serale dei miei figli, non certo per la prestazione, considerato l’orario di partenza -che coincide quasi con quello a cui abitualmente vado a dormire- e il caldo assurdo delle serate di giugno a Milano. Ma lo sapete, vi avevo anche già invitati qua, qualche settimana prima della gara.

Quando si è presentata l’opportunità di candidarsi come Pacer, ci ho pensato due volte sì, ma poi ho deciso di provare: il pacer, o lepre, è colui che garantisce a chi lo segue un determinato passo costante per il raggiungimento del traguardo in un tempo ben preciso dichiarato in partenza. Per me, da runner, il pacer è quello con i palloncini che cerco con lo sguardo qualche centinaio di metri avanti a me, quello che quando sorpasso è perchè sto andando bene, quello che se mi supera è segno che difficilmente raggiungerò il mio tempo; da candidata pacer, esserlo significa avere una responsabilità, quella di portare al traguardo chi corre, garantendo l’andatura, ma anche incoraggiamenti ed entusiasmo.

Sì, alla fine sono stata scelta come pacer, insieme a Claudia e Susanna, splendide compagne di viaggio, per chi avesse voluto correre i 10 km in 1h05′, ovvero con un passo di 6’25/6’30” a chilometro, il mio ritmo chiacchiera preferito.

E ora, il racconto lo dedico, più di tutto, a voi, splendide donne, ognuna con la propria battaglia nel cuore, che avete inondato la città di energia, sorrisi e bellezza. Mi perdoneranno gli uomini che hanno corso, se mi verrà da parlare al femminile.

La giornata di sabato era caldissima, ma alle 16.00 ero già in Arena: quest’anno l’organizzazione mi è sembrata perfetta, venivano addirittura distribuiti ghiaccioli e bevande fresche, le code erano snelle e gli stand organizzati molto bene; dal palco l’animazione coinvolgeva le runner e, dall’altro lato del campo, EcoLife regalava massaggi sportivi, eccellenti come sempre. A me un massaggio pre-gara, a Gaia un’acconciatura allo stand Phyto.

Da parte mia, dopo aver curiosato nel pacco gara, questa volta, per la prima volta, avendone l’occasione, ho fatto subito personalizzare la maglietta: come spesso accade, si hanno sempre idee brillanti tranne quando si è costretti a trovarle in pochi istanti. Alla fine, non ho fatto scrivere il mio nome, ma quello che mi gridano i miei bambini quando corro, “Supermamma”, che può sembrare banale, ma mi ricorda sempre che, nel mio essere normale, qualcuno a volte riesce a percepire uno sforzo in più, o addirittura qualcosa di straordinario, di…super!

In realtà, nel corso della giornata, mi sono trovata a cambiare ben tre maglie: la prima, quella ufficiale, quella personalizzata, la Mizuno con uno scollo stupendo e un colore che sta bene a tutte; la seconda, quella della mia squadra, gli Urban Runners, quella di cui vado fiera, quella nera che mi sta molto bene, quella con cui ho fatto le foto di rito e con cui sono stata investita del ruolo di pacer; la terza, quella gialla fluo che mi identificasse per tutte le runner come pacer per la 10 km. Nel frattempo, mentre Gaia e Luca giocavano al Kikolle Kids Village e poi con il papà e il pallone da rugby nel prato, presentate le crew e terminato il riscaldamento collettivo, dopo il briefing pacer e fatto un po’ di casino, abbiamo iniziato a prepararci.

Magliette gialle, pettorali spillati, palloncini annodati, il sole che calava e noi pacer, disposti nel campo: dietro di noi iniziavano a radunarsi le runner che avremmo accompagnato al traguardo. Sorridevo, pensando che questa volta non ero io a dover fare i calcoli di andature, passo, tempo finale, pensare alla strategia di gara, cercare i palloncini da seguire: questa volta ero dalla parte di chi spiegava il passo che avemmo tenuto, l’obiettivo, il percorso (e sì, anche le differenze tra la 5 e la 10 km).

Alle 20.30, circa, inaspettatamente e piacevolmente si è alzato un leggero venticello e, pian piano, ci si è posizionati in griglia: calcare la pista dell’Arena è sempre un’emozione, farlo in un gruppo prevalentemente di donne, con l’energia che solo noi possiamo sprigionare, lo è ancora di più, farlo con la responsabilità di portare qualcuno al traguardo è stata gioia immensa!

Continuavo a pensare che, se il pacer dei 45′ generalmente si trova a spronare runner presumibilmente desiderosi di migliorare il loro miglior tempo, io, quella sera, come pacer dei 65′ avrei avuto da spronare runner desiderose di chiudere la gara, magari la loro prima 10 km, runner che avrebbero esultato anche solo per il fatto di essere arrivate al traguardo: e io ce li avrei portate!

Start! Si parte, prima la 10 km competitiva e non, poi la 5 km, in una nuvola di coriandoli rosa; sorrisi per noi stesse, sorrisi per i fotografi, sorrisi per la bella città che abbiamo attraversato in un momento quasi irreale: sabato sera, le strade tutte per noi, le luci del tramonto in una Milano che, anche se noi corriamo, sembra rallentare e fermarsi al nostro passaggio.

Ho cercato di dare il massimo, cercando non solo il ritmo costante che vi avevo promesso, quello che era scritto sui miei palloncini rosa e nero, ma anche incoraggiandovi, indicandovi gradini, pavè, rotaie, sorreggendovi le bottigliette d’acqua e rispondendo ai quanto manca?, a quanto siamo?, non so se accelerare adesso, che dici?. Nell’ultimo quarto di pista, Gaia e Luca hanno corso con noi tre pacer, mano nella mano con me, tirandomi e provando uno scatto finale con grande soddisfazione.

Ho visto tanta fatica, un caldo pazzesco che ha toccato tutte noi, ho visto donne che non hanno mollato, ragazzine entusiaste e veloci, papà che al secondo km ci hanno affidato le loro figlie dicendoci che le avrebbero aspettate all’arrivo, donne che hanno rallentato e poi ripreso, donne che si sono godute il momento, la festa, la città, quei 10 km tutti nostri, donne dai sorrisi increduli e felici sulla finish line.

Poi sono rimasta lì ancora un po’, sulla finish line, intendo: ho corso la mia gara da pacer, non per me stessa ma per voi, per il vostro risultato, per la vostra felicità, per il vostro traguardo. E allora ho scelto di godermelo un po’ il vostro successo, facendomi riempire il cuore dai vostri sorrisi dell’arrivo, dai visi sconosciuti ma uniti da quel traguardo comune, dalle facce stanche ma incredule, dai volti sudati ma felici: vi ho dato il cinque, vi ho fatto i complimenti, vi ho detto che siete state bravissime, ragazze, ce l’avete fatta, questa Lierac Beauty Run l’avete vinta tutte voi!

Aspettati gli ultimi arrivi, sono tornata dai miei figli e dal marito, dai miei Urban Runners, ho approfittato velocemente del ristoro e poi mi sono nuovamente sdraiata nelle mani di EcoLife e, nello specifico, di Serena che, piccolina ma potente, mi ha incredibilmente messo a posto il piriforme che mi faceva disperare da diversi giorni.

 

Insomma, una giornata perfetta in cui di più non avrei potuto chiedere, in cui ho ricevuto molto e, mi auguro, restituito altrettanto; della mia felicità non posso che ringraziare l’organizzazione impeccabile, Lierac, EcoLife, i miei compagni di avventura ma, soprattutto, ancora una volta, gli Urban Runners, la mia Squadra, che mi ha dato la possibilità di vivere questa esperienza da un punto di vista privilegiato, con un ruolo importante in cui mettermi alla prova, mai sola, ma anche questa volta affiancata da chi non ti lascia mai.

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Sarnico Lovere 2017: c’è vita oltre i 21 Km.

Finalmente è arrivata la Sarnico-Lovere, gara lunga poco più di 25 km per la quale l’anno scorso non mi sentivo pronta. Quest’anno era lì che mi chiamava, a detta di tutti una gara meravigliosa per i paesaggi, oltre la distanza che fino ad ora era stato il mio limite, corsa da godermi senza altri obiettivi.

L’idea era quella di correrla tranquilla (a circa 6’/km per i primi 15 km, per poi eventualmente accelerare), possibilmente farla in compagnia e godermi il tutto. A seguire pranzo con gli Urban Runners.

Ritirati i pettorali il giorno prima, domenica incontro un sacco di facce amiche e inizio ad entrare nel clima di festa che immaginavo per questa corsa: Elena, Davide, il gruppone UR… Nico e i bambini si appostano poco dopo la partenza, io nell’ultima griglia, anzi, tra gli ultimi dell’ultima griglia, in buona compagnia.

 

Si parte, ci si ferma. Ah no, si parte. No, ci si riferma. Il primo chilometro è a singhiozzo, 4000 runners intasano il primo tratto di strada: noi delle retrovie ci ridiamo su e sorridiamo ai fotografi. Per i primi tre/quattro chilometri il gruppetto dei 6’/km è abbastanza compatto, mi raggiungono altri amici a sorpresa, e ancora sorrisi e chiacchiere. Corro con Cristina, oscillando tra i 6′ e i 5’45”, a noi si affianca Fede di Udine, che si trova bene al nostro passo, e proseguiamo insieme. Fa molto caldo, lo sento subito, i battiti sono già alle stelle; in più la gara non è certo pianeggiante come mi avevano detto (quasi) tutti: come dico sempre, io corro a Milano, per me “gli scivoli dei marciapiedi sono salite”, la Sarnico Lovere è un continuo saliscendi

Poco prima del quindicesimo chilometro, inizio a sentire la bandelletta che probabilmente è un po’ stranita da quel passo lento e pesante unito ai saliscendi: dopo il ristoro, saluto Cri e Fede, chiedo loro di andare avanti in modo da gestirmi da sola. Mi fermo per bere al ristoro e, mentre cammino per finire la mia acqua, mi sento chiamare: Francesca e Daniela, belle come il sole, sono lì dietro di me.

Proseguo con loro ed è a quel punto che la corsa si trasforma: sorrisi e chiacchiere da una parte, e un paesaggio che inizia ad essere davvero emozionante. Tutte noi tre siamo un po’ provate, chi dal caldo, chi da acciacchi, ma corriamo insieme, rallentiamo a turno l’una per l’altra: nessuna di noi ormai può andare a podio e decidiamo di divertirci insieme. Tra avvistamento di asinelli, selfie e “ragazze, fotografo!”, arriviamo al ristoro del ventesimo chilometro, mentre io continuo a sognare all’arrivo gelati giganti e un tuffo nel lago (in realtà non mangerò gelati e non puccerò neanche i piedi in acqua).

 

Poco dopo il ristoro, Daniela ci dice di andare avanti, che ci raggiungerà. Siamo titubanti, ormai si finisce insieme, ma lei insiste. Proseguiamo Francesca ed io fino al km 23, un po’ a singhiozzo, ma sempre senza mancare i fotografi, perchè di sorrisi ne abbiamo ancora in abbondanza. Ad un certo punto anche Francesca mi dice di andare avanti: non so se aspetterà Daniela, o se mi raggiungerà dopo: le chiedo un paio di volte se sia sicura e mi pare convinta, quindi continuo da sola. A questo punto ho anche voglia di arrivare al traguardo, sono quasi due ore e mezza che sono sulle gambe.

  

L’ultimo tratto di gara è in discesa, si vedono runner che tornano a ritroso, segno che effettivamente il traguardo è vicino; un’ultima breve salita (Sì, ok, salita. Salita. Salita. Se, appoggiando sulla strada una pallina, questa rotola in giù, evidentemente non si tratta di piano, questa è la mia tesi), curva e traguardo. 

Vedo Nico e i bambini, corro con loro l’ultimo tratto, con Luca inizialmente un po’ indeciso, che poi mi prende per mano e corre velocissimo tra chi fa il tifo per noi e me che grido “dai che vinciamoooo!”.

   

E’ un bel traguardo, in tutti i sensi: l’essere arrivata con i bambini, e l’aver concluso una gara “oltre”, oltre il mio limite, oltre i minuti a chilometro, oltre il Garmin al polso. Non sono emozionata come pensavo che sarei stata, forse perchè non l’ho vissuta come una gara, ma come una semplice corsa, o forse perchè “fatti 21, se ne fanno 25,3”, ma va bene così.

Come dice Francesca, adesso sono un’ULTRA-MEZZA-MARATONETA

Il fatto che abbia voglia di sperimentarmi di nuovo oltre i 21km è un buon segno, il fatto che, per la prossima volta, abbia voglia di farlo più seriamente, ancora meglio.
Intanto però, largo all’estate, al caldo, ai battiti alle stelle, alle soste alle fontane: inizia il periodo degli allenamenti a lungo termine e delle competizioni senza grandi obiettivi, delle corse in compagnia e delle gare che sono pretesti per weekend fuoriporta. La Moonlight Half Marathon di Jesolo, ad esempio?

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Tra Milano e Roma, io finisco in Veneto: la mia improvvisa Rovigo Half Marathon 2017

2 aprile, giorno di maratone: corrono tutti, divisi tra Milano e Roma, la maggior parte sulla distanza regina, un buon gruppo in staffette solidali. Io no. 
Io, per vicissitudini varie, finisco in Veneto da papà, iscritta quasi all’ultimo momento alla mezza maratona di Rovigo (in programma ci sarebbe stata la maratonina dei Dogi, ma si terrà il prossimo weekend, e io sarò impegnata alla prima Stramamete di Gaia, la corsetta-passeggiata della sua scuola elementare).

Rovigo Half Marathon: gara Fidal, tracciata TDS, scoperta per caso su internet, con pagine Facebook e Instagram poco gestite, informazioni invece discrete sul sito; siamo alla terza edizione, numero di iscritti alla mezza circa 850, di più quelli della 10k, a cui si aggiungono i partecipanti alla stracittadina di 3,5 km.
Il mio primo pensiero è circa il percorso e il dislivello, ma un’amica mi conferma che la città è pianeggiante, e così ribadiscono su runningforum. Il secondo pensiero, scherzosamente, è: con questi iscritti, io arriverò ultima. Il terzo pensiero è: speriamo che non faccia il caldo che c’era l’anno scorso a Padova.

Venerdì sera andiamo da mio papà, con i bambini felici di poter andare a casa del nonno lontano e di giocare nella sua soffitta: passiamo il sabato ad un parchetto all’aperto (no, io non rinuncio alla mia oretta e mezza di sonno pomeridiano) e poi, sul tardo pomeriggio, andiamo a Rovigo per calcolare tempi e distanze e ritirare il pettorale.
Scoperto che impieghiamo circa un’ora di auto e che la città è piccolina, ritiro senza problemi il ricco pacco gara (maglietta tecnica, un pacco di pasta, uno di riso, una bottiglia di passata di pomodoro, due lattine di aranciata amara, una bottiglietta di tè freddo, una barretta…) e riusciamo ad iscrivere Gaia e Luca con nonno e papà alla stracittadina.

Siamo tutti contenti, io perchè penso che così occuperanno un po’ il tempo prima del mio arrivo, i bambini -Gaia soprattutto- perchè è la loro prima iscrizione ufficiale con tanto di maglia tecnica, Nico e il nonno perchè si starà insieme e potranno visitare la città.

Domenica mattina le previsioni non si smentiscono e, con mia grande gioia, più ci avviciniamo a Rovigo, più il cielo si rannuvola. Arriviamo in zona partenza con circa mezz’ora di anticipo, un gran vento freddo, un po’ di gente che fa riscaldamento. E io, guardandoli, penso che sì, arriverò ultima. Ci sono maglie “ufficiali” di tre colori: blu per la mezza maratona, verde per la 10k e azzurra per la stracittadina. La griglia è una unica: lo speaker dà indicazioni sull’ordine di partenza, ma in realtà è un gran mucchio di maglie miste. Questa volta, immaginando la situazione e considerando il numero di iscritti sulla 21k, parto piuttosto davanti (avrò circa 15 secondi di real time).

Se la musica e la presentazione dei top runner in griglia fa ben sperare, la partenza è fiacca: non viene annunciata, si sente uno sparo che assomiglia ad un palloncino che scoppia, un mormorio generale e il fiume che inizia a scorrere. Il Garmin improvvisamente mi avvisa che è passato il primo km: non solo è troppo presto, ci sarà un errore, avrà perso il segnale, ma risulta anche troppo veloce. Decido di controllare e dopo pochissimo suona il secondo km, e poi il terzo: ho quasi il dubbio di aver impostato per errore -è nuovo, ha 15 giorni di vita ed è la prima volta che lo uso in gara- dei lap diversi dal km, quando il cartello del quarto compare mentre l’orologio vibra di nuovo.

Cavolo, in Sardegna i km non passano mai, a Rovigo volano! Primo ristoro: bottigliette d’acqua per tutti, bevo e riparto. Al settimo km mi rendo conto che non riesco a rallentare e che sto ripetendo il solito maledetto errore, lo stesso commesso a Roma: sono troppo veloce rispetto al mio passo, rischio di scoppiare. Poco più avanti di me c’è un runner non giovanissimo -diciamo così- che sembra avere un passo costante: 

-A quanto la fai?
-Mah, 5’30”
-Ah, provo a seguirti per un pezzo, va bene?

Scopro che lui è di Rovigo, abita a 200 metri dalla partenza; gli dico che io invece abito oltre 200 km, che sono in Veneto da mio papà, che è la prima volta che vengo a Rovigo. Lo avviso allo scadere dei km perchè scopro anche che corre con un normale cronometro che non gli dà esattamente il passo: lo calcola man mano per assestarsi. E’ lì che, dopo un paio di km, preferisco affidarmi di nuovo a me stessa -dopo aver osservato che di voglia e fiato per chiacchierare ne ho parecchi.
Km 9: prendo il mio GU. 
Km 10: bottigliette d’acqua, anche stavolta ce n’è per tutti in abbondanza. Qua gli ultimi non restano a bocca asciutta.

Nel frattempo il cielo è più che nuvolo e il vento è decisamente forte e freddo e, soprattutto, non capisco come mai, in un senso o nell’altro, il vento sia sempre contrario e mai a favore. Sto andando bene, continuo a pensare di essere troppo rapida e spero di non cedere più avanti. Il tifo è scarso, anzi, direi nullo: intorno al dodicesimo, o forse un po’ prima, una signora anziana per strada si sbraccia felice al grido di “Bravi! Brava! Che bello, quanti! Sembra di essere a Roma!”, rido e passando faccio io il tifo per lei, ringraziandola e complimentandomi.

Nel frattempo arrivano anche il km 13, il 14 e anche il 15. E’ qua che mi trovo davanti la biondina dalla maglia inconfondibile -con un’enorme scritta verticale che avevo letto bene- che al secondo chilometro mi ha tagliato la strada accelerando e sbuffando… e improvvisamente me la ritrovo dietro. 
Un altro ristoro, l’ultimo, e si riparte. Km 17, km 18: guardo il tempo totale, so che ad essere qui in 1:41 la gara andrà bene, vedo che ci sono in 1:39 e inizio a crederci. Se fino a quel momento la gara, dal ritiro del pettorale, alla struttura del percorso, al paesaggio, mi ha ricordato la Cremona Half Marathon, adesso penso a Jesolo e a Pisa: le gambe girano sulla ciclabile, davanti a me nessuno, dietro nemmeno, io sto bene e inizio a vedere il traguardo.

Km 19: si rientra in città: la media è la stessa della gara di Pisa, potrei chiudere in 1:56. 
Km 20: mi lascio alle spalle anche le due ragazze vicine a me in partenza e scomparse rapide all’orizzonte.

Ci sono, posso chiudere in 1:56 e rotti, oppure accelerare leggermente e provare a fare di meglio. Sto bene, da una parte lo sforzo in più mi richiederebbe una fatica che non ho molta voglia di provare, dall’altra so che se non avrò dato il massimo in quell’ultimo km e un pezzo, se dovessi mancare il personale per una manciata di secondi, lo rimpiangerei infinitamente.

E allora spingo. Mi chiedo che cosa farà Nico con i bambini: gli ho chiesto di farli correre con me al traguardo se arrivassi tra l’1:56 e l’1:58, ma non se fossi in odor di personale o al limite sotto le due ore. Ci siamo, vedo in lontananza la curva del 21esimo ed eccoli lì, Gaia e Nico e poco più avanti mio papà e Luca: mi chiamano, li saluto felice, do il cinque a mio papà (vorrei darlo a Luca, ma ha la mano al contrario, accidenti!!), mi precipito sugli ultimi 97 metri.

E’ lì, davanti a me, il tappeto blu che mi porta al traguardo. Spingo più che posso, non guardo l’orologio, non vedo il tempo sul tabellone. Vedo che sorpasso una manciata di runner affaticati, io sto benissimo, ci sono, qualcuno nella folla a destra mi incita, arrivo

Davanti a me trovo facce anonime, sorridono ma non gioiscono con me. Accidenti, gente, è il mio miglior tempo di sempre: glielo dico, abbozzano, cerco la brillantezza dei romani alla Roma Ostia, un po’ di entusiasmo, o almeno il fotografo. Sì, lui sì, deve aver percepito che per me è più che un traguardo. 
Tempo ufficiale: 1:55:17. 

  

Il pensiero torna ai maratoneti di Milano e Roma, loro stanno ancora correndo: mi mancano gli Urban Runners al traguardo, festeggio felicissima, ma sento che manca un pezzettino. Me la sono goduta, non sono affaticata, non so come sia stato possibile, non mi sento in forma come lo ero a Pisa, non ho avuto una tabella così pesante, non mi sento così allenata, ho qualche kg di più, eppure… Festeggio, festeggio alla grande: mio papà assiste per la prima volta dal vivo all’euforia di una gara andata bene, non parlo d’altro, voglio sapere anche come l’hanno vissuta loro da spettatori in attesa, voglio riviverla, ricordare i momenti.

E poi voglio la ricompensa e andiamo tutti al ristorante!

Rovigo Half Marathon, CON LE GAMBE E CON IL CUORE (dice il payoff).
Proprio così.

La prossima? La prossima è a breve, sarà una gara nuova, che non conosco, una gara da godermi tutta, che mi porterà a vedere se c’è qualcosa oltre i 21 km.

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(Mezza) Maratona di Pisa: famiglia, amici, testa, cuore, festa per l’ultima gara dell’anno.

E’ chiaro a tutti che, nonostante le premesse, alla fine io non mi sia data nè allo yoga, nè al pilates, nè tanto meno allo Zumba. Ho ripreso in mano la tabella, dopo una strigliata incoraggiante del coach (il cui messaggio fondamentale è stato più o meno: “Stai lavorando alla grande, ti impegni, ti metti in gioco..[..]..non associare la gara al tuo successo come persona”), e ho deciso di rimandare il riposo alle vacanze di Natale.
Per una serie di incastri, cambi di programma, sorprese e vicissitudini di vario tipo, mi sono ritrovata iscritta alla mezza maratona di Pisa. Questa volta avrei portato con me anche i bambini, che da troppo tempo non mi seguivano nelle gare, decisi a goderci anche la città da turisti.

Venerdì sera partiamo da Milano e sabato mattina alle 9, riposati, siamo ai piedi della Torre, che sì, pende veramente! E’ stata una giornata non organizzata, ma piena di cose belle e inaspettate. Al mattino esploriamo la città intorno e al di fuori delle mura e trasciniamo i bambini ricattandoli andiamo tutti insieme al village, per il ritiro del pacco gara e, soprattutto, per fare man bassa di caramelle grazie a Ricola, sponsor della gara [domenica, finita la corsa, i promoter Ricola offrono nuovamente caramelle a Gaia e Luca, per poi chiedermi -ancora sudata e avvolta nella coperta termica ai piedi della Torre- se non ci fossimo già visti allo stand. Sì, ecco, forse le manine che continuavano a rubare caramelle e le mie occhiatacce, non sono passate inosservate]. Un pranzo veloce alle 13.30 e un paio d’ore di riposo (con compiti per Gaia) a casa. Per l’ora della merenda, ci dirigiamo sui ponti del Lungarno e alla mostra di Dalì: è una splendida occasione, i bambini sono entusiasti di poter avere le loro proprie audioguide con i quadri da selezionare e, alla fine, entrambi hanno chiedono un po’ risentiti se sia già finita. A me, anche questa volta, si verifica la solita stranezza: di nuovo, incontro il mio Unicorno, simbolo nato e associato a me diversi mesi fa da una presa in giro degli amici runner, ma che, da allora, avvisto davvero pressochè sempre prima di ogni gara. Questa volta si fa trovare protagonista in uno dei disegni di Dalì per l’Autobiografia di Benvenuto Cellini, ma lo so che è lì per me. Giriamo per il centro, i bambini con un enorme bastoncino di zucchero filato -che sì, è il male assoluto, ma è un weekend di festa e nelle feste tutto è concesso-, ascoltiamo per strada un concerto di un coro gospel che incanta Luca (“Da grande voglio essere lui”, indicando il tastierista, nonchè direttore del coro) e ammiriamo un’esibizione di ragazze che fanno acrobazie su tessuti aerei. In una breve tappa a casa, la tifoseria si organizza per il giorno dopo, quando finalmente arriva il gran momento tanto atteso: La Cena Urban (Runners). Ci troviamo tutti insieme in una lunga tavolata e alla fine sia Gaia che Luca chiacchierano e fanno domande, parlando di “NOI URBAN”: il loro coinvolgimento in questo mio pezzo di mondo, dove si incontrano sport, amici e concetto di squadra, è la vittoria più importante.

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Domenica mattina mi sveglio alle 4.40, ok è troppo presto, non devo pensare alla gara, ma se poi arrivo tardi? Sono sicura di non voler lasciare nulla al deposito borse? E se non trovo gli UR alla partenza? Ma poi ho disattivato i lap automatici sul Garmin? Ah, giusto, devo settare il live track per Nico. Dai, sono le 5.30, mi posso rilassare, ho ancora mezz’ora da passare sotto le caldissime coperte. Ore 5.50, al diavolo, mi alzo. A partire dalle 6.30, passi di diverso peso e dimensione, mi raggiungono un po’ alla volta in cucina: sì, io ho già fatto colazione, vi guardo. Mi vesto e canticchio, Luca reclama -per poter tifare bene– una bandiera Urban Runners e, non avendola, gli faccio indossare la mia maglietta; Gaia allora indossa quella blu della gara, a cui attacchiamo –come fosse il mio pettorale, ma più piccolo– l’adesivo del deposito borse. Ripassiamo il programma della giornata, li saluto e mi avvio in griglia. In qualche modo trovo gli UR, si fa un po’ di casino e si parte tutti insieme. Sono tranquilla e felice, non mi sembra vero che ci sia un gruppo così numeroso che stavolta corra al mio passo.

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Dopo il primo chilometro però è il mio passo che diventa un altro, non ci faccio troppo caso, vado e basta. Subito cerco Nico, Gaia e Luca al primo ponte, c’è un sacco di gente, mi vedono all’ultimo e i bambini restano un po’ spaesati, Luca mi sembra un po’ confuso; so che li ritroverò circa al quarto chilometro, ripassando dall’altra sponda dell’Arno, e così è. Sono in cima alla salita (sì, per me è salita, ok?!) del ponte, li vedo e non mi accorgo che il percorso piega a sinistra, poco male, prendo la curva larga gridando e salutandoli, osservata -così vedrò dalle foto- dai runner intorno a me. Da questo momento so che li rivedrò al traguardo e inizio la mia gara.

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Poco prima del ristoro del quinto chilometro, raggiungo i pacer delle 2 ore: una delle due corsie stradali è aperta al traffico, quella dedicata alla gara è intasata, si crea un imbuto che mi innervosisce, supero un po’ di gente zigzagando in salita (sì, un’altra, per me era un’altra salita), e decido di non fermarmi a bere. Sto benissimo, fa freddo e penso che l’acqua giacciata mi sarebbe più di danno che di sollievo. Continuo pensando che sia un bel percorso, che la giornata è stupenda, il sole e il clima sono perfetti: di tanto in tanto guardo il passo, un po’ mi spavento per paura di “bruciarmi”, un po’ mi dico che sto benissimo e che oggi andrà così. Mi sento così bene che ad un certo punto mi viene una specie di magone, come solo un’altra volta mi è successo, un groppo in gola e mi viene da piangere: il respiro si blocca, non si riesce a correre piangendo, quindi sarà il caso di ritrovare la mia solida razionalità, almeno fino al traguardo. Al nono chilometro, prendo il mio GU e al decimo bevo con calma acqua ghiacciata.

Ho gli auricolari, so che Alino e tanti altri mi sgriderebbero, ma io mi devo divertire e svagare, e per me la musica bassa di sottofondo è solo piacere: riesco comunque a sentire i miei passi e il mio respiro, a rimanere concentrata. Ad un certo punto Robbie Williams canta Love my life, penso a quando in auto, ogni volta, chiedo il parere a Luca e mi risponde che anche a lui piace questa canzone, e allora alzo il volume e cantiamo il ritornello tutti insieme: I love my life / I am powerful / I am beautiful / I am free / I love my life / I am wonderful / I am magical / I am me / I love my life. Ed  è proprio così.

Il ristoro del quattordicesimo chilometro mi sorprende, lo aspettavo alla fine del quindicesimo: ogni tanto guardo il Garmin, in alcuni momenti mi sembra di aver bisogno di recuperare e mi trovo con un’andatura di 5’20”, a volte mi sembra di rallentare eccessivamente e sono solo a 5’35”. Per non fissarmi, trovo davanti a me un runner travestito da Babbo Natale che mi sembra abbia un passo costante sui 5’30”: inizio a tallonarlo. Per circa un chilometro e mezzo vedo che con la coda dell’occhio ogni tanto sbircia, finchè ad un certo punto si gira e gli dico “Sei il mio pacer, ti sto seguendo da un po’!”, mi risponde ridendo “Ma nooo, dai, chè qua si va tutti insieme!” e rallenta per aspettare un paio di amici indietro di poco. Proseguo di nuovo sulle mie gambe, con la mia testa e il mio fiato.

Il diciassettesimo, per me, vuol dire che ci sono, che di chilometri ne mancano solo 3+1 e che si tratta dell’ultimo sforzo; guardo l’andatura media, al di sotto di quella a cui puntavo e inizio a figurarmi il traguardo. Il diciottesimo è il chilometro dei calcoli, l’unico momento in cui avevo stabilito che avrei realmente pensato al tempo, al di là delle mie sensazioni fisiche: per stare nel mio obiettivo, sarei dovuta arrivarci in 1:41, ma sono lì in 1:38 e non posso non iniziare ad immaginare un risultato insperato.

E’ davvero l’ultimo sforzo, gli ultimi due chilometri sono faticosi, le gambe iniziano ad essere pesanti, tengono il passo ma sembrano non accelerare come avrei voluto. L’ultimo ponte, la via dell’appartamento, il rettilineo finale: una voce di donna grida il mio nome (amica, chi sei?), sento poco più avanti Gianluca che mi chiama, lo vedo, mi incita di nuovo. Trovo la forza per dirgli “Sì, e allora vado!” e riesco ad allungare, finchè in curva ecco i bambini: sono pronti a scattare, con le loro magliette da gara, fino al traguardo. Gaia a sinistra, Luca in mezzo, io a destra: guardo il tempo, accidenti, correte più veloci, chè qua sono vicinissima al colpaccio! Dai Luca, con quelle gambette corte, dai! Mi viene voglia di prenderlo in braccio, è questione di secondi per vedere anche quel numero sul tabellone, ma lui ansima e dice che ha caldo. Amore della mamma, il suo sforzo su quei 70 metri è forse più impegnativo del mio su tutta la mezza maratona. Guardo avanti, per la prima volta vedo il traguardo, tra noi e i fotografi stavolta non sembra intromettersi nessuno, ci siamo noi, insieme, a vincere!

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E’ fatta, il tempo ufficiale, il real time, è di 1:56:00, tondi tondi. Treminutiemezzodimeno del mio miglior tempo, treminutimeno di quanto mi aspettassi realisticamente di fare, dueminutimeno di quanto mi sarebbe piaciuto ottimisticamente raggiungere. Io sono alle stelle, i bambini più su; Luca viene medagliato, io e Gaia ci facciamo l’occhiolino e delle foto insieme.

“Mamma, abbiamo vinto!!”
“Abbiamo stravinto!”
“E adesso ci danno anche da mangiare?”

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Il ristoro è un po’ deludente, io cerco Nico e gli altri UR, condividiamo la gioia e il successo. Qualche abbraccio, qualche foto, molta euforia, e ripartiamo subito per Milano. Lungo la strada sono assolutamente incredula, mi chiedo come sia stato possibile, come io abbia potuto tenere quel passo -che è così poco distanze dalle ripetute lunghe che sembravano uccidermi- per 21 chilometri; ripenso alla gara, alle sensazioni, penso che sia stata tutta mia questa volta, tutta sulle mie gambe e con la mia testa e il mio fiato, senza personal pacer e senza spalle di sostegno ad accompagnarmi. Poi penso a Yuri, che la sera prima, con convinzione, mi ha detto che mi avrebbe fatto bene correre, dopo tanto tempo, da sola e che mi ha chiesto come fosse possibile che mi affidassi così tanto allo strumento e così poco alle mie sensazioni, e penso che ci ho riflettuto e in gara questa frase mi si affacciava nella testa; penso poi che lui e Chicco prima della partenza mi hanno indicato i pacer delle 2 ore, e penso che ho risposto che i pacer mi mettono ansia e che poi quei pacer li ho superati; penso che nelle salite c’erano Fabio, a dirmi di spostare il baricentro in avanti chè così praticamente vai da sola e che poi, tu che sei bassa, in salita sei avantaggiata, e Alino a dirmi di mantenere un’andatura costante in salita e, soprattutto, di non esagerare in discesa, chè poi ci si impianta sul rettilineo; penso che c’è Alino dall’inizio alla fine con quello che ci siamo detti in una chiacchierata in Gae Aulenti a settembre; penso a Rudy, chè ci si è visti al ristoro del decimo e ci si è capiti subito; penso che al quinto chilometro ho visualizzato Nico sconfortato, a scuotere la testa e temere che, di nuovo, la mia partenza a razzo sarebbe finita a cazzo, ma che intorno al quattordicesimo probabilmente anche lui avrà pensato che ce l’avrei fatta, tirando un sospiro di sollievo; penso a quanto siano bastati due incitamenti di Gianluca e dell’amica che non ho ancora capito chi fosse sul rettilineo finale, per far venire fuori delle energie che pensavo esaurite; penso ai messaggi ricevuti, alla catenina con i due cuoricini che ho attaccata al collo, a mio papà che non osa chiederlo ma aspetta una chiamata, a mia mamma che ho l’impressione che non approvi del tutto, ma che mi chiede sempre a che ora io corra e ai bambini pronti a fare festa… E penso che, tutto sommato, anche questa volta la gara, forse forse, non l’ho fatta proprio tutta da sola.

 

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Cangrande Half Marathon 2016: ansie da prestazione

E’ passata ormai quasi una settimana dalla mia, nostra Cangrande Half Marathon, gara non esattamente memorabile. Sono arrivata carica di aspettative, dopo il successo inatteso alla mezza di Cremona e dopo un mese di durissima tabella, con allenamenti nuovi che, per la prima volta, mi hanno provato fisicamente e mentalmente.
Il giovedì prima della gara, mentre gli Urban Runners iniziavano a partire per la maratona di Valencia, mi è subito venuta in mente una cosa che mi aveva detto Yuri: non gli sembrava normale che io stessi bene, mi divertissi e provassi soddisfazione in tabella, mentre vivessi male e non riuscissi a godermi il giorno della gara. Questa volta sentivo che qualcosa era cambiato e gliel’ho scritto:

“Non ne posso più di questa tabella di mer*a che per questo mese mi ha fatto sputare sangue!! Domani ho un lentissimo di mezz’ora e poi grazie al cielo me ne libero!!! Insomma, finalmente domenica posso correre come caz*o mi pare, anzi, come caz*o mi viene!!! Ecco, è la prima volta che mi succede, io a questo giro questa tabella di mer*a l’ho odiata. Tu un giorno mi hai detto <Io non capisco, tu la tabella la dovresti odiare!>: Yuri profeta, tabella di mer*a, cardiofrequenzimetro al rogo!”

Con questo spirito sono partita venerdì sera con Nico per Garda. Ci siamo regalati un aperitivo con un bicchiere di vino rosso e pesce di lago, una cena fuori leggera e sabato mattina siamo andati a ritirare il pacco gara. In generale, la voglia di correre la gara era a quel punto molto bassa, scherzando ci dicevamo che sarebbe stato bello goderci prima o poi un weekend senza bambini ma anche senza gare e senza impegni..! Nel pomeriggio, sentiti Fabio, Marco e Rudy, due Urban-Runners-più-uno che avrebbero corso la maratona -quella intera-, ho iniziato ad avvertire da una parte la voglia di sfidarmi, dall’altra l‘ansia da prestazione e il desiderio malsano non di correre, ma che fosse già finito tutto. In serata Nico ed io siamo usciti per una passeggiata di due ore e un quarto nel buio del lungolago deserto.. giusto per sgranchire le gambe e distrarci.

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Domenica mattina abbiamo provato ad incontrarci con gli altri per una foto collettiva, ma senza riuscirci: abbiamo visto Fabio, nella gabbia che precedeva la nostra, e abbiamo corso i primi 100 50 20metri.. va beh, siamo arrivati fino al gonfiabile della partenza ufficiale insieme, poi ciascuno ha iniziato la propria gara.

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Poco dopo la partenza mi sento chiamare da dietro “Ciao Urban Runner! Io sono una Woman In Run!”: non ci conosciamo, ma conosciamo le nostre rispettive famiglie sportive milanesi e trovo che sia bellissimo salutarsi ed incoraggiarsi, semplicemente accomunate dalla passione e dalle strade che percorriamo.

Parto forse un po’ troppo veloce, ma come per Cremona decido di non guardare il Garmin se non al termine del chilometro e di correre come mi sento; fa inaspettatamente caldo, al primo ristoro penso di togliermi la maglietta a maniche lunghe, cosa che fortunatamente non faccio, visto che poi attraverseremo campagne, nebbie in un’aria decisamente fredda. Al km 7 inizio a sentire delle fitte ai fianchi -saranno anche state fitte immaginarie, ma i dolori a sinistra mi sono durati fino a mercoledì sera- e le gambe pesanti: non girano, non riesco ad allungare neanche nei tratti in discesa. Faccio l’errore di verbalizzarlo a Nico: “Oggi non va”. Al km 10 bevo e recupero un po’, per poi iniziare a calare con gambe e testa: mi arrabbio con me stessa, guardando a posteriori i parziali in modo ingiustificato, me la prendo con la tabella, le sveglie all’alba, il mio coach, i sacrifici e gli sforzi, i soldi, l’impegno, la costanza.. tutto mi sembra vano, io non miglioro, io in gara non ce la faccio. Non-ce-la-faccio.

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Al km 13 mollo il colpo. Cammino per il tempo necessario per prendere un GU, chissà che non avvenga un miracolo. Ricomincio, rallento, accelero, Nico mi rimprovera, io me la prendo, litighiamo.
Non c’è niente da fare: di fiato sto benissimo, ne ho un sacco, corro sprecandone tantissimo in insulti, accuse e promesse a me stessa. “Basta, con la corsa ho chiuso, non ne voglio più sapere di tabelle, gare, ripetute…ripetute da nove minuti, capito? Basta!! Da domani solo yoga, anzi, pilates, anzi, zumba! Ecco, Z U M B A!”. (Nico mi confesserà poi che a quel punto gli veniva da ridere, ma temeva per la sua incolumità).

Km 16, il ristoro.
Km 17 rallento ulteriormente.
Km 18 crampi ai polpacci. “Fermati a lato strada, mettiti a terra”, “No, finiamo ‘sta caz*o di gara, chè non ne posso più!”

Finish line, traguardo, medaglia. Il tempo ufficiale è di 2:03:54, un’enormità.

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Non c’è soddisfazione, c’è delusione, c’è rabbia, ci sono per la prima volta sconforto e desiderio di mollare. Che io corra a caso o che corra in tabella, ottengo i medesimi risultati in gara; so che i miglioramenti ci sono e sono notevoli, ma se non riesco a metterli a frutto e ad allenare anche la mia testa alla competizione, tutto lo sforzo non serve a niente. Infine, se non mi diverto più neanche in allenamento, che senso ha? Penso che la vita sia sufficientemente impegnativa per poter decidere di aggiungere agli obblighi -famiglia, lavoro, figli, incombenze..- dei piaceri che siano tali.

Mi cambio e mi rivesto, poi mi posiziono sulla finish line della Maratona -quella intera. Gli arrivi sono commoventi, ogni maratoneta agli ultimi metri mi sembra alla fine di un viaggio che è molto più di una corsa, gli sguardi, la sofferenza e la gioia che quei corpi sprigionano, sono pazzeschi. Io mi sento piccola piccola, io che qualche settimana fa, un po’ per gioco un po’ sulla scia degli entusiasmi della Maratona di New York, ho sfogliato il calendario maratone dell’inverno 2017, io che non ho la testa per concludere una mezza.
Guardo il tempo sul tabellone, il primo ad arrivare è Fabio, poi Marco, infine Rudy: Nico ed io li vediamo, tifiamo per loro, scattiamo qualche foto e riusciamo a riprendere persino il video dell’arrivo, mentre loro -che pure guardano nella nostra direzione- non si accorgono di noi, sono alla fine di un viaggio impegnativo. Sono contenta di essere lì, tutti si meritano qualcuno che li aspetti all’arrivo.

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Gli abbracci finali, i sorrisi, i loro racconti.
Marco scriverà poi “Avervi visto tutti all’arrivo era come essere a casa”: di nuovo, pur provando a ridimensionare delusioni e gioie di una gara, ogni volta mi rendo conto che c’è dell’altro. Non è mai solo una corsa, non è mai solo una delusione o un personal best, è sempre un forte senso di appartenenza, una condivisione di emozioni e sensazioni fisiche che solo chi vive la preparazione e l’evento può capire, è qualcosa a cui non voglio rinunciare.

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Cremona Half Marathon: da sola, in coppia, in tre.

Questa volta non sarò io a parlare di me e di questa Maratonina di Cremona o Cremona Half Marathon, gara in calendario da prima dell’estate e scoperta su Instagram, a cui sono arrivata dopo un mese e mezzo di enormi difficoltà con la corsa (vedi: battiti altissimi, tabella rivista, lunghi non portati a termine, velocità da principiante..), e che ho deciso di correre come allenamento e non da sola: ho regalato a Nico l’iscrizione alla gara per il suo compleanno, e sarà lui -qua seduto vicino a me- a raccontare questa Cremona Half Marathon dal suo punto di vista.

cremona half marathon, ritiro pettorali

V: Dai, comincia da dove vuoi e come vuoi.

N:E’ stata la gara delle sorprese, fino a 15 giorni fa non sapevo neanche che ti avrei accompagnato, non avevamo un piano su come avremmo gestito la corsa, e soprattutto non ci saremmo mai immaginati che sarebbe finita così. L’inizio della giornata fila come da abitudine, con la preparazione, pettorale, colazione..

V: Vuoi intenzionalmente tralasciare la cena dell’atleta di sabato sera?


N: Ahahah, è vero! Ci siamo concessi volutamente cose che prima di una corsa i veri runner non si concedono, proprio a dimostrazione di come volessimo vivere questa corsa alla leggera, con l’unico obiettivo di allenarci e portarla a termine: patatine curcuma e cocco + salame di cioccolato, ecco la nostra cena. [Ora fate come se non aveste mai letto]. Dicevo, stamattina ci dirigiamo alla partenza e fino a quel momento cerco di distrarti perchè vedo in te un po’ di agitazione; ad esempio, ti parlo di cagate, quando mi fermo di fronte alla Papaya Pura di quell’erboristeria in centro, lo faccio per te, ma dalla tua reazione capisco che tu abbia voglia di rimanere concentrata. 

cremona half marathon, partenza

Si parte; non so bene se tu voglia parlare, ascoltarmi o cosa -so che da un auricolare questa volta ascolterai la musica-, ma nel dubbio ogni tanto butto lo stesso là qualche osservazione idiota.

V: Ah sì? Non me ne sono neanche accorta. Solo una cosa, già che ci siamo: se scegli di assumerti il compito di avvistare i fotografi perchè io corro senza occhiali, dovresti anche indicarmi la loro posizione precisa. Tipo, la prossima volta potresti provare a sostituire il “Fotografo!” con “Fotografo sulla destra a 50 metri” o “Fotografo sul panettone lato strada sinistro” etc..qualcuno comunque credo proprio che l’abbiamo beccato. Ecco, dicevi..?

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N: Mi accorgo nei primi chilometri che probabilmente non avrai bisogno nè di essere distratta nè di essere guidata in qualche modo, ho capito subito che saresti andata tranquilla: respiravi bene, eri concentrata.. Ero attento ai tuoi gesti: spiegami solo perchè quando dicevi “troppo veloce!” o mi facevi il gesto “rallentiamo”, poi io rallentavo e tu andavi avanti!

V: Ahahah boh, però sì, forse è andata così.

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N: Al quarto km succede una cosa di cui tu non ti accorgi: Rudy mi tocca una spalla, resto un passo indietro, ci salutiamo e si raccomanda di non avvisarti della sua presenza, lui ci avrebbe seguito. Io mi riaffianco a te e procediamo. Verso il nono km tu prendi il tuo gel e poi senti una presenza..

V: No, aspetta, questa la racconto io. Vedo con la coda dell’occhio, ma soprattutto sento i passi di una tizia che corre letteralmente attaccata a me, mi sposto, ma niente, questa mi segue, mi tallona. Penso che tra runner si dice, scherzando, che “quando sei in difficoltà devi puntare alla culona e attaccarti a lei” (della serie, se lei ce la fa, ce la faccio anche io): ecco, ho pensato che in quel momento la tizia avesse scelto me come la sua culona!! Ho detto ad alta voce un “Cazzo, c’è questa che mi sta attaccata, che ansia!!” e un pochino si è spostata. Carino aver scoperto a metà gara che non fosse una lei, ma Rudy!

N: Siamo al ristoro del km 10 quando Rudy si palesa e ti dice che stai andando alla grande, che adesso starà lui avanti un passo e così continuiamo in tre. A questo punto arriviamo abbastanza velocemente a due terzi di gara e non ricordo se fosse a quel punto, o se addirittura prima, tu mi dici “Nico, stiamo andando benissimo!”: mi sorprendo un po’ perchè non mi aspettavo questa tua esternazione, nè così presto, dall’altra parte era evidente che fosse così. Iniziamo quindi la parte che più tardi scopriremo che per entrambi è stata la più difficoltosa: la lunghissima Via del Bosco, con tragitto a U, in cui si vedevano i runner tornare indietro ma non si capiva dove fosse la svolta, il ricciolo, come l’ha chiamato Rudy. Mi ricordo che subito dopo il ricciolo ti ho dato indicazioni precise sul fotografo: è stato un bel momento, abbiamo provato a fare una foto a tre divertente, che sicuramente non sarà venuta, ma divertente.

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V: Sì, ho persino sprecato fiato per dire “Questo gesto atletico mi costerà almeno 20 secondi!”. Tra l’altro iniziavo ad accusare pesantezza alle gambe, ma la vocina motivata ha detto a quella cattiva “Di fiato stai benissimo, concentrati su quello, chè se quello c’è, è fatta!”; la vocina cattiva poi ci ha riprovato più tardi con un subdolo “Huber sarebbe fiero di te”, ma quella buona non si è fatta fregare e ha prontamente risposto “me ne frego di Huber, io sono qua per me e sono l’unica che ha il diritto di essere fiera o meno di me stessa!”.

N: Brava!! Stavolta la testa ha lavorato bene finalmente!! ..Tra l’altro, una cosa che mi è piaciuta è che mi è sembrata una gara molto partecipata, anche quando intorno al 18esimo ci siamo riavvicinati alla città.

V: No, a me è piaciuta la partenza e la carica delle persone, ma per il resto non ho vissuto grande tifo.

N:Ah ok. Dicevo..?

V: Diciottesimo.

N: Ecco: se fino a quel momento ti vedevo tranquilla, da quel momento ho avvertito la tua fatica. Di nuovo è accaduto che tu mi dicessi di rallentare, anche se poi, di nuovo, facevi rallentare solo me e continuavi al tuo passo.
Finalmente si rientra in città, attraversiamo strade molto belle e con molta partecipazione: mi ricordo un vecchietto che ci incitava, dicendoci che ormai era finita, di continuare così. “Sì, ok, è finita”: in realtà mancano gli ultimi 500 metri almeno, di cui un buon pezzo in lieve salita e con ciottolato. Tu continui in salita, mangiandoti alcuni runner che arrancano, si vede il gonfiabile del traguardo. La prima cosa che faccio è dare un occhio al tempo: so, dal 15esimo, che i pacer delle 2 ore non sono molto più avanti di noi e che, quindi, non siamo troppo distanti da quel tempo. A quel punto, con Rudy, ti diciamo “Guarda il tempo!”

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V: Sì, a 150 metri io che cosa potevo vedere senza occhiali?!! Comunque avevo fatto un paio di calcoli quando al 19esimo ho iniziato a sentire le gambe a pezzi e mi sono detta che non avrei potuto mollare proprio oggi, così vicina al risultato.

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N: Sta di fatto che spingi e facciamo tutti e tre insieme un bello sprint finale! Vedo anche il fotografo, credo che ci abbia ripreso molto bene.

V: Ecco, a quel punto io il fotografo l’ho mancato, non so neanche dove guardassi, ma il sorriso c’era!

N:Il sorriso c’era, il finale è stato bello, tu eri raggiante: era un traguardo che inseguivi da tempo e, soprattutto, assolutamente inaspettato, non previsto e non cercato proprio oggi!

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Proprio così: tempo ufficiale 1:59:35.
Personal best.
Sotto le due ore.
Evviva.

Il giorno prima ho portato Gaia a tagliare i capelli: mentre aspettavamo il suo turno, abbiamo preso, tra le riviste a disposizione, il Libro delle Risposte. Ho iniziato io con la prima domanda a caso: “Come andrà la gara di domani?” e il libro, aperto in un punto qualunque, mi ha risposto “Non dimenticare di divertirti”. Forse il segreto è questo.

Un grazie gigante a Nico e Rudy, per esserci stati e per aver creduto che potessimo arrivare a quel traguardo, ma soprattutto per aver lasciato fare a me, per non avermi tirato o frenato, per la presenza discreta, per l’aver festeggiato insieme. Al traguardo non c’era nessuno ad aspettarci questa volta, al traguardo siamo arrivati in tre tutti insieme: la corsa è uno sport di squadra!..E il mio sorriso quasi non stava nelle foto!

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Un terzo di Mezza di Monza

Perchè mi sono iscritta ad una Mezza per l’11 settembre, con caldo estivo e il coach che, conoscendo la mia sofferenza fisica con temperature elevate, mi aveva suggerito di ricominciare con le gare “in autunno inoltrato”?

-Perchè tutta la Famiglia Urban Runners avrebbe partecipato
-Perchè mi sarebbe sembrata una quasi festa di fine estate
-Perchè sapevo che mi sarei allenata bene ad agosto e sarei arrivata preparata
-Perchè mi avevano giurato che “Alla Mezza di Monza piove sempre, sono 5 anni che diluvia!”

Al ritiro pettorali del sabato mattina, ho sperimentato le temperature dell’Autodromo e mi sono auto-confermata l’idea di correre la gara come fosse un allenamento, tra i 6 e i 5’50” per poi eventualmente spingere nell’ultimo terzo della gara. Un progressivo, insomma, di quelli a cui sono abituata e che mi piacciono tanto.

54 Urban Runners alla partenza, qualche altra faccia conosciuta incontrata a sorpresa, e via, tutti pronti, chi per la 10, chi per la 20, chi per la 30 km, andature diverse per poi rivedersi tutti a pranzo insieme dopo la fatica.

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Il ritrovo è tra le 7 e le 8, per non rischiare di non trovare posto al parcheggio; mi sveglio alle 6, ma non riesco a fare colazione, bevo soltanto la mia tisana, mi sento un po’ appesantita e sottosopra; mi dico che, ora della partenza alle 9.30, potrò mangiare una barretta o prendere un gel. Nel frattempo continuo a bere pian piano, il caldo si sente da subito. Un quarto d’ora prima di partire, senza nessuna fame, prendo un GU.
Mi sento tranquilla: dico a Nico che questa volta correrò senza cintura, quindi senza telefono, quindi senza che lui possa seguirmi con il Garmin Live Track, chè ci vediamo all’arrivo se riesce ad esserci, dopo nel caso non ci si trovasse. Per la prima volta non ho con me neanche la fascia cardio, per evitare fastidi o fissarmi troppo, in compenso ho una bottiglietta d’acqua che mi potrebbe consentire -come ho sperimentato in alcuni lunghi al mare- di bere poco per volta e non scolarmi mezzo litro d’acqua ad ogni ristoro, perdendo tempo e affaticando lo stomaco.
Infine, voglio correre da sola, concentrarmi e gestirmi.

Si parte tutti insieme, so che i primi 5,5 km saranno sulla pista dell’autodromo; il caldo si sente tutto, provo a concentrarmi sulla strada davanti a me e sul passo e mi isolo. Corro circa a 6/5’55” come mi ero promessa, terzo km un po’ più veloce perchè c’è una discesa, verso il quarto inizio a sentire dolore ad entrambi i fianchi (quello che molti chiamano “male alla milza”) e fitte allo stomaco, mi concentro sul respiro ma serve a poco. Arrivo, verso il quinto chilometro, al bivio tra chi prosegue per la 5 e 10 km e chi continua sui percorsi della 21 e 30 km: sono indecisa, per la prima volta valuto seriamente di spostarmi sulla dieci, in modo da arrivare al traguardo, concludere una gara che sento decisamente più alla mia portata e vincere la medaglia per i bambini. Il cartello avvisa che mancano 100 metri al bivio, penso ai bambini, penso che arrendermi così presto sia ridicolo, mi dico che, rallentando, entrando nel parco che dovrebbe essere meno caldo e continuando a concentrarmi sul respiro, presto andrà meglio. In realtà, pur continuando a rallentare, agonizzo un altro chilometro; pur sapendo che è assurdo che accada già, cammino qualche metro, poi riprendo a correre ed è peggio di prima, le fitte aumentano e mi viene da vomitare; la testa a quel punto inizia a formulare pensieri che paiono più che altro insulti, la concentrazione sparisce. Un unico pensiero che mi si para in testa senza possibilità di appello: mancano oltre 14 km, tu non ce la fai in queste condizioni e camminare per due terzi di gara non ha senso. Va bene, mi fermo, anzi, mi ritiro. Dopo pochi passi incontro Ale, che come me ha preso la stessa decisione e torniamo indietro, lui forse più incazzato e deluso, io piangendo e pensando ai bambini.

Penso che sarà l’occasione per spiegare loro che non sempre si può vincere, che esistono anche le sconfitte, che bisogna accettare anche di perdere, che a volte ci sono decisioni da prendere che bla bla bla… Mi chiedo se poter maturare e far miei questi concetti nel breve tempo che mi separa dal vederli, e allo stesso tempo mi chiedo anche dove vada a finire la mia lezione sul non arrendersi mai, sull’arrivare in fondo, sul provarci sempre fino all’ultimo.

Rudy, mentre parlo con Veronica, senza che me ne accorga, con il pettorale che ho ormai spiegazzato nel borsone, riesce a recuperarmi una medaglia, in modo da poterla dare ai bambini.

Li faccio felici e li rendo orgogliosi di me, dando loro una medaglia che non ho conquistato (nè meritato), oppure riesco a trovare in me una lezione in cui poter anche io credere, da trasmettere loro e condividere?

Quando arrivano, Gaia sa già da Nico che non ho finito la gara; do la medaglia a Luca, dicendogli che è per lui, che non l’ho vinta, che purtroppo oggi la mamma ha perso ma che quella è per lui perchè lui è un campione.
Non fanno domande.

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Più tardi, tornando a casa, voglio riprendere con Gaia il discorso e le spiego perchè mi sono fermata, le dico anche che non è stata una scelta facile, che mi sono messa a piangere perchè mi sono sentita un po’ sconfitta, ma che quella è stata in quel momento la cosa più giusta da fare, più giusta dello sforzarmi di arrivare in fondo. Nico rincara la dose, quando Gaia dice che la mamma è bravissima nella corsa e che “se adesso non è più brava nella corsa..?”. Concludo con un discorso breve che suona come “Sapete, non arrendersi non vuol dire finire una gara stando male, ma fermarsi e decidere di riprovarci alla prossima”.

Rimango sola con i bambini per un breve tratto mentre andiamo al ristorante (perchè non me la sento di andare a far festa con gli Urban Runners, ma avevo promesso a Gaia e Luca un pranzo fuori) e ringrazio i bambini perchè “anche se per me è stata una giornata storta e sono un po’ triste, sapere che loro erano lì per me e con me mi ha reso felice, e che sono sempre molto orgogliosa quando li ho vicino durante tutte le mie corse”. Luca saltella in brodo di giuggiole, Gaia affonda il coltello con tono perentorio:

“Io non mi sarei mai fermata, sarei arrivata fino all’arrivo, ci avrei provato fino alla fine.
Però ti capisco eh, TU hai fatto bene.
Ma IO non mi sarei mai fermata”.

Come è difficile essere genitori, come è difficile essere esempio, cercare di controllarsi e orientare il proprio atteggiamento verso quello più costruttivo e comprensibile per i bambini, capire quale sia il miglior insegnamento da trarre e da trasmettere, non contraddirsi, mostrare le proprie debolezze e fragilità ma sempre con il piglio della mamma che si risolleva e su cui possono sempre contare, la mamma che può sbagliare o cedere ma su cui loro non devono mai avere incertezze.

Oggi ho preso una bella sberla: è stata dura ammettere di arrendersi e mollare, non sentirsi sconfitti e prepararsi a ripartirecapire cosa insegnare ai bambini e parlare con loro di qualcosa che mi ha fatto piangere, arrabbiare e sentire incapace e debole.

Domani è lunedì, cominciano le scuole, inizia una nuova routine per tutti, la dieta che dalle vacanze non ho mai ricominciato sul serio, e la nuova tabella in direzione della prossima sfida.

..però, vi prego, non ditemi più di non prenderla, chè “è solo una corsa!”!

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