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Un terzo di Mezza di Monza

Perchè mi sono iscritta ad una Mezza per l’11 settembre, con caldo estivo e il coach che, conoscendo la mia sofferenza fisica con temperature elevate, mi aveva suggerito di ricominciare con le gare “in autunno inoltrato”?

-Perchè tutta la Famiglia Urban Runners avrebbe partecipato
-Perchè mi sarebbe sembrata una quasi festa di fine estate
-Perchè sapevo che mi sarei allenata bene ad agosto e sarei arrivata preparata
-Perchè mi avevano giurato che “Alla Mezza di Monza piove sempre, sono 5 anni che diluvia!”

Al ritiro pettorali del sabato mattina, ho sperimentato le temperature dell’Autodromo e mi sono auto-confermata l’idea di correre la gara come fosse un allenamento, tra i 6 e i 5’50” per poi eventualmente spingere nell’ultimo terzo della gara. Un progressivo, insomma, di quelli a cui sono abituata e che mi piacciono tanto.

54 Urban Runners alla partenza, qualche altra faccia conosciuta incontrata a sorpresa, e via, tutti pronti, chi per la 10, chi per la 20, chi per la 30 km, andature diverse per poi rivedersi tutti a pranzo insieme dopo la fatica.

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Il ritrovo è tra le 7 e le 8, per non rischiare di non trovare posto al parcheggio; mi sveglio alle 6, ma non riesco a fare colazione, bevo soltanto la mia tisana, mi sento un po’ appesantita e sottosopra; mi dico che, ora della partenza alle 9.30, potrò mangiare una barretta o prendere un gel. Nel frattempo continuo a bere pian piano, il caldo si sente da subito. Un quarto d’ora prima di partire, senza nessuna fame, prendo un GU.
Mi sento tranquilla: dico a Nico che questa volta correrò senza cintura, quindi senza telefono, quindi senza che lui possa seguirmi con il Garmin Live Track, chè ci vediamo all’arrivo se riesce ad esserci, dopo nel caso non ci si trovasse. Per la prima volta non ho con me neanche la fascia cardio, per evitare fastidi o fissarmi troppo, in compenso ho una bottiglietta d’acqua che mi potrebbe consentire -come ho sperimentato in alcuni lunghi al mare- di bere poco per volta e non scolarmi mezzo litro d’acqua ad ogni ristoro, perdendo tempo e affaticando lo stomaco.
Infine, voglio correre da sola, concentrarmi e gestirmi.

Si parte tutti insieme, so che i primi 5,5 km saranno sulla pista dell’autodromo; il caldo si sente tutto, provo a concentrarmi sulla strada davanti a me e sul passo e mi isolo. Corro circa a 6/5’55” come mi ero promessa, terzo km un po’ più veloce perchè c’è una discesa, verso il quarto inizio a sentire dolore ad entrambi i fianchi (quello che molti chiamano “male alla milza”) e fitte allo stomaco, mi concentro sul respiro ma serve a poco. Arrivo, verso il quinto chilometro, al bivio tra chi prosegue per la 5 e 10 km e chi continua sui percorsi della 21 e 30 km: sono indecisa, per la prima volta valuto seriamente di spostarmi sulla dieci, in modo da arrivare al traguardo, concludere una gara che sento decisamente più alla mia portata e vincere la medaglia per i bambini. Il cartello avvisa che mancano 100 metri al bivio, penso ai bambini, penso che arrendermi così presto sia ridicolo, mi dico che, rallentando, entrando nel parco che dovrebbe essere meno caldo e continuando a concentrarmi sul respiro, presto andrà meglio. In realtà, pur continuando a rallentare, agonizzo un altro chilometro; pur sapendo che è assurdo che accada già, cammino qualche metro, poi riprendo a correre ed è peggio di prima, le fitte aumentano e mi viene da vomitare; la testa a quel punto inizia a formulare pensieri che paiono più che altro insulti, la concentrazione sparisce. Un unico pensiero che mi si para in testa senza possibilità di appello: mancano oltre 14 km, tu non ce la fai in queste condizioni e camminare per due terzi di gara non ha senso. Va bene, mi fermo, anzi, mi ritiro. Dopo pochi passi incontro Ale, che come me ha preso la stessa decisione e torniamo indietro, lui forse più incazzato e deluso, io piangendo e pensando ai bambini.

Penso che sarà l’occasione per spiegare loro che non sempre si può vincere, che esistono anche le sconfitte, che bisogna accettare anche di perdere, che a volte ci sono decisioni da prendere che bla bla bla… Mi chiedo se poter maturare e far miei questi concetti nel breve tempo che mi separa dal vederli, e allo stesso tempo mi chiedo anche dove vada a finire la mia lezione sul non arrendersi mai, sull’arrivare in fondo, sul provarci sempre fino all’ultimo.

Rudy, mentre parlo con Veronica, senza che me ne accorga, con il pettorale che ho ormai spiegazzato nel borsone, riesce a recuperarmi una medaglia, in modo da poterla dare ai bambini.

Li faccio felici e li rendo orgogliosi di me, dando loro una medaglia che non ho conquistato (nè meritato), oppure riesco a trovare in me una lezione in cui poter anche io credere, da trasmettere loro e condividere?

Quando arrivano, Gaia sa già da Nico che non ho finito la gara; do la medaglia a Luca, dicendogli che è per lui, che non l’ho vinta, che purtroppo oggi la mamma ha perso ma che quella è per lui perchè lui è un campione.
Non fanno domande.

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Più tardi, tornando a casa, voglio riprendere con Gaia il discorso e le spiego perchè mi sono fermata, le dico anche che non è stata una scelta facile, che mi sono messa a piangere perchè mi sono sentita un po’ sconfitta, ma che quella è stata in quel momento la cosa più giusta da fare, più giusta dello sforzarmi di arrivare in fondo. Nico rincara la dose, quando Gaia dice che la mamma è bravissima nella corsa e che “se adesso non è più brava nella corsa..?”. Concludo con un discorso breve che suona come “Sapete, non arrendersi non vuol dire finire una gara stando male, ma fermarsi e decidere di riprovarci alla prossima”.

Rimango sola con i bambini per un breve tratto mentre andiamo al ristorante (perchè non me la sento di andare a far festa con gli Urban Runners, ma avevo promesso a Gaia e Luca un pranzo fuori) e ringrazio i bambini perchè “anche se per me è stata una giornata storta e sono un po’ triste, sapere che loro erano lì per me e con me mi ha reso felice, e che sono sempre molto orgogliosa quando li ho vicino durante tutte le mie corse”. Luca saltella in brodo di giuggiole, Gaia affonda il coltello con tono perentorio:

“Io non mi sarei mai fermata, sarei arrivata fino all’arrivo, ci avrei provato fino alla fine.
Però ti capisco eh, TU hai fatto bene.
Ma IO non mi sarei mai fermata”.

Come è difficile essere genitori, come è difficile essere esempio, cercare di controllarsi e orientare il proprio atteggiamento verso quello più costruttivo e comprensibile per i bambini, capire quale sia il miglior insegnamento da trarre e da trasmettere, non contraddirsi, mostrare le proprie debolezze e fragilità ma sempre con il piglio della mamma che si risolleva e su cui possono sempre contare, la mamma che può sbagliare o cedere ma su cui loro non devono mai avere incertezze.

Oggi ho preso una bella sberla: è stata dura ammettere di arrendersi e mollare, non sentirsi sconfitti e prepararsi a ripartirecapire cosa insegnare ai bambini e parlare con loro di qualcosa che mi ha fatto piangere, arrabbiare e sentire incapace e debole.

Domani è lunedì, cominciano le scuole, inizia una nuova routine per tutti, la dieta che dalle vacanze non ho mai ricominciato sul serio, e la nuova tabella in direzione della prossima sfida.

..però, vi prego, non ditemi più di non prenderla, chè “è solo una corsa!”!

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Categorie: Sport, Vita da mamme

Riso della Cantonese, Riso con la Cantonese, Non-riso alla Cantonese

Ci sono scoperte che si fanno all’improvviso e che da subito riconosciamo come tappe fondamentali nella nostra vita: è quello che mi è successo settimana scorsa cazzeggiando aggiornandomi sulle notizie dal mondo su Facebook, quando sono incappata in una video-ricetta postata da uno dei miei contatti. Ok, forse chiamarla tappa fondamentale della vita è eccessivo, ma sicuramente è una svolta.

Detesto, da sempre, il cavolfiore, il suo sapore, il suo odore; l’unico modo in cui me lo potrei far piacere sarebbe coperto di formaggio filante, magari gratinato al forno con una spolverata di pecorino, o con besciamella: grassi, lattosio a cui sono intollerante e tutto ciò che, in un colpo solo, sarebbe in grado di trasformare una verdura in una delle cose per me meno sane sulla faccia della terra. E poi, oltre a me, c’è LucAttila: se Gaia ha sempre accettato qualsiasi cibo proposto, verdure comprese, se Gaia ha sempre eletto la pasta con i broccoli suo piatto preferito, LucAttila è un po’ più rompipalle schizzinoso, ed ecco che -siccome in casa nostra vige la regola che si mangia quel che è previsto, che piaccia oppure no (certo, il più delle volte cerchiamo di stare attenti a proporre qualcosa che, sano, sia anche gradito)- spesso per far andare giù le verdure bisogna a scendere a compromessi, promettendo, ad esempio, qualcosa di buono a conclusione del pasto.

Da stasera non sarà più così, perchè stasera ho sperimentato con successo una magia: ho trasformato il cavolfiore in riso. Naturalmente, perchè l’esperimento potesse riuscire meglio, ho coinvolto Luca nella preparazione, in modo che potesse pregustare ciò che aveva iniziato lui stesso a cucinare.

Ingredienti per 2 adulti e 2 bambini che mangiano quasi come adulti (perdonatemi, ho il brutto vizio di andare ad occhio, anche se occhio non ne ho, e di non pesare le cose: questa volta però le dosi sono perfette)
1 cavolfiore 
3/4 di una scatola di piselli
3 carote
1 cipolla
3 uova
sale, olio, salsa di soia

*nota sulle fotografie: scattate con il cellulare, pessima qualità, click per ingrandire*

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Per prima cosa abbiamo fatto saltare -come direbbe la mia collega Elisabetta: abbiamo sfritto– cipolla tagliata sottile, carote a dadini e piselli in una padella con olio, e condito con sale.
Contemporaneamente abbiamo separato le cimette del cavolfiore e le abbiamo tritate: attenzione a tritare secondo dimensione desiderata, è qua che il cavolfiore crudo si trasforma in riso o in cous cous.

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A quel punto, abbiamo saltato il cavolfiore in un wok con un po’ d’olio, girando di frequente, per 5-10 minuti, in modo che non rimanesse del tutto crudo (ma neanche molle, no all’effetto cavolfiore lessato!).

Tornati a carote e piselli, li abbiamo messi da un lato della padella, per strapazzare le uova in piccoli brandelli, per poi di unirle alle verdure.

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Ultimo passaggio: mentre LucAttila testava il cavolfiore saltato, ho unito il condimento.
LucAttila ha riassaggiato tutto l’insieme e ha approvato con entusiasmo. 
Ho assaggiato anche io e, sì, con aggiunta di salsa di soia, il cavolfiore diventa b-u-o-n-o!

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Ho riempito due piatti abbondanti per i bambini, preparato un contenitore da portarmi in ufficio per il pranzo di domani e tenuto da parte una porzione per Nico. Naturalmente, alla ricetta sarebbe possibile aggiungere mais, cubetti di prosciutto, pancetta, e quant’altro, a piacimento: per noi, la ricetta è perfetta, per sostituire cereali che preferiamo non mangiare di sera, senza alimenti a cui siamo intolleranti (nella salsa di soia c’è il frumento però!) e ricca di verdure.

Mentre lo divoravano, i bambini chiedevano come si chiamasse, perchè il nome che risuonava loro in mente non tornava: riso della cantonese? con la cantonese? alla cantonese!
Sì, anzi, Non-riso alla cantonese!
O meglio, sapete che cos’è? Cavolfiore alla catonese!
Sì, e voi per stasera avete fatto un bel pieno di verdura!

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Categorie: Pasticceria e pasticci, Vita da mamme

Mani in pasta e dita in bocca

Un sabato come tanti altri, anzi no, perchè sono da sola con i bambini e non ho organizzato nulla. Coccole nel lettone, poi si gioca, poi loro iniziano -in uno stranissimo e inquietante silenzio e d’amore e d’accordo- a disegnare mentre io preparo la colazione. Ci sediamo a tavola, finiamo la colazione e intanto, tra le varie proposte, il piano approvato da Gaia e Luca è: si gioca un po’, si va a comprare le cose che ci servono per fare le pizzette a forma di cuore, impastiamo insieme, mangiamo, andiamo a trovare la nonna in bicicletta, merenda, parco, cena, nanna. Dovremmo sopravvivere tutti. Finiamo la colazione, guardo l’ora: 8.00. Ma come è possibile, se ci siamo alzati alle 7.30 e siamo in piedi da almeno 2 ore?!

In un modo o nell’altro arriviamo al momento di impastare, ore 11.00.
Tra tutte le opzioni per focaccine o pizzette, ho scelto una ricetta meno sana delle altre (farina 00 + lattosio + pomodoro: ma è sabato e, comunque, anche per noi intolleranti e/o a dieta, uno sgarro ogni tanto è concesso), ma decisamente appetibile per i bambini, facilissima da fare per loro e, soprattutto, veloce. Anzi, velocissima.

La ricetta non è mia, ma di Misya e la trovate qua: si tratta delle pizzette al Philadelphia.

160 gr di Farina
160 gr di Philadelphia 
20 gr di burro (evitabile)
pizzico di bicarbonato, sale.
Pomodoro e mozzarella (noi scamorza) per farcire la pizza.

Per noi dose doppia, in modo che sia Gaia che Luca possano lavorare la propria pallozza.

Farina + Philadelphia + sale + bicarbonato: si impasta, ci si appiccica, ci si lecca le mani.

G: Mamma, che buono! E’ burro?
IO: No, è Philadelphia, è formaggio!

G: Ma formaggio di formaggio? Formaggio di mucca?
IO: Sì, oggi sì, formaggio di formaggio, non è formaggio-non-formaggio, non è quello di soia, neanche quello di mandorla, è formaggio V-E-R-O!

Mamma, ma il mio pancino ha fame, possiamo mangiare?

Luca cucina e pasticcia da solo per la prima volta: con lui sono in ritardo rispetto a quanto fatto con Gaia, vuoi per cambio di alimentazione che mi ha portato a ridurre torte dolci e salate, panificati etc, vuoi perchè anche le abitudini e le routine sono cambiate; certo, spesso si procura una sedia per guardare o collaborare a preparare verdure, o budino o castagnaccio per la colazione, o passato di verdura e via dicendo, o per buttare la pasta, ma è la prima volta per lui con le mani in una pasta che poi..mangerà.

Per 15 minuti le pallozze raffreddano in frigorifero; nel frattempo, lavate le mani, Gaia prepara e condisce il pomodoro e Luca sistema, separandoli uno alla volta, i quadratini di scamorza che io taglio. Gaia, poi, supervisiona e gli segnala i cubetti ancora da staccare, mentre lui tenta vanamente di rubarne senza farsi vedere.

Mamma, lo sai che il mio pancino dice che ha fame?

Finalmente si stende la pasta: intervengo io perchè è abbastanza appiccicosa e per accelerare i tempi.
Poi, scelte due formine, una a forma di cuore e una a forma di uovo, ognuno inizia a preparare le proprie pizzette.

Mammaaaa, il mio pancino ha ancora fameee, posso mangiare?

Gaia si occupa di nuovo del pomodoro, Luca dei cubetti di formaggio: resta tutto in famiglia, nessun problema per cucchiai di pomodoro leccati tra una pizzetta e l’altra, nè per il furto di pezzi di scamorza.

Mamma, ma adesso il mio pancino può mangiare?

In forno, solo 15 minuti a 180°: mi avvisate voi quando suona il campanello?

Mamma, ma secondo me sono pronte subito, il mio pancino vuole mangiareee!

E dopo un quarto d’ora più lungo che mai, ecco finalmente la soddisfazione.

Insomma, ricetta economica, facile da fare anche per un bambino di meno di 3 anni, senza tempi di lievitazione, veloce da cuocere, di effetto: le forme a cuore le avevamo già sperimentate Gaia ed io ad un San Valentino di anni fa.

Che altro dire? Provatela, con bambini preferibilmente!

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Categorie: Pasticceria e pasticci, Vita da mamme

Corsa della speranza, Kids Run:
Gaia per beneficenza

Chiariamo subito che, da persona razionale quale sono, cerco (ci provo) in modo molto attento di non proiettare sui miei figli quelli che sono i miei desideri o le mie occasioni mancate, facendo in modo, il più possibile e nei limiti della loro età, di dar loro occasione di scelta, o di decidere io per loro tenendo però conto delle loro aspirazioni o attitudini.

Ecco che, invece di mandare Gaia a tre anni in Pro Patria ad un corso di ginnastica artistica, con la speranza che ripercorresse le ombre materne e possibilmente le superasse (arrivando magari all’agonismo, cosa che rimpiango di non aver fatto), l’ho iscritta ad un corso di gioco-teatro, intravedendo io per lei un’ottima opportunità di crescita personale e divertimento, nonchè possibilità di espressione in modalità nuove e, allo stesso tempo, occasione per mettere in gioco alcune sue caratteristiche vincenti.

Tuttavia, allo stesso modo, è naturale (e ovvio) che i bambini -e spesso anche gli adulti nei confronti delle persone che stimano o invidiano- tendano ad emulare gli esempi che hanno in famiglia. Così, dopo che da un anno Gaia assiste alle mie corse, allenamenti o garette, fa il tifo e si emoziona con me, e dopo che sono mesi che ha iniziato a chiedere quando potremo correre insieme, ecco che ha debuttato nella sua prima corsa.

Corsa, non gara: è un altro tema su cui insisto molto. Il messaggio che le trasmetto esplicitamente -e che credo di trasmetterle con l’esempio- è che sì, nelle gare ci sono i vincitori che arrivano per primi e salgono sul podio, ma in realtà, sia nelle gare che in tutte le corse (che nella vita), vincono tutti coloro che non mollano, che non si fermano e che arrivano alla fine. Ogni mio allenamento è, in un certo senso, gara; quella di ieri l’avremmo vinta insieme perchè saremmo arrivate al traguardo e anche felici.

Di nuovo, abbiamo chiesto a lei se volesse correre e come volesse farlo, se da sola, con me, con il papà; le abbiamo raccontato che il percorso sarebbe stato nei giardini di Porta Venezia, che conosce molto bene grazie ai venerdì con la nonna, e solo dopo la sua conferma entusiasta l’abbiamo iscritta. A quel punto le abbiamo anche raccontato come si chiama la corsa e perchè.

La corsa della speranza: si tratta di una corsa di beneficenza per la lotta contro il cancro e quest’anno il ricavato è stato devoluto a Dynamo Camp, “il primo Camp di Terapia Ricreativa in Italia che accoglie per periodi di vacanza e svago bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni, affetti da patologie gravi e croniche, principalmente oncoematologiche, neurologiche e diabete”. L’anno scorso Nico ed io abbiamo corso quella dedicata agli adulti, quest’anno, non potendoci essere, Gaia ha corso al posto nostro.

Alle quattro del mattino di ieri si è precipitata nel lettone con un esagitato “Mamma, oggi c’è la corsa dei bambini!”.
Prima di colazione, invece, all’improvviso è scattata in piedi con un “Mamma, ma dov’è il mio pacco gara?!”, preoccupata di non avere la sua maglietta e il suo primo vero pettorale. Deciso l’outfit, la mattinata è trascorsa come se nulla fosse.

Nel pomeriggio è subentrata invece la paura di arrivare in ritardo, che gli altri partissero senza di lei: mentre noi due ci dirigevamo in metropolitana ad acquistare i biglietti e gli uomini rimanevano indietro, un po’ infastidita mi ha anche chiesto “Ma mamma, ma perchè hai sposato proprio papà?!”. Arrivate al parco, abbiamo ritirato anche un pettorale personalizzato con il suo nome: “Mamma, me lo spilli tu? Ma attenta a non pungerti!” (“me lo spilli”?!)  ha fatto riscaldamento insieme agli altri bambini e ha poi confermato di voler correre con me.

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Dopo aver battuto “un cinque” al papà, al suono del fischietto siamo partite per la sua prima corsa di 600 metri: “Gaia, guarda che la strada è lunga, mi raccomando, andiamo con calma così non ci fermiamo per la stanchezza”. I suoi primi 100 metri hanno dato filo da torcere a me, ai miei occhi lucidi e alle mie Converse-perchè-tanto-cosa-vuoi-che-sia?. L’ho vista felice, correva avanti e si girava per farmi la linguaccia, poi rallentava con il fiatone, poi scattava di nuovo: “Gaia, siamo solo a metà, non spingere”, “Scusa mamma, non volevo farti male”, “No, ma non mi hai fatto male..ah! Per ‘spingere’ intendevo..va beh!”.

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Traguardo, felici entrambe, missione compiuta.
“Allora, lo rifacciamo un giorno?”
“Sìììì!! Dai, rifacciamolo adesso, ricominciamo il giro!”

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Gli uomini hanno tifato, al termine della corsa Luca si è precipitato ad abbracciare la sorella e poi le pesti hanno diviso il ricco ristoro: per Luca panino con prosciutto e formaggio, per Gaia panino con cioccolato, un ChupaChups per uno, una barretta Kellogg’s, per la mamma un tartufo bianco ed uno al cioccolato, da portare a casa una lattina di Fanta, una mela, dei biscotti e una tavoletta di cioccolato. E poi i braccialetti, la spilla, la borraccia RUN-HOPE-SHARE.

Insomma:
“Luca, ne facciamo un’altra?”
“Sì, però tu corri con la mamma, io corro con il papà”

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Categorie: Sport, Vita da mamme

Alla fine mi è stato chiaro il perchè.
Una DeejayTen perfetta.

La nuova Me che ha ricominciato a correre come se fosse il primo giorno, trascurando i ritmi passati e la velocità a cui potenzialmente riuscirebbe ad andare, che tiene a bada le gambe per seguire la frequenza cardiaca che deve rimanere entro certi parametri, che ascolta i segnali di bandellette e tibie e che addirittura aggiunge un giorno di riposo e rinuncia ad un’uscita se sente che significherebbe sovraccaricare, dicevo, la nuova Me aveva detto che le sarebbe piaciuto provare a correre la DeejayTen, ma che si sarebbe iscritta all’ultimo, se ci fossero state le condizioni.


All’ultimo
però, ovvero un paio di settimane fa, ormai le iscrizioni erano chiuse ed era sembrato inutile il tentativo di elemosinare un pettorale nei vari gruppi di runner online. Pazienza, la nuova Me se ne era fatta una ragione: oltretutto le cifre parlavano di 25.000 persone ad accalcarsi tra le vie di Milano, suddivise in scaglioni -le waves- per numero di pettorale e non per ritmo gara, dando l’impressione che tutto si sarebbe rivelato un gran casino. Insomma, tutto sommato, forse, meglio così.

Mercoledì: Antonella mi scrive per avvisarmi che da Koala Sport sono spuntati ancora alcuni -pochissimi- pettorali. La nuova Me le risponde che non correrà, ha altri programmi ormai, nulla di prenotato, ma c’è Pompieropoli e quest’anno ha deciso che è ora di portare i bambini. Poche ore e la nuova Me non riesce a trascurare una sensazione di fondo che la porta a riconsiderare i piani e a vedere quanto facilmente si riesca a fare in modo diverso, incastrando di nuovo tutti i pezzi. Antonella mi iscrive alla gara nel pomeriggio stesso.

Venerdì: in pausa pranzo la nuova Me ritira il pettorale.

La nuova Me è confusa, non è sicura di aver fatto la cosa giusta. Ha fondamentalmente paura di rifarsi male: i 12 km di settimana scorsa con Nico, seppur lenti e cauti, hanno lasciato i segni (google parla chiaro, potrebbe essere un inizio di periostite e, google a parte, la solita bandelletta si fa riconoscere facilmente) e non vuole esagerare. Un conto è correre da soli, un altro correre nel mucchio: anche dichiarando che si correrà solo per divertimento, si sa che è facile lasciarsi trasportare dalla folla o dalla compagnia.

La nuova Me si chiede anche perchè si sia ostinata a volerla correre: sarà mica perchè la fanno tutti, può essere questo un motivo sufficiente? E’ per non essere da meno, per non sentirsi esclusi da qualcosa?

Sabato: la nuova Me, che della vecchia me mantiene l’ossessione per la precisione e l’organizzazione, inizia a definire orari, percorsi, puntelli con amici e conoscenze, coinvolgimento della famiglia. Pur non sembrando una cosa semplice, considerate 25.000 persone disordinate e caotiche che correranno, balleranno, faranno casino per la città, la nuova Me guarda il tragitto su google pedometer, con chilometraggio preciso, e definisce un punto di incontro poco prima del quarto km, in cui potrà cercare Nico e i bambini, che subito dopo si sposteranno in zona arrivo, in modo da poter provare a correre gli ultimi metri insieme a Gaia. Facciamo anche una prova auricolari, in modo che Nico possa chiamarmi per comunicarmi le sue coordinate e rendere più semplice l’incontro tra la folla. Infine, mi massaggio ogni tre ore bandelletta, ginocchio, coscia..per precauzione, meglio coccolarli un po’. No, non vi farò del male, mi prendo cura di voi, guardate come sono brava, su, state buoni.

Domenica: io sono tranquilla, Gaia non sta più nella pelle. “Mamma, ma all’arrivo ci fanno anche cadere in testa tutti quei coriandoli colorati della partenza?”. Prepariamo insieme un pettorale anche per lei: stesso colore del mio, stesso mio numero, stesso baffo Nike, decorazioni personalizzate. Vuole spillarlo subito e la preoccupazione successiva è “se papà le saprà fare, tolto il casco della bici, una coda alta laterale bella come gliela faccio io”. Insomma, ha capito: ci si deve divertire, correre insieme e sorridere ai fotografi. Io sono abbastanza tranquilla, i miei obiettivi sono correre felice, condividere le emozioni soprattutto con Gaia e, naturalmente, portare a casa tutti i pezzi.

Vado, mi incontro con Fra e gli homies del NRC, qualche foto e arriviamo alla partenza. Metà Dynamo, la mia socia Fra, Veronica ed io, ci accodiamo dietro Giorgione, pacer con ritmo 6’30”. Si parte, Veronica scappa avanti, io e Fra continuiamo insieme senza perderci di vista. E’ la prima gara che corriamo di nuovo insieme dopo la Stramilano, lei ora ha altri obiettivi, molto ambiziosi, io ricomincio da zero, ma questa la facciamo insieme. “Ti ricordi la nostra partenza alla mezza?”, eccome se me la ricordo, anzi, dove sono i fotografi qua?!

Nico non chiama, arriverà in tempo? Svolto in Foro Bonaparte, c’è il curvone, sa che sono sulla sinistra, ma meglio controllare: ecco, a destra, nel punto più largo, la sua bici con bambini  a bordo. Accelero, mi sbraccio, grido: “Amooooooriiiii!! Gaia!! Luca!!”, taglio la strada a tutti, un rapido bacio in sequenza Gaia-Luca-Nico e mi rimetto in strada, sentendo Fra che a sua volta saluta la truppa.

Tutto bene, il fiato è leggermente più corto del solito, le gambe un po’ più pesanti, ma va bene, è che non sono più abituata a spingere; al settimo chilometro sento un breve avvertimento impercettibile del ginocchio e capisco che, purtroppo, ad oggi il mio limite sia ancora intorno a questa distanza. Il Garmin ha avuto problemi di satellite ed è impazzito subito, quindi inutile guardare distanza e ritmi: l’unico parametro attendibile è quello della frequenza cardiaca, ma si sa che in gara è giusto che salga. La vela in strada indica concluso il nono chilometro, ora anche i pacer accelerano e io inizio a cercare Gaia. Probabilmente ci saranno stati dei problemi di linea, Nico non mi ha chiamato per dirmi dove accidenti potrò trovarlo. Senza occhiali non vedo nulla abitualmente, ma per cercare Gaia riconosco moltissime persone a bordo strada; chiamo Sara, infortunata, che non ha potuto correre ma che è lì, a fare il tifo. Poco dopo, sulla destra (questa volta dal lato giusto!), ecco i bambini!

“Gaia, Gaia! Pronta? Andiamo!”. Gaia ed io ci prendiamo per mano e iniziamo a correre, contestualmente Luca scoppia in un pianto disperato: sarà che vuole unirsi, sarà gelosia o solo desiderio di stare sempre con Gaia? Noi andiamo! Gaia si scioglie subito la coda: “Mi slego i capelli, papà non l’ha fatta molto bene la coda”, “Ok, dammi, te lo tengo io l’elastico, così corri libera”. I duecento metri mi sembrano lunghi per Gaia, le indico lontano il traguardo azzurro, appena dopo il semaforo: “Sì, mamma, lo so già che è lì!”. Va bene, andiamo. Sarà un ritmo troppo veloce per lei? Avrò rallentato eccessivamente mentre lei vorrebbe sfrecciare? Che cosa le frulla intesta, lo vede il casino, la sente tutta l’euforia dell’arrivo?

Non ci molliamo le mani, ma corriamo sul lato destro, così che Gaia possa battere il cinque ai bambini e ragazzi a bordo strada – “sono qua per noi, per farci festa!”; in zona arrivo, ecco i pacer festanti, ad accogliere i runner tra incitamenti, grida, applausi, e anche per Gaia ecco qualche faccia nota.

Arriviamo, Fra insieme a noi. Siamo felici, io tantissimo perchè è stato tutto perfetto, lei al settimo cielo, un po’ frastornata dalla situazione nuova: “E la medaglia, non ce la danno?”

Vorrei che mi dicesse subito quanto è stato bello, magico, nuovo, emozionante, ma è stranamente di poche parole. La incalzo: “Allora? Lo rifacciamo?”, “Sì, però tu devi arrivare un po’ più in fretta”. Nico poi mi racconterà che l’attesa del mio arrivo è stata fonte di pianti: “E se non arriva? E se l’hanno investita in macchina?”.

Ritiriamo la nostra sacca del ristoro, ci facciamo qualche foto nel prato, le metto la meritata medaglia al collo, festeggiamo insieme a Fra, di cui Gaia parlerà per tutto il pomeriggio.

Ci dirigiamo verso il deposito borse e, dopo aver cercato dei possibili papà alternativi tra i ragazzi che si cambiavano –“sì, però, mamma, giovane eh!”-, ci incontriamo nuovamente con gli uomini.

La mia DeejayTen è stata perfetta e ho capito perchè ho voluto farla.
Era il punto di partenza di cui la nuova Me aveva bisogno: un numero, un pettorale, il poter correre di nuovo al di fuori della pista ciclabile in solitaria, poter correre insieme agli altri, ma non “perchè la fanno tutti”, bensì perchè correre una gara mi ha reso di nuovo in grado di ricominciare.

Ho voluto farla perchè è in queste occasioni che faccio il pieno di adrenalina e di energia, attingendo ai sorrisi degli altri e agli incontri inaspettati, non voluti, ma possibili, che si verificano a sorpresa. E’ per il saluto di Lucrezia, che immancabilmente arriva all’improvviso tra migliaia di persone; è per il ritrovo con i ragazzi del Running Club; è per le donne del gruppo Running 4 Mommies, ciascuna con una scritta R4M per riconoscerci nel caso ci si trovasse -e se non ci si trovasse, stiamo correndo insieme lo stesso-; è per l’incontro inatteso con Cek de glispillinelginocchio, con cui finalmente, dopo mesi di blog, foto su instagram e post su facebook, ci si riconosce di persona; è per Marianna, R4M, con cui ci si sarebbe potute incontrare migliaia di volte senza che accadesse, e che invece ho conosciuto e rivisto due volte in una stessa settimana; è per ritrovarsi, dopo il traguardo, a raccontarsi ciò che di bello si è vissuto.

Ho voluto farla perchè ci sarebbero potuti essere i bambini a fare il tifo, ad aspettarmi; coinvolgere Gaia è stata una delle idee migliori che abbia avuto ultimamente. La sua adrenalina l’ha portata fino a sera, mentre ripeteva che correre insieme era stata la cosa più bella di tutta la giornata, e che avremmo dovuto incorniciare insieme i nostri pettorali per tenerli come ricordo (lo faremo). Anche Luca ha avuto la sua medaglia (quella della DeejayTen dell’anno scorso, i bambini hanno notato subito le scritte uguali), e ha dato dimostrazione pubblica di quanto possa correre veloce nel giro esterno dell’Arena Civica.

Il tempo finale? La nuova me ha rispettato le premesse (e le promesse) fatte a se stessa: per una volta è stato davvero irrilevante. La nuova me ha scoperto a metà pomeriggio il risultato ufficiale: 01:03:00, neanche poi così male rispetto alle aspettative.

Si riparte da qui, soprattutto da questa testa, da questo modo di prendere le cose, dalla pazienza che prima o poi pagherà, dall’assorbire le energie positive degli altri.

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Categorie: Sport, Vita da mamme

In stand-by

Devo digerire, devo digerirmi.

Le nostre vacanze non sono state rigeneranti, quanto, piuttosto, impegnative, faticose, con errori di valutazione e, diciamolo, anche un po’ di sfortune. Ho pensato più volte all’incipit di un post per raccontare delle nostre settimane in Sardegna, riflettendo sul fatto che non possa permettermi di lamentarmi, sarebbe un’offesa alla splendida regione e, soprattutto, a chi in ferie non è neanche andato. Allo stesso tempo, però, complice anche un rientro difficile, con problemi di salute per me e vari accertamenti di cui avremo esiti -non preoccupanti, ne sono certa- presto, con pensieri di familiari ammalati e gestione acrobatica dei bambini incontenibili parallelamente alla ripresa dell’attività lavorativa, non riesco a portare avanti il resoconto del nostro viaggio.

Mi prendo del tempo per smaltire le fatiche, far luce su quanto di bello c’è stato (perchè c’è stato, eccome!), accettare le pesantezze del Mostro a Quattro Teste che siamo stati -un’unica entità senza spazi per la coppia-, riappacificarmi con me stessa.

Devo scendere a patti e ricacciare i miei nervosismi, che negli ultimi giorni mi fanno essere anche una madre intransigente e rigida, che mi fanno desiderare dei figli-soldatino che obbediscano ed eseguano le indicazioni per creare meno complicazioni possibili, che mi trasformano in un essere che impartisce ordini e divieti, a volte assurdi per la natura stessa dei bambini; non sono in grado di sorvolare su capricci, su prese di posizione o su sfide di resistenza, non ho la pazienza di gestire litigi o ridarole sciocche che finiscono immancabilmente in pianti a mille decibel; bombardo con i divieti, urlo, mi arrabbio, desidero che vadano a dormire il prima possibile già da quando si svegliano al mattino; quando provo a ricacciare il lato oscuro e a mettere una pezza, mi rendo conto che il buco è ormai troppo grosso, non serve il rattoppo temporaneo e loro lo capiscono che è una finta, e mi riprometto di ricominciare dal giorno dopo con amore e quel desiderio di essere madre che in questo momento si è proprio nascosto dietro ad un esaurimento delle energie.

Mi guardo intorno e mi chiedo se alle mamme perfette che mi circondano, quelle che non si staccano mai dai loro figli, quelle che organizzano attività insieme ovunque e in qualunque momento del giorno in ogni stagione, quelle che non concepiscono che i (nostri) bambini dormano dai nonni il sabato sera, quelle che hanno sempre il sorriso, quelle che dispensano caramelle a tutte le ore e non hanno bisogno di discutere per la verdura o per il pesce lesso, quelle che raccontano che essere mamma per loro è semplice e che con i loro splendidi gioielli fanno cose meravigliose ed escono anche a cena insieme, quelle che vivono costantemente felici nell’osannare le gioie dell’essere madre, ecco, mi chiedo se a loro capiti mai di sentirsi fuori posto, in un ruolo sbagliato, stanche, inopportune e, soprattutto, colpevoli.

“Ridi mamma, ti ho chietto cusa!”

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Categorie: Vita da mamme

Metti una giornata ad Expo con una figlia di cinque anni (e una nonna).

Expo 2015, Milano: noi giochiamo in casa e non abbiamo potuto esimerci dall’andare a visitare la fiera. Oltretutto, alla materna di Gaia, in quest’anno in cui il tema è stato proprio “la terra”, intesa come elemento naturale che genera e come pianeta da salvaguardare, con risorse da utilizzare accuratamente, le hanno parlato ampiamente di Expo: ecco che sabato, quando siamo andati, abbiamo portato anche lei e la nonna Kiss. Abbiamo invece preferito lasciare LucAttila dai nonni, pensando che per lui, due anni, sarebbe stata una giornata eccessivamente faticosa e per noi sarebbe stato difficile gestirlo, probabilmente insofferente e stanco.

Prima di andare mi sono documentata un po’ su internet, ma soprattutto con amici che avevano già visitato l’Expo: avevo sicuramente idea di visitare alcuni padiglioni più a misura di bambino e il Children Park, ma anche di riuscire a fare una visita il più completa possibile, con i nostri ritmi da adulti a cui Gaia sembra sempre adattarsi così bene. Ci siamo armati di una bottiglietta d’acqua da riempire alle Case dell’Acqua, e di un passeggino che Gaia non utilizza più da almeno tre anni, ma che si è rivelato utile nel pomeriggio, negli spostamenti da un padiglione all’altro, quando ormai la stanchezza iniziava a farsi sentire. Nessuna strategia precisa, se non quella di percorrere il decumano (ingresso est) e fermarci ai padiglioni che sapevamo già di voler visitare e a quelli che ci avrebbero “ispirato” sul momento.

Qualche cifra: siamo entrati alle 10, usciti alle 21.30; 19 padiglioni visitati che diventano 20 con il Padiglione Zero + il Children Park; nessuna pausa pranzo, 1 gelato per merenda mangiato camminando, pochissimi minuti di coda grazie all’attenzione ai bambini di quasi tutti i padiglioni; 1 mappa su cui abbiamo messo i timbri di ciascun padiglione visitato.

Quindi, ecco il nostro percorso, in cui sottolineerò gli aspetti che l’hanno reso fruibile da parte di una bambina di cinque anni, curiosa e anche molto brava.

1- Indonesia: abbiamo iniziato da questo Paese, saltando il Sultanato dell’Oman solo perchè siamo stati direttamente là a gennaio. Sull’Indonesia, non molto da dire: nessuna tecnologia accattivante, molte spezie che Gaia ha potuto annusare, informazioni sull’ambiente e la fauna marina, riproduzione di oggetti. E’ forse il padiglione che ci sia piaciuto meno.

2- Estonia: abbiamo portato a casa informazioni sull’ambiente e il territorio e sulla cultura in generale, con il supporto di tecnologie digitali e non. Gaia, andando sull’altalena estone, ha contribuito a produrre energia; poi si è fatta una (finta) passeggiata con me in un paesaggio tipico, ed è entrata con la nonna in una foresta, tra alberi e specchi. Infine, un tuffo su un pouf tutte insieme.

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3- Turkmenistan: nonostante ci avessero parlato in termini poco entusiastici, il nome e l’estetica esterna del padiglione ci hanno attratto. All’interno, in effetti, è stato poco accattivante: Gaia si è incantata davanti alla fontana in ingresso, ai tappeti enormi e alla terrazza al terzo piano, mentre la nonna si lasciava incuriosire dai prodotti esposti.

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4- Giappone: uno dei padiglioni di cui tutti coloro che sono stati ad Expo hanno parlato in termini entusiastici per il percorso tecnologico ed interattivo che si trova al suo interno. Sabato era anche il National Day, con parate ad orari ripetuti nel corso della giornata. Per questo, al mattino il padiglione era chiuso e, quando siamo ripassati in serata, era ormai troppo tardi per entrare. Un timbro mancato sulla mappa, che dovremo recuperare in una seconda visita.

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5- Qatar: il primo padiglione che ci ha entusiasmato non solo per l’architettura, ma per la sua tecnologia e la possibilità di interagire. Ci sono stati presentati i piatti che caratterizzano il paese, da una parte quelli della tradizione, dall’altra quelli di importazione; abbiamo seguito i traffici di import-export ed è stata Gaia a scoprire che si poteva sbirciare sotto al container per guardare il funzionamento; infine, un albero (della vita) con immagini, testi, luci e musiche, che abbiamo potuto ammirare girandogli intorno in un percorso in discesa.

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6- Marocco: Paese che ha affascinato Gaia, per la presentazione delle diversità di ambienti, la concretezza e i colori delle rappresentazioni dei prodotti, per le installazioni originali. In particolare, Gaia è impazzita ad ascoltare le alghe del mare che trasmettevano ciascuna un suono diverso dell’ambiente marino, dal fruscio delle onde ai fischi dei delfini.

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7- Kuwait: l’acqua come risorsa, anzi, come chiave per la sopravvivenza. Di impatto l’architettura del padiglione, con vele che di sera si illuminano con colori diversi; un ingresso con una fontana verticale su cui veniva proiettato il tema centrale del Paese e alle spalle della quale troneggiava una palla azzurra che, al cessare dell’acqua, rappresentava il sole cocente. All’interno abbiamo assistito al miracolo del temporale nel deserto, con la nascita di una rigogliosa vegetazione. Infine, un doppio percorso, uno per adulti ed uno, separato, per bambini, alla scoperta del paese e della sua economia: dal plastico osservato dagli adulti abbiamo visto sbucare i sorrisi di Gaia che esplorava il Kuwait da un punto privilegiato. Riuniti grandi e piccini, il percorso è proseguito, con giochi interattivi per l’utilizzo delle risorse: conoscenza, acqua, energia.

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8- Svizzera: questo padiglione meriterà una seconda visita, non per la bellezza che ci potrebbe aver rapito, ma perchè non l’abbiamo compreso. O meglio, non abbiamo capito se l’abbiamo visitato interamente o meno: all’ingresso abbiamo prenotato dei biglietti per accedere alle torri, ma il primo orario disponibile era (nonostante fossero circa le 12.00) alle 18.00 e, per questo, ce lo siamo persi. Non abbiamo quindi vissuto l’esperienza del consumo responsabile, ma abbiamo riflettuto sulle diverse tipologie di energie, da un punto di vista di costi ed emissioni. Poi Gaia si è incantata davanti alla riproduzione del San Gottardo e ad un filmato del Canton Ticino, che ha fatto venire voglia di montagna a tutti noi, gente di mare. Infine, bendati, abbiamo partecipato ad una degustazione di tre tipi di cioccolato, fin troppo facile per noi che abbiamo riconosciuto marca e prodotto, ma perfetta per sedare temporaneamente gli appetiti di Gaia e nonna, abituate a pranzare presto.

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9- Austria: l’aria come elemento di vita, come nutrimento. Ecco che siamo entrati in una foresta, lungo un sentiero fresco, tra piante e ciclamini; Gaia ha avuto la possibilità di sbirciare ingrandimenti e piccoli animali del bosco: se le chiedete, vi racconterà di aver visto mamma uccellino che nutriva il suo piccolo passandogli un vermicello da becco a becco. In uscita, ha anche ricevuto una corona che l’ha trasformata nella principessa dei boschi.

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10- Regno Unito: siamo entrati in un alveare. Il Regno Unito ha infatti scelto di riprodurre un alveare di Nottingham, monitorato con sensori, nella forma e nella sua attività: si potevano scorgere delle luci, più o meno intense, ad indicare i punti in cui in quel momento nell’alveare inglese le api si davano maggiormente da fare. Era rappresentata, quindi, la vita dell’alveare, quindi, come esempio di operosità e cooperazione, e allo stesso tempo veniva sottolineata l’importanza del ruolo delle api nella natura.

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11- Spagna: mentre Gaia e nonna cedevano ad un centrifugato di frutta e verdura, Nico ed io abbiamo preferito ottimizzare i tempi senza a cedere a pause. Abbiamo scelto per comodità i due padiglioni più vicini a Gaia e nonna, primo dei quali la Spagna, dove il tema del giorno erano le isole Canarie (che, dal vivo, abbiamo avuto di visitare parzialmente, essendo stati con Gaia a Lanzarote e con Gaia e Luca a Gran Canaria). E’ stato un percorso molto colorato e molto didattico, poco interattivo e molto descrittivo; abbiamo partecipato ad un concorso, facendoci fare una foto che non sapremo mai se sia stata scattata (“bastano tre secondi, non sentite nè scatto nè flash”) e abbiamo guardato il gioco di luci e colori di una sala tapezzata di piatti con immagini dinamiche.

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12- Santa Sede: il secondo padiglione visitato senza Gaia e nonna, scelto per vicinanza e sempre nell’ottica di ottimizzazione dei tempi. Qua, il tema dell’alimentazione è stato rappresentato, in modo corretto ma un po’ retorico, tramite immagini affisse e video che mettevano in luce le disuguaglianze tra i paesi e, soprattutto, la povertà di quei popoli che stentano a nutrirsi. L’elemento clou del padiglione era rappresentato dall’Ultima Cena del Tintoretto.

13- Kazakhstan: uno dei padiglioni più tecnologici e accattivanti che abbiamo visitato. C’è stata una prima rappresentazione della storia del Paese, tramite le illustrazioni create sulla sabbia da mani in movimento; abbiamo poi avuto accesso ad una seconda zona in cui scoprire le coltivazioni e i prodotti su cui si basa l’alimentazione del Paese, e di osservare tramite lenti di ingrandimento le specie di insetti spesso causa di danno per le piantagioni; la sorpresa finale è stata una proiezione 4D del Paese, che ospiterà Expo2017, al termine della quale abbiamo già quasi prenotato i biglietti aerei.

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14- Children Park: finalmente l’attesa di Gaia è stata ripagata da questo bellissimo spazio tutto per lei. Abbiamo cercato di riconoscere alcune erbe aromatiche tramite l’olfatto, abbiamo imparato qualcosa di più sul ciclo dell’acqua e sull’importanza di evitare i suoi sprechi, abbiamo disegnato alberi con il nostro corpo, allungandoci per far fogliare più rami possibile, abbiamo pedalato per generare energia e creare fontane, ci siamo arrampicati su ortaggi e, dopo aver pescato il messaggio di un altro bambino al Pianeta, abbiamo lasciato il nostro. Infine, abbiamo giocato con specchi deformanti.

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15- Malaysia: un padiglione architettonicamente molto bello, che crea alte aspettative tradite dopo il percorso. Per Gaia rimane affascinante attraversare una piccola foresta amazzonica, in cui si riesce a sostare poco, sbirciare all’interno degli alberi, osservare l’incisione dell’albero della gomma con cui vengono creati numerosi oggetti d’uso quotidiano.

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16- Brasile: famosissimo per la camminata -non i salti! non si tratta di tappeti elastici- sulle reti, lascia poi un po’ delusi: anche Gaia ha apprezzato maggiormente altri padiglioni, e non solo perchè le si è incastrato un piede nella rete. All’interno, l’allestimento dei vasi e delle piante e, sotto le reti, i monitor, sono scenografici, ma poco accattivanti, soprattutto per i bambini.

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17- Angola: è stata Gaia a farci entrare in questo Paese che, probabilmente, non avremmo altrimenti considerato. Invece si è rivelato molto interessante anche per i bambini, con la presenza di monitor touchscreen e giochi per loro. Dall’esterno Gaia ha iniziato a spiare il territorio e poi ci siamo addentrati in un percorso snodato su tre piani.

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18- Nepal: probabilmente l’avremmo visitato comunque, ma il terremoto, il senso di rispetto e del dovere verso chi ha portato a termine la realizzazione del padiglione nonostante le difficoltà, hanno confermato la scelta. Anche questo padiglione, con la splendida riproduzione di un tempio buddista, con colonne intagliate e richiami geometrici ai mandala, è stato bellissimo. Anche per Gaia che, abituata a fare yoga con la nonna, ha ritrovato elementi della meditazione già respirati altrove.

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19- Padiglione zero: tra gli ultimi visitati, ma soltanto perchè all’ingresso opposto a quello della nostra entrata. Molto esteso ed emozionante nella sua riproduzione dell’evoluzione dell’uomo e del suo rapporto con la natura e l’alimentazione, con una riflessione sulla necessità di una maggior responsabilità nei consumi. “Quello è spreco, è immondizia?”.

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20- Corea: un padiglione ad alta tecnologia, giocato in bianco e nero, di impatto per tutti. In particolare, Gaia è stata colpita dall’installazione con l’ologramma di un bambino visibilmente denutrito, sulle cui necessità abbiamo riflettuto insieme; a catturare l’attenzione dei più piccoli, c’è stata la spiegazione, con tecnologie scenografiche, del processo di fermentazione a cui vengono sottoposti i cibi; a creare stupore e senso di magia anche la preparazione di una ricetta, di cui gaia è stata servita e di cui ha potuto servirsi digitalmente.

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21- Bielorussia: la giornata volgeva al termine e abbiamo provato ad entrare ancora in un padiglione “a caso”. Non molto ampio, con una ruota esterna che invita ad entrare, ci ha fatto scoprire informazioni sulle risorse del territorio: io e la nonna Kiss abbiamo sfogliato menu tipici alla ricerca di ricette da copiare, mentre Gaia giocava con le immagini in continuo movimento sul pavimento.

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22- Ecuador: l’ultimo padiglione prima di arrenderci alla fame e..all’orario di chiusura. Un percorso caratterizzato da video sulla per me inaspettata vasta biodiversità del territorio e, di conseguenza, di flora, fauna e prodotti alimentari. Gaia si è incantata davanti alle immagini della foresta amazzonica, delle tartarughe delle Galapagos, e ha assaporato il profumo di banane e cacao. Infine, ha incontrato Boobie, la mascotte che balla.

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Infine, l’Albero della Vita ci ha regalato un anticipo di quello che è lo spettacolo ufficiale e che sarebbe cominciato ad un orario troppo tardo per noi. Nico ed io abbiamo avuto modo di assistervi qualche sera fa, con un ingresso serale durante il quale non abbiamo visitato padiglioni, e per noi è stato molto bello: sicuramente, se non siete stanchi dopo 12 ore fuori casa e non avete una bambina e una nonna affamate, vale la pena tenere duro e lasciarsi affascinare da luci, musiche e fontane che ballano.

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In conclusione, ad Expo torneremo per conoscere un’altra parte di mondo. Ci sentiamo di consigliare a genitori di bambini di cinque anni di portarli con sè, e non solo per saltare le code, ma perchè anche per i bambini è un’esperienza unica. Come sempre, come nei veri viaggi, è importante catturare l’attenzione dei piccoli turisti, cercando di notare ciò da cui possano essere maggiormente incuriositi e rendendo il più piacevole possibile anche il padiglione meno interessante.

Categorie: Viaggi, Vita da mamme

Istanbul a Pasqua. Certo, con i bambini!

Quando ho detto che il nostro piano per Pasqua sarebbe stata una vacanza quasi-last minute ad Istanbul (pacchetto prenotato su Expedia, Volo Alitalia, alloggio presso The Stone Hotel – zona Sultanahmet), dopo qualche minuto di chiacchierata i miei interlocutori, immancabilmente, hanno esclamato un “Ah, ma anche con i bambini?!”.

Istintivamente, ogni volta, il pensiero è “certo, e chi me li tiene per cinque giorni?!”, poi segue un “eh, magari andassimo via da soli”, ma alla fine sopraggiunge la riflessione su quanto sia bello anche per loro trascorrere del tempo insieme, in vacanza e alla scoperta di nuovi mondi. Alla fine di ogni viaggio, in particolare, mi sento di aver fatto qualcosa di grande per loro, mi sembra che la fatica di portarli con noi (fatica consapevole, nessuno ci obbliga a partire, potremmo stare a casa nostra) e di mediare tra una vacanza di coppia e una vacanza a misura di bambino, cercando di coinvolgerli anche in attività che potrebbero essere per loro troppo faticose o poco allettanti, sia ripagata dalla loro frenesia nel raccontare che cosa hanno visto e vissuto, dalla malinconia del ritorno a Milano e dal desiderio di partire presto per un’altra meta.

Così, ecco che per questa Pasqua siamo andati a Istanbul, una città di cui mi sono innamorata. Anzi, Istanbul non è una città, Istanbul sono mille città, tutte diverse, troppe da visitare e conoscere in pochi giorni, un insieme di culture, religioni, abitudini e tradizioni che convivono senza distinzioni apparenti.

Siamo partiti attrezzati con: scarpe da ginnastica per tutti, un passeggino utilizzato pochissimo (LucAttila rimane seduto solo se obbligato e dopo scenate con grida e strepiti, oppure in braccio alla sorella), per Gaia una pedana per passeggino nuova, comprata per l’occasione, e rotta durante il viaggio aereo; in una borsa, qualche euro cambiato in lire turche una volta a destinazione, pannolini di ricambio, Istanbul Kart per i mezzi pubblici e macchina fotografica.

Partiti di mercoledì sera, abbiamo dedicato il primo giorno ad esplorare il quartiere di Sultanahmet. Chi va ad Istanbul per un weekend, va in questa zona: “è tutto lì”, dicono, la Grande Moschea (Moschea Blu), Santa Sofia, la Basilica Cisterna, gli Obelischi e la fontana tedesca, il Palazzo Topkapi, il Gulhane Park, la via con i ristoranti turistici e i negozi di souvernir, il Gran Bazar. In Santa Sofia non siamo riusciti ad entrare per via di una coda interminabile e dal Gulhane Park siamo, ahimè, dovuti scappare, per un quarto d’ora di temporale inatteso che ci ha inzuppati completamente.

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Il primo giorno i bambini hanno scoperto che, se noi spremiamo le arance, a Istanbul si spremono i melograni e il succo è buonissimo, sembra vino, lascia i baffi rossi e fa molto ridere; hanno avviato una gara all’avvistamento del gatto -animale quasi sacro e più che rispettato dalla popolazione, che gli lascia sui marciapiedi croccantini, ciotole d’acqua e casette di cartone- e una conta di fontane; hanno scoperto che ad Istanbul, con poche lire turche, per strada si possono assaggiare da ambulanti, mentre si cammina senza sosta con mamma e papà, delle specie di focaccine-ciambella, cozze con limone, panini con pesce arrostito al momento, dolci buonissimi, ceci caramellati e frutta secca, pannocchie da sgranocchiare o caldarroste; hanno scoperto che per cinque volte al giorno, per tutta la città, si sente cantare un inno di richiamo alla preghiera dai megafoni dei minareti, che sembrano la Torre di Rapunzel e invece sono parte delle moschee.

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Il primo giorno siamo riusciti anche ad esplorare la zona di Eminonu, con il bazar egiziano, anche chiamato Bazar delle Spezie, con colori, profumi e assaggi buonissimi, soprattutto per le bambine che guardano distese di dolci con gli occhi sgranati (per i bambini che, invece, si addormentano nel passeggino, purtroppo non rimane molto..). *nelle foto, immagini di vari bazar.

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Da lì abbiamo attraversato il ponte di Galata e, tra gradini e salite, siamo arrivati alla torre: neanche se avessimo provato a calcolare i tempi saremmo riusciti ad arrivare in cima così puntuali per il tramonto.

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Abbiamo trascorso la serata tra i sapori di Galata e siamo tornati in hotel a dormire, con Gaia che ancora saltellava per Sultanahmet.

Luca: “Dov’è Istabulle?”
Mamma: “Siamo a Istanbul, è qui!”
Luca: “E’ qui per terra?”

Il secondo giorno abbiamo incontrato, grazie a www.scoprireistanbul.com, Kadir, una guida eccezionale che ci ha accompagnato per i quartieri di Fatih, Fener e Balat, per mostrarci il volto della vera Istanbul, quella non turistica, quella della vita quotidiana. Kadir ci ha raccontato con passione storia e storie della città, ci ha accompagnato in moschee e bazar, ci ha spiegato l’architettura dei palazzi e insegnato a distinguere case ottomane e armene, ci ha intrattenuto con piacevolissime spiegazioni su dettagli che da soli ci saremmo persi, ci ha illustrato mosaici e raccontato leggende. La nostra guida meravigliosa ha fatto appassionare Gaia e Luca, che cercava la sua mano invece di quella di mamma o papà, che non ha chiuso occhio per tutto il giorno, che ha gustato, leccandosi i baffi, zuppa di lenticchie, carne e budino di riso in una locanda in cui ci siamo fermati a mangiare tutti insieme. Con Kadir abbiamo assaggiato anche il Salep, buonissima bevanda invernale fatta con latte, polvere di orchidea, zucchero e cannella: al primo sorso, Luca non ha potuto trattenere una risata di sorpresa e soddisfazione per il suo palato. Nonostante i dieci chilometri abbondanti percorsi e le ore di camminata sui colli di Istanbul, i bambini sembravano reggere bene e ne abbiamo approfittato per trascorrere la serata a Taksim, con Kadir che ci faceva strada: non abbiamo potuto non cenare insieme a lui, poi, iniziato a piovere, siamo tornati in albergo con una passeggiata in discesa e un comodo tram, per la gioia di Luca.

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Il terzo giorno è stato quello dedicato ai bambini: li abbiamo portati all’Istanbul Akvaryum, il primo acquario per entrambi. Gaia ne è rimasta affascinata, soprattutto per i faccia a faccia con gli squali, per le stelle marine e per il sentirsi sotto al mare senza bagnarsi. Un giro nel labirinto degli specchi, uno alla scoperta di un relitto e, nel primo pomeriggio, siamo tornati a Eminonu, pranzando con poche lire ai baracchini lungo la strada.

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Abbiamo poi attraversato di nuovo il ponte, fatto un giro nel quartiere di Galata, assaggiato sfoglie con formaggio e spinaci, fino a perderci e arrivare a Besiktas; ci siamo poi lasciati guidare dal lungomare, dalle strade costeggiate da tulipani e fiori viola, abbiamo giocato in un parco giochi sul mare, fotografato il Palazzo Dolmabahçe, ci siamo ritrovati in un’area per lo shopping, affollata al punto da essere quasi impraticabile.

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Tornando indietro, con la funicolare siamo saliti nuovamente a Taksim: i bambini hanno giocato rincorrendosi nell’enorme piazza, poi, seguendo i binari del tram nostalgico, abbiamo ripercorso la via principale, fino a fermarci a mangiare in un locale suggerito il giorno prima da Kadir. Gaia ha assaggiato i miei involtini di foglie di vite, i ravioli turchi con lo yogurt, Luca ha preferito polpette, humus per tutti; infine, dolci a volontà e, di nuovo, una passeggiata in discesa fino ad Eminonu e poi tre fermate di tram per tornare in hotel.

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Il quarto giorno, Pasqua, dopo che i bambini hanno scartato i piccoli ovetti della nonna Maria nascosti in valigia, abbiamo incontrato, invece, un’altra guida, Michelangelo, che, dopo un tour per Eminonu, ci ha fatto traghettare sul Bosforo alla scoperta dei quartieri di Üsküdar, Kadıköy e Yeldeğirmeni. Forse per il gruppo numeroso, per la guida meno empatica e accattivante di Kadir, o per le nostre aspettative troppo alte, la giornata è trascorsa con un po’ di insoddisfazione e con la sensazione di non aver scoperto tutto quello che quei quartieri asiatici avrebbero avuto da dirci. Abbiamo contato i numerosi Occhi di Allah, in realtà non simboli religiosi, ma apotropaici, che allontanano il malocchio da chi li porta con sè.

Gaia: “Sai che il braccialetto che mi hanno regalato al Gran Bazar mi protegge dal male all’occhio?”

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A metà pomeriggio, dopo un breve giro per Kadıköy, siamo tornati a Eminonu e al Bazar delle Spezie, in cui, tra assaggi vari- ci siamo dedicati alle negoziazioni per gli acquisti.

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Un po’ per stanchezza, un po’ per i tempi stretti, un po’ perchè carichi di pacchetti che ci impedivano di muoverci agevolmente sulle salite o sui mezzi pubblici, un po’ per un mio ginocchio provato da giorni di Converse, abbiamo preferito rimanere, come ultima sera, a Sultanahmet. Gaia per cena ha chiesto gli involtini di foglie di vite. Sulla via del ritorno in hotel si è lamentata di un dolore ai “mignoli dei piedi”, ha tolto le scarpe e il rientro è stato facile: per quello che mi riguarda, rimarrò sempre sbalordita per i chilometri e le ore macinate incessantemente, saltellando e divertendosi, senza mai lamentarsi, per quattro giorni pieni.

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Ancora una volta si è rafforzata la mia convinzione che viaggiare con i bambini sia fattibile, che ci sono mete migliori di altre per motivi di sicurezza e igiene (ma vale anche per gli adulti), ma che in realtà tutto dipenda da come si sceglie di organizzare la propria vacanza. Sono sufficienti poche accortezze, una pianificazione che tenga conto delle possibili esigenze dei più piccoli e, quindi, un’attrezzatura per far fronte ad esse (acqua, un cambio, snack, passeggino/fascia/zaino se pensiamo che i piccoli non cammineranno a lungo..); è necessario poi, più di tutto, la disponibilità dei genitori ad adattarsi, a modificare eventualmente sul momento i propri piani (ammetto che io stessa devo lavorare ancora un po’ su questo punto, da donna tabella mi innervosisco parecchio), ad adoperarsi per coinvolgere attivamente i bambini in ciò che si vede e che si fa, rendendo il mondo a loro misura.

Lunedì abbiamo avuto solo poche ore prima di tornare in aeroporto, giusto il tempo di un ultimo giro per Sultanahmet e di spendere le lire residue: Luca felice all’idea di rivedere il nonno Totò, Gaia con richiesta di tornare presto a fare un altro viaggio, noi con la consapevolezza che non sarebbe bastata una settimana intera per conoscere questa magica città e che, “il mondo è grande, non torniamo due volte nello stesso posto”, ma chissà..!

Categorie: Viaggi, Vita da mamme

Urca urca tirulero, e sono 5 anni!

Domani sarà il tanto atteso compleanno di Gaia, quello dei cinque anni, quello che a scuola la farà diventare a tutti gli effetti una big wave nella classe Acqua, tra le little drops e le little waves.

Domani, quindi, festeggeremo in famiglia, noi quattro, magari con una colazione speciale o un dolce dopo cena. Il festeggiamento in grande è stato sabato, con gli amici e con La Torta.
Alla fine il tema scelto da Gaia è stato Robin Hood che, nella versione Disney, è il cartone del momento, una sfida non da poco.

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La torta, tutta commestibile, è il solito pan di spagna al cioccolato di Mysia, stampo da 26 cm per il piano inferiore, stampo da 22 cm per quello superiore; bagna con latte e nesquik, farcitura con panna, mascarpone e gocce di cioccolato fondente.

Le decorazioni:

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La torta:

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Le fasi:

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La festa:

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Gaia è stata felicissima e, naturalmente, molto orgogliosa della mamma e della torta. Ha però dovuto ammettere un’unica osservazione: “Mamma, ma ti sei dimenticata la piuma sul cappello di Robin Hood!”.
Precisina, puntigliosa, lingualunga: da chi avrà preso?!

Categorie: Pasticceria e pasticci, Vita da mamme

Quando una mamma va a correre

“Ma come fai a lavorare full time, occuparti dei figli e andare anche a correre?”
“Ma dopo che stai fuori di casa tutto il giorno e vivi di fretta per tutta la settimana, dove trovi la voglia di correre?”
“Ma tu lasci i bambini per andare a correre?”

Ecco, se le mie motivazioni a correre sono in evoluzione (in questo momento ho l’obiettivo della mezza maratona, nient’altro), se il mio passo e le mie distanze e i momenti che scelgo per le uscite sono variabili, le domande che invece mi vengono fatte -e quelle che vengono corrette in corso, o rimangono tra i denti, come tentativi di “ma non ti senti in colpa a lasciare i bamb..?”– sono più o meno le stesse.
Al primo posto rimarrà sempre il “chi te lo fa fare?”, ma poi si passa all’attenta analisi della mia vita quotidiana.
Ecco come vivo il mio (provare ad) essere runner all’interno della mia famiglia, e come la mia famiglia -quella ristretta, dei miei genitori e suoceri magari parlerò un’altra volta- vive il mio (provare ad) essere runner.
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Innanzi tutto: la questione tempo (“dove lo trovi il tempo di..?”) in tre parole:

1) Marito: mi ripeto nel dire che è fondamentale la sua collaborazione, la sua disponibilità a sostituirmi o ad alternarsi nella gestione dei bambini. Se non ci fosse, o non fosse in grado (o non volesse) stare con Gaia e Luca, inutile, dovrei trovare un altro appoggio o rinunciare alle mie uscite.
2) Organizzazione: nonostante la disponibilità del marito, cerco di incastrare le varie corse negli orari meno fastidiosi per lui e meno di impatto sui bambini. Ciò significa che in primavera ed estate esco a correre alle 5.45/6 del mattino, quando tutti dormono e non si accorgono neanche della mia assenza, oppure, di questi tempi, il sabato mattina, mentre tutti e tre sono in piscina, occupati in attività che non mi includerebbero comunque. Quando mi alleno in settimana faccio in modo di precipitarmi dall’ufficio ad asilo e scuola materna, recuperare i bambini, stare con loro un’oretta, scarsa, a dire la verità, ma sufficiente a rendermi presente e a spiegare loro dove vado, prima di darmi il cambio con il papà e uscire per la run. Tutto questo implica sveglie all’alba, chilometri in più da percorrere in bicicletta (circa 12/15 ogni volta che torno a casa prima di correre, per un totale di circa 25/28 km di bicicletta giornalieri) e una vita frenetica. Tutto però si incastra e pare, per ora, che nessuno ne sia scontento.
3) Motivazione: è mia forte convinzione che se si voglia ottenere veramente qualcosa e, nello specifico, uno spazio per sè, si debba e si possa farlo. Un’ora di tempo nell’arco di una giornata, se le prime due condizioni si verificano e se c’è l’intenzione di averla davvero, si trova. La forza di volontà deve vincere sulla fatica, altrimenti non usciremo mai dalle coperte per andare a correre con il buio, il freddo e, magari, anche la pioggia.

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Passiamo alla voglia di correre.

C’è davvero qualcuno che pensa che io abbia sempre voglia di correre? C’è davvero qualcuno che pensa che io sia già così appassionata da amare e desiderare sempre le uscite all’alba, con il ghiaccio o gli allenamenti sulle salite dopo una giornata di lavoro? C’è davvero qualcuno che pensa che si agisca solo in base a ciò che abbiamo voglia di fare? E c’è davvero qualcuno che pensa che correre controvoglia non sia soddisfacente?

Aver voglia di fare fatica, di sottoporsi ad uno stress fisico, ma spesso anche mentale -quando la testa insiste sul ricordarci alternative più piacevoli, una cena tutti insieme, un film sul divano, i giochi per terra con Luca e Gaia, un sushi con le mammiche..-, soprattutto quando ci si sente fuori forma o non predisposti, è innaturale. Spesso il primo sforzo è proprio allacciare le scarpe e iniziare a correre; vincere la demotivazione e la pigrizia è ciò che mi porta a godere delle endorfine post allenamento e della soddisfazione per aver tenuto duro e aver rispettato gli impegni con me stessa.

“Mamma, ma vai a correre anche se c’è la neve?”
“Mamma, ma non hai freddo?”
“Mamma, ma perchè se non hai voglia vai lo stesso a correre?”
Non nascondo che, a volte, siano proprio le domande di Gaia a ricordarmi che devo essere esempio, non di masochismo, ma di dedizione, costanza, determinazione, che devo tenere duro anche per insegnare ai miei bambini che, se abbiamo un obiettivo o un impegno, non deve essere la non-voglia a guidare le nostre azioni. Anche perchè, altrimenti, varrebbe lo stesso discorso per loro se, un giorno qualsiasi, non volessero andare a scuola o a nuoto o a teatro perchè, ad esempio, piove.

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Infine, sì, lascio i miei bambini quando vado a correre.
Non solo non me li porto dietro, cosa ovvia, ma “sottraggo loro del tempo che scelgo di dedicare a me stessa”.
E no, non mi sento in colpa.
Certo, cerco di incastrare ogni cosa in modo che io possa stare con loro, anche per poco, quasi tutti i giorni (a volte, una o due a settimana, se non riesco a prenderli a nido/materna, rincaso direttamente dopo gli allenamenti, verso le 21, quando loro stanno già dormendo, è vero). Quando torno dagli allenamenti e soprattutto dopo gli ultimi soddisfacenti “lunghi del sabato” (ah, a proposito, sabato scorso, uscendo alle 8 di mattina, con la neve ancora sulle strade, ho raggiunto per la prima volta la soglia dei 18 km consecutivi e con un passo per me anche molto buono!) sono generalmente di ottimo umore, con la mente sgombra e predisposta a dedicarmi a loro..e con una dose maggiore di pazienza -che non è certamente il mio punto forte.
Una donna felice è anche una mamma più felice con i propri bambini; della realizzazione personale (lavoro, sport, passioni) e della serenità di uno dei componenti della famiglia, beneficiano generalmente anche tutti gli altri.

Anche per i bambini ormai è una routine, è normale che la mamma vada a correre: quando mi vesto, senza che io chieda nulla, mi portano le scarpe -rigorosamente una a testa-, Luca sfreccia lungo il corridoio al grido di “correreeee!” o di “anche Luca a correreeee”, mi salutano dalla finestra. Gaia mi chiede sempre se io abbia una gara -e nel caso si raccomanda di vincere e portare la medaglia-, o se invece sia un allenamento; ogni tanto le rispondo -nel caso dei lunghi del sabato- che è un allenamento, ma anche un po’ una gara e che devo vincere assolutamente, anche se non avrò nessun trofeo. A volte, Gaia aggiunge che vorrebbe venire insieme a me e mi chiede se, quando sarà più grande, potremo correre insieme. Non vedo l’ora, amore mio, non vedo l’ora.

In tutto questo, sono convinta anche che i miei bambini si stiano ulteriormente avvicinando al mondo dello sport (al di là del corso di nuoto che entrambi seguono dall’età di tre mesi), che non ha età, che è per tutti, che fa bene al corpo e allo spirito; impareranno pian piano che si può correre per competere con se stessi, per gareggiare fra molti, o per il piacere stesso di muoversi; scopriranno che non sempre ci sarà una medaglia all’arrivo e che, a volte, sarà soltanto per i più meritevoli, che magari non saranno loro; sceglieranno lo sport che più apparterrà alla loro indole, individuale o di squadra, in acqua o fuori, agonistico o amatoriale, con l’auspicio che possano sempre divertirsi in ciò che fanno e lottare per raggiungere le proprie soddisfazioni.

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Categorie: Sport, Vita da mamme