Firenze Marathon: la mia prima Maratona.

Finalmente è arrivato il venerdì: dopo mezza giornata di lavoro e scuola, partiamo tutti e quattro alla volta di Firenze, arrivando per l’ora di merenda. Decidiamo di andare subito al Village e improvvisamente tutto diventa sempre reale: leggo il mio nome tra i 10.000 partecipanti, ho finalmente il mio pettorale tra le mani (ancora GRAZIE a Technogym per avermi fatto questo regalo con tutta la fiducia possibile!!), aggiungo la mia firma sul muro, inizio ad essere contagiata dal clima di festa e agitazione. Saluto Marcella e Laura allo stand di Rare Partners, le prime a vedermi e a scoprire che sono lì anche io: tra un incoraggiamento e l’altro, mi dicono che saranno al 38esimo chilometro anche per me. T R E N T O T T E S I M O? Ma che sto facendo?

 

Sabato mattina, a casa, iniziamo a studiare il percorso e l’organizzazione generale: dal nostro appartamento al chilometro 4 ci sono circa 300 metri e, nell’arco di un paio di chilometri lineari, si troverà il diciassettesimo, dove i miei tifosi potrebbero appostarsi. Proviamo il tragitto a piedi, proseguiamo, come in gara, sul Lungarno e, dopo una sosta ad un parco giochi, continuiamo fino a Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Duomo, supermercato e a casa per pranzo, con Garmin che segna 12.000 passi. Come da raccomandazioni: non camminare troppo, riposa e non stancarti prima della gara. Per rimediare, nel pomeriggio dormo abbondantemente. Nel frattempo arriva in città anche il gruppo Urban Runners: passo da casa loro per ritirare la mia maglietta da gara e iniziano le prime lacrime trattenute, gli occhi lucidi, gli abbracci nella trepidazione generale. Tommy mi telefona, Fabio, l’altro Fabio, Rudy, Elisa, Francesca e Francesca, Valeria…gli amici mi scrivono, così come mia mamma e mio papà.

    

Sono scaramantica, ho le mie routine, non ceniamo insieme, torno a casa: alle 20.30 sono a letto insieme ai bambini, dopo il mio abbondante piatto di pasta di mais condita con olio. Prendo sonno abbastanza rapidamente, mi sveglio alle 2.20 e poi, definitivamente, alle 5.15. Colazione, vestizione, ancora sotto il piumone: si sveglia per prima Gaia che mi chiede se io sia pronta, guardiamo un documentario sugli uccelli migratori, fingendo -probabilmente entrambe- interesse; si alzano poi anche Luca e Nico. Non piove, sembra anche che ci sia una buona temperatura. Li saluto presto e alle 7.45 sono a casa Urban Runners: ci si avvia in griglia. Occhi lucidi, groppo in gola, lacrime, sorrisi: ci siamo. Scopro che non sono la sola esordiente, siamo in 4, accompagnati dal nostro angelo biondo, Valentina. Quando le avevo chiesto le canzoni per la playlist, Valentina mi aveva risposto “Io te le mando, ma io sarò lì con te. In silenzio o chiacchierando o dietro o di fianco, ma non ti mollo neanche per un metro”. Avevo avuto un po’ di paura perchè, quando la mia testa parte, vado fuori controllo e non volevo rischiare di pesare su qualcun altro; ora però siamo lì, griglia fucsia, l’ultima, quella dei lenti e di quelli alla prima volta.

Allaccio e slaccio e riallaccio le scarpe, accendo il Garmin e, alle 8.29 avvio la mia playlist. All’improvviso un boato: sono partiti, cioè, siamo partiti! “Ragazzi, ho sentito una goccia!”. Non mi credono, forse pensano che io stia scherzando. “Ragazzi, seconda goccia”. In pochi minuti passiamo sotto lo start e inizia il diluvio: più battesimo di così, mi dico! Il primo pensiero va a Nico e ai bambini: ho detto loro di non stare a prendere freddo, qua la pioggia è esagerata da subito, in cuor mio però so che almeno al quarto km ci saranno, perchè Nico ha comprato mantelle per tutti.

La playlist inizia con Shakira e la sua Try Everything, colonna sonora di Zootropolis, che ripete “I won’t give up, no I won’t give in till I reach the end (And then I’ll start again)”, pioggia non mi fermerai. A seguire arriva una canzone di Tommy, i Kadebostany con Mind if I stay, che non so bene che cosa dicano ma capisco che ripetono “Don’t be scared” e io no, non ho paura adesso. Ed Sheeran canta Shape of you e so solo che è la canzone della mia bambina, quella che si è portata dietro dopo la prima vacanza da sola a luglio. 

Sono insieme a Valentina ed Enrico, abbiamo un passo simile, almeno inizialmente, un occhio a loro e concentrazione su di me. Intorno al quarto chilometro chiedo di aiutarmi a vedere dove possano essere Nico e i bambini: sono lì, nelle loro mantelle colorate a prendere la pioggia, corro da loro, Luca non è felicissimo della situazione. “VI AMOOOO!” e proseguo. 

   

Sul retro della mia maglia c’è scritto “La mia prima mara…cosa?!” e al sesto chilometro ricevo l’incitamento e l’in-bocca-al-lupo da una runner, mi chiede se Valentina sia la mia guida, le rispondo che è anche quella spirituale. Proseguiamo ed entriamo nel parco delle cascine, continua a piovere. Dopo il Katalicammello, Nico fa suonare Woodkid con Run boy run. Nella direzione opposta alla nostra intanto passano i primi, io resto focalizzata sul passo, con sguardo basso per non scivolare. Al decimo chilometro ho bevuto dell’acqua, ma aspetto il quindicesimo per prendere il primo gel come mi ha suggerito Andrea: è anche un modo per provare a superare la “Maledizione del quindicesimo”, che da sempre mi colpisce. E’ lì che io incontro sempre una specie di muro, chiamiamolo muretto, dove la testa probabilmente si stufa, in allenamento o nelle mezze: Vale mi chiede come vada, le dico che non sento le gambe, le ho ghiacciate, mi risponde che è presto, che mancano ancora 27 chilometri. Eh, lo so, mica mollo, però non è che vada benissimo. I Prozac+ cantano Acido- Acida+, scusami Vale, non rispondo di quello che dico. “Guarda, per me, puoi anche insultarmi”. Non lo farò.

Agli spugnaggi c’è chi commenta che sembra una presa per il culo, ma i volontari le spugne oggi le danno asciutte. Io vorrei solo dell’acqua calda sui quadricipiti e uno scaldino per le mani. Penso a Fabio che mi ha scritto che la maratona è tutta testa: quindi, testa, piantala di farmi pensare che ho i quadricipiti congelati, non è vero, è solo un trucco, uno scherzo di pessimo gusto.

Uscita dal parco delle cascine: cerco loro, Vale me li indica, li raggiungo felice e li bacio tutti e tre. Luca continua ad avere una faccia non convintissima. Ora so che li rivedrò solo all’arrivo.

Proseguiamo, Enrico va avanti e sono contenta così: dico a Vale che me ne frego del passo ma ho bisogno di rallentare perchè le gambe non girano e preferisco cautelarmi. Gli Articolo31 cantano “Domani smetto” e, ridacchiando, inizio a pensarci; penso anche che se domani non avrò 39 di febbre sarà un miracolo. Il lungarno è un inferno, è il pezzo in cui soffro di più: intorno al 19esimo -credo- c’è Monica, neanche la riconosco inizialmente, ci fa un sacco di feste, si sgola, ci incoraggia, riesco solo a farle il segno universale di pollice su. Fatico e voglio controllare la testa. Gli Abba attaccano con “SOS”, voglio dirlo a Vale per riderci su, ma conservo ogni forza: anche lei ha freddo e ha le mani gelate. Io non vedo niente: già sono miope, con tutta l’acqua che viene giù, faccio proprio fatica anche con la vista; tengo lo sguardo basso a pochi metri, mentre la pioggia scorre incessante anche su faccia e capelli.

 

Ponte vecchio, so che da quelle parti ci sarà Rudy, mi ha detto che mi aspetta in curva, ma nelle due curve, in salita e in discesa, non lo vedo. Ci chiama Anna, la riconosco, non ricordo se ho risposto anche con la voce o solo con il sorriso. Poco più avanti ecco anche Rudy, gli devo un abbraccio che non mi sono fermata a dargli: in realtà lo vedo all’ultimo e quasi non lo riconosco, ho un altro ponte davanti a me. Al ristoro sono quasi tentata di versarmi sulle gambe del tè caldo, ma per fortuna sono ancora un po’ lucida e questa cazzata la evito. Vasco Rossi canta Sally, io devo portare Margherita al traguardo, e con lei anche Paola: chiedo loro di essermi ali, alleggeritemi un po’.

Non troviamo la Bonny alla mezza, proseguiamo su un drittone che mi sembra interminabile. Piove. Diluvia. Chissà se mio fratello riuscirà ad esserci al ventiseiesimo chilometro, con queste secchiate d’acqua, poi..! Poco prima della fine del venticinquesimo mi sento chiamare: “Vale?!”, mi giro, è lui, chissenefrega del tempo, torno indietro di qualche metro, lo abbraccio, lo bacio, gli dico che oggi è durissima con tutta questa pioggia, lui e un paio di signori a fianco mi dicono un dai, dai, vai! Riparto, ma non vedo più Valentina, si vede che è andata avanti: gliel’avevo detto di sentirsi libera di proseguire, chè io sono un po’ difficile da gestire (scoprirò solo all’arrivo che in realtà non è stata bene, si è fermata un attimo senza dirmi nulla per non condizionarmi). I circa 7 minuti di Sweet Judy blue eyes mi fanno superare il momento più critico, traghettandomi direttamente oltre il ventiseiesimo chilometro. 

Se fino ad ora lungo tutto il tracciato ho trovato tifo e partecipazione, adesso iniziano un po’ di chilometri in una zona più desolata; paradossalmente, però, io inizio a stare meglio. Dal ventottesimo inizia a smettere di piovere e il trentesimo chilometro mi sembra vicino: Eric Clapton mi canta Cocaine, io mi accontento dei miei GU ogni 10 chilometri. Mi affianca un runner che non conosco e che più volte nell’arco di pochi chilometri prova a parlarmi: ad un certo punto, quando sembra risentirsi per la mia chiusura, mi scuso per l’antipatia, ma sono concentrata, non sono una da chiacchiere in gara e voglio conservare ogni piccola energia. 

E’ in questo momento che emerge il mio essere lupo solitario: sono da sola, sulle mie gambe, e per fortuna sono abituata a fare affidamento (e a fare i conti) sempre e solo con me stessa. Sto bene, non riesco a governare le gambe, vanno da sole, non riesco a cambiare passo nè per accelerare nè per ridurre, ma di testa sto bene: ha smesso di piovere e finalmente riesco a guardarmi intorno e a godermi quello che sto facendo. E’ paradossale, là dove ci si schianta o si scavalca il muro, io mi riprendo, almeno di spirito. Ho dolore ai quadricipiti, è stato troppo il freddo che ho preso nella prima parte della gara, so che è per quello, ma ormai la gara è in discesa. Fatti 30, vuoi non farne 42?! Per me non è che “ne mancano ancora 12”, a me scatta un “ne hai già fatti 30!”: la testa c’è. Ad un certo punto mi sento canticchiare gli Avicii e, contemporaneamente, un runner mi chiede “Ma canti mentre corri tu?”: sarà l’euforia del trentesimo, mi viene da ridere, mi riconcentro sul concetto di non disperdere energie. 

Trovo una sorpresa al trentacinquesimo: non posso chiamarlo ponte, non so cosa sia, ma è una breve ripidissima salita che mi è impossibile correre. Si sale, si scende, nessun tratto in piano: agli spettatori sul ponte ridendo chiedo “Ma che scherzo è questo al trentacinquesimo?!”. Sulla discesa però ricordo il sole e sento la voce di Gaia che mi fa lucidamente presente che “cosa saranno 7 chilometri per me?!”, sette sono quelli che mancano al traguardo. Meno di un allenamento standard infrasettimanale. 

Aspetto il trentottesimo, dove so che troverò Marcella e Laura. Sono al di là della paura / in quella prateria infinita / piena di pericoli e strapiena di vita / e adesso sono qui / è un superpotere essere vulnerabili / e adesso sono qui / dove sono possibili cose impossibili: c’è Veronica con me con questa canzone che adesso è perfetta. 

Si rientra in centro, i pedoni ormai iniziano ad attraversare il tracciato di gara. Guardo davanti a me, non più per terra; vedo una ragazza che incita qualcuno “dai, dai, sei bravissima, forza!”, penso che dica a qualcuno dietro di me, ma più mi avvicino più mi rendo conto che è con me che parla: annuisce, sgrano gli occhi, mi incoraggia di nuovo, si sgola, le sorrido di gratitudine sincera e tiro dritto. 

Arriva il km 39 ed ecco lì Rare Partners: Marcella e Laura, energicissime e casiniste più che mai, mi gasano, corrono con me qualche metro, finchè Laura mi minaccia “Non ci provare neanche a mollare, chè ti prendo a calci nel sedere!”. No, no, non ho fiato per rispondere ma figurati se mollo: come mi sta dicendo Gaia nella testa “Ormai ti mancano solo 3 chilometri! Meno dei chilometri di riscaldamento di un allenamento normale!”. Scoprirò dopo che, nello stesso momento, mentre io passo il trentanovesimo, Gaia chiederà a Nico di potersi togliere la giacca e prepararsi perchè ormai sto arrivando. Tre chilometri non sono proprio niente.

“…You’re giving me a million reasons to let you go
You’re giving me a million reasons to quit the show
You’re givin’ me a million reasons, Give me a million reasons
I’ve got a hundred million reasons to walk away
But baby, I just need one good one to stay…”

Inizio anche a fare qualche conto: ho perso un po’ dal trentesimo e dal trentacinquesimo, sarei potuta arrivare meglio, ma sono ancora in tempo per stare nelle 4h20′. E’ la maratona numero zero mi dicevano, basta arrivare al traguardo; io però mi sono sempre detta che se fossi arrivata entro le 4h15′ “avrei fatto fuochi d’artificio”, entro le 4h20′ “sarei stata soddisfatta”, entro le 4h25′ “va beh, è la prima”, oltre non sarei stata contenta. Sono ancora comoda per godermi la soddisfazione, riesco anche a camminare qualche passo per bere di nuovo al ristoro del 40esimo.

    

Gli ultimi due chilometri sono interminabili e non ricordo molto, se non la folla di runner, turisti, spettatori. Non ricordo nemmeno quando Garmin suona il quarantaduesimo a ricordarmi che mancano solo 200 metri scarsi; non vedo neanche il cartello. Non mi rendo bene conto che sia finita, sono stanca, ma non metto bene a fuoco ciò che ho fatto e ciò che sto per concludere. 

Corro verso piazza Duomo, sulla curva a destra ecco di nuovo Monica che mi chiama a gran voce, poco più avanti vedo Nico e i bambini: mi sbraccio felice, mi corrono incontro, mi bloccano. Dobbiamo andare di là, urlo, gli indico la direzione giusta: la gara non è finita, corriamo insieme fino a là, poi, a quel punto, festeggeremo. Pochi metri per allinearci, ci prendiamo per mano, tagliamo quella finish line in 4h19′: soddisfatta. 

      

Abbraccio Gaia e Luca, mi dispiace non avere lì subito anche Nico; sono maratoneta, mi mettono la medaglia al collo, spiego a Luca che no, quella non posso dargliela, quella è tutta mia. Un ragazzo mi aiuta con la coperta termica, ho per mano i bambini, le dita congelate, uno strano senso di euforia e di…e adesso?.
Ci ritroviamo tutti insieme, con Nico, con Vale e gli Urban, la festa inizia, la festa continua per i giorni seguenti.

Il viaggio è iniziato il giorno in cui ho deciso che avrei corso una maratona, prima di entrare in tabella e quando poi ci sono entrata, quando ho iniziato a rispondermi a tutti i perchè, quando ho deciso di affrontare le fatiche fisiche e interiori. Il viaggio è arrivato ad una prima fermata, Firenze, ma non si esaurisce qui: non so se correrò altre maratone -anzi, sì che lo so-, ma comunque prosegua il viaggio della vita, questa corsa è stata una tappa importante.

Nel mio viaggio, quello della vita e quello della corsa, entrano ed escono costantemente delle persone: c’è chi si ferma di più, chi di meno, chi va via e chi resta mentre sono io che mi allontano. Ogni persona che incontro, però, mi lascia un pezzo di sè, che mi porterò dietro per sempre: è così che mentre suonavano le canzoni scelte dagli affetti di oggi, riecheggiavano gli affetti di ieri, è così che nella corsa di oggi vinco e supero fatiche e dolori trascurati nel tempo. Un grazie speciale a chi sceglie di restare, oggi, ma anche a chi c’è in questo momento, a chi mi ha accompagnato e magari domani non ci sarà; un grazie di cuore alla mia famiglia, tutta, ai miei bambini e a Nico, a mamma e a mio papà e a mio fratello, nonostante i nostri modi diversi di rapportarci tra noi. Oggi grazie a Yuri, Alino, Rudy, Paola, Marghe, Tommy, Valentina, Gianluca, Fabio l’avvocato, Fabio che compie imprese surreali, La Bozz, Veronica, Francesca; grazie a Luana, Elisa, Fra per i messaggi inaspettati e commoventi, grazie al coach Andrea e grazie a chi ogni giorno crede in me e mi aiuta a farlo sempre un pochino di più.

Categorie: Sport

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