Mara…cosa? Come ci sono arrivata.

Circa sei mesi di preparazione, di allenamenti in tabella, di alimentazione un po’ più attenta, di pomate all’arnica e alla canfora -notevole la Pomata Verde ad uso equino e bovino, ottima anche per profumare gli ambienti domestici, grazie Fra per il consiglio. Avrei potuto fare più sacrifici -mi avevano preannunciato che sarebbe stato un periodo di rinunce e fatiche-, ma non mi sono negata nulla, mi sono organizzata meglio, incastrando gli sgarri alimentari, le uscite e l’adeguato riposo nei momenti giusti.

I sacrifici veri li ha fatti la mia famiglia, quello va detto: la maratona l’hanno preparata anche loro, Nico, i bambini, rinunciando a partire perchè avevo i lunghi da correre in piano, accompagnandomi nelle gare di preparazione, sopportando le mie considerazioni condivise prima e dopo ogni allenamento -ma certo, se poi mi istigano chiedendo “Ma allora, come è andata oggi? E i battiti?”, come faccio a trattenermi?- , e soprattutto le deviazioni immancabili nei discorsi, perchè qualsiasi argomento, alla fine, lo riconducevo a lei, alla mia maracosa. A dire il vero, tutti coloro che ho frequentato in questi mesi, alla fine mi sentivano parlare di corsa: scusatemi (lo rifarò, lo so).

In questi mesi a Nico è cresciuta una barba lunghissima, che sembra una metafora e forse lo è; Gaia è migliorata in matematica, aiutandomi a tenere il conto dei chilometri che, allenamento dopo allenamento, mi sarebbero mancati al raggiungimento dei fatidici quarantadue; Luca ha iniziato a chiedere di addormentarsi nel lettone, dalla mia parte, e l’ho assecondato, spesso addormentandomi insieme a lui prima che finissero i telegiornali delle 20.30.

Ho corso in Martesana, in Grecia, in giro per il centro Italia, cricetando nel mio parco di quartiere su un giro di 2 chilometri, a Garda, per le strade di Milano; ho corso con il sole, con la pioggia, con il vento e con l’afa di una delle estati più calde degli ultimi anni; ho corso col sorriso, arrabbiata, triste, preoccupata, felice, stanca, energica, con mille pensieri, senza null’altro a cui pensare. Null’altro tranne la mia maracosa, è chiaro.

Ho sognato ogni giorno il traguardo, per lo più ho sempre immaginato una giornata di sole, il Duomo alle spalle, il tappeto blu e molti turisti ad invadere il tracciato dopo le ormai quattro ore di partenza della gara che avrei impiegato; ho immaginato di essere vestita con i miei pantaloncini, quelli comodi che però sulla coscia destra si alzano sempre di un paio di centimetri, e la maglia Urban Runners; ho visualizzato il mio arrivo con i bambini, stanca e felice, tra gli abbracci di Nico e degli amici. Mi sono vista correre parlando tra me e me, tra le mie mille vocine di cui ho raccontato tante volte, quelle che remano contro e quelle che non vogliono mollare; ho cercato le risposte a tutti i perchè lo sto facendo? ma chi me lo fa fare? , nel caso in cui si fossero presentati i dubbi nel momento meno opportuno, ho provato a preparare delle ragionevoli sane obiezioni ai trucchi della mia testa, che avrei voluto davvero tenere a bada almeno nella mia gara più importante.

Ho tenuto nascosta la mia meta, ma non a tutti. Ho spudoratamente mentito a chi mi chiedeva che cosa stessi preparando o se avessi in mente qualche obiettivo particolare, e ho altrettanto spudoratamente sfruttato gli incoraggiamenti di chi, invece, sapeva. Ho tormentato il mio coach Andrea, con aggiornamenti settimanali interminabili, paranoie e preoccupazioni, e al contrario picchi di accesi entusiasmi.

Ho letto un libro che racconta di una prima maratona, o meglio, di tante storie che ruotano attorno al pretesto della preparazione di un tapascione alla maratona di Venezia. E’ un libro scritto dal mio amico Urban Runner Biagio, si intitola Non ci resta che correre, e mi ha accompagnato nell’ultimo periodo di allenamenti. L’ho concluso la domenica precedente la mia gara, seduta da sola al gelo su una panchina al parco, mentre i bambini scorrazzavano liberi: ho pianto, mi sono commossa per l’ennesima volta in quelle prime ore della giornata, ho realizzato che a quel punto toccava a me e chissà come sarebbe stato. Quella domenica ho pianto spesso, ho ballato, ho saltellato per casa, ho cantato, sono passata dall’euforia alle lacrime più volte all’ora. Valentina mi ha detto che era assolutamente normale. Non mi resta che correre.

Non mi sono mai vista da sola: ho sempre avvertito e saputo che ci sarebbero state delle presenze con me durante la mia maracosa, magari non fisicamente a fianco, ma alla partenza, o all’arrivo, o lungo il percorso, o a distanza. Quelle più importanti, quelle che mi hanno accompagnato e incoraggiato, quelle a cui ho promesso di tagliare quel traguardo, quelle che mi hanno sopportato, quelle che hanno creduto in me spesso più di quanto potessi crederci io, quelle che tramite le mie gambe avrebbero raggiunto una loro meta, quelle che amo, queste mi sono accertata che ci fossero tutte.

Ho creato una playlist speciale ad un mese dalla gara: 90 brani, con un calcolo spannometrico al ribasso di 3 minuti a canzone, per garantirmi almeno 270 minuti -oltre quattro ore e mezza- di musica; 90 brani, in parte scelti da me e in parte inseriti dalle mie persone speciali: ho chiesto a ciascuno 3 canzoni, 2 italiane e 1 straniera o viceversa, canzoni che piacessero a loro, che avessero un significato speciale oppure no, di qualunque genere, ritmo, melodia. Sarebbe stato il mio modo di portarli nel mio viaggio, di sentirli lì con me, sentirli in tutti i sensi. 

Vale, ma ti piace Vasco?
Vale, ma che musica preferisci?
Ma abbiamo sicuramente gusti troppo diversi.
Cerco un ritmo da corsa..
Mi raccomando, questa falla partire per prima.
Questa è per il traguardo.
Questa è per il pezzo verso la fine, ma non per l’arrivo, per il “muro”.

Quello che importa è che le canzoni abbiano un significato per te o che semplicemente ti piacciano, ma piacciano a te; sei TU quello che io porto con me, con i tuoi gusti, con quello che tu scegli di regalarmi (sappi comunque che nella playlist Luca ha infilato la canzone dei Minions, Rovazzi, il Katalicammello e la Pappa col pomodoro!). Per la corsa avrò un mio ritmo, la musica non sarà necessariamente carica, la musica sarà accompagnamento. Le canzoni le ascolterò in modo casuale, sarà il lettore a scegliere per me, del resto le persone entrano nelle nostre vite non certo quando lo scegliamo noi: sono sicura che ogni canzone arriverà sempre nel momento giusto, ognuno di voi mi accompagnerà in modo particolare nel chilometro giusto. Questa la mia risposta.

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Ho ascoltato i rimproveri e le iniezioni di motivazione di mia figlia, con il suo tono assertivo e pungente. Dopo i 32 km di Parma, tutta esaltata, camminando per il centro nel pomeriggio, mi ha detto “E’ praticamente fatta! Adesso ti mancano solo 10 km, e che cosa vuoi che siano 10 km per te?!”. Dopo il lungo di 36 km -per il quale i bambini sono rimasti a dormire dai nonni perchè Nico potesse accompagnarmi in bicicletta- la mia bambina ha esclamato un “Evvai! Adesso ne mancano solo 6, praticamente niente!”. Il venerdì prima della gara -intendo quello a due giorni dalla maracosa– con aria di sufficienza mi ha incoraggiato con un “Sarà una passeggiata di salute!”. Non ho potuto che farle presente, con tono a quel punto eroico e scaramantico allo stesso tempo, che sarebbe invece stata la mia gara più difficile e più lunga. A quel punto è partito il rimprovero: “Certo! Perchè tu ti sei fermata a 36 in allenamento!! Te ne sarebbero mancati solo 4 per arrivare a 40 e poi solo altri 2 per arrivare alla fine…ma tu ti sei fermata! Ma oggi è venerdì, hai ancora domani per provare a farli prima di correre la gara domenica!”. 

Ed è così che sono arrivata al grande giorno, senza correre alcuna maracosa di prova.

 

Categorie: Sport

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