Move it Garda Half Marathon in coppia

E’ prevalentemente colpa di Francesco e Letizia se quest’anno, dopo che per due anni me ne hanno parlato in termini entusiastici, mi sono iscritta -anzi, ho iscritto sia me che Nico- alla Move it Garda, ex Garda Trentino, con partenza e arrivo a Riva del Garda.

Effettivamente, l’organizzazione è eccellente e il percorso si rivela uno dei più belli -forse il più bello in assoluto- su cui io abbia mai corso in gara. Arrivati al village sabato all’ora di merenda, dopo aver ritirato rapidamente un ricchissimo pacco gara, scopriamo che, a disposizione per atleti e accompagnatori, ci sono tavoli in cui vengono offerti affettati e formaggi, panini di patate / con olive / con le noci, strudel di mele, frutta… Incontriamo Fra e Lety che ci svelano che, dalla parte opposta del capannone, vengono offerte anche frittelle di mele. Praticamente sono circa le 17 e noi abbiamo anche già cenato. 

Sono abbastanza carica e motivata: il coach in tabella mi indica un ritmo medio che qualche giorno fa mi sembrava surreale, ma che in realtà mi convinco di poter provare a raggiungere. L’importante, mi dico, è gestire la gara; idealmente immagino i primi 10 km ad una certa andatura, poi ulteriori 5 un po’ più accelerati, per poi andare “a cannone” per gli ultimi 5, in modo da poter esalare l’ultimo respiro al termine del 21esimo che avrò tirato fino a sfinirmi. Ci rido su, mi ripeto che è fattibile, che ho voglia di spingerla questa gara. E’ la prima mezza maratona che corro in gara da aprile: l’ultima, quella di Rovigo, mi aveva regalato grandi gioie e un personal best che ho intenzione di polverizzare.

Fatto il check-in al nostro appartamento, azzardiamo una passeggiata sul lungolago: ormai il tramonto ce lo siamo persi da un pezzo, le nuvole, la nebbia e il freddo ci fanno preferire il divano di casa. Alle 21.40 siamo nel letto, sveglia puntata per le 6.45, in modo da avere tutto il tempo per risvegliarci con calma, fare colazione e le cose senza fretta. 

Quando mi sveglio, trovo un messaggio di Francesca che stavolta non correrà, ma accompagnerà il suo Nicola: sono contenta di vederla, è una di quelle persone positive, semplici e fresche da fare bene allo spirito. Ovviamente, nel frattempo, la mia voglia di correre e tutta la grinta e arroganza della sera prima, sono sparite.
“Scrivimi quando sei qui, chè ti cerco”
“Sì!! Mi riconoscerai dall’immensa voglia che ho di correre”
“La stessa che abbiamo tutte le domeniche, insomma”. 

Aspettiamo la partenza insieme, Fra ci accompagna in griglia, i due Nicola -il mio e il suo- correranno la gara pressochè allo stesso ritmo. Io la mia voglio correrla da sola, gestirla di testa e, preferibilmente, spingerla perchè so che posso raggiungere quell’obiettivo ben preciso che ho in mente. 

 

Presi dall’ironizzare sui nostri battiti già alle stelle prima di iniziare a correre, dal sole che ha alzato le temperature e forse non era il caso di indossare una maglia a maniche lunghe sotto la t-shirt Urban Runners, presi dalla trepidazione del pregara, ci perdiamo lo sparo, peccato. Iniziamo la processione verso il gonfiabile dello start e iniziamo a correre, ovviamente Nicola&Nicola mi salutano dopo i primi 20 metri, mentre io resto immersa in un denso fiume umano da cui non riesco a cavarmi fuori prima di 4-5 chilometri. 

Controllo i palloncini dei pacer: supero quelli dell’1:59, e meno male. Guardo il Garmin, il secondo km risulta percorso in 5:18, malissimo, non posso essere già ad un ritmo così superiore alla media che dovrei avere alla fine. In realtà non riesco proprio a gestirmi, è uno slalom unico per non calpestare nessuno e non inciampare nella folla. Davanti a me altri palloncini, immagino siano quelli dell’1:55 che seguirei volentieri fino allo sprint degli ultimi km: in realtà, non capisco perchè ma sono un altro gruppo di pacer per l’1:59. Come spesso succede, ‘fanculo ai palloncini, penso a me stessa e proseguo. 

Fa molto caldo, a questo punto; inizio a tirarmi su le maniche della drifit, immaginando anche che, se continua così, quasi quasi potrei fermarmi a toglierla e abbandonarla sulla strada; valuto i pro e i contro, compreso il costo della maglia con baffo Nike. La cosa meno logica che io possa fare a questo punto -ma che faccio, ovviamente-, è saltare il ristoro del quinto chilometro: posso tirare il decimo, mi dico, e intanto mi libero di un po’ di gente che mi fa da tappo.

La sorpresa arriva quando al decimo non c’è nessun ristoro: mi dicono che si trova “alla Cattedrale, finito l’11esimo chilometro”. In effetti, non appena il Garmin mi avvisa al termine del lap , ecco il ristoro. E’ qua che perdo circa un minuto e mezzo: mi dico che, a questo punto, prenderò adesso acqua e gel e ricaricherò gambe e fiato, per poi non perdere più tempo fino all’arrivo. 

Ricomincio, felice di essere ormai al dodicesimo: lo scherzo del ristoro spostato un chilometro più in là ha ingannato la mia testa che però ha retto bene. Il percorso adesso è meraviglioso: se nella prima parte di gara ho corso con gli occhi tra la strada, le montagne e i meleti, adesso corro lungo il fiume, bellissimo. Intorno al tredicesimo chilometro ringrazio il cielo per aver messo la famosa maglia a maniche lunghe: non solo il sole è scomparso, ma nebbia, nuvole basse e soprattutto un vento freddo -ovviamente contrario- mi accompagneranno fino al traguardo.

Arrivo in zona quindicesimo, ma stavolta non mi aspetto il ristoro: del resto, se il decimo l’hanno spostato all’undicesimo, il successivo lo immagino al sedicesimo. Così è. Poi, mi dico, è ora di dare tutto, mancano solo 4 km + 1 (perchè l’ultimo, in una mezza, per me non conta): vedo che la media, dopo il minuto e mezzo perso al primo ristoro, si è alzata notevolmente, ma ce la posso ancora fare. Arrivo al diciottesimo con un paio di minuti in più rispetto a quanto avessi pianificato, ma non voglio mollare, magari qualcosa posso recuperare, mi dico. Inizio a fare anche qualche calcolo mentale sullo scenario peggiore e ho la conferma che, con lo scenario peggiore, avrei la sufficienza in pagella. 

Spingo, o meglio, vorrei spingere, mi sembra di farlo, sia le gambe che il fiato mi danno chiari segnali che ciò stia avvenendo, ma in realtà Garmin mi fa presente che sono ben più lenta che ad inizio gara: ormai si tratta di tenere la media, difficile riguadagnare qualcosa. Gli ultimi 3 chilometri costeggiano il lago, bellissimo, agitato per il vento, tra le montagne: è tutto di un colore grigio-blu, dall’acqua alle pareti rocciose. Fino ad ora sul percorso non è certo mancato il tifo, anzi: adulti e bambini, gente che suona strumenti musicali o riproduce musica da casse, gente che agita campanacci da bestiame o oggetti per far casino. Nell’ultimo tratto la partecipazione aumenta ancora di più: le facce dei runner sono stanche, il vento ci ostacola, ma allo stesso tempo ci porta chiari gli incitamenti dei presenti. 

L’ultimo chilometro, come spesso accade, quello in cui do tutto -o meglio, dovrei dare tutto, ho la percezione che ciò stia avvenendo, ma il tempo effettivo mi dirà poi che forse per oggi era tutto, ma che non è certo il meglio che io possa fare- sembra non finire mai. Suona il 21esimo chilometro, gli ultimi scarsi 100 metri sono sicuramente di più, non vedere il gonfiabile dell’arrivo mi irrita.

Improvvisamente, eccolo là, io me l’aspettavo sul lago e invece è in pieno centro. Mi lancio verso il traguardo, le gambe girano, sapendo che sono gli ultimi metri, uno sguardo al tabellone e poi oltre: Nico è lì che mi aspetta. Ha l’aria di chi è lì da un pezzo, ed effettivamente è così, è arrivato più di 10 minuti prima di me, avevamo sbagliato i conti: lui si aspettava di essere più lento, io di impiegare circa 4/5 minuti di meno. Ci diciamo subito che il percorso, bellissimo, non è certo semplice, e che abbiamo avvertito entrambi il cambio di temperatura: l’unica differenza è che lui ha fatto il suo personal best, io ho la sufficienza. Io però questa volta, pur non avendo gestito le forze, credo di aver gestito la testa: non c’è mai stato un momento in cui mi sia detta che non ce l’avrei fatta, fino agli ultimi chilometri ho creduto di poter recuperare. Non ho subito la maledizione del quindicesimo chilometro, non ho camminato le salite dei sottopassi nonostante una vocina, nel tratto in discesa, mi dicesse di farlo. La testa stavolta c’era. Quando, per straordinario allineamento dei pianeti e di tutti gli astri celesti, riuscirò a mettere d’accordo gambe, fiato, cuore, testa e Garmin, beh, allora sarà festa grande -e qualcuno griderà al miracolo o al doping.

La sensazione finale, nonostante tutto, è quella di una piccola delusione e di una grande voglia di riprovarci: non ho in programma altre mezze maratone da qui alla fine dell’anno, ma vorrei riscattarmi, voglio la rivicinta, so che quel numero posso leggerlo sul tabellone. Per ora ho in mente altro e un po’ di weekend con impegni già presi, ma se non sarà per Natale, sicuramente con l’anno nuovo tornerò a lavorare sulla mezza maratona.

Oggi ho voluto, dopo tanto tempo, risperimentare la collaudata strategia del “parti a razzo, arrivi a cazzo”,  conilsennodipoi posso confermare che sì, rimane una legge sempre valida e attuale. 

Categorie: Sport

2 commenti

  • Pincus

    Leggo parole che esprimono una piccola delusione, ma insieme (anzi, specialmente) una grande forza. E quel grande desiderio di lasciarsi andare a una corsa libera e piena di vita; anzi, di vita piena.

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