Parma Marathon 32 km, la mia prima volta.

Luglio, caldo tremendo, la tabella di allenamento per l’autunno è già iniziata: trascorro alcuni giorni di quasi-vacanza e corsa insieme ad un nutrito gruppo di runner ed è lì che si inizia a guardare il calendario.
15 ottobre, perchè non venite a Parma chè ci sono distanze per tutti? Beh, innanzi tutto perchè in quel weekend c’è la mezza di Cremona che l’anno scorso mi ha regalato gioie immense e a cui voglio assolutamente partecipare.

E invece no, gli allenamenti procedono e il pensiero di iniziare a provare ad allungare un po’ le distanze si fa strada. Cremona e il ricco pacco gara e ristoro quest’anno lasceranno il posto alla 30 km di Parma: “Oh, ragazzi, in realtà i km, ad essere precisi, sono 32 eh, poi non dite che non ve l’avevo detto!”.

Sabato mattina parto con i bambini, eccitati all’idea di tornare a fare una gita dopo tanto tempo: ci sarà un castello a Parma? A Parma si mangia il Parmigiano? Ma che lingua parlano a Parma, lo capiscono l’italiano? E quanti giorni ci stiamo? Ma serve il passaporto?

La prima impressione, arrivati al village nel parco della Cittadella, è quello di essere dentro ad una festa, tra l’altro organizzata benissimo. Ritiro il pettorale e faccio un giro per gli stand a riempire il mio pacco gara; food truck all’esterno offrono formaggi, salumi e tortelli; musica e intrattenimento scaldano l’atmosfera, i bambini si rincorrono nel prato. Una passeggiata in centro, un’insalatona fai-da-te per pranzo, un paio d’ore di nuovo al parco e, mentre i bambini giocano tra tappeti elastici, reti e altalene, Nico ed io riposiamo su una panchina al sole;  di nuovo in centro, un gelato per merenda, una fetta di pizza omaggio come aperitivo, e finalmente torniamo a casa per cena. Il Garmin segna 18400 passi percorsi, niente male come pregara; in appartamento, spillo il pettorale, rimetto in borsa manicotti e maglia a maniche lunghe, preparo tutto l’occorrente per il giorno dopo.

Ore 20.30 tutti a letto. Ore 20.35 i bambini dormono, io crollo non molto dopo: due bellissimi messaggi di Rudy e Alino mi scaldano il cuore, so che saranno lì con me l’indomani. Buonanotte.
Ore 6.15 suona la mia sveglia: mi preparo, incontro Gaia in corridoio che si sposta nel lettone, faccio colazione, incontro Luca in corridoio che a sua volta raggiunge il lettone, mi allaccio le scarpe, incontro di nuovo Gaia che si risposta nel suo letto, mi abbottono la giacca ed ecco che Luca torna dalla sorella. Raggiungo Nico che, farfugliando, finge di capire le mie ultime istruzioni e i miei “ricordati di”, do un bacio ai bambini e chiudo la porta con Gaia che mi prega: “Mamma, mi raccomando, non svenire!”. Grazie della fiducia, amore, adesso sì che sono carica.

Ore 7.30 che diventano le 8.00: ci si trova con gli Urban Runners, foto di gruppo tra noi e i simpatizzanti, due chiacchiere, qualche presa in giro, si sale sulla navetta e si arriva alla partenza che, per la 30 km è prevista al km 10 della maratona. Qualcuno realizza solo ora che, quindi, i km saranno 32; qualcun altro lo scoprirà amaramente solo alla fine. 

Qualche incontro inaspettato, altre chiacchiere, un po’ di tensione e di emozione, un’incognita davanti a me, e ci si avvia alla partenza.
9.15: si parte. 
La mia strategia è di procedere in modalità risparmio energetico e cautamente per la prima metà gara, per poi capire se riesca ad aumentare il ritmo o meno. Con Francesca e Cristina siamo allineate nella teoria e, pare, anche nella pratica: con passo sincronizzato e costante procediamo insieme per i primi 14 chilometri, in silenzio, mentre alcuni runner si accodano chè voi sì che avete un buon ritmo, perfette! Pacer per caso.

Fa molto caldo, rimpiango di non aver messo la canottiera, l’acqua ai ristori mi salva letteralmente; il percorso è abbastanza piatto, sia come dislivello sia come scenario: le campagne parmensi non mi riescono a regalare spunti di distrazione, resto focalizzata sul passo e su quanto questi chilometri drittissimi sembrino non passare mai. Controllo le gambe, che andrebbero più velocemente, ma è la mia prima gara lunga, non so che cosa aspettarmi e non vorrei bruciarmi subito. La testa in realtà si stanca prima dei muscoli. 
Al quattordicesimo chilometro una breve ridicola salitella offre lo spunto alla mia testa per farmi camminare qualche metro: ne approfitto per prendere il GU, in modo da bere al quindicesimo e ripartire. Ragazze, io cammino un attimo, voi andate.

Faticando mentalmente arrivo anche al traguardo del ventesimo chilometro. Da quel momento inizia un’attività di negoziazione tra le mie personalità multiple: fermati, dai, cammina qualche metro. / Ma perchè dovrei? Sto bene! / Sì, dai, recuperi un po’ e riparti. / Arriviamo al venticinquesimo, chè c’è il ristoro. / Venticinquesimo? Ma qua non passa più, fai una tappa intermedia breve, prendi fiato, sciogli le gambe e riparti. / Non esiste, basta lamentarsi, arriva al venticinquesimo e basta. Punto.

Mentre corro e mentre nella mia testa si agitano le voci, quando incontro runner che camminano, mi affianco e li incito: questa gara dobbiamo finirla! Non possiamo camminare, forza chè pian piano arriviamo! Non molliamo adesso, dai, abbiamo passato la metà. Lo dico a loro, lo dico a me stessa. Ascolto la musica, anche se non ricordo una sola canzone di quelle che dovrei aver ascoltato, provo a cercare spunti di interesse nel panorama, cerco incitamenti a bordo strada, aspetto il fotografo appostato a cui sorridere -perchè al fotografo devi far vedere che va tutto bene!

Venticinquesimo chilometro: in qualche modo, lottando interiormente, arrivo. Ristoro. Ringrazio i volontari “voi siete preziosi, quest’acqua ci salva la vita”. Adoro vedere i loro sguardi orgogliosi e felici che gli si riconosca l’impegno. Mi avvisano che Paola è avanti: lo so bene, dico io, sono tutti avanti! Francesca e Cristina sono a 200 metri, le vedo: le maglie Urban Runners, la mora e la bionda, il passo costante. Potrei raggiungerle e per un attimo ci ritroviamo di nuovo, ma la mia testa non collabora
La mia testa decide che, da quel momento, ad ogni cartello che indica il traguardo chilometrico, camminerò per qualche metro e poi correrò fino al cartello successivo: farò così quasi a tutti i chilometri fino al trentesimo. 

Trentesimo chilometro, cartello, ristoro, cammino: davanti a me un runner in tenuta azzurra cammina. Io, alle sue spalle, lo seguo e dico ad entrambi “mancano due chilometri, non possiamo camminare proprio adesso, dobbiamo finire”. Scuote la testa sconfortato, non risponde; mi affianco, gli chiedo se sia della maratona o della 30, mi risponde che sta facendo la maratona. “Ragazzo, tu allora non puoi proprio mollare! Io sono alla mia prima 30 e sono arenata qua, ma tu hai quasi finito una maratona, ce l’hai fatta, la stai conquistando, non puoi proprio fermarti qui!”. Sorride, testa bassa. “Senti, qua tutti mi chiedono quando proverò una maratona, una maratona è una cosa immensa: corri per me, dimostrami che, nonostante tutta la fatica, nonostante la voglia di mollare al 40esimo, la si finisce comunque. Forza, vai all’arrivo e fammi vedere che non è la fatica a vincere, corri per me!”

Sorride, mi risponde “Ti aspetto all’arrivo però!”, mi accarezza un braccio e riparte. 
“Bravo! Riparto anche io!”

Trentunesimo, trentaduesimo chilometro, il più veloce in assoluto, altro segno inconfutabile che sia la testa a non funzionare e che gambe e fiato ci sono eccome: finalmente dovrei vedere i bambini! Gaia è pronta per correre con me gli ultimi metri, con la sua maglia Urban Runners. Diceva che, se fossi stata troppo stanca, mi avrebbe tirato lei; ha portato con sè anche un minipony unicorno -accidenti, non ricordo mai i nomi!- che mi porti fortuna. Li vedo in curva, più lontani dal traguardo di quanto mi aspettassi, io sto accelerando: scuotono la testa, chiamo Gaia, capisco che non voglia correre, provo a insistere, tutti e tre mi dicono qualcosa, capto le parole di Nico che suonano come “regolamento, non si può”. Non mi fermo a discutere, procedo, allungo finale, sorriso, fotografi, una voce mi chiama per nome, alzo lo sguardo: vedo un sorriso, non la riconosco ma le sono grata (scoprirò poi che si tratta di Silvia, non ci conosciamo dal vivo, ma solo su Instagram!). Finish line, fermo il Garmin, ce l’ho fatta.

 

Non sono particolarmente soddisfatta, non riesco ancora a vedere l’aspetto positivo dell’aver corso, per la prima volta, 32 chilometri: vedo che la mia testa ha funzionato male, che non ho avuto problemi di gambe o fiato e che mi sono fermata senza validi motivi; mi dispiace molto non aver tagliato il traguardo con i bambini, so che tenevano molto anche loro a questo, soprattutto adesso non sono lì con me e sono arrivata senza poter abbracciare -nell’immediato- nessuno. Comunque è finita, sono accaldata come fosse quasi estate, sento la fatica ma sto bene. Ritrovo Francesca, Cristina ed Elena, tutte arrivate a poche centinaia di metri di distanza l’una dall’altra. 

Durante la corsa ricordo di aver pensato che, forse, le lunghe distanze non fanno per me; mi sono chiesta come ci si possa divertire così a lungo, come facciano gli altri a rimanere concentrati o, al contrario, a distrarsi e non pensare. 
Al termine della corsa non ho pensato a nulla, ho iniziato a fare i conti.
Dopo qualche ora, elaborate alcune riflessioni, ho pensato che io voglio riprovarci.

Datemi un’altra 30 / 32 chilometri, voglio la rivincita. Nell’eterna lotta tra le mie personalità multiple, tra la vocina cattiva e la vocina buona, una, più di altre, merita un’altra occasione: è la voce che al “molla, chè non ce la fai” risponde “un chilometro riesci sicuramente a tirarlo ancora, arriva fino a là e poi ne riparliamo”, al “sei lenta, la corsa è di chi va veloce” ribatte con “la corsa è di chi ha le gambe e la voglia di farle girare”, all’“arrivi sempre tra gli ultimi del gruppo, i tuoi tempi sono ridicoli” risponde con “dei tuoi tempi non frega niente a nessuno, nessuno li ricorderà, ma saranno tutti al traguardo ad aspettarti” e rincara con “Gaia e Luca sono orgogliosi di te e delle tue gare, contano i chilometri, non chiedono mai il tempo impiegato”, e al “sei una schiappa” risponde “sei una che corre alle 5 del mattino, senza scuse, si fa il culo, per poi incastrare un lavoro full time, due figli e, se ci sta, anche il marito, estate e inverno, pioggia, neve o solleone”, è la voce che, un po’ più indecisa, una risposta pronta potrebbe e dovrebbe trovarla sempre.

Due giorni dopo la gara, insomma, sono di nuovo qua a cercare lunghe distanze e gare in cui mettermi alla prova: la fatica è momentanea, la spinta che parte dal cuore, a quanto pare, è duratura. 

Categorie: Sport

1 commento

  • Pincus

    Finalmente ascolto la vocina buona… come l’ha ascoltata il runner del tuo trentesimo chilometro.
    Vai Valeria, così, datti il “permesso” di correre, l’incorraggiamento, invece dell'”ordine”.
    E come sei bella quando lo fai…

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