“Voi c’avete troppe salite!” “Voi chi? Io sono di Bologna!”
La mia RomaOstia 2017, nelle retrovie.

Quando ho scelto la RomaOstia da inserire nel calendario gare, l’ho fatto perchè, per quest’anno, volevo percorsi nuovi e sperimentarmi (anche) su variabili diverse dalla sola velocità. Insomma, lo sapevo che “a Roma ci sono le salite” e ho scelto intenzionalmente la gara anche per quello: le salite, che insieme al fango, sono ciò che mi rende difficile correre col sorriso, ecco, le avrei affrontate.

Roma, poi, già intravista in 24 ore scarse per una 10 km semi-improvvisata due anni fa, ha chiamato a gran voce un weekend senza figli, quindi da venerdì sera Nico ed io abbiamo fatto i turisti come non succedeva da nonciricordiamoquando. Con il buio e con il sole, abbiamo girato con occhi in alto, perdendoci nelle meraviglie di una città davvero magica, senza orari nè preoccupazioni di figli da nutrire, far riposare, prendere in braccio -e macinando non so quanti chilometri in poche ore. 

Questa volta non abbiamo ritirato noi il pacco gara, Marco l’ha fatto per noi e con lui, Martina e baby Cesare abbiamo mangiato sabato a pranzo. Non siamo più di tanto entrati in clima-gara, niente village, niente confusione, niente tour-raccolta dei volantini delle varie gare… ci siamo goduti la città e il tempo insieme. Abbiamo, certo, provato a chiedere informazioni sull’entità della leggendaria salita del Camping, ma sempre con il pensiero che, comunque fosse stata, l’avremmo affrontata per meritarci un piatto di carbonara.

Domenica mattina proviamo ad incontrarci con i pochi UR presenti, Vanessa, Luca, Franz, ma incontriamo solo Luca che, nella griglia sbagliata, ci sorpasserà tutti uno ad uno per arrivare al traguardo con largo anticipo su tutti noi. Consegno la mia sacca e, al saluto cordiale dell’addetto al camion 1, rispondo con un brillante “Ci vediamo al traguardo!”. Ribatte: “Eh, speriamo!” (segue un “ah ma no, eh, noi ti aspettiamo fino alla fine!”). Avrei dovuto immaginare da lì che della RomaOstia mi ero fatta un’immagine sbagliata.

Alla partenza Nico ed io siamo insieme, stavolta sono un po’ agitata, so che faticherò, inutile negare che le salite mi preoccupino; in più ho nelle orecchie quei “Ma sei proprio sicura di volerla fare? Non vuoi rimandarla?” del mio coach e i vari “No, a Roma non riesci a stare sotto le 2 ore” e in me cresce quella spinta competitiva e quel nonsaraituadirmichenonpossofarcela insieme al tidimostrocheposso
L’atmosfera è molto bella, è davvero in assoluto la gara più affollata a cui io abbia partecipato fino ad ora. La partenza è emozionante e, soprattutto, in discesa. Dopo le prime centinaia di metri, Nico inizia la sua gara ed io la mia. Primo km a 5.48, come a Verona, ci sta. Il problema sono i successivi che il Garmin mi indica a 5.16, 5.38, 5.18, 5.24… So che è eccessivo per me, mi basterebbe una media finale di 5.39, è troppo presto per spingere così, ma poi ci sarà la salita, perderò tempo, meglio portarsi avanti.

La strategia del “parto a razzo, arrivo a cazzo”, in effetti non si smentisce: affronto la salita mantenendo un buon ritmo e recuperando in discesa, salvo poi iniziare a faticare intorno al 13simo e impiantarmi del tutto al 15esimo. Le gambe si bloccano, tra l’altro su un tratto in leggera discesa, non vanno proprio più: non c’è niente da fare, oltretutto ho una sete infinita, cerco il ristoro che troverò appena dopo il 16esimo. Nel frattempo, consapevole della cazzata, rido un po’ della mia idiozia e cammino: scendo a patti, corri fino al ristoro, poi cammini.

Qua bevo tre bicchieri d’acqua, poi, all’ultimo tavolo, vedo isolato un ragazzino con sindrome di down con un’aria un po’ avvilita che ha in mano due bicchieri: li prendo entrambi, mi fermo da lui, lo ringrazio, dico che è super, che mi sta aiutando molto, che per fortuna che è lì perchè sto morendo di sete. Gli brillano gli occhi, sorride orgoglioso, mi tocca bere altri due bicchieri e siamo a circa un litro d’acqua in tre minuti, però l’ho fatto felice e anche il mio rallentare nella gara ha portato a qualcosa di buono.

Continuo con i compromessi: dopo il ristoro, corri fino alla salita del 18esimo, poi vediamo. E così fino alla fine. Naturalmente vanificando l’ottimo tempo dei primi due terzi di gara (applausi, grazie).

Avviso via whatsapp Nico, che mi aspetta intorno alle 2 ore: lui sa che, comunque, credo di poter stare entro quel tempo e che vorrei proprio riuscirci per smentire le vocine; preferisco avvisarlo, in modo da non farlo preoccupare.
Fatto ciò, mi godo il clima delle retrovie: tra quelli che, come me, considero tapascioni, inizio a vedere, oltre alla fatica condivisa, anche più sorrisi, solidarietà, quel senso di appartenenza di cui parlo spesso.
E allora, vedere uno che qualche metro più avanti a me cammina, mi fa avvicinare a lui per dirgli: “anche io non ne ho più, ricominciamo pian piano insieme?“, e così vado avanti un pezzo alla volta con sconosciuti che, seppur per poco, mi raccontano un pezzo di sè. C’è chi corre con le scarpe in mano perchè ha la schiena a pezzi e preferisce stare scalzo, c’è la ragazza che ha un piede pieno di vesciche, c’è il tapascione che non sa bene perchè sia lì, c’è quello che non ha voce per dirmi se sia messo peggio di gambe o di fiato.

Naturalmente accade anche il contrario: mi affiancano un ragazzo spagnolo, un altro che non ho ben capito che lingua parlasse, runner affaticati come me e altri che mi danno una pacca sulla schiena o un incitamento e corrono avanti. Percorro qualche metro con un uomo che poi ricomincia ad un passo troppo veloce per me in quel momento, mi dice qualcosa che suona come un “Daje”, gli grido, indietro di una ventina di metri: “è che qua voi c’avete troppe salite!!!”, si gira e, sempre corricchiando, mi risponde ridendo: “Ma voi chi? Io sono di Bologna!!”. A quel punto io rido e ribatto “E io di Milano, figurati, corro in piena Pianura Padana!”. Il siparietto deve risultare divertente ai runner intorno a noi perchè a quel punto ci sono una coppia (bellissimi entrambi, come si fa ad essere così belli e ad esserlo dopo quella faticaccia?) e altri 5 o 6 runner sparsi che iniziano a tifare per me. Rido. Meraviglioso.

L’ultimo chilometro e mezzo lo corro quasi tutto vicino ad un runner con scritto sulla maglietta “Arrivo piano, ma arrivo”. Lo raggiungo, gli dico “Anche io, eh! Arriviamo piano, ma arriviamo!”, ed è così che scolliniamo verso Ostia.

Chiudo la gara con un ultimo km a 5.22 -ma in discesa eh- e un tempo finale di 2:05:25, poco meno di 6’/km. 
Pessimo tempo per me, ma questa volta non accuso il colpo: mi urta non poter dimostrare di riuscire a stare sotto le due ore in questa gara, ma so che se l’avessi gestita meglio probabilmente sarei riuscita ad avvicinarmi all’obiettivo. Dall’altra parte, però, un weekend del genere, l’arrivo al mare, l’esperienza divertente delle retrovie, la gente che mi saluta e mi chiama per nome leggendolo sul pettorale, chi al ristoro -quando ringrazio per la cortesia e simpatia- mi regala una seconda mela, le gambe che bruciano e la medaglia che riesco a portare a Gaia e Luca, vincono sul tempo e sull’aver camminato a tratti. 

Nico è al traguardo ad aspettarmi (per inciso, ha portato a casa il suo personal best con 1:49 e spicci) e, poco dopo, al ristoro, incontriamo Franz: una delle prime cose che dico anche a loro è che è stato bellissimo sperimentare, questa volta apprezzandolo senza mortificarmi, il clima di solidarietà e di appartenenza delle retrovie. Il percorso è lo stesso, ognuno con le proprie scarpe, con la propria fisicità e con la propria motivazione, affrontiamo tutti la medesima fatica, la salita, il riscontro cronometrico, aspettiamo tutti un abbraccio all’arrivo, una faccia conosciuta, un bicchiere di tè caldo offerto con il sorriso; corriamo tutto sommato alla pari, chi si è allenato di più, chi si è ammazzato di ripetute, chi non ha mai corso oltre i 12 km in allenamento, chi ha mangiato pulito e chi si è ingozzato persino a colazione, chi soffre di gambe e chi di fiato, la meta è la stessa, non siamo in competizione tra noi (sì, certo, la gara è competitiva ma per noi delle retrovie il podio quest’anno non era certo un obiettivo), ogni incoraggiamento dato all’altro sprona anche te stesso.

Spiaggia, arriva il momento della sabbia e del mare. Qualche pazzo si tuffa velocemente, noi respiriamo sole e aria di mare, finchè la voglia di recuperare la cena mancata ha il sopravvento: un piatto di pici alla gricia è la nostra ricompensa, la nostra seconda medaglia prima di tornare a Milano. 

Il volo è in serata, abbiamo tempo per passeggiare stancamente ancora un po’ per Roma e partire con un filo di malinconia: anche questa volta è stato tutto troppo breve.
RomaOstia: adesso ti conosco, nessuna descrizione che mi hanno fatto di te corrispondeva al vero; ora so chi sei e l’anno prossimo tornerò da te e dalle tue salite. Questo era solo un giro di prova: tutto sommato il percorso non è un granchè, con quello stradone tutto dritto e senza particolari attrattive (ah sì, però il mare è vero che si vede dall’alto!), ma l’organizzazione, il clima (meteorologico e umano) perfetto, i sorrisi e la spiaggia finale meritano, ed è per questo che tornerò, adesso che so di che pasta sei fatta sarà una lotta alla pari.

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