Cangrande Half Marathon 2016: ansie da prestazione

E’ passata ormai quasi una settimana dalla mia, nostra Cangrande Half Marathon, gara non esattamente memorabile. Sono arrivata carica di aspettative, dopo il successo inatteso alla mezza di Cremona e dopo un mese di durissima tabella, con allenamenti nuovi che, per la prima volta, mi hanno provato fisicamente e mentalmente.
Il giovedì prima della gara, mentre gli Urban Runners iniziavano a partire per la maratona di Valencia, mi è subito venuta in mente una cosa che mi aveva detto Yuri: non gli sembrava normale che io stessi bene, mi divertissi e provassi soddisfazione in tabella, mentre vivessi male e non riuscissi a godermi il giorno della gara. Questa volta sentivo che qualcosa era cambiato e gliel’ho scritto:

“Non ne posso più di questa tabella di mer*a che per questo mese mi ha fatto sputare sangue!! Domani ho un lentissimo di mezz’ora e poi grazie al cielo me ne libero!!! Insomma, finalmente domenica posso correre come caz*o mi pare, anzi, come caz*o mi viene!!! Ecco, è la prima volta che mi succede, io a questo giro questa tabella di mer*a l’ho odiata. Tu un giorno mi hai detto <Io non capisco, tu la tabella la dovresti odiare!>: Yuri profeta, tabella di mer*a, cardiofrequenzimetro al rogo!”

Con questo spirito sono partita venerdì sera con Nico per Garda. Ci siamo regalati un aperitivo con un bicchiere di vino rosso e pesce di lago, una cena fuori leggera e sabato mattina siamo andati a ritirare il pacco gara. In generale, la voglia di correre la gara era a quel punto molto bassa, scherzando ci dicevamo che sarebbe stato bello goderci prima o poi un weekend senza bambini ma anche senza gare e senza impegni..! Nel pomeriggio, sentiti Fabio, Marco e Rudy, due Urban-Runners-più-uno che avrebbero corso la maratona -quella intera-, ho iniziato ad avvertire da una parte la voglia di sfidarmi, dall’altra l‘ansia da prestazione e il desiderio malsano non di correre, ma che fosse già finito tutto. In serata Nico ed io siamo usciti per una passeggiata di due ore e un quarto nel buio del lungolago deserto.. giusto per sgranchire le gambe e distrarci.

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Domenica mattina abbiamo provato ad incontrarci con gli altri per una foto collettiva, ma senza riuscirci: abbiamo visto Fabio, nella gabbia che precedeva la nostra, e abbiamo corso i primi 100 50 20metri.. va beh, siamo arrivati fino al gonfiabile della partenza ufficiale insieme, poi ciascuno ha iniziato la propria gara.

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Poco dopo la partenza mi sento chiamare da dietro “Ciao Urban Runner! Io sono una Woman In Run!”: non ci conosciamo, ma conosciamo le nostre rispettive famiglie sportive milanesi e trovo che sia bellissimo salutarsi ed incoraggiarsi, semplicemente accomunate dalla passione e dalle strade che percorriamo.

Parto forse un po’ troppo veloce, ma come per Cremona decido di non guardare il Garmin se non al termine del chilometro e di correre come mi sento; fa inaspettatamente caldo, al primo ristoro penso di togliermi la maglietta a maniche lunghe, cosa che fortunatamente non faccio, visto che poi attraverseremo campagne, nebbie in un’aria decisamente fredda. Al km 7 inizio a sentire delle fitte ai fianchi -saranno anche state fitte immaginarie, ma i dolori a sinistra mi sono durati fino a mercoledì sera- e le gambe pesanti: non girano, non riesco ad allungare neanche nei tratti in discesa. Faccio l’errore di verbalizzarlo a Nico: “Oggi non va”. Al km 10 bevo e recupero un po’, per poi iniziare a calare con gambe e testa: mi arrabbio con me stessa, guardando a posteriori i parziali in modo ingiustificato, me la prendo con la tabella, le sveglie all’alba, il mio coach, i sacrifici e gli sforzi, i soldi, l’impegno, la costanza.. tutto mi sembra vano, io non miglioro, io in gara non ce la faccio. Non-ce-la-faccio.

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Al km 13 mollo il colpo. Cammino per il tempo necessario per prendere un GU, chissà che non avvenga un miracolo. Ricomincio, rallento, accelero, Nico mi rimprovera, io me la prendo, litighiamo.
Non c’è niente da fare: di fiato sto benissimo, ne ho un sacco, corro sprecandone tantissimo in insulti, accuse e promesse a me stessa. “Basta, con la corsa ho chiuso, non ne voglio più sapere di tabelle, gare, ripetute…ripetute da nove minuti, capito? Basta!! Da domani solo yoga, anzi, pilates, anzi, zumba! Ecco, Z U M B A!”. (Nico mi confesserà poi che a quel punto gli veniva da ridere, ma temeva per la sua incolumità).

Km 16, il ristoro.
Km 17 rallento ulteriormente.
Km 18 crampi ai polpacci. “Fermati a lato strada, mettiti a terra”, “No, finiamo ‘sta caz*o di gara, chè non ne posso più!”

Finish line, traguardo, medaglia. Il tempo ufficiale è di 2:03:54, un’enormità.

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Non c’è soddisfazione, c’è delusione, c’è rabbia, ci sono per la prima volta sconforto e desiderio di mollare. Che io corra a caso o che corra in tabella, ottengo i medesimi risultati in gara; so che i miglioramenti ci sono e sono notevoli, ma se non riesco a metterli a frutto e ad allenare anche la mia testa alla competizione, tutto lo sforzo non serve a niente. Infine, se non mi diverto più neanche in allenamento, che senso ha? Penso che la vita sia sufficientemente impegnativa per poter decidere di aggiungere agli obblighi -famiglia, lavoro, figli, incombenze..- dei piaceri che siano tali.

Mi cambio e mi rivesto, poi mi posiziono sulla finish line della Maratona -quella intera. Gli arrivi sono commoventi, ogni maratoneta agli ultimi metri mi sembra alla fine di un viaggio che è molto più di una corsa, gli sguardi, la sofferenza e la gioia che quei corpi sprigionano, sono pazzeschi. Io mi sento piccola piccola, io che qualche settimana fa, un po’ per gioco un po’ sulla scia degli entusiasmi della Maratona di New York, ho sfogliato il calendario maratone dell’inverno 2017, io che non ho la testa per concludere una mezza.
Guardo il tempo sul tabellone, il primo ad arrivare è Fabio, poi Marco, infine Rudy: Nico ed io li vediamo, tifiamo per loro, scattiamo qualche foto e riusciamo a riprendere persino il video dell’arrivo, mentre loro -che pure guardano nella nostra direzione- non si accorgono di noi, sono alla fine di un viaggio impegnativo. Sono contenta di essere lì, tutti si meritano qualcuno che li aspetti all’arrivo.

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Gli abbracci finali, i sorrisi, i loro racconti.
Marco scriverà poi “Avervi visto tutti all’arrivo era come essere a casa”: di nuovo, pur provando a ridimensionare delusioni e gioie di una gara, ogni volta mi rendo conto che c’è dell’altro. Non è mai solo una corsa, non è mai solo una delusione o un personal best, è sempre un forte senso di appartenenza, una condivisione di emozioni e sensazioni fisiche che solo chi vive la preparazione e l’evento può capire, è qualcosa a cui non voglio rinunciare.

Categorie: Sport

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