Mezza del Naviglio: fotografi distratti, teste che non girano, amici, traguardi e cose importanti.

Archiviata Padova e passati i primi momenti in cui avevo pensato che non avrei più voluto per un po’ sentir parlare di corsa, tabelle, lunghi, gare, mezze maratone, naturalmente, il lunedì dopo la gara mi sono iscritta -con l’idea che sarebbe stata l’ultima della stagione- alla Mezza Maratona del Naviglio, Da Cernusco a New York: una corsa a casa mia, sulla Martesana, di cui per un bel tratto conosco le buche, le radici che sollevano l’asfalto, i tratti all’ombra, e la fauna; una corsa a cui l’anno scorso ero iscritta per poi rinunciare perchè infortunata: ero però andata all’arrivo con Gaia ad aspettare Yuri.

Yuri: l’ho conosciuto per caso in un gruppo su Facebook quando, due estati fa, postando le corse estive, abbiamo scoperto di correre sullo stesso lungomare di Montesilvano-Pescara. In quell’agosto non ci siamo mai incontrati perché lui usciva all’alba, ma io prima e, per altro, lui correva più velocemente e più a lungo di me. Ci siamo conosciuti dal vivo a settembre 2014 in una delle mie prime volte con gli Urban Runners. Da lì in avanti, in questi quasi due anni, ho sempre detto che avrei voluto avere uno Yuri nel taschino, per attingerne la positività e il sorriso ogni volta che a me fossero mancati. Dal taschino, poi, Yuri è finito nel cuore e, in un certo senso sì, me lo porto dietro all’occorrenza.

E’ proprio lui che ha scelto di correre con me e per me la mia mezza del Naviglio, con l’intento di farmi riappacificare con la distanza che sia a Milano che a Padova mi ha mandato in crisi troppo presto, di farmi divertire e, se possibile, alla fine, di farmi anche raggiungere l’obiettivo per il quale mi sto allenando con costanza da tre mesi. 1:59:59, il tempo finale di gara.

Sono arrivata alla gara carica come una molla, sentendomi in perfetta forma fisica, con un ultimo mese di tabella decisamente tosto, portato a termine allenamento dopo allenamento, ripetute, fartlek, lunghi; i battiti notevolmente abbassati, i ritmi di conseguenza più sostenuti, non un dolore in corpo. Nei giorni precedenti ero gasatissima, non vedevo l’ora di correre e convinta che avrei raggiunto i miei obiettivi, tutti.
Naturalmente non è mancata una certa ansia, un decalogo semi-serio per Yuri (tra cui: 2- Non pronunciare velocità / medie / statistiche invano; 3- ricordati di (farmi) santificare i ristori; 5- non uccidere (me); 10- scatta selfie, fai video, chiacchiera, ridi..), poi le sue rassicurazioni “penso a tutto io”, e la convinzione che io avrei messo gambe e fiato, e lui avrebbe tenuto a bada la mia testa. Avrei affidato a lui anche il mio Garmin, che tutti identificano come mia fonte di ansia in gara. “Ci sono”, mi dicevo, “ci sei”, mi sentivo dire da Alessandro e gli altri.

Ci siamo messi d’accordo. Le mie richieste base sono state solo due: i primi 3 km a non meno di 6’/km e rispondermi, qualora glielo avessi chiesto, un rassicurante “5’50″”, qualunque fosse stato il nostro passo.

Domenica mattina, partenza anticipata dalle 9.30 alle 9, meglio ancora: abituata a correre prima dell’alba, meno aspetto meglio è; inoltre, con il sole e il caldo della giornata avremmo evitato una mezz’ora bollente. Alla partenza, incontri con altri Urban Runners, sorrisi, foto.

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Si parte, ce la prendiamo comoda, stiamo in fondo: i primi 3 km so che dovremmo farli tranquilli, quindi inizio a chiacchierare, ho giusto un paio di argomenti che conservo da tempo. Finisce il terzo km e chiarisco che da quel momento starò zitta, o corro, o parlo: il quarto km sarà quello più veloce (il mio Garmin darà 5.30, il suo Tom Tom 5.34), poi si continua con sole in fronte e sterrato. A Cassina De’ Pecchi si unisce a noi Ana, detta amichevolmente Frecciarossa: sapevo che sarebbe stata lì per accompagnarci per qualche chilometro. Mi chiede come vada, rispondo più o meno a gesti, mi sembra di andare ad un ritmo decisamente sostenuto, conservo il poco fiato. Yuri è perfetto, ho Ana avanti di un passo e lui dietro di un passo. Intorno al km 7, o 8, inizio a pensare di non farcela: rallento, mi rincuorano dicendo che lo sterrato dovrebbe finire a breve e che poi si passerà dall’altro lato della Martesana, dove c’è ombra, mi chiamano perchè mi affianchi a loro, un metro più avanti. Chiedo quale sia il passo, Yuri mi risponde 5’50”, ma non so se sia vero o se sia la risposta che mi doveva come da patti: nel dubbio, non gli credo e aumento il mio stress, convinta di andare al di sopra delle mie possibilità. Nella mia testa non è il caldo, è il fiato che sembra mancare e il pensiero che, accidenti, ero convinta di tenere il ritmo ma evidentemente non ce la farò. So anche che ragionare così a nemmeno metà gara è un’assurdità. Al km 9 il primo ristoro, cammino, bevo, cammino, bevo: finchè bevo sono autorizzata a camminare; sul ponte ricominciamo.

Si cambia lato, un chilometro ancora, non ce la faccio, lo dico anche ad alta voce. Ascolto lo scambio di battute di Ana e Yuri, vorrei intervenire nei discorsi, sto partecipando silente, ma -da quello che mi hanno detto dopo la gara- non comunico neanche con lo sguardo che pare solo incazzato. Vorrei dire ad Ana che adoro gli involtini di riso e foglie di vite, ma che quelle che vuole raccogliere in Martesana sono foglie di platano: seguo le risposte di Yuri, a cui manca un pezzo del discorso.. mi annoto tutti gli argomenti di cui dovrò dire la mia a fine corsa. Scherzando, prima della gara, avevo detto a Yuri che avrei comunicato con i pollici: pollice in su = tutto ok / sono d’accordo, pollice in giù = va male / non sono d’accordo, pugno chiuso = non riesco neanche a muovere il pollice. Comunico così, Yuri ci scherza, lo apprezzo, ma continuo a non parlare. Faccio fatica, le gambe girano bene, senza che neanche le senta, ma il fiato non mi basta e ho male al fianco sinistro; vado a singhiozzo, ad un certo punto sento l’applicazione Nike di un runner dietro di me che informa che il passo medio è di 6.25 al km.

“Yuri, è uno scherzo, vero?”
“Che cosa?”
“Il passo che ha detto l’app”
“Eh, non so, cosa hai sentito?”
“6.25!!!”
Vedo il suo orologio, 6.17. Fanculo.

E’ lì che, a metà gara, mi dico che sto andando peggio che mai, che neanche nei lipidici, mi fermo e cammino. Ana e Yuri mi spronano, finchè verbalizzo che no, non mi sto divertendo: ormai la gara è in vacca, adesso cammino, decido che si rinuncia ad uno degli obiettivi e si finisce come viene cercando di nuovo di divertirsi.

Da quel momento sarà tutto un andare a singhiozzo fino al 13esimo: alle variabili si aggiunge il colpo di sonno che mi prende spesso e che avevo già avvertito prima del settimo. Yuri non ci crede, ci ride, vorrei dirgli che mi era già successo e ne avevo parlato anche con Rudy, glielo dirò poi. Come fa a venire sonno mentre si corre? Non lo so, ma a me ogni tanto succede.
Non ci fossero i bambini ad aspettarmi al traguardo -e poi mi dico: anche Yuri, ingrata, che è qui per te!-, stavolta vorrei ritirarmi.

Bevo e cammino al 13esimo, poi riprendo e passo il maledetto km 15 con un buon ritmo: là dove pensavo che avrei avuto la solita crisi, al cartello in cui negli ultimi allenamenti immaginavo di sorridere per aver vinto la maledizione del 15esimo, sono passata, pur di buon passo, ma avendo già mollato da un pezzo, inaspettatamente. Più o meno da quelle parti, credo, ecco che Yuri mi avvisa che c’è finalmente un fotografo: ce ne fossero di più, per la mia vanità forse correrei meglio. “Dove?!” – “Là!”. Sorrido bella fresca e in quel momento, nella direzione opposta arrivano tre biciclette, che si inseriscono tra me e il fotografo. Mentre Ana si rotola dalle risate, trovo la forza per sorridere e allo stesso tempo gridare “Ma no, cazzo, le bici adesso nooo!!”

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Yuri intanto, eccezionale, con la sua spontaneità, è uno spettacolo: saluta tutti coloro che lo chiamano -mi dirà poi che molti conoscono lui, ma che lui non conosce tutti-, rallenta per guardare bambini che danno da mangiare alle anatre come se non avesse mai visto scene del genere, ma soprattutto ringrazia ripetutamente e augura buona giornata ai vigili e allo staff che blocca le auto al nostro passaggio: “grazie eh, grazie, grazie, buona giornata, grazie”. Mi viene troppo da dirgli qualcosa e da ridere, non riesco a farlo in modo evidente, ma in cuor mio assolutamente sì. “Mi dicono che, se smettessi di salutare tutti, di chiacchierare, di cazzeggiare, di badare a fotografi etc, probabilmente migliorerei di molto i miei tempi”. Pollice in su.

Ristoro del 16esimo, poi si arriva al 18esimo, un po’ correndo, un po’ camminando.
Dopo aver fatto presente qualche km prima che i rumori sentiti erano gracidii di rane, trovo il fiato per emettere un “conigli!”: avverto dello scetticismo in Yuri, e riesco anche a farglieli vedere. Finalmente, un altro testimone dei miei compagni di corse all’alba.

Un uomo dello staff riconosce un conoscente runner appena dietro di noi e gli fa presente, quasi come per sfotterlo, che ormai finirà oltre le due ore; Yuri mi guarda, ridacchiamo..eh, lo so!! Voglio correre gli ultimi 3 km senza fermarmi, dico anche a Yuri che non mi fermerò al ristoro del 20esimo, ma in realtà sono spompatissima. Gli ultimi 2 km non finiscono mai, dove penso che ci sia finalmente l’ingresso in pista, si aggiungono un altro centinaio di metri, poi si arriva.

Entro in pista, prima di tutto cerco fotografo e bambini: non mi importa come sia andata la gara, sono arrivata con Yuri, anzi, Yuri mi ha portato e il suo gesto di amicizia adesso conta più del resto, nelle foto ci sarò e con il sorriso; poi Gaia e Luca, che prima di uscire, dopo avermi già salutato, hanno aggiunto gridando un “Vai mammaaa, sei forteee!” -“sìììì, sei forteeee!”, da farmi tornare indietro e sbaciucchiarli: stavolta Gaia mi aveva detto che non avrebbe voluto correre gli ultimi metri, ma avrebbe preferito aspettarmi all’arrivo e così anche Luca, che mai prima d’ora aveva corso con me. Li cerco da lontano nel prato all’interno della pista, ma poi li vedo sul lato esterno prima del traguardo: mi sbraccio, si bracciano, quando arrivo grido loro di venire con me e sì, sono lì apposta. Ci prendiamo per mano, rallentiamo al passo di Luca, poi Gaia scatta avanti, Yuri ed io tagliamo il traguardo insieme a loro. Luca è al settimo cielo, “abbiamo vinto!!!”.

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Sul tabellone leggo 2:12 e qualcosa (che saranno 2:11 e qualcosa per me): sapevo che era andata male, ma non pensavo così tanto, penso subito che sto accumulando minuti di gara in gara, invece che ridurli. Yuri mi fa presente che ci sono trenta gradi e che almeno 5 minuti in totale li avremo camminati: per me sono scuse, quello che conta è che le gambe c’erano e la testa no. Penso che dovrò allenarmi di più su quello, capire che cosa mi blocchi, rilassare le ansie da prestazione (ma, del resto, in gara corro anche per migliorarmi e avere tempi ufficiali, i risultati è lì che me li aspetto, non in allenamento da sola): meno ripetute sfiancanti, più esercizi per la testa.

Di delusione ce n’è, ma senza lo sconforto e la rabbia che ho vissuto dopo Padova: so dove devo lavorare, l’arrivo è stato meraviglioso, e ho voglia di rivincita che intendo conquistarmi con un’estate di allenamenti sereni, tra Milano, Garda e la Puglia.

In tutto questo, ancora una volta, mi rendo conto di quanto sono fortunata e che, restando valido tutto quanto scritto fino a due righe fa, forse le cose Importanti sono altre: sono l’avere un marito che mi sostiene e mi accompagna sempre, che crede in me e sopporta i miei nervosismi; avere due bambini pieni di entusiasmo, per i quali sono sempre la migliore (anche se Gaia continua a suggerirmi di partire avanti, altrimenti “se parti in fondo arriverai sempre dietro a tutti) e per i quali traguardo e medaglia significano già avere vinto; avere amici e compagni di squadra che mi accompagnano, che un po’ mi prendono in giro, che mi incoraggiano, che -dopo la gara, quando mi chiedono di raccontare quali siano state le criticità e provano a darmi spunti per aiutarmi e io rispondo che “mi spiace, devo cavarmela da sola, adesso sto diventando pesante”- mi dicono di smetterla di pensare che io sia una lagna, e che sono un’amica.

In tutto questo, Luca ancora stamattina diceva che avrebbe raccontato in asilo che ieri abbiamo e ha vinto la gara: in un certo senso è così, ogni volta che al traguardo trovo qualcuno che mi aspetta, qualcuno che chieda di me in una chat di gruppo, qualcuno da abbracciare, qualcuno con cui tornare a casa, qualcuno che mi telefoni, qualcuno che si interessi a me..sì, ogni volta è una vittoria. EUUUUIIIIUUUAAAA!!!

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Categorie: Sport

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1 commento

  • Tiziana

    Sei stata bravissima lo stesso!! Domenica faceva davvero caldo!!! Che bello dev’essere vedere i tuoi bimbi che ti aspettano al traguardo: per loro sei una eroina e questo è quel che conta!!! PS: io sono di origini abruzzesi e ho passato le mie estati a Montesilvano (oltre ad aver vissuto a Pescara per qualche anno dopo la laurea prima di trasferirmi a Milano)! Un bacio

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