Stramilano 2016: perchè la corsa è uno sport di squadra.

C’era tutto: la conferma di poter portare a termine una mezza avuta a Verona, la nuova tabella che ho seguito quasi alla lettera con levatacce alle 5 del mattino per ottimizzare i tempi (e no, le ripetute a quell’ora, con freddo e pioggia, non le consiglio a nessuno), la sensazione di poter mantenere per 21 km un ritmo medio di 5’50” min/km, la possibilità -su cui qualcuno aveva anche scommesso una pizza- che riuscissi a chiudere la gara in 1:59:59, insomma, sotto le due ore, con un ritmo medio di 5’40” min/km.

Era pronta anche la tifoseria, questa volta ben organizzata strategicamente: mamma al km 8, Nico e bambini intorno al km 12, Annalisa al km 15, Fra al km 18 e all’arrivo gli altri amici e la squadra.

Infine, anche fisicamente tutti i pezzi erano al loro posto: bandellette, tendini, tibie…

Insomma, era tutto perfetto -ed è stato tutto perfetto ciò che è stato pianificato e controllato-, ma io ho sbagliato tutto. Trascinata dall’onda in partenza, ho corso la prima metà gara troppo al di sopra dei miei ritmi sostenibili e mi sono ritrovata per i primi 10 km con una media di 5’35” min/km. Ovviamente, poi, il tracollo.
Parto da sola, convinta di andare piano, con il Garmin impazzito che mi segna una frequenza cardiaca di 220 bpm (che neanche le ripetute a 4’45” min/km alle cinque del mattino) e le gambe che girano bene: quando il gruppo degli Urban Runners con obiettivo 1:59 mi affianca, provo a seguirli e a stare con loro, e ho anche fiato per qualche battuta. Poco dopo, ecco che incontro altre facce amiche, con maglia Red Snakes, sguardi, strette di mano, sorrisi, qualche parola di incoraggiamento: Silvia mi chiede come vada, le dico che mi sento bene, mi fa presente che in quel momento sono a 5’20”, le rispondo che sì, mi rendo conto che devo rallentare. Mi incoraggia, mi incoraggiano, sorrido, parlocchio, non sono in affanno, posso farcela.

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Arrivo in porta Venezia, cerco mia mamma: accidenti, le ho detto di mettersi a destra, speriamo di esserci capite, qua non ci si incontra..ed invece, in curva, eccola che mi chiama e rispondo! Uno scambio di sorrisi, lei che cerca qualcosa da gridarmi e opta per un perentorio “Respira!”, con cipiglio materno. Intanto gli amici vanno avanti, meglio così, con loro avrei ansie da prestazione e mi sentirei una zavorra. Arrivo al decimo chilometro in 56 minuti, perfetto, anzi, troppo! Mi fermo al ristoro e riparto, iniziando a sentire le gambe pesanti.

Prossimo obiettivo: raggiungere Nico e i bambini, non posso rallentare eccessivamente prima di incontrarli, devono vedermi scattante e in forze, altrimenti che figura faccio con loro che sanno che sono una supereroina? Spero di incontrarli, nel punto dello scorso anno non ci sono, va bene che avevo suggerito di mettersi un po’ oltre, ma ho paura di non incrociarli; e poi, si ricorderanno che ho detto di tenere la destra anche a loro? Tutti i tifosi con giacca chiara a bordo strada mi sembrano Nico, tutti i bambini potenzialmente sono i miei. Finalmente, circa al tredicesimo chilometro li vedo, mi vedono anche loro e mi chiamano! Sono felice, mi dimentico per un attimo della fatica, mi sbraccio, corro loro incontro e scambio un cinque con Gaia e una cosa simile con Luca. Nico ha le mani occupate, scatta la foto: povero papà, a cui forse non do troppa soddisfazione, concentrata come sono sui bambini.

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Bene, anzi, non va bene per niente, devo rallentare: le gambe iniziano a non girare, rischio di non arrivare alla fine. Maledetti 14esimo e 15esimo chilometro che l’anno scorso hanno segnato la mia resa: anche quest’anno sono un punto critico; non posso però farmi vedere da Annalisa mentre arranco, quindi mi dico di tenere duro fino al ristoro e poi si vedrà. A proposito, sarò in orario con i tempi che le avevo detto? Va bene, passo sotto casa sua, ma chissà se sarà lì, con il suo bimbo piccolo, di domenica, all’ora di pranzo.. E all’improvviso, ecco anche lei: la chiamo con anticipo, ho davanti a me qualche altro runner, voglio che mi veda. Al secondo “Anna!!” mi vede, scambio rapido di sorrisi, mi scatta una foto, continuo.

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Dopo poco vedo il ristoro, quello dopo il quale l’anno scorso ho camminato: rallenta ma non mollare, rallenta ma non mollare, non dargliela vinta, maledetta Stramilano. Mi fermo al ristoro, sali, bottiglietta d’acqua; mentre cammino quei pochi metri che mi consentono di bere, ecco che vedo Alessandro. Non ci credo, è già lì?! Ma è lì per me?! Vedo male da lontano, ma mi è molto chiaro che mi sta mimando -e forse anche sillabando- un “ma allora, ma che cazzo stai facendo?!”. Mi si affianca, chiede come vada, male, gli rispondo. Non ricordo bene se gli abbia detto che ho tirato troppo e ora non ho fiato, o se l’ha capito da solo; so che in quei chilometri ho pensato di dirgli mille cose, spiegargli, lamentarmi, ringraziarlo, liberarlo dall’accompagnarmi chè mica deve farlo per forza, chiedergli della sua gara, arrabbiarmi, ma credo di aver solo annuito e borbottato qualche lamentela. Mi sprona, io rallento; mi dice che mi accompagnerà fino all’arrivo, di respirare, di concentrarmi e piantarla di guardare l’orologio, che anche la sua gara è andata male, ma quel che conta ormai è arrivare. Ascolto e faccio mie le parole, anche se, in cambio, grugnisco delusa e, probabilmente, senza mostrargli troppa gratitudine. Sono contenta di non chiudere la gara da sola e di non chiuderla con qualcuno che ha il mio stesso obiettivo, ma di chiuderla con qualcuno che la sta correndo con me per me.

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Intanto siamo in una zona della città che non conosco, so che Francesca dovrebbe essere dalle parti di piazza nonmiricordocomesichiama, provo a leggere i nomi delle vie ma senza occhiali non vedo niente. Di nuovo, quando ormai non ci speravo più, eccola al suo posto, dove aveva detto che sarebbe stata.

18esimo chilometro, Dai che siamo quasi in Sempione.
Ma dove accidenti siamo?!
Sempione, rivedo l’anno scorso in cui in quegli ultimi chilometri ho alternato camminata a tratti a 5’50”, i fotografi e i podisti da Marte in curva, i ristori vuoti al mio passaggio, il vuoto davanti a me, il vuoto dietro di me. Quest’anno non sono sola, ai ristori c’è gente e materiale, mancano fotografi e podisti da marte in curva, ma io non cammino: vado a scatti, senza trovare un ritmo coerente, ma non mi fermo.

Due chilometri che paiono infiniti, l’Arena che vedo da lontano, l’ultimo giro: sento che adesso le gambe trovano un po’ di forza residua, non molta, ma quella sufficiente per accelerare un minimo e mettere fine alla fatica. Stiamo per entrare in Arena, Ale è lì con me, mi propone di allungare gli ultimi metri, ma io non ne ho proprio, non ce la faccio, le gambe non girano: mi sembra di lagnarmi e tirarmi indietro, ma davvero le gambe non rispondono più.

L’ingresso in arena e la pista, subito ci fanno spostare in quinta e sesta corsia: un ragazzo si è sentito male a pochi metri dal traguardo e l’ambulanza è lì per lui (scopriremo solo il giorno dopo che Fabio, 29 anni, non ce l’ha fatta e questa rimarrà un’ombra terribile su questa Stramilano).
L’ultimo imprevisto: dove saranno Nico e i bambini, ci vedremo? Non so dove cercarli, mi trovano loro, mi chiamano e, non ricordo bene come, Gaia corre in pista con me, nemmeno il tempo di dire qualcosa ad Alessandro, si scambiano i ruoli e taglio il traguardo con mia figlia, mano nella mano.

All’arrivo sono tutti lì, notano il mio sorriso, io in realtà sono un po’ delusa e decisamente stremata.
“Non ce l’ho fatta”
“Ce l’hai fatta, Vale, hai il sorriso”.

2:06, pochi secondi meno di Verona, circa 3 minuti in più di quanto, secondo me, fosse nelle mie capacità attuali.

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Ho il sorriso, però, e questo è vero. E’ stato tutto perfetto e non sarò mai sufficientemente grata a tutti coloro che hanno speso una parola di incoraggiamento, un abbraccio, una presa in giro affettuosa per me, un grido per chiamarmi mentre correvo; non sarò mai abbastanza riconoscente ad Alessandro dal cuore grande, che ha dovuto mollare la sua gara e poi ha corso con me, per essersi sorbito le mie arrabbiature, per essersi tirato indietro a pochi metri dall’arrivo e aver fatto spazio ad un’altra persona senza che io mi rendessi conto, Ale che, ingiustamente, non si è sentito chiedere fino alla fine “ma a te come è andata? come stai?”, solo perchè ho dato per scontato che ad un top fosse andata necessariamente bene, e perchè troppo concentrata su me stessa. Ale, scusa e grazie, grazie e scusa, con il cuore.

Infine, ma cosa più importante, il mio grazie più grande va anche questa volta a Nico e ai bambini, per esserci stati prima, durante e dopo, per aver avuto pazienza, per avermi festeggiato, per avermi sostenuto questa volta e sostenermi sempre, nelle mie giornate di buona e in quelle in cui faccio casino.

La Stramilano l’ho chiusa con il sorriso: il tempo conta, se così non fosse non seguirei tabelle di allenamento, ma non è nulla in confronto a quanto ho ricevuto in affetto, presenza e sostegno da questa gara. Grazie a tutti, di cuore.

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Categorie: Sport

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2 commenti

  • Tiziana

    Sei stata bravissima !!! E sono convinta che già figlia sarà stata super orgogliosa di tagliare il traguardo con la sua mamma!!! I vostri sorrisi dicono tutto! Brava!

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