La Mia Prima Vera Mezza Maratona: la prima tappa di un viaggio iniziato a luglio.

Oggi qualcuno mi ha chiesto da quanto tempo io corra e oggi ho capito che, sebbene avessi creduto di aver cominciato nell’estate del 2014, in realtà ho iniziato a farlo solo a luglio scorso. La Nuova Me di cui parlavo qui ha tenuto duro e sembra stia vincendo su quella che sono stata prima. Che cosa è successo?

E’ successo che ho preso coscienza di essermi maltrattata, di aver corso stressandomi, cercando di raggiungere obiettivi senza una strategia logica e graduale, di aver anche fatto delle scelte che non erano le mie, ma proposte di altri. Mi sono fatta male davvero, sono stata ferma circa tre mesi e a quel punto ho ricominciato da capo.

A luglio ho iniziato a correre. Dodici minuti alla volta, due volte a settimana. Poi quindici minuti. Poi 3 chilometri. E dopo un mese e mezzo ho aggiunto un chilometro alla volta ogni due settimane circa. Il parametro di riferimento è stata la mia frequenza cardiaca che mostrava chiaramente quanto fossi fuori forma.
A inizio ottobre ho corso i miei di nuovi primi dieci lenti chilometri.
Poi sono tornata a correre tre volte a settimana; a novembre ho iniziato allenamenti specifici, ripetute, progressivi, fartlek; a inizio dicembre, con criterio e ascoltandomi, ho ripreso a correre anche quattro volte a settimana.
Con l’anno nuovo sono iniziati i lunghi del sabato mattina.

Ieri ho corso la mia prima e vera mezza maratona.
Mia: l’ho scelta io, l’ho desiderata e attesa io, ho cercato di prepararmi, l’ho corsa per me e basta.
Prima e vera: la Stramilano 2015, da infortunata, con ansie da prestazione, corsa in compagnia e non sull’ascolto di me stessa, era andata male. Nessuna soddisfazione all’arrendermi e al camminare per oltre un chilometro, nessuna gioia all’arrivo, solo il sollievo che fosse finita.

Ieri ho corso la mia prima e vera mezza maratona. Me la sono goduta tutta e sono sana e integra.
Ieri sono arrivata alla prima tappa del viaggio che ho iniziato, quello del volermi più bene, della ricerca di una pazienza che non ho come dote innata, dell’accettare che le cose accadano al momento giusto.
Il viaggio l’ho iniziato e lo proseguo da sola, ma per fortuna lungo la strada incontro persone che mi ricordano le mie motivazioni, che mi spronano, che mi fanno raddrizzare la rotta, che mi supportano e mi sopportano, che credono in me e che, anche se magari non sempre convinte, mi ricordano che io ce la posso fare. Anzi, che io ce la faccio.

Verona, Gensan Giulietta&Romeo Half Marathon 2016.
L’anno scorso era stata una staffetta bellissima, Nico ed io ci eravamo scambiati un bacio e un chip a metà gara, per ritrovarci all’arrivo in Arena. Quest’anno ho prestato il marito ad un’amica: Nico ha corso con me i primi 10 km, poi ha passato il chip -ma niente bacio- a Giorgia.

Sono arrivata alla gara serena, tranquilla, con l’unica preoccupazione per la pioggia:  corro in Lapponia, corro alle cinque del mattino, corro a mezzogiorno ad agosto, ma “tre cose detesto quando corro: la pioggia, il fango, le salite”Nessuna agitazione, sapevo che per me sarebbe stata la prova del nove, la rivincita, ma non mi ero data altro obiettivo se non il traguardo, con l’aggiunta -di minore importanza- dell’aspettativa di chiudere la corsa entro le 2:10:00. Mi sentivo in forma, con la consapevolezza di aver fatto le cose per bene, di essermi allenata con impegno e di non avere infortuni di sorta. Non volevo che finisse il tutto, volevo che iniziasse!
Sono stata indecisa a lungo se correre metà gara con Nico o da sola: volevo che fosse una gara mia, in cui fossi io a determinare il mio ritmo, i rallentamenti eventuali, senza farmi tirare e senza dover spiegare la mia andatura, ma allo stesso tempo mi sarebbe piaciuto condividere metà strada insieme, quella più facile, poi me la sarei cavata da sola, ma a quel punto già a metà percorso. Nico è stato perfetto: “se vedi che la mia presenza ti disturba, dimmelo e mi faccio da parte”.

In griglia, sotto la pioggia, sono partita da sola con lui: coperti da sacchi gialli e con un ombrello scassato abbandonato poi a bordo strada, eravamo silenziosi e tranquilli. Non sono agitata, non provo niente, voglio correre e basta. Iniziamo troppo veloci per superare il tappo del primo chilometro e mezzo, poi trovo un ritmo e, senza troppo guardare il Garmin, corro assecondando fiato e gambe. Nico ha il compito di segnalarmi i fotografi, chè vorrei sorridere a dimostrazione che me la sto godendo tutta! Non mi accorgo quasi di quelle che l’anno scorso mi sono sembrate salite continue, in un attimo siamo al ristoro del quinto chilometro, che evito, e poco dopo è già ora di salutarci per il suo cambio staffetta. Riuscirà a seguirmi per il resto della gara con il Live Track del mio Garmin.

Al ristoro del decimo chilometro bevo acqua e tè caldo, perdo (o mi prendo) in tutto circa trenta secondi, ma mi ripeto che il mio obiettivo è arrivare alla fine, sana e felice, e che voglio fare le cose per bene. Fino al quattordicesimo chilometro il tragitto lo conosco, è lo stesso del primo giro, solo che i fotografi si sono spostati e io sorrido ai pali. Quindicesimo chilometro secondo ristoro, acqua e sali minerali: ancora qualche secondo, ma voglio idratarmi e conservare le energie. La mia testa si accorge che il peggio è passato: se di solito si inceppa tra il quattordicesimo e il quindicesimo, ormai siamo alla fine del sedicesimo. Basta arrivare al diciottesimo ed è fatta.
Al diciottesimo guardo l’ora, sono in obiettivo, rallento perchè Ale mi ha detto che, una volta tagliato il traguardo, avrebbe provato a tornare indietro a recuperarmi per poi tirarmi per gli ultimi chilometri: so che potrebbe farmi spingere, devo averne le possibilità (alla fine non riusciremo ad incontrarci, ma so che è tornato indietro a cercarmi, ed è come fosse stato vicino a me). Ristoro del diciannovesimo, lo evito, manca poco: ad un certo punto sento un uomo che indica ad un amico “guardalo, guardalo, guarda cosa c’è, guardalo là come è bello!”, e alla vista del cartello del km 20 so di avercela fatta. Ultimo chilometro, una salita che pare infinita e pesantissima, poi l’attraversamento dell’Arena, l’uscita sulla rampa ripida, la gente davanti a me si inchioda, grido un “dai, forzaaa” che suona come un “almeno non state in mezzo, chè io devo arrivare”, ultimo rettilineo che corro con tutte le forze che scopro di avere ancora. Tengo la sinistra, da quella parte davanti a me non c’è nessuno, vorrei una bella fotografia del mio traguardo.

Ce l’ho fatta, guardo il Garmin: 21,400 km, 2:06:57. Ce l’ho fatta. L’ho corsa tutta, sulle mie gambe, con la mia testa, con la mia fatica, con la mia gioia. Sono felice, sono integra. Ho gli occhi lucidi, mi sono presa la mia rivincita, questo sarà il mio inizio: posso farcela, posso continuare, posso migliorare ogni giorno e voglio farlo perchè mi fa stare bene.

Nico è lì che mi aspetta sorridente, mi scatta un paio di foto, è felice per me; sono zuppa, ho corso per due ore sotto la pioggia, mi cambio completamente all’aperto, festeggio con Nico e poi insieme con gli amici. Mi arrivano messaggi di chi mi ha seguito in diretta, gli amici conoscono il mio tempo ufficiale prima di me, è bellissimo condividere il successo e la gioia con qualcuno che conosce quanto io abbia coltivato questo desiderio, quanto l’abbia atteso e quanto l’abbia sudato.

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Sono felice, soddisfatta, ho un nuovo punto di partenza: quale sarà la prossima tappa?

Categorie: Sport

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