Corsa della speranza, Kids Run:
Gaia per beneficenza

Chiariamo subito che, da persona razionale quale sono, cerco (ci provo) in modo molto attento di non proiettare sui miei figli quelli che sono i miei desideri o le mie occasioni mancate, facendo in modo, il più possibile e nei limiti della loro età, di dar loro occasione di scelta, o di decidere io per loro tenendo però conto delle loro aspirazioni o attitudini.

Ecco che, invece di mandare Gaia a tre anni in Pro Patria ad un corso di ginnastica artistica, con la speranza che ripercorresse le ombre materne e possibilmente le superasse (arrivando magari all’agonismo, cosa che rimpiango di non aver fatto), l’ho iscritta ad un corso di gioco-teatro, intravedendo io per lei un’ottima opportunità di crescita personale e divertimento, nonchè possibilità di espressione in modalità nuove e, allo stesso tempo, occasione per mettere in gioco alcune sue caratteristiche vincenti.

Tuttavia, allo stesso modo, è naturale (e ovvio) che i bambini -e spesso anche gli adulti nei confronti delle persone che stimano o invidiano- tendano ad emulare gli esempi che hanno in famiglia. Così, dopo che da un anno Gaia assiste alle mie corse, allenamenti o garette, fa il tifo e si emoziona con me, e dopo che sono mesi che ha iniziato a chiedere quando potremo correre insieme, ecco che ha debuttato nella sua prima corsa.

Corsa, non gara: è un altro tema su cui insisto molto. Il messaggio che le trasmetto esplicitamente -e che credo di trasmetterle con l’esempio- è che sì, nelle gare ci sono i vincitori che arrivano per primi e salgono sul podio, ma in realtà, sia nelle gare che in tutte le corse (che nella vita), vincono tutti coloro che non mollano, che non si fermano e che arrivano alla fine. Ogni mio allenamento è, in un certo senso, gara; quella di ieri l’avremmo vinta insieme perchè saremmo arrivate al traguardo e anche felici.

Di nuovo, abbiamo chiesto a lei se volesse correre e come volesse farlo, se da sola, con me, con il papà; le abbiamo raccontato che il percorso sarebbe stato nei giardini di Porta Venezia, che conosce molto bene grazie ai venerdì con la nonna, e solo dopo la sua conferma entusiasta l’abbiamo iscritta. A quel punto le abbiamo anche raccontato come si chiama la corsa e perchè.

La corsa della speranza: si tratta di una corsa di beneficenza per la lotta contro il cancro e quest’anno il ricavato è stato devoluto a Dynamo Camp, “il primo Camp di Terapia Ricreativa in Italia che accoglie per periodi di vacanza e svago bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni, affetti da patologie gravi e croniche, principalmente oncoematologiche, neurologiche e diabete”. L’anno scorso Nico ed io abbiamo corso quella dedicata agli adulti, quest’anno, non potendoci essere, Gaia ha corso al posto nostro.

Alle quattro del mattino di ieri si è precipitata nel lettone con un esagitato “Mamma, oggi c’è la corsa dei bambini!”.
Prima di colazione, invece, all’improvviso è scattata in piedi con un “Mamma, ma dov’è il mio pacco gara?!”, preoccupata di non avere la sua maglietta e il suo primo vero pettorale. Deciso l’outfit, la mattinata è trascorsa come se nulla fosse.

Nel pomeriggio è subentrata invece la paura di arrivare in ritardo, che gli altri partissero senza di lei: mentre noi due ci dirigevamo in metropolitana ad acquistare i biglietti e gli uomini rimanevano indietro, un po’ infastidita mi ha anche chiesto “Ma mamma, ma perchè hai sposato proprio papà?!”. Arrivate al parco, abbiamo ritirato anche un pettorale personalizzato con il suo nome: “Mamma, me lo spilli tu? Ma attenta a non pungerti!” (“me lo spilli”?!)  ha fatto riscaldamento insieme agli altri bambini e ha poi confermato di voler correre con me.

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Dopo aver battuto “un cinque” al papà, al suono del fischietto siamo partite per la sua prima corsa di 600 metri: “Gaia, guarda che la strada è lunga, mi raccomando, andiamo con calma così non ci fermiamo per la stanchezza”. I suoi primi 100 metri hanno dato filo da torcere a me, ai miei occhi lucidi e alle mie Converse-perchè-tanto-cosa-vuoi-che-sia?. L’ho vista felice, correva avanti e si girava per farmi la linguaccia, poi rallentava con il fiatone, poi scattava di nuovo: “Gaia, siamo solo a metà, non spingere”, “Scusa mamma, non volevo farti male”, “No, ma non mi hai fatto male..ah! Per ‘spingere’ intendevo..va beh!”.

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Traguardo, felici entrambe, missione compiuta.
“Allora, lo rifacciamo un giorno?”
“Sìììì!! Dai, rifacciamolo adesso, ricominciamo il giro!”

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Gli uomini hanno tifato, al termine della corsa Luca si è precipitato ad abbracciare la sorella e poi le pesti hanno diviso il ricco ristoro: per Luca panino con prosciutto e formaggio, per Gaia panino con cioccolato, un ChupaChups per uno, una barretta Kellogg’s, per la mamma un tartufo bianco ed uno al cioccolato, da portare a casa una lattina di Fanta, una mela, dei biscotti e una tavoletta di cioccolato. E poi i braccialetti, la spilla, la borraccia RUN-HOPE-SHARE.

Insomma:
“Luca, ne facciamo un’altra?”
“Sì, però tu corri con la mamma, io corro con il papà”

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Categorie: Sport, Vita da mamme

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