Estate in Sardegna:
suggerimenti per una vacanza diversa dalla nostra

Dovrei esserci: all’inizio della seconda intensa settimana di lavoro, lavata via ogni traccia di abbronzatura, ripresi nido e materna per Luca e Gaia, ricacciata a dormire la mamma-mostro che abita in una grotta dentro di me, le vacanze sono ufficialmente diventate un ricordo. Come promesso -a me stessa, soprattutto-, fatta la disamina degli errori che avremmo potuto evitare, terremo i ricordi belli che, nell’insieme di un’estate complicata, sono stati comunque presenti.

Per leggere del nostro viaggio, sono necessarie alcune premesse:

La scelta della meta è stata dettata unicamente dal desiderio di approdare al mare bello, da cartolina, unico elemento che è mancato alle due precedenti estati in Abruzzo. Alla vigilia della partenza, nè Nico nè io eravamo convinti della decisione, ancora con un po’ di rimorso per aver tradito una regione di cui avremmo avuto -e avremo- tantissimo da scoprire, con la sua biodiversità, le attività diversificate, le sagre..
La Sardegna è una regione enorme, che varia moltissimo da zona a zona; è tutta bella, innegabilmente. La nostra insoddisfazione di fondo è dovuta ad una scarsa informazione prima di partire e ad una certa disorganizzazione. Avevamo aspettative che, senza conoscenza del territorio e pensando di improvvisare una volta a meta, non si sarebbero mai potute realizzare.
Lo stress della non-vacanza è derivato da qualche sfortuna e da nostri errori di valutazione, di cui sono stati poi conseguenze i quasi 4.000 km percorsi in auto, le frequenti insofferenze dei bambini, la difficoltà nella gestione familiare, la quasi assenza di momenti di coppia, il nervosismo generale e la sensazione di aver sbagliato a monte.

Detto ciò, abbiamo trascorso poco più di 20 giorni in Sardegna, alloggiando presso l’Agriturismo biologico Santa Lucia a Tratalias, (l'”Agriturissimo”, come diceva Luca), nel Sulcis, a pochi chilometri da Carbonia, quindi non sul mare. La scelta è stata consapevole, con l’intento che avremmo, come nostro solito, girato senza aver necessità di una spiaggia attrezzata di riferimento, e con l’idea che, come speravamo, i bambini potessero vivere un contesto a loro misura, in campagna, in liberà, a contatto con la natura e con gli animali. In effetti, è stato così: cavalli, asini, pavoni, capre, pony, gatti, fichi d’india, vitigni..sono stati compagnia e ambiente ideale per Gaia e Luca che, soprattutto nell’ultima settimana, presa ormai confidenza con gli spazi, si aggiravano da soli, giocando tra loro, con altri ospiti e con gli animali.

Ciò che non avevamo considerato, nell’organizzazione del viaggio, è stata la morfologia del territorio: abbiamo scoperto solo una volta arrivati che -come scherzavamo tra noi- 1 km sardo corrisponde ad almeno 2 km milanesi (in macchina o anche nelle corse all’alba!). C’è voluto qualche giorno per accettare dei ritmi nuovi, tanto tempo perso speso in auto, gli arrivi in spiaggia in tarda mattinata, con il sole a picco e file di ombrelloni disordinati, e i rientri dalle spiagge, per poter arrivare puntuali a cena, non più tardi delle 17/18.00, rinunciando ai colori del mare al tramonto. L’alternativa sarebbe stata girare meno, recarsi alle spiagge più vicine e conoscere meno il territorio. Naturalmente non abbiamo cercato solo mare: rinunciando a percorsi di trekking, al di sopra della nostra impreparazione ed equipaggiamento, abbiamo esplorato grotte, rovine, miniere.

Queste le nostre tappe:

Porto Pino:
Splendida nella stagione giusta, osannata da tutti, vicina al nostro alloggio, ci si è però presentata male; purtroppo la spiaggia, sia nella parte libera che in quella attrezzata, era coperta da alghe, così come i primi 3 metri di ingresso in acqua; acqua splendida, la prima in cui ci siamo immersi il giorno dell’arrivo, calda, trasparente, viva. Non siamo tornati altre volte, nonostante le indicazioni di spostarci a Porto Pineddu, insenatura adiacente, con qualche scoglio e con meno -come diceva Luca- insalata.

Chia: identifica un’affollata zona di spiagge e calette numerose; siamo tornati due volte, la prima fermandoci a Su Giudeu, per l’entusiasmo di Gaia affascinata dai colori, e la seconda, per fuggire -invano- dal maestrale della nostra zona, a Cala Cipolla, che però nella settimana di Ferragosto è apparsa sporca, coperta di immondizia, con mare torbido. Chia ci ha illuso anche con una sagra del pesce, in realtà organizzata male, con un menu poco accattivante e molto caro, con scarso intrattenimento: poco male, finito il nostro piatto, lungo la strada per tornare, ci siamo fermati alla sagra del Pane di Teulada, in cui abbiamo osservato gli attrezzi del mestiere e concluso la serata con l’assaggio di pane con ricotta e ravioli fritti.

Is Aruttas e Mari Ermi: i colori più belli di cui ci siamo riempiti gli occhi, nella zona di Oristano, 4 ore di auto in giornata tra andata e ritorno, assolutamente ripagate. La spiaggia di Is Aruttas è costituita da granito, piccoli chicchi come di riso, bianchissimi.

S’Archittu, San Giovanni Sinis, Tharros: tornando nella zona di Oristano una seconda volta, abbiamo esplorato senza fermarci la spiaggia di S’Archittu, in tarda mattinata assolutamente impraticabile nel mese di agosto, a meno di innervosirsi per questioni di centimetri e ombre altrui, per sostare a San Giovanni, ampia, dal mare molto freddo ma con sfumature meravigliose. Prima di rientrare, naturalmente, abbiamo visitato il sito di Tharros: per coinvolgere i bambini, trascinati per ore in auto alla ricerca di ciò che, spesso, era più una nostra necessità -l’affannosa ricerca del mare, quello caraibico-, abbiamo investito in un trenino che ci ha portati con un giro di circa mezz’ora lungo l’istmo della penisola del Sinis, facendoci fare tappa nel sito dei resti dell’antica città fenicia di Tharros, per altro lambita da acque in cui -a saperlo prima- avremmo fatto in modo di trascorrere la giornata.

Isola di Sant’Antioco: siamo tornati  quattro volte, è un’isola piuttosto ricca di spiagge, nonostante non sia molto estesa, e molto varia. La prima volta abbiamo scelto Turri, terza insenatura della spiaggia, in cui bisognava arrampicarsi un po’ per poi godere della solitudine e della libertà di giocare, gridare, lanciare sassi, sabbia, sentirsi selvaggi. Ci siamo spostati poi a Cala Grande, parte di Calasetta, dopo aver guardato incantati le rocce e le acque di Cala Tuffi: 15 metri di altezza da cui ragazzini di ogni età si tuffavano in colori incredibili, a cui ho resistito sotto lo sguardo minatorio di mio marito e di quello preoccupato di Gaia: “Mamma, ma non ti vuoi tuffare, vero?”. Nella nostra seconda visita, invece, siamo stati meno fortunati, fermandoci a Coaquaddus, con acque tranquille, sabbia scura, ma nessuna emozione incredibile. In compenso, abbiamo preso un pedalò per la gioia infinita dei bambini. Le nostre ulteriori due visite sono state dedicate invece, su richiesta di Gaia che ci aveva sentito leggere informazioni turistiche, alla visita alle Tombe dei Giganti e al complesso nuragico di Grutti Acqua, in cui io e lei abbiamo potuto fare le esploratrici, arrampicandoci e lasciando indietro gli uomini.

Dune Is Arenas Biancas: Si può accedere alla spiaggia, da quanto abbiamo appreso, sia da Porto Pino, sia -come abbiamo sempre fatto noi- dalla zona militare di Teulada; si percorrono circa 6 km di sterrato, poi 500 metri a piedi dal parcheggio alle dune che incorniciano la spiaggia, lunga e ampia. E’ la spiaggia in cui, complice la breve distanza dall’alloggio, siamo tornati con più frequenza, fino a conquistare, gli ultimi due giorni di vacanza, il posto in prima fila. E’ qui che ho visto i miei figli giocare insieme nel modo più spensierato, divertendosi e (Luca) fidandosi del mare, rincorrendosi sul fondale basso per molti metri, tra acqua calda e secche, facendo immersioni con gli occhi aperti e giocando con le onde a riva.

Piscinas: molto distante in auto dalla nostra zona, ci ha rubato il cuore per la sua ampiezza, il suo mare agitato e pericoloso, con forti correnti, sabbia scura e pochissima gente. Siamo tornati due volte, sperando di riuscire a vederla senza il mare mosso, ma così non è stato: la ricorderemo come la spiaggia dei cavalloni, quelli in cui anche papà non si fida a fare il bagno, in cui si scappa dalle onde che, anche a riva, trascinano via adulti e bambini con la loro forza e, allo stesso tempo, una trasparenza incredibile.

Campionna: nella settimana di Ferragosto, osservando l’aumento della folla sulle spiagge più ampie, abbiamo sperimentato alcune calette nella zona tra Chia e Teulada; di queste, conosciamo solo il nome di Campionna, in cui abbiamo trascorso una giornata, e di Pixinni, in cui non ci siamo fermati perchè, ahinoi, coperta di alghe. Abbandonando invece l’auto su una piazzola di sosta sulla strada costiera, inerpicandoci per un sentiero, siamo arrivati ad una piccola insenatura di cui neanche sardi locali a cui abbiamo chiesto sapevano il nome. Siamo tornati più volte, non appena i bambini ci hanno detto di preferire i sassi alla sabbia: lì, inoltre, hanno potuto trovare acqua calda e fondale accessibile in ingresso in acqua, scogli su cui arrampicarsi e costruire tende da un lato, mare tranquillo e calmo anche in giornate di forte vento. E’ stata la nostra Spiaggia Sconosciuta, in cui a Ferragosto eravamo in cinque famiglie.

Capo Pecora e San Nicolò/Portixeddu: nella zona di Buggerru, già visitata per interessi di miniere, abbiamo esplorato Capo Pecora, in cui Nico ed io, se fossimo stati ancora una coppia senza figli, avremmo trascorso un paio di giorni, tra sassi, scogli, acque dai colori meravigliosi, profondità da scoprire, insenature rocciose e prati di gigli marini che conducevano all’accesso al mare. Decisamente inadatta a Gaia e Luca, per morfologia e per la giornata ventosa e di mare mosso che avrebbe complicato le cose, abbiamo poi passato la giornata a San Nicolò, molto simile a Piscinas: mare profondo con onde alte e trasparenti, spiaggia ampia, aria di libertà, corse e ruote sulla sabbia.

Sentendoci parlare di miniere e passando quotidianamente da Carbonia, Gaia -e a ripetizione Luca- hanno manifestato interesse e curiosità. Abbiamo quindi dedicato, anche per intervallare le giornate di sole e mare, alcuni giorni a questi siti, visitando, nell’ordine:

Buggerru: è una cava, non una miniera. La differenza c’è ed è sostanziale. Qua c’è la possibilità, con la visita guidata, di percorrere alcune centinaia di metri sul trenino, ovvero sul mezzo per il trasporto dei minerali, all’interno della galleria. Il ritorno è a piedi, su uno spettacolo a strapiombo sul mare da perdere il fiato. La guida che abbiamo avuto non è stata a misura di bambino, ma -come sempre- è compito dei genitori provare ad incuriosire e a far conoscere con parole adatte ciò che si sta esplorando.


Grande miniera di Serbariu, a Carbonia: una miniera vera e propria, con una visita guidata molto interessante, adatta anche ai bambini, con riproduzioni visive e sonore del lavoro, corredata da un museo organizzato e ricco di informazioni e reperti, anche tattili e concreti, da cui anche un bambino di due anni e mezzo e una di cinque e mezzo sono riusciti a farsi incuriosire. Museo, galleria, riproduzioni, all’esterno un altro trenino e poi un’area giochi: “domani ci torniamo alla miniera?”.

Masua e Galleria di Porto Flavia: si percorre una galleria che si affaccia sul mare, da cui partivano i carichi di minerale; la spettacolarità estetica che lascia senza parole vale la pena cercarla da un’escursione via mare, guardando dal Pan di Zucchero verso la costa. A Masua, in attesa della visita alla galleria, abbiamo anche fatto il bagno in spiaggia, assolutamente non attrezzati: mutande per noi adulti, nudità integrale per i bambini, e non abbiamo rinunciato alle onde.

– Non ci siamo privati dello spettacolo delle grotte che, avendomi sempre affascinata, sapevo che sarebbero piaciute, con quell’alone di mistero e la sensazione di un’esplorazione segreta, anche a Gaia. Belle le grotte di Is Zuddas, con concrezioni stupefacenti; spettacolari nella loro profondità le grotte di Su Mannau, in cui un percorso artificiale comodo e la presenza di acqua rendono il tutto ancora maggiormente fruibile e affascinante per i bambini.

Castello di Acquafredda: la giornata era iniziata con il cielo nuvoloso e qualche goccia di pioggia, era mattina tardi e abbiamo deciso di andare a fare un’altra gita. La salita al Castello di Acquafredda, che dura circa un’oretta con calma, è stata molto bella per tutti: i bambini hanno camminato, corso, si sono arrampicati e aiutati; abbiamo letto insieme le descrizioni delle varie rovine, fino a raggiungere la posizione frontale rispetto al corpo centrale della rocca. Abbiamo guardato dalle mura, controllato eventuali attacchi da terra e scrutato l’orizzonte sul mare, per essere sicuri di non avvistare navi nemiche. Non sono sfuggite ai bambini pale eoliche, campi, cavalli.

Infine, naturalmente, non ci siamo persi il borgo di Tratalias Vecchia, esplorato da me all’alba durante una delle mie corse sulla SP74, e poi rivisto in occasione di una sagra e non. Abbiamo girato anche Iglesias e il suo centro pedonale. Al ritorno, un po’ per trascorrere del tempo e intrattenere i bambini prima dell’imbarco sul traghetto, un po’ perchè la soddisfazione nel sorriso di Luca è enorme, siamo saliti su un trenino turistico ad Olbia che ci ha guidato per un breve tragitto. Per il resto, non abbiamo visitato città o centri abitati, cosa che però nessuno di noi rimpiange. Ciò che invece manca alla spunta di ciò che avremmo voluto fare sono sicuramente un’escursione via mare (gommone, barca, motoscafo..), eccessivamente cara per le nostre tasche, la visita a Carlo Forte e una giornata alla spiaggia di Cala Domestica, che avevamo tenuto per gli ultimi giorni, ma a cui abbiamo rinunciato a favore della comodità e della serenità dei bambini alle dune Is Arenas Biancas.

Insomma, alla fine di tutto, ecco alcuni suggerimenti per chi non conosce la Sardegna e vuole avventurarcisi con bambini:

  1. Tenete bene a mente che le distanze, pur con strade ben praticabili e ampie, sono enormi: ricordate che 1 km sardo non corrisponde ad 1 km continentale, ma è moooolto più lungo (e impervio).
  2. Scegliete accuratamente la zona da visitare e, se avete intenzione di rimanere a lungo come noi e allo stesso tempo di esplorare il territorio, valutate due soluzioni abitative, in modo da potervi concentrare -anche se a fronte di un piccolo trasloco a metà vacanza (sì, con due figli e 23 giorni di vacanza si parla di trasloco!)- su due zone come si deve, invece di impazzire e percorrere quotidianamente centinaia di km.
  3. Pianificate il più possibile, da casa, prima di partire, le mete principali che non volete perdervi e calcolate i tempi (gmaps è abbastanza attendibile).
  4. Prenotate con largo anticipo, se in alta stagione, le visite a siti archeologici o minerari: a Buggerru siamo entrati per un soffio di fortuna, a Masua siamo dovuti tornare due volte.
  5. Tenete a mente, cosa che avevamo sottovalutato e che è stata fonte di stress mentale, che sì, la Sardegna è cara: ad esempio, in moltissime spiagge il parcheggio è obbligatorio, è esclusivamente a pagamento e varia dai 5 ai 10€ al giorno (che, moltiplicati per 20 giorni di vacanza possono essere parecchi, se non considerati nel budget; ecco perchè cambiare lidi e lasciare l’auto sulla strada statale per inerpicarsi su sentieri mal tracciati), un pedalò costa 12 € per mezz’ora, e così via per ogni eventuale extra richiesto dai bambini (gelato, treccine, braccialetto, cappellino..). Naturalmente c’è la possibilità di dire di no, o di contenere le spese: non abbiamo quasi mai acquistato il pranzo in baracchini in spiaggia, ma facevamo una spesa frugale nei vari Lidl/Eurospin, a base di frutta e verdura, succhi di frutta o focaccia e prosciutto..e così via.

Detto questo, io per qualche anno in Sardegna non tornerò: la prossima volta voglio viverla diversamente, cercando di esplorarla, come isola selvaggia, in modo più spartano e itinerante, pianificando le tappe e non i vincoli, e lo potrò fare quando i bambini saranno cresciuti entrambi, in modo da poterne godere di più tutti.

portixeddu (5)

Categorie: Viaggi

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