21,097 km: al traguardo, in qualche modo, sono arrivata. Per la prima volta.

Un mese e mezzo di allenamento, 19 giorni di stop, tre sabati di corsa, un’amica-compagna di strada, tanti supporters e 21,097 km percorsi.

Non è andata come avrei immaginato, è andata peggio dell’ipotesi peggiore che avessi preventivato, mi sono ritrovata a non sapere che cosa stessi provando all’arrivo, non la gioia della soddisfazione, non l’eccitazione da endorfine, non delusione nè sconforto. Mi sono semplicemente sentita “sollevata”. E poi felice, ma non per la corsa in sè.

La settimana precedente è stata piena di preoccupazioni, con l’imprevista conferma che non ci sarebbe stata Silvia, infortunata alla maratona di Roma, a correre con me e Fra (“tu pensa a far girare le gambe, chè al resto penso io”, mi diceva, e questa era la rassicurazione che mi ripetevo per compensare il non-allenamento), con le ferite ai piedi che non guarivano e con la normale ansia pregara. Venerdì Fra ed io abbiamo ritirato il pettorale, ma, ancora, la preoccupazione delle mie condizioni -nostre, anzi, visto che anche la mia socia aveva un bicipite femorale non in forma- è stata di sottofondo tra un sorriso e l’altro.

Nel mio sabato di negatività perchè ancora non riuscivo a camminare appoggiando i piedi senza dolore a causa di ferite sulle piante, ho poi sentito Silvia che è riuscita a tranquillizzarmi e a darmi carica.

Arriva domenica mattina: Fra ed io, Aulin per lei e Brufen600 e cerotti per me, superato il dilemma del cambio dell’ora, riusciamo ad arrivare al villaggio degli atleti. Incontriamo i Red Snakes, il coach che ci chiede come vada (“Coach, io ci provo. Ho dei buchi nei piedi, ma ci provo, ormai sono qua.” – “I buchi nei piedi: non benissimo!”), depositiamo le sacche e incontriamo altre facce amiche: Valentina, Yuri, Alessandro, che non hanno smesso di fare il tifo per noi, ci caricano ulteriormente.

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Andiamo alla griglia di partenza, Fra ed io ci teniamo la mano. Fra ed io ci stritoliamo la mano. Parliamo poco, ci guardiamo, i miei occhi, ad intermittenza, si inumidiscono, ma sono felice di essere lì e mi sento positiva. Ripetiamo il piano: “andiamo ai 6 min/km fino ai 15 km, poi vediamo e, se ne abbiamo, spingiamo, altrimenti continuiamo e chiudiamo in 2.06/2.07. L’importante è arrivare, non importa il tempo”.

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Partiamo, salutiamo i fotografi tenendoci per mano, qualche metro e compare Davide, che ci annuncia che correrà con noi fino al traguardo, rinunciando al suo obiettivo. I primi due, tre chilometri sono stupendi, incontriamo un sacco di facce amiche che tifano per noi, Eliana che ci saluta, Taty che, mentre corre, ci lancia un grido di incoraggiamento. E’ una festa: mentre siamo al secondo km, i primi kenyani ci doppiano arrivando oltre al quinto chilometro, tutti corriamo rivolti verso di loro applaudendo ammirati.

Al quinto chilometro c’è il primo ristoro, non ho molta sete, ma Silvia si era raccomandata di bere comunque, quindi ringrazio Davide che ci anticipa per portarci l’acqua e faccio il mio dovere. Verso il settimo chilometro mi sento stanca, mi sembra di non aver fiato, controllo il Garmin e siamo intorno ai 6, è strano per i miei tempi, ma è “come da piano”, vorrei rallentare, lo dico a Fra e Davide, li invito ad andare avanti, a fare ciascuno la propria gara, ma non vogliono lasciarmi: “l’importante non è il tempo, è arrivare insieme”. Punto alla mia prima meta: so che tra il decimo e il dodicesimo chilometro ci saranno i miei due supporter speciali, Nico e Gaia, a fare il tifo per me.

Eccoli, al decimo: mi sbraccio da lontano, allungo, mi avvicino, grido a Gaia che le voglio bene, mentre sta srotolando dei cartelloni che ha preparato per me. Vorrei dire loro di seguirmi per un pezzo in bici, ma non sono sicura che sia una buona idea e comunque non avrei fiato per dirlo.

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Da questo momento la mia testa inizia a boicottarmi. Un occhio al Garmin e l’undicesimo chilometro lo chiudiamo con una media di 6.21, il dodicesimo a 6.25, il tredicesimo a 6.33. A me sembra di fare sempre più fatica di fiato, la vocina in testa mi dice che ho sbagliato tutto, che non solo non sto mantenendo il ritmo già blando dei 6 minuti/km, ma che sto facendo una specie di terrificante progressione al contrario. Ripeto a Fra e a Davide per l’ennesima volta di andare avanti, io vado sempre peggio e l’idea che loro rallentino per me mi aggiunge ansie. Chiudiamo il quattordicesimo km con un passo di 7.03. Qua mollo. Qua esplicito che “faccio schifo”; Davide mi dice “chi se ne frega”, Fra mi ricorda che l’importante è arrivare, ma io penso che ai 7 ho corso nelle prime due/tre uscite della mia vita. Intanto, ovviamente, rallento ancora. Penso a Yuri che mi dice che è e sarà una festa, penso a Silvia che mi ammonisce di non pensare ai chilometri che passano e a quelli che mancano perchè altrimenti sarà lunga, ripenso ad Alessandro che mi dice che sono pronta per la mezza, a tutti quelli che mi hanno detto un “credo in te, so che puoi farlo”, penso a Gaia che mi aspetta all’arrivo. Devo distrarmi.

“Davide, raccontami qualcosa”.
“Cosa?”
“Qualcosa. Dimmi del Passatore!”
“Eh, addirittura!”
E mi racconta come ha iniziato ad allenarsi per questa ultramaratona di 100 km in cui debutterà, con tutta la mia ammirazione, tra pochi mesi. Se non stessi correndo e con il fiato al limite, gli farei mille domande, per curiosità e per farmi distrarre ancora un po’, ma purtroppo il racconto finisce presto. Quando il Garmin mi avvisa che sto correndo a 7.20, penso che forse sarei più veloce se camminassi, mi mortifico, spingo Fra e Davide a lasciarmi: “Ti mollo solo se ti fermi”, qualche metro e inizio a camminare. Fra e Davide iniziano finalmente la loro corsa, io mi sento sollevata e felice per loro e riprendo a correre.

Passo sotto casa di un’amica, ha la finestra sul balcone aperta, so che sarebbe rimasta affacciata, grido un “Annalisaaa” a pieni polmoni e proseguo fino al ristoro del quindicesimo chilometro, bevo una bottiglietta d’acqua intera e due bicchieri di Gatorade, poi faccio un patto con me stessa: camminerò per un chilometro, fino al cartello del sedicesimo, poi ricomincerò sapendo che ne mancheranno solo cinque. Chi corre da tempo e su lunghe distanze dice che “per cinque chilometri neanche ci si cambia”. Raccolgo anche bottigliette d’acqua da terra, quelle scartate dai runner davanti, ho troppa sete, probabilmente prenderò tutte le malattie del mondo, ma devo bere. Saranno i liquidi, sarà l’indulgenza nei confronti di me stessa, ma mi sento meglio. Ormai la gara “è andata”, lo accetto, l’unico obiettivo è recuperare la medaglia dei finisher da consegnare a Gaia, che ormai mi aspetta al traguardo.

Ricomincio a correre, arriva il diciassettesimo, cammino qualche metro, ricomincio, vedo che il Garmin indica che corro a 5.40, è follia, rallento, riprendo a 6, rallento, ma mi ritrovo a 5.50, quindi il fiato sparisce del tutto, cammino di nuovo qualche metro, ricomincio a correre. Arriverò così al ventesimo chilometro, assolutamente non in grado di avere un ritmo, di regolarmi, di respirare e di far girare le gambe.

Mi sento tra gli ultimi, il ristoro del diciottesimo chilometro è vuoto, non ci sono neanche più bottiglie d’acqua, stanno sbaraccando tutti. Noi runner delle retrovie corriamo da soli, tutti molto distanti gli uni dagli altri: non rimane che sorridere ai fotografi, quale occasione migliore per essere inquadrati alla perfezione? Sarà che inizio a sorridere per le foto, sarà che lungo la strada chi fa il tifo lo fa proprio per me -“dai, che sei brava!”, “forza ragazza, manca poco!”-, sarà che ho voglia di vedere facce amiche..non mollo più. Passo nel tifo dei Podisti da Marte, qualcuno mi batte il cinque, intravedo l’Arena.

Ci siamo. Allungo l’ultimo mezzo chilometro, tornando sul mio passo a 5.40, vedo di nuovo Sara che in questa gara è comparsa ripetutamente, entro in Arena. Fisso lo sguardo sul gonfiabile del traguardo, cercherò Gaia e Nico lì vicino. Faccio girare le gambe. Sento il coach Matteo che grida “Vai Valeria!”, alzo un braccio in segno di ringraziamento e di conferma “sì, vado, cazzo, adesso vado!” e spingo gli ultimi metri. Sorrido, fotografi da tutte le parti: incredibile, aspettano anche noi lumachine. Finalmente vedo Gaia e Nico, grido loro un “Vi voglio bene”, passo il traguardo, spengo il Garmin, ma cerco facce.

Fra mi aspetta, ci abbracciamo, recuperiamo la medaglia. Avevamo sognato un arrivo al traguardo per mano, così non è stato, ma per me rimarrà la nostra prima mezza maratona, prima di una lunga serie. Poi abbraccio Yuri, Davide, un altro Davide, Valentina, Alessandro, tutti quelli che mi hanno sostenuto e pensato in questa fatica enorme. Quando mi chiedono come sia andata, dico “non bene, ho anche camminato per un chilometro”, ma per loro conta che io sia arrivata alla fine. Non sento euforia, nè sconforto: sono sollevata, è finita, potrò ricominciare da capo, con i piedi a posto e con un allenamento costante.

Il mio motivo di felicità è ricevere l’appoggio di tutti, sono gli abbracci che ricevo, i complimenti, i sorrisi, le pacche sulle spalle, gli sguardi di approvazione.

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Saluto Nico, facciamo passare Gaia al di qua delle transenne, in pista con me, mi fa rileggere bene i cartelli che mi aveva preparato, si fa premiare con la sua meritata medaglia.

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Sono felice perchè mia figlia è orgogliosa di me, è emozionata e un po’ spaesata dalla situazione, dall’Arena così grande e affollata, dal chiasso dei runner festosi e dai tifosi accalcati. In serata mi chiederà se un giorno potremo fare una gara insieme, mentre Gli Uomini faranno il tifo per noi, così poi lei potrà mettere la sua medaglia al collo di Luca; poi mi dice che però, magari, prima dovremmo allenarci qualche volta insieme prima della gara, così da diventare più veloci. Questa mattina ha voluto portare a scuola la mia sua medaglia, da far vedere ai compagni e alla maestra, mi ha chiesto di accompagnarla perchè così, magari, la maestra mi avrebbe fatto soffiare sulla candela come premio (non so di che cosa parlasse, le ho detto che l’avrei accompagnata volentieri, ma senza soffiare da nessuna parte, e che la mia festa era già stata ieri con lei).

In tutto ciò, la mia prima mezza maratona l’ho chiusa in 2.19.18, con un chilometro percorso camminando (e ancora 210 runner arrivati al traguardo dietro di me). Non so quindi, se io sia ufficialmente una mezza-maratoneta, nel dubbio, aspetto la prossima occasione per riprovarci.

Obiettivo: concluderla correndo, senza Garmin e con in testa solo una grande chiassosissima Festa.

gaiaquadro

Categorie: Sport

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