Quando una mamma va a correre

“Ma come fai a lavorare full time, occuparti dei figli e andare anche a correre?”
“Ma dopo che stai fuori di casa tutto il giorno e vivi di fretta per tutta la settimana, dove trovi la voglia di correre?”
“Ma tu lasci i bambini per andare a correre?”

Ecco, se le mie motivazioni a correre sono in evoluzione (in questo momento ho l’obiettivo della mezza maratona, nient’altro), se il mio passo e le mie distanze e i momenti che scelgo per le uscite sono variabili, le domande che invece mi vengono fatte -e quelle che vengono corrette in corso, o rimangono tra i denti, come tentativi di “ma non ti senti in colpa a lasciare i bamb..?”– sono più o meno le stesse.
Al primo posto rimarrà sempre il “chi te lo fa fare?”, ma poi si passa all’attenta analisi della mia vita quotidiana.
Ecco come vivo il mio (provare ad) essere runner all’interno della mia famiglia, e come la mia famiglia -quella ristretta, dei miei genitori e suoceri magari parlerò un’altra volta- vive il mio (provare ad) essere runner.
  Gaia color run noitrecolor run luca color run

Innanzi tutto: la questione tempo (“dove lo trovi il tempo di..?”) in tre parole:

1) Marito: mi ripeto nel dire che è fondamentale la sua collaborazione, la sua disponibilità a sostituirmi o ad alternarsi nella gestione dei bambini. Se non ci fosse, o non fosse in grado (o non volesse) stare con Gaia e Luca, inutile, dovrei trovare un altro appoggio o rinunciare alle mie uscite.
2) Organizzazione: nonostante la disponibilità del marito, cerco di incastrare le varie corse negli orari meno fastidiosi per lui e meno di impatto sui bambini. Ciò significa che in primavera ed estate esco a correre alle 5.45/6 del mattino, quando tutti dormono e non si accorgono neanche della mia assenza, oppure, di questi tempi, il sabato mattina, mentre tutti e tre sono in piscina, occupati in attività che non mi includerebbero comunque. Quando mi alleno in settimana faccio in modo di precipitarmi dall’ufficio ad asilo e scuola materna, recuperare i bambini, stare con loro un’oretta, scarsa, a dire la verità, ma sufficiente a rendermi presente e a spiegare loro dove vado, prima di darmi il cambio con il papà e uscire per la run. Tutto questo implica sveglie all’alba, chilometri in più da percorrere in bicicletta (circa 12/15 ogni volta che torno a casa prima di correre, per un totale di circa 25/28 km di bicicletta giornalieri) e una vita frenetica. Tutto però si incastra e pare, per ora, che nessuno ne sia scontento.
3) Motivazione: è mia forte convinzione che se si voglia ottenere veramente qualcosa e, nello specifico, uno spazio per sè, si debba e si possa farlo. Un’ora di tempo nell’arco di una giornata, se le prime due condizioni si verificano e se c’è l’intenzione di averla davvero, si trova. La forza di volontà deve vincere sulla fatica, altrimenti non usciremo mai dalle coperte per andare a correre con il buio, il freddo e, magari, anche la pioggia.

addominali mammaluca plank mammaluca

Passiamo alla voglia di correre.

C’è davvero qualcuno che pensa che io abbia sempre voglia di correre? C’è davvero qualcuno che pensa che io sia già così appassionata da amare e desiderare sempre le uscite all’alba, con il ghiaccio o gli allenamenti sulle salite dopo una giornata di lavoro? C’è davvero qualcuno che pensa che si agisca solo in base a ciò che abbiamo voglia di fare? E c’è davvero qualcuno che pensa che correre controvoglia non sia soddisfacente?

Aver voglia di fare fatica, di sottoporsi ad uno stress fisico, ma spesso anche mentale -quando la testa insiste sul ricordarci alternative più piacevoli, una cena tutti insieme, un film sul divano, i giochi per terra con Luca e Gaia, un sushi con le mammiche..-, soprattutto quando ci si sente fuori forma o non predisposti, è innaturale. Spesso il primo sforzo è proprio allacciare le scarpe e iniziare a correre; vincere la demotivazione e la pigrizia è ciò che mi porta a godere delle endorfine post allenamento e della soddisfazione per aver tenuto duro e aver rispettato gli impegni con me stessa.

“Mamma, ma vai a correre anche se c’è la neve?”
“Mamma, ma non hai freddo?”
“Mamma, ma perchè se non hai voglia vai lo stesso a correre?”
Non nascondo che, a volte, siano proprio le domande di Gaia a ricordarmi che devo essere esempio, non di masochismo, ma di dedizione, costanza, determinazione, che devo tenere duro anche per insegnare ai miei bambini che, se abbiamo un obiettivo o un impegno, non deve essere la non-voglia a guidare le nostre azioni. Anche perchè, altrimenti, varrebbe lo stesso discorso per loro se, un giorno qualsiasi, non volessero andare a scuola o a nuoto o a teatro perchè, ad esempio, piove.

corsa a ìl buio neve

Infine, sì, lascio i miei bambini quando vado a correre.
Non solo non me li porto dietro, cosa ovvia, ma “sottraggo loro del tempo che scelgo di dedicare a me stessa”.
E no, non mi sento in colpa.
Certo, cerco di incastrare ogni cosa in modo che io possa stare con loro, anche per poco, quasi tutti i giorni (a volte, una o due a settimana, se non riesco a prenderli a nido/materna, rincaso direttamente dopo gli allenamenti, verso le 21, quando loro stanno già dormendo, è vero). Quando torno dagli allenamenti e soprattutto dopo gli ultimi soddisfacenti “lunghi del sabato” (ah, a proposito, sabato scorso, uscendo alle 8 di mattina, con la neve ancora sulle strade, ho raggiunto per la prima volta la soglia dei 18 km consecutivi e con un passo per me anche molto buono!) sono generalmente di ottimo umore, con la mente sgombra e predisposta a dedicarmi a loro..e con una dose maggiore di pazienza -che non è certamente il mio punto forte.
Una donna felice è anche una mamma più felice con i propri bambini; della realizzazione personale (lavoro, sport, passioni) e della serenità di uno dei componenti della famiglia, beneficiano generalmente anche tutti gli altri.

Anche per i bambini ormai è una routine, è normale che la mamma vada a correre: quando mi vesto, senza che io chieda nulla, mi portano le scarpe -rigorosamente una a testa-, Luca sfreccia lungo il corridoio al grido di “correreeee!” o di “anche Luca a correreeee”, mi salutano dalla finestra. Gaia mi chiede sempre se io abbia una gara -e nel caso si raccomanda di vincere e portare la medaglia-, o se invece sia un allenamento; ogni tanto le rispondo -nel caso dei lunghi del sabato- che è un allenamento, ma anche un po’ una gara e che devo vincere assolutamente, anche se non avrò nessun trofeo. A volte, Gaia aggiunge che vorrebbe venire insieme a me e mi chiede se, quando sarà più grande, potremo correre insieme. Non vedo l’ora, amore mio, non vedo l’ora.

In tutto questo, sono convinta anche che i miei bambini si stiano ulteriormente avvicinando al mondo dello sport (al di là del corso di nuoto che entrambi seguono dall’età di tre mesi), che non ha età, che è per tutti, che fa bene al corpo e allo spirito; impareranno pian piano che si può correre per competere con se stessi, per gareggiare fra molti, o per il piacere stesso di muoversi; scopriranno che non sempre ci sarà una medaglia all’arrivo e che, a volte, sarà soltanto per i più meritevoli, che magari non saranno loro; sceglieranno lo sport che più apparterrà alla loro indole, individuale o di squadra, in acqua o fuori, agonistico o amatoriale, con l’auspicio che possano sempre divertirsi in ciò che fanno e lottare per raggiungere le proprie soddisfazioni.

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Categorie: Sport, Vita da mamme

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2 commenti

  • papà

    pensando a te, a voi, mi sono fatto spesso quella domanda, ma ho deciso di non fartela mai, pensando che sicuramente te la saresti posta tu stessa.
    però poi ne parli sul blog, e sul blog rispondo.
    credo che, entro certi limiti, il problema non sia nella quantità di tempo, ma anche nella qualità del tempo: trascorrere ore in casa lasciando i bimbi davanti alla televisione e il marito al pc non serve a nutrire la relazione; trascorrere mezz’ora ogni tre giorni, piena di gioia, bene, baci e strusciamenti, penso non sia sufficiente.
    i figli hanno bisogno di sentire che c’è un genitore che li ama (gioia, bene, baci e strusciamenti), e che li guida, che insegna loro cosa è giusto e cosa no, con la presenza, l’esempio, e tanto amore.
    e allora: quanto tempo è necessario essere presenti fisicamente? entro certi limiti, non esiste la risposta.
    non dedicare tempo a sé porta a non avere fiducia, energia e passione da immettere poi nelle relazioni con gli altri, figli compresi.
    dedicare del tempo a sé è necessario per essere delle persone vere ed avere qualcosa da dare agli altri, figli compresi.
    dedicare la maggior parte del tempo a sé significa curare poco gli altri, figli compresi.
    tolto il tempo “obbligato” (lavoro, sonno, incombenze improcrastinabili), si divide il tempo e l’energia restante tra sé e le persone che si amano; facendo una media mensile; o bimestrale; anche trimestrale, ovvìa…

    • val384

      Sicuramente è importante la qualità del tempo che si trascorre insieme, ma bisogna stare -giustamente- attenti anche alla quantità: come dici, mezz’ora ogni tre giorni non sarebbe sufficiente, per quanto possa essere bella, piena di amore, gioco, insegnamenti etc etc.
      Impossibile quantificare in modo numerico, oggettivo e fisso quale possa essere la “giusta misura”: io credo che, per quello che mi riguarda, con i vari incastri, per ora possa andare bene, a giudicare dalla serenità con cui mi sembra che i miei figli vivano (e mangino e dormano, comportamenti spesso espressione di malesseri o difficoltà) e, nello specifico, come vivano le mie “uscite”. Al momento va bene così; penso però anche che non è detto che questa debba/possa essere la giusta “misura” per sempre: da madre e moglie, dovrò essere in grado di rendermi conto se e quando, magari anche solo per brevi periodi o, al contrario, per mesi/anni interi, gli altri (figli, ma anche marito) abbiano bisogno di una mia presenza maggiore. A quel punto starà a me, sulla base delle mie energie/voglie/priorità, decidere se rinunciare ad uno spazio per me, oppure se rimodificare le routine e ritagliarmelo in altri momenti (nel caso della corsa, conosco mamme che sfruttano le pause pranzo al lavoro per correre al parco -Nico stesso va in palestra tre volte a settimana in orario pausa pranzo e saltuariamente corre nel weekend-, oppure si riservano levatacce prima dell’alba anche in inverno).
      Insomma, si cerca di calcolare la giusta misura, il tempo a disposizione e le necessità non con una calcolatrice o stabilendo medie logicamente ineccepibili, ma cercando di prestare attenzione alle necessità reali, e dedicandosi con il cuore agli altri proprio nel momento in cui siamo presenti.

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